Via Sicura: ritorno alla ragionevolezza

Nel 2012 il Parlamento aveva approvato l’oramai famoso pacchetto legislativo denominato Via Sicura proposto dal Consiglio federale quale controprogetto indiretto all’iniziativa popolare lanciata dall’associazione Road Cross, nata sull’onda dello sdegno e delle emozioni suscitate da alcuni gravissimi incidenti stradali verificatisi in svizzera tedesca con protagonisti alcuni giovani automobilisti. Via Sicura si prefiggeva dunque di aumentare la sicurezza sulle strade grazie ad un inasprimento delle norme per combattere in primis i cosiddetti “pirati della strada”. L’obiettivo era di per sé lodevole: si voleva dare un segnale chiaro ai conducenti irresponsabili, adottando delle punizioni esemplari in caso di gravi infrazioni al volante. Nel giro di pochi anni è invece emerso che nella prassi la maggior parte di coloro che sono stati condannati come “pirati della strada”, pur avendo commesso infrazioni di una certa gravità, non rientravano affatto in questa categoria. Purtroppo però le severe pene minime previste dalla legge (1 anno di reclusione dal profilo penale e 24 mesi di revoca della licenza di condurre da quello amministrativo), non conferivano praticamente alcun margine di manovra all’autorità giudicante, costringendola ad applicare queste rigide disposizioni senza poter considerare delle attenuanti soggettive e oggettive (dura lex, sed lex). Nella realtà queste normative hanno evidenziato delle palesi incongruenze nel nostro ordinamento penale: basti pensare che, solo per citare un paio di esempi, lo stupro e la rapina a mano armata sono puniti con una pena minima di 1 anno, mentre l’omicidio colposo non prevede nessuna pena minima. Fatto è che nei confronti del pacchetto Via Sicura sono vieppiù emerse delle critiche per delle pene ritenute inique e sproporzionate e questo non solo da parte di numerosi cittadini, ma addirittura anche da parte di diversi procuratori pubblici e professori di diritto penale. Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Da parte mia nel 2015 ho quindi inoltrato un’iniziativa parlamentare che chiedeva di rivedere le normative sul reato di pirateria della strada. In sostanza ho proposto di non prevedere nessuna pena detentiva minima per questo reato e di ridurre la sanzione amministrativa ad un minimo di 6 mesi, invece di 24. L’iniziativa venne accettata con una buona maggioranza dal Consiglio nazionale mentre che il Consiglio degli Stati la respinse di stretta misura, accogliendo però nel contempo un postulato che incaricava il Consiglio federale di fare una valutazione del pacchetto Via Sicura dalla sua introduzione e di proporre, se del caso, dei correttivi. Il relativo rapporto è stato pubblicato lo scorso 17 aprile 2017 e il contenuto è risultato decisamente interessante. Se da un lato il Consiglio federale ha riconosciuto che in generale gli effetti di Via Sicura sulla sicurezza stradale sono stati complessivamente positivi, dall’altro ha dovuto ammettere la necessità di adeguare alcune misure ritenute sproporzionate, rispettivamente inefficaci. Una posizione decisamente sorprendente e per certi versi anche coraggiosa vista l’emozionalità con cui generalmente viene trattato questo tema. In conclusione il Governo ha quindi suggerito alcune modifiche della legislazione su Via Sicura, riprendendo in particolare pari pari le due proposte formulate nel mio atto parlamentare. Nel frattempo entrambe le Camere hanno approvato a larga maggioranza una mozione che incarica il Consiglio federale di presentare un messaggio con le relative modifiche di legge, che dovrebbe giungere in Parlamento entro la fine del corrente anno. Personalmente non posso che rallegrarmi per questo cambio di rotta che consente di rimediare ad un errore di valutazione fatto a suo tempo dallo stesso Parlamento. Non si tratta tuttavia, ed è bene precisarlo a scanso di equivoci, di proteggere i pirati della strada nel vero senso della parola (che potranno, e anzi dovranno, essere condannati duramente anche in futuro) e nemmeno di ribaltare il pacchetto Via Sicura, quanto piuttosto di ristabilire la proporzionalità e un minimo di ragionevolezza.

 

Corriere del Ticino, 28 aprile 2018

Il coinvolgimento delle aziende nella conciliazione lavoro e famiglia

Coinvolgere e ingaggiare le imprese richiede tempi lunghi, soprattutto se chi guida e promuove le azioni di conciliazione lavoro e famiglia è lo Stato, un soggetto normalmente impegnato in ambito strettamente sociale. I mesi di lavoro che hanno preceduto la presentazione della Riforma fiscale e sociale in votazione il prossimo 29 aprile, hanno infatti evidenziato la necessità di costruire una relazione di fiducia, elemento imprescindibile per individuare strade e modalità possibili di lavoro comune, che hanno poi favorito l’accordo raggiunto per questa Riforma.

Il “patto di Paese” tra Stato, mondo economico e società attorno a delle misure fiscali abbinate a misure sociali, oltre che inedito, non era per nulla scontato. Soprattutto nelle piccole e medie imprese come la mia, che per la maggior parte si rifanno a un modello organizzativo di tipo familiare, l’avvicinamento ai temi della conciliazione consiste sempre in un’operazione culturale di sensibilizzazione che richiede tempi lunghi, di apprezzamento graduale, nel rispetto delle specificità delle singole imprese e dei bisogni dei lavoratori. Per questo – se accolta la Riforma fiscale – la parte sociale segna un indubbio passo in avanti nell’ambito della conciliabilità, sulla quale occorrerà ancora impegno e tempo per la sua attuazione.

Il coinvolgimento attivo del mondo aziendale in questa riforma è dunque stato fondamentale. A conti fatti il pacchetto approvato a dicembre dal Gran Consiglio prevede sgravi fiscali per 52 milioni di franchi e 20 milioni di aiuti sociali quando sarà a regime nel 2021. Misure che da un lato puntano a rilanciare l’attrattiva fiscale del Cantone, anche attraverso incentivi fiscali che favoriscono lo sviluppo di giovani aziende innovative (start-up) con a capo giovani generazioni. Dall’altro introducono in Ticino l’assegno parentale (3000 franchi per ogni neonato a genitori con un reddito lordo fino a 110’000 franchi) e altre misure di conciliabilità lavoro e famiglia. Questi provvedimenti sono il frutto di un esercizio di condivisione con il mondo economico, che ha accettato – inizialmente non senza alcune reticenze – di finanziare le misure sociali. Infatti, contrariamente a quanto affermato da taluni, queste risorse provengono direttamente dal fondo degli assegni familiari ordinari alimentato principalmente dalla massa salariale dei datori di lavoro (e non dei dipendenti), e in assenza delle misure sociali come responsabili di aziende avremmo anche potuto chiedere la retrocessione delle riserve cumulate.

Tuttavia è evidente anche a noi imprenditori, che un’economia in transizione verso una società basata sulle conoscenze dipende sempre di più da qualifiche, capacità di innovazione e creatività della forza lavoro. Una tale economia può permettersi sempre meno il lusso di escludere persone qualificate dal mercato del lavoro. Soprattutto quando l’esclusione è da ricondurre alla limitata possibilità di conciliare lavoro e famiglia, che non riguarda soltanto le madri lavoratrici, ma anche i giovani padri che vogliono dedicare più tempo alla famiglia. Una migliore armonizzazione tra lavoro e famiglia è importante dal punto di vista economico anche per un altro motivo. La mancanza di una prospettiva di compatibilità effettiva tra famiglia e attività professionale qualificata è pure una delle ragioni per cui tanto le donne quanto gli uomini decidono sempre più raramente di avere figli malgrado li desiderino. Ne consegue che il tasso di natalità in Ticino è in costante flessione dalla fine degli anni ’70, impattando in modo significativo sul finanziamento delle assicurazioni sociali. La ricerca di un migliore equilibrio tra famiglia e attività professionale costituisce dunque una sfida non solo per la politica ma anche per l’economia e di riflesso anche per le aziende. Per questi motivi, come imprenditore ritengo che per vincere queste sfide economiche e sociali è indubbiamente centrale il ruolo delle aziende. Si tratta ora di raccoglierle votando SÌ alla Riforma cantonale fiscale e sociale il prossimo 29 aprile.

Fabio Regazzi, consigliere nazionale e imprenditore

 

La Regione, 24 aprile 2018

Riforma fiscale e sociale: un patto di paese epocale

Il Cantone Ticino ha bisogno di dialogo, non di sterili contrapposizioni ideologiche. Ecco perché per una volta possiamo salutare positivamente questo esercizio di concordanza e pragmatismo che ha permesso di presentare una Riforma cantonale fiscale e sociale, frutto di un lavoro interdipartimentale (DFE e DSS), approvato dal Consiglio di Stato e dalla grande maggioranza del Gran Consiglio lo scorso mese di dicembre. Un buon esempio di democrazia, dove le forze politiche per una volta hanno privilegiato la ricerca del consenso piuttosto che la scontro fine a se stesso. Peccato quindi che il pacchetto di misure fiscali e sociali sarà comunque sottoposto al popolo il prossimo 29 aprile a seguito di un referendum contro le modifiche fiscali promosso dal fronte più intransigente e massimalista della sinistra nostrana, con il sostegno – ça va sans dire – di UNIA.

La Riforma cantonale fiscale e sociale è stata definita a giusta ragione un patto di paese fra cittadini, aziende e Stato. Da un lato quasi tutti riconoscono che il Ticino non è (più) un Cantone fiscalmente competitivo per diverse categorie di contribuenti, sia persone fisiche che giuridiche. Dall’altro lato sempre il Cantone Ticino deve implementare nuove misure sociali per venire maggiormente incontro alle esigenze delle famiglie, in particolare per quanto riguarda la conciliabilità fra lavoro e famiglia.

Il pacchetto fiscale va quindi a beneficio dei contribuenti e in particolare del ceto medio e delle persone con redditi più modesti. Perché dico questo? Molti ignorano che la fiscalità è un fattore di competitività importante. Il Ticino da questo punto di vista è in effetti in concorrenza con gli altri Cantoni svizzeri ma anche con altre nazioni. Purtroppo negli ultimi 10-15 anni il Ticino è scivolato nelle ultime posizioni della classifica. Ma la situazione è ancora più grave se pensiamo al fatto che proprio in nel nostro Cantone un numero esiguo di contribuenti con un reddito lordo di almeno 100’000 franchi – circa 18’000 persone su oltre 350’000 abitanti – paga più del 56 % del gettito fiscale delle persone fisiche, cioè circa 360 milioni di franchi sul totale di 643 milioni (ultimi dati disponibili del 2012).

È interesse di tutti quindi far sì che i buoni contribuenti continuino a risiedere in Ticino e non decidano di andare altrove, perché quando questo succede significa che i contribuenti restanti, dunque soprattutto del ceto medio, devono farsi carico del maggiore onere fiscale.

L’altro piatto della bilancia è costituito dalle misure sociali. Come presidente dell’Associazione industrie ticinesi (AITI) riconosco che l’autonomia delle famiglie e l’investimento sociale a loro favore è una responsabilità che deve assumere non soltanto il settore pubblico ma anche quello privato. Questo in considerazione delle ricadute positive che questa dinamica virtuosa tra riforma fiscale e sociale porterà alla società intera. Infatti gli aiuti a sostegno di una migliore conciliabilità lavoro e famiglia, e soprattutto il fatto di favorire il rientro nel mondo del lavoro tramite strutture extrascolastiche e incentivi che sostengano sia uomini che donne, è importante anche per il mondo economico. Queste misure, è bene sottolinearlo, sono finanziate esclusivamente dalle aziende quale contropartita a quelle fiscali, per tramite di un contributo supplementare dello 0.15% prelevati sulla massa salariale versata dalle aziende affiliate alla Cassa cantonale e a quelle professionali di compensazione per gli assegni famigliari.

Dunque, a scanso di equivoci, le misure sociali sono finanziate interamente dai datori di lavoro: sarebbe quindi sbagliato, oltre che ingeneroso, affermare il contrario: ne prendano nota i promotori del referendum! Si tratta di misure importanti, dell’ordine di 20 milioni di franchi annui a regime nel 2021, che le vituperate aziende metteranno a disposizione per finanziare interventi di natura sociale a favore delle famiglie. E scusate se è poco!

Ecco perché non esito a definire il patto di paese sul quale i cittadini si esprimeranno il prossimo 29 aprile una svolta epocale. Da un lato si riduce in maniera contenuta l’imposizione fiscale sulla sostanza delle persone fisiche e sul capitale delle aziende e si incentivano anche gli investimenti nelle cosiddette start-up per aiutare soprattutto giovani imprenditori a creare posti di lavoro qualificati; dall’altra parte le aziende finanziano il pacchetto di misure sociali. Una cosa deve comunque essere ben chiara: senza accettazione del pacchetto fiscale, come opportunamente ricordato dal Governo e dallo stesso Gran Consiglio, le misure sociali cadranno di conseguenza, poiché verrebbe meno la volontà politica che sorregge la logica alla base dell’intero progetto di riforma.

Alle cittadine e ai cittadini ticinesi chiedo dunque di votare un sì convinto al progetto di riforma fiscale in votazione il prossimo 29 aprile, che – se accolto – permetterà di far entrare in vigore anche il pacchetto di misure sociali finanziato dalle aziende.

 

Fabio Regazzi

Presidente AITI e Consigliere nazionale PPD

 

Corriere del Ticino, 21 aprile 2018

No a NO Billag senza catastrofismi

Siamo oramai in dirittura d’arrivo della campagna sull’iniziativa popolare denominata No Billag. Pur avendo preso parte a parecchie votazioni nel corso della mia attività politica, mai come in questa occasione il confronto è stato caratterizzato da toni così accesi, in taluni frangenti persino peggio di quanto era successo per la campagna di votazione sul completamento del Gottardo. La posta in gioco è innegabilmente molto alta, sia per quanto riguarda le prospettive del servizio pubblico radiotelevisivo che per i posti di lavoro che verrebbero toccati. Per sbaragliare subito il campo da possibili equivoci, personalmente voterò contro questa iniziativa, troppo estrema e mal concepita, perché si possa anche solo ipotizzare un sostegno, come ho già avuto modo di sottolineare intervenendo lo scorso mese di settembre in Consiglio nazionale. Se da un lato sono quindi d’accordo con le posizioni di fondo del comitato che si oppone all’iniziativa NO Billag, dall’altro non posso condividere i toni a volte catastrofisti e le enfatizzazioni di alcuni slogan utilizzati, che associano un eventuale accoglimento della stessa alla fine della nostra democrazia o addirittura della Svizzera, che peraltro è nata e si è sviluppata ben prima della SSR e sarà in grado – ne sono convinto – di sopravvivere anche ad una sua eventuale sparizione. Con questo non intendo certo minimizzare quelle che sarebbero le conseguenze qualora il popolo Svizzero dovesse accogliere tale dell’iniziativa. Segnerebbe né più né meno la fine del nostro ente radiotelevisivo pubblico. Il testo posto in votazione non lascia in effetti alcun spazio di interpretazione e chi sostiene il contrario o non ha letto l’articolo costituzionale oppure è in malafede. Quindi non può realisticamente esistere un piano B come taluni sostengono, proprio perché il tenore dell’iniziativa, almeno da questo punto di vista, non lascia adito a dubbi (“La Confederazione non sovvenziona alcuna emittente radiofonica e televisiva”, recita il cpv. 3 del nuovo art. 93 della Costituzione federale). Mi sono chiesto se i sostenitori della NO Billag, ma anche chi prova una certa simpatia alla stessa, sono realmente consapevoli di cosa succederà se il 4 marzo l’iniziativa dovesse essere accolta. La prima conseguenza è he il servizio pubblico radiotelevisivo così come l’abbiamo conosciuto fino ad oggi verrebbe di fatto azzerato con tutta una serie di implicazioni che occorre ponderare attentamente. Pensiamo da un lato ai ca. 6’000 dipendenti (di cui 1’200 in Ticino) che nel giro di pochi mesi si troverebbero senza un lavoro (e molti di loro con scarse possibilità di ricollocamento). Ma anche all’impoverimento del panorama mediatico radiotelevisivo che in alcuni ambiti come l’informazione, la cultura, gli approfondimenti, il dibattito politico, ecc. è inimmaginabile che possa essere sostituito da un’equivalente offerta di ipotetiche emittenti private, sicuramente poco attente alle nostre peculiarità regionali poiché orientate sui programmi nazionali più redditizi. Nel nostro Cantone poi, troppo piccolo per essere attrattivo, rischiamo di ritrovarci in una sorta di deserto mediatico visto lo scarso interesse economico che esso suscita. Il modello attuale, che prevede un mandato di servizio pubblico alla SSR è lungi dall’essere perfetto ma presenta anche molti pregi: ad esempio alla ripartizione delle risorse finanziarie per regione linguistica che tiene conto del principio della solidarietà tipicamente federalista della Svizzera, oppure al sostegno a 34 emittenti private per garantire un’offerta mediatica ampia e variegata, la cui esistenza verrebbe pure messa in pericolo. Ognuno di noi potrebbe avere un motivo per contestare l’operato della SSR (e lo dice uno che ha più volte espresso delle critiche nei confronti della RSI) ma è innegabile che il nostro ente radiotelevisivo pubblico rappresenta un patrimonio di conoscenze, esperienze e competenze formidabile che sarebbe irresponsabile azzerare con un colpo di spugna. Se poi analizziamo cosa ci viene prospettato in caso di accoglimento dell’iniziativa (un nebuloso e confuso sistema di asta delle concessioni), appare evidente che siamo di fronte ad un vero e proprio salto nel buio con tutte le conseguenze che ne deriverebbero.

Che nessuno si faccia però illusioni. Superato lo scoglio del 4 marzo, la SSR dovrà subito affrontare un serio e incisivo piano di riorientamento dell’offerta di servizio pubblico, che comporterà inevitabilmente un ridimensionamento delle risorse messe a disposizione e nel contempo un rafforzamento della collaborazione con gli attori privati del panorama mediatico. Ci vorrà coraggio, determinazione e soprattutto un sano bagno di umiltà perché altrimenti il prossimo tentativo –già preannunciato – di scardinare la SSR potrebbe andare a segno.

Se vogliamo dare una chance per riformare la SSR occorre quindi tenerla in vita per cui l’iniziativa NO Billag deve essere bocciata.

“Prima i nostri”: il rispetto della legalità non è un optional!

Il rispetto della legalità non è un optional e se vogliamo migliorare l’attrattività del nostro mercato del lavoro dobbiamo metterci in testa che la legge è uguale per tutti e soprattutto è imprescindibile.

In merito all’iniziativa denominata “Prima i nostri”, è stato dimostrato che l’iniziativa parlamentare “Prima i nostri! Per la modifica della legge di applicazione della preferenza indigena” e quella denominata “Prima i nostri! Imprese neocostituite che servono gli interessi economici del Cantone” sono state incompatibili con il diritto superiore, quindi illegali.

Anche il Consiglio federale, nel messaggio concernente la garanzia federale alla modifica della Costituzione cantonale ha ricordato che i margini di manovra del Canton Ticino sono molto limitati e che l’attuazione deve comunque rispettare il diritto superiore.

Quindi non è per un mero cavillo burocratico ma perchè il parere del Consiglio federale e del diritto superiore è fondamentale per una proposta che va a cambiare in un modo o nell’altro i possibili equilibri economici del Cantone.

Come Consigliere nazionale e come Presidente dell’Associazione industrie ticinesi ritengo che un Parlamento debba a priori rifiutare l’adozione di norme che non soddisfano il requisito della legalità. Per due ragioni.  La prima perché il nostro Stato di diritto deve essere rispettato e tutelato per controllare e limitare anche il potere statale attraverso la posizione di norme giuridiche. Il secondo motivo per cui proposte illegali devono a priori essere rifiutate da un Parlamento, riguarda il rispetto che le Istituzioni devono alle cittadine e ai cittadini. Approvare leggi illegali significa mettere in circolazione norme che non sono in grado di reggere ad una verifica giudiziaria. Leggi nate zoppe non potranno mai essere validamente applicate. I giudici ne constateranno i vizi e dichiareranno la loro nullità o inapplicabilità. Ne abbiamo avuto un esempio recente con la LIA.  Mi pertanto evidente che l’introduzione obbligatoria sul mercato del lavoro del principio della preferenza indigena non è compatibile con l’accordo sulla libera circolazione delle persone. Anzi, si tratta di una proposta illegale come precisato nel messaggio che rimanda la palla al Cantone Ticino: “non spetta al Consiglio federale esaminare nel quadro della procedura di conferimento della garanzia se la normativa di attuazione prevista è conforme con il diritto superiore. È invece compito delle autorità ticinesi assicurarsi che le disposizioni di esecuzione rispettino l’esiguo margine di manovra del diritto cantonale… La garanzia delle disposizioni della costituzione cantonale non si estende tuttavia all’esame della conformità delle iniziative di cui sopra con il diritto federale.”  In conclusione, come da tempo rilevato dalle associazioni economiche e dal medesimo Consiglio di Stato ticinese nel suo messaggio concernente le misure di attuazione, la proposta di introdurre la preferenza indigena a livello cantonale è e rimane illegale, a prescindere dalla garanzia federale, la quale è limitata, ribadisco, al testo dell’iniziativa e non alle proposte di attuazione. Quindi quella della garanzia federale all’iniziativa “Prima i nostri” è una semplice vittoria di Pirro. Per non illudere nuovamente i ticinesi tutto ciò va ricordato anche per evitare che leggi nate zoppe facciano la triste fine della LIA. A scanso di equivoci…

Soluzioni equilibrate sul salario minimo

La recente sentenza del Tribunale federale che ha autorizzato il Cantone di Neuchâtel a introdurre un salario minimo generale di 20 franchi l’ora, corrispondenti a 3’480 franchi mensili, ha spinto taluni a rivendicare l’adozione in Ticino di un salario minimo generalizzato di almeno 3’750 franchi mensili. Nessuno sembra tuttavia essersi posto una domanda fondamentale: cosa significherebbe l’adozione uniforme di un tale salario minimo per l’economia ticinese? Proverò pertanto a dare qualche risposta nell’ottica degli imprenditori, ovvero di chi crea e garantisce i posti di lavoro.

Ricordo anzitutto che dal 1 luglio 2018 saranno validi anche in Ticino i salari minimi obbligatori nell’ambito del contratto nazionale dell’industria metalmeccanica ed elettrica (Swissmem), il più grande contratto collettivo della Svizzera. Dopo lunghe trattative con i sindacati sono stati concordati salari minimi di 3’300 franchi mensili per il personale non qualificato e di 3’600 franchi mensili per quello qualificato. Questo contratto di lavoro prevede naturalmente diverse prestazioni extra salariali e vantaggi per il personale. Sono in effetti numerosi i contratti collettivi di lavoro firmati dalle parti sociali, dunque anche dai sindacati, che prevedono salari minimi compresi fra i 3’000 e i 3’300 franchi mensili, inferiori dunque al salario minimo generalizzato invocato da più parti. Se queste cifre sono abbastanza diffuse e condivise, significa che le parti sociali, che certamente meglio dello Stato e dei tribunali conoscono la situazione del mercato del lavoro e quella economica, li considerano una soluzione sostenibile e equilibrata che tiene conto dei diversi interessi in gioco. Non dimentichiamo che stiamo parlando di minimi salariali, e che la gran parte dei salari e delle prestazioni extra salariali pagate in Ticino sono ben superiori.

Come si vede già oggi nella realtà siamo discretamente lontani dai minimi salariali rivendicati dalla sinistra nostrana senza alcuna valutazione degli effetti economici e sociali della loro proposta. Per una regione di frontiera come il Ticino è fin troppo evidente che qualora il Consiglio di Stato e il Parlamento non adottassero salari minimi equilibrati la pressione dei lavoratori frontalieri a venire a lavorare in Ticino sarebbe ancora più grande, ottenendo quindi di fatto l’effetto contrario a quello auspicato.

Ho parlato volutamente di salari minimi al plurale in quanto molti (e in primis quelli che hanno lanciato e rispettivamente sostenuto l’iniziativa popolare) fingono di ignorare ciò che ha deciso il popolo ticinese due anni fa e che ora è iscritto nella Costituzione cantonale: non un salario minimo unico, bensì salari differenziati in base a una percentuale del salario mediano nazionale per mansione e settore economico interessati. Lo sappiamo bene che applicare salari minimi differenziati è più difficile, ma questa difficoltà deve essere addebitata prima di tutto al pressapochismo degli iniziativisti, i Verdi ticinesi, ma ciò non toglie al Governo e al Parlamento la loro responsabilità di dover applicare quanto è stato deciso dal popolo. Ci attendiamo pertanto soluzioni corrispondenti alla volontà popolare e soprattutto equilibrate, che sappiano ponderare bene i diversi elementi in gioco, compresi quelli di chi fa impresa che, spero, abbiamo almeno pari dignità rispetto alle rivendicazioni dei salariati e di chi li rappresenta.

Spiace invece constatare che oltre a comuni cittadini, deputati al Gran Consiglio, persone con cariche partitiche e persino parlamentari a Berna si lascino andare a critiche che denotano una scarsa se non nulla conoscenza dei meccanismi di funzionamento del mercato e soprattutto di un’azienda. Dal punto di vista economico il salario è prima di tutto uno dei costi importanti che un’azienda deve sostenere e non può essere considerato una variabile indipendente da tutto il resto, sulla quale si può intervenire a piacimento con decisioni politiche. Chiarito questo aspetto centrale, va anche ricordato che non spetta alle aziende risolvere attraverso i minimi salariali le fragilità sociali del nostro tempo.

Considerare gli imprenditori degli sfruttatori senza mai fare distinzioni, definire con il termine dispregiativo di “capannoni” gli stabilimenti industriali dove le lavoratrici e i lavoratori creano il valore aggiunto dell’azienda, rappresenta una deriva preoccupante per la nostra società. Un atteggiamento irresponsabile e irrispettoso nei confronti di quella parte importante di imprenditoria che ogni mese – non senza fatica – riesce a far quadrare i conti, colpevolmente alimentato da alcune forze politiche e sindacali più preoccupate del ritorno in termini di immagine che della ricerca di soluzioni praticabili nell’interesse comune.

 

Fabio Regazzi, presidente AITI

 

Pubblicato dal Corriere del Ticino, 01.09.2017

Dietro un grande politico c’è sempre…

Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, recita un adagio. Potrebbe valere, per analogia, anche per i politici: dietro un leader c’è sempre un grande staff, fatto di consiglieri e collaboratori. La lungimiranza e la capacità di un politico si misura anche nella scelta dei collaboratori più stretti, proprio per i benefici che possono portare in termini di propositività politica e culturale, ma anche organizzativa, dando corpo alle “visioni” politiche del leader o del partito.  Ad esempio cosa sarebbe stato Ronald Reagan, senza i giovani economisti della scuola di Chicago guidata da Milton Friedman, i veri ispiratori della reaganomics? O George Bush senior senza Condoleeza Rice la quale, giovanissima, proprio in virtù dei suoi studi sulla Russia, è stata chiamata come consigliera del presidente, poi Consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato? O anche Aldo Moro, senza le idee di Beniamino Andreatta e Silvio Berlusconi senza la capacità di mediazione e dialogo di Gianni Letta? O Barack Obama senza la consigliera politica Valerie Jarrett?

Lo staff gioca un ruolo centrale nell’attuare il programma di un rappresentante eletto, nello studio di dossier, nel fissare l’agenda, nel gestire i media, anche attraverso la non facile negoziazione di accordi tra i diversi attori, e nel fare da filtro alle sollecitazione esterne, soprattutto in un mondo iper mediatizzato come il nostro. Il ruolo di questi collaboratori è importante, perché spesso sono i garanti di una linea politica ma anche la memoria del leader e del partito stessi. Costituiscono il raccordo tra l’esterno e il leader, quando il politico non ha il tempo o la possibilità di essere informato su tutte le questioni che lo competono. Un po’ come lo era la Guardia pretoriana dell’imperatore nell’epoca romana. Oggi sono spesso donne e uomini nell’ombra, che lavorano ancora con tenacia e passione quando noi politici ci attardiamo all’ultimo impegno istituzionale della giornata, e di cui spesso occorre anche misurare il valore per la loro capacità di fungere da parafulmine, magari a nostra insaputa. A loro noi dobbiamo riconoscenza e rispetto, affinché possiamo meritare la loro lealtà, fiducia ed impegno ad oltranza. Il che non significa che debbano essere degli yes-woman o yes-man. Anzi, spesso queste persone, appunto perché non sono nominate da un’amministrazione, hanno una sensibilità e una capacità di giudizio più libera, che aiuta noi politici a decifrare logiche non sempre cristalline e che magari i nostri colleghi per tornaconto ci celano.

Faccio pertanto fatica a capire quei politici che rinunciano allo staff o inseriscono collaboratori che non sono in grado di fornire alcun contributo propositivo: a mio avviso ciò limita la nostra capacità di azione politica con ricadute negative, nel medio termine, per la nostra immagine di leader e – di riflesso – per quella del partito che rappresentiamo.

Perdiamo così la grande opportunità per circondarci di persone valide sui cui contare, nei momenti belli della carriera politica dove spesso loro raccolgono solo il riflesso del nostro successo, ma anche e soprattutto in quelli brutti, quando molti, compresi amici o presunti tali, si sono dileguati lasciandoci soli. In quei casi è bello sapere che c’è qualcuno su cui puoi contare.

 

 

Fabio Regazzi, consigliere nazionale

Fiscalità delle imprese: una riforma importante e necessaria

Il prossimo 12 febbraio, il popolo svizzero sarà chiamato a esprimersi in merito alla legge sulla Riforma III dell’imposizione delle imprese. Un progetto che rafforzerà le aziende sul nostro territorio con benefici per l’intera popolazione in termini di posti di lavoro e benessere.
Anzitutto è bene ricordare che questa legge è stata elaborata in seguito agli sviluppi del diritto fiscale internazionale e alle forti pressioni nei confronti del nostro Paese per abolire i regimi fiscali a statuto speciale a partire dal 1. gennaio 2019. Ed è proprio quanto si propone la riforma in votazione che, se dovesse cadere, esporrebbe le imprese svizzere attive all’estero a delle sanzioni e a doppie imposizioni, con conseguenze facilmente immaginabili. Tanto per inquadrare l’importanza del tema, ricordo che attualmente sottostanno a questi regimi fiscali (privilegiati) circa 24’000 imprese – tra cui giganti come Nestlé, Roche e Novartis – che impiegano 150’000 dipendenti e generano la metà delle entrate della Confederazione (5,4 miliardi di franchi) derivanti dalla sola imposta sull’utile. In Ticino, il 4,5% delle aziende beneficia di questo statuto speciale; esse garantiscono un gettito d’imposta sull’utile di circa 166 milioni di franchi che equivalgono al 20% del totale delle entrate fiscali derivanti dalle persone giuridiche.
In un contesto fortemente concorrenziale – numerosi Stati esteri perseguono ormai da diverso tempo una politica di costante diminuzione dei tassi di imposizione – anche la Svizzera è chiamata a reagire, pur nel rispetto della legislazione internazionale, per mantenere la competitività della propria piazza economica. Come detto in entrata, senza le misure previste dal testo in votazione, il carico fiscale per queste aziende aumenterebbe in maniera eccessiva provocando un autentico esodo e privando le finanze pubbliche federali, cantonali e comunali d’introiti miliardari, senza contare le inevitabili ripercussioni negative sul piano dell’occupazione e di indotto a livello regionale.
Ma non si tratta unicamente di arginare un problema: con la riforma proposta si vuole approfittare dell’elaborazione di una nuova legislazione per rafforzare la concorrenzialitàfiscale della nostra nazione. È in quest’ottica che s’inseriscono strumenti quali l’imposizione parziale dei redditi da brevetti e la deducibilità delle spese di ricerca; si intende così favorire e sostenere le attività nei settori della ricerca, dello sviluppo e dell’innovazione tecnologica, con conseguenti benefici da una parte per le imprese e, dall’altra, per il nostro sistema economico e sociale che potrà contare sulla creazione di nuovi posti di lavoro e maggiori introiti fiscali.
Lo strumento più incisivo previsto dalla riforma, come facilmente prevedibile, sarà rappresentato dalla riduzione dei tassi d’imposizione dell’utile. Diversi Cantoni, tra cui il Ticino, hanno già annunciato di voler procedere in tal senso per potersi garantire anche in futuro la competitività all’interno dei confini nazionali e nei confronti degli altri Paesi. La diminuzione delle aliquote d’imposizione permetterà di limitare l’aumento delle imposte per queste importanti aziende e, contemporaneamente, gioverà a tutte le piccole e medie imprese imposte in via ordinaria che vedranno diminuire il proprio carico fiscale.
In ogni caso, un intervento è inevitabile; quanto proposto dalla legge sulla Riforma III dell’imposizione delle imprese rappresenta una soluzione equilibrata per il mantenimento e rafforzamento della competitività del nostro Paese. Per tutti questi motivi vi invito a votare Sì alla riforma che, se accettata dal popolo, contribuirà a mantenere sul nostro territorio queste importanti imprese, rispettivamente ad attrarne altre, garantendo così posti di lavoro e finanziando nel contempo le prestazioni pubbliche grazie agli introiti fiscali che ne deriveranno.

Fabio Regazzi, consigliere nazionale, presidente Aiti

In La Regione, 13 gennaio 2017

Dalle mie scelte dipendono 130 famiglie

Il punto di partenza sono i festeggiamenti per i 70 anni del Gruppo Regazzi, azienda con sede a Gordola che si occupa di prodotti per l’edilizia. E dalla scelta, per questo compleanno, di mettere in prima fila i suoi apprendisti, cioè i giovani, che sono 15 dei 132 dipendenti: più del 10%.

È la foto della festa a testimoniarlo, con le persone dell’azienda, il Consigliere di Stato Christian Vitta, gli apprendisti e una classe di scuola media invitata per l’occasione. Un messaggio chiaro insomma: 70 anni ma uno spirito giovane.

“I giovani – afferma Fabio Regazzi – sono il nostro futuro, non solo per l’azienda ma anche per il nostro Cantone. Se noi abbiamo giovani formati, e quindi pronti a raccogliere le sfide del futuro, abbiamo un patrimonio sia per l’azienda, sia per la società. Una delle risposte alle iniziative che chiedono un maggior impiego della manodopera locale rispetto a quella estera, principio che condivido, è proprio nella formazione. Sono consapevole che non è l’unica risposta, ma è una delle strade principali che dobbiamo impegnarci sempre di più a percorrere”.

Di cosa si occupano i vostri apprendisti?
“I nostri ragazzi non si occupano solo di commercio ma sono impiegati anche nella produzione. Inoltre, grazie ad un’ottima collaborazione con la Divisione della formazione professionale del DECS, che desidero sottolineare, su nostra spinta abbiamo potuto introdurre in Ticino anche una percorso di apprendistato già esistente oltre Gottardo. Mi riferisco alla figura del policostruttore che, in buona sostanza, è colui che monta finestre e tapparelle sulle facciate degli edifici. La collaborazione tra pubblico e privato ha fornito in questa occasione un risultato apprezzabile”.

Come si pongono i ragazzi di oggi verso il mondo del lavoro?
“Ho l’impressione che oggi molti ragazzi tendono ancora a trascurare le professioni manuali. Un po’ per il condizionamento delle famiglie, che spingono verso lavori apparentemente più prestigiosi, e un po’ per una scarsa conoscenza di questi mestieri percepiti come meno attrattivi. Certi pregiudizi, come quello della fabbrica brutta e sporca, purtroppo non sono ancora stati superati. C’è quindi ancora un lavoro di sensibilizzazione da fare, anche a livello della scuola dell’obbligo”.

Però è chiaro che un giovane, sentendo anche il clima di precarietà che c’è in giro, può pensare che le professioni nel vostro settore saranno sempre quelle più attaccate dalle derive della globalizzazione, sia dal profilo salariale che da quello della sostituzione, con manodopera estera o con la robotica. Cosa risponde?
“Nel nostro settore abbiamo due contratti collettivi e i salari sono più che dignitosi. Certo si tratta di lavori fisicamente abbastanza impegnativi ma le condizioni sono buone. Posso poi assicurarle che nonostante la digitalizzazione e la robotica, ci sarà sempre bisogno del fattore umano. Inoltre l’apprendistato non è più un vicolo cieco come lo era in passato. Oggi, grazie alle passerelle formative, chi ha voglia di impegnarsi ha la possibilità di progredire e di scalare la piramide del lavoro. È un cambiamento importante che a molti ancora sfugge”.

Veniamo a lei. Come si concilia il ruolo di imprenditore che deve mandare avanti un’azienda, con il ruolo in politica e anche di presidente dell’AITI?
“A volte è difficile farli conciliare, è innegabile. Spesso la gestione di un’azienda non è facilmente compatibile con l’attività politica. Io ho la fortuna di avere dei collaboratori affidabili, seri e nei quali ho grande fiducia, che mi permettono di svolgere tutti i miei incarichi al meglio delle mie possibilità. Questa domanda mi permette di ricollegarmi a un appello che ha lanciato Christian Vitta quando è venuto a farci visita in azienda. Il Consigliere di Stato ha detto che ci vorrebbero più imprenditori impegnati nella gestione della cosa pubblica, in modo che sia gli imprenditori che la politica, riescano a capire meglio le rispettive esigenze. Secondo me ha ragione. Infatti, mi capita spesso di portare in azienda e in parlamento l’esperienza frutto del lavoro in questi due settori”.

Le capitano mai dei conflitti fra le due attività?
“Capitano, certo. Tutti sanno che il mio impegno politico è rivolto a sostenere le istanze del mondo da cui provengo, che è quello dell’economia. D’altra parte è naturale: tutte le persone hanno una storia alle spalle, dei valori, delle esperienze, ed è logico che il contributo di ognuno sia ispirato dal bagaglio di vita vissuta. L’importante è farlo in maniera aperta e trasparente. In definitiva comunque non vedo necessariamente una contrapposizione fra le due esigenze: se l’economia funziona bene ne beneficia anche la popolazione”.

Negli ultimi decenni i lavoratori hanno dovuto affrontare dei cambiamenti drastici ed epocali. E voi imprenditori?
“Lo stesso. I cambiamenti sono stati enormi per tutti. La situazione è molto diversa rispetto a quella che avevamo anche solo pochi anni fa. A livello di mercato il punto più difficile da gestire è quello legato alla competitività. Perché, tra i vari concorrenti, sono diverse le condizioni di partenza. In Svizzera abbiamo determinati standard salariali, ambientali, sociali, che ci penalizzano nel confronto internazionale. È un po’ come se in una partita di calcio la squadra avversaria potesse giocare con cinque giocatori in più e con regole diverse. Quando incontro dei clienti che in una trattativa mi fanno vedere l’offerta di un’azienda italiana, se la trattativa dipende solo dal prezzo di solito non abbiamo nessuna chance”.

Però sul mercato ci dovete stare, quindi come sopperite a questa disparità nella competizione?
“Con l’affidabilità, il servizio e anche mettendoci tanta passione e tanta competenza, che possiamo vantare da tre generazioni. Si tratta di valori immateriali ma che hanno un impatto importante sul lavoro e sulla soddisfazione del cliente. Dopodiché bisogna dire la verità: a fine anno non resta attaccato chissà che cosa, si lavora sempre sul filo del rasoio. Non facciamo il nostro lavoro per arricchirci, al contrario di quanto raccontano alcuni. Se facciamo un utile non vengono in ogni caso distribuiti dividendi: ogni franco che guadagniamo a fine anno lo devolviamo alle riserve o lo reinvestiamo in azienda. Questa è la nostra cultura aziendale, comune per altro a molte altre piccole-medie ditte di famiglia “.

Seguendo il suo ragionamento mi pare di poter dire che con la globalizzazione non vi siete arricchiti neppure voi. E allora perché ne difende alcuni principi come la Libera circolazione?
“È vero non ci siamo arricchiti neppure noi piccoli e medi imprenditori. E se lei mi chiedesse se preferirei tornare ai tempi che furono, posso certamente ammettere che un po’ li rimpiango. Ma è irrealistico, utopico. Io non difendo la globalizzazione ma mi rendo conto che l’unico modo per contrastarla è limitarne i danni, cogliendone le opportunità. Bisogna prendere atto che questo fenomeno mondiale c’è e bisogna cercare di gestirlo. Non si può fermare uno tsunami con una mano o illudendo la gente che possiamo vivere in una sorta di autarchia dorata”.

E non le viene mai la preoccupazione che questo tsunami non si possa gestire e che la situazione continui a peggiorare?
“La preoccupazione esiste, non lo nascondo. Anche perché oggi è diventato difficile far previsioni, tutto cambia a una velocità impressionante. Una volta si facevano piani a cinque o dieci anni. Adesso basta che arriva una decisione come quella sul cambio Euro-Franco, e devi stravolgere tutti i programmi. La nostra strategia è quella di mantenere delle basi solide per resistere ai venti e alle mareggiate che arrivano ormai a scadenza regolare.  In futuro non ci saranno più finestre di bel tempo prolungato, bisogna essere realisti, farsene una ragione e affrontare la situazione per quella che è. Alla fine la mia prima preoccupazione resta sempre la stessa: dalle mie scelte dipendono 130 famiglie a cui devo fare avere lo stipendio ad ogni fine del mese”.

Forse un’ancora a cui aggrapparsi è quella legata al territorio. Insistere sul messaggio che è importante dare lavoro alle aziende che operano in Ticino, che formano apprendisti, che svolgono anche un ruolo sociale.
“Questo è un punto dolente e decisivo. Molti oggi si focalizzano sugli imprenditori che sfruttano la manodopera per avere dei profitti. Purtroppo ci sono delle situazioni che corrispondono a questa descrizione e, sia chiaro, io non ho nessuna intenzione di difendere queste persone. Accade fra gli imprenditori come accade in tutte le categorie umane che ci sia gente che voglia lucrare senza avere il minimo scrupolo. Io resto convinto che fra gli imprenditori questa sia una minoranza. Credo invece che chi tra i privati fa capo a ditte che vengono dall’Italia sia più che una minoranza. Penso a chi si fa cambiare i serramenti, o sistemare il giardino, per non parlare della spesa. In Ticino su iniziative protezionistiche si raggiungo spesso maggioranze consistenti quando si tratta di regolare gli altri. Peccato però che poi molti si sentono liberi di rifornirsi anche oltrefrontiera. Ma se questa deve essere la logica, allora dico “Prima i nostri” anche quando si tratta di dare lavoro alle aziende ticinesi, e questo senza bisogno di fare un’iniziativa popolare ma affidandosi semplicemente al senso di responsabilità di ognuno. Nel nostro piccolo cerchiamo di fare passare il concetto di azienda responsabile attaccata al territorio. Non porteremo mai la ditta in Romania per avere vantaggi competitivi. E inoltre cerchiamo di essere attenti dal punto di vista sociale, ad esempio con delle piccole sponsorizzazioni per le varie realtà associative. È chiaro poi che questo discorso di spendere in Ticino va esteso anche e soprattutto all’Ente pubblico”.

Cioè?
“Se l’ente pubblico e le sue aziende non danno il buon esempio, diventa difficile chiedere attenzione alle singole persone. Il caso del travertino romano alla stazione di Bellinzona è emblematico. Rappresenta ciò che lo Stato non dovrebbe mai fare”.

Anche le imprese ticinesi però hanno fatto capo a ditte italiane, contribuendo ad inquinare il mercato.
“Non si può generalizzare. Ci sono competenze che in Ticino, e talvolta anche in Svizzera, non si trovano, perciò forzatamente bisogna far capo all’estero. Ma è vero che in alcuni casi anche il mondo dell’economia ticinese non ha dato il buon esempio. “.

Alla fine quel che ci manca di più oggi è la capacità di fare sistema. C’è una spaccatura sempre più profonda nella società ticinese. Gli imprenditori sono spesso dipinti come spregiudicati affamatori del popolo. Voi vi lamentate di uno Stato che svilisce il vostro ruolo e vi mette i bastoni tra le ruote. E lo Stato a sua volta è lacerato dalle dispute politiche. E alla fine in questa situazione in cui tutti si guardano in “cagnesco”, la comunità si disgrega e in pochi sono disponibili a darsi una mano.
“È esattamente questa la dinamica che ci sta mandando nella direzione sbagliata. In un momento difficile come questo ci sarebbe bisogno di fare esattamente il contrario. Bisognerebbe evitare tensioni, spaccature, pregiudizi. Ci vorrebbe un coraggioso reset totale, anche a costo di ripartire da zero. E dopo questo reset rimettersi a un tavolo – imprenditori, politica, sindacati ma anche singoli cittadini – per trovare il modo di tornare a far squadra e remare nella stessa direzione”.

Intervista su Liberatv, 29 novembre 2016

Si urla ormai come nei mercati paesani

Le misure proposte da Norman Gobbi per applicare «Prima i nostri» a livello di contratti di prestazione e mandati pubblici non sono affatto piaciute al presidente dell’Associazione industrie ticinesi (AITI) Fabio Regazzi. Il Corriere del Ticino lo ha intervistato.

La discussione su Prima i nostri è decollata, la Commissione parlamentare oggi terrà la sua seconda seduta, intanto sul tavolo del Governo sono arrivate le prime proposte firmate Norman Gobbi. È soddisfatto di questa partenza da contrario a quell’iniziativa?

“Per niente. Quanto farà questa commissione lo vedremo, mentre le idee di Gobbi sono ormai sul tavolo e di dominio pubblico. Di quella Nota a protocollo non ci piace proprio nulla. Inoltre mi preme ricordare che su quell’iniziativa, avallata sì dal popolo, ma che altro non è che uno slogan, dovrà in principio esserci la garanzia da parte della Confederazione per la modifica costituzionale”.

Ma l’idea di Gobbi si inserisce in un ambito non massicciamente legato al settore industriale che l’AITI rappresenta. Allora dove sta il problema?

“Vero che l’industria non verrebbe investita in prima battuta dato che interessa i contratti di prestazione e le commesse pubbliche. Ma se il Governo dovesse avallare questo modo di agire la diffusione è facile immaginare quali saranno i prossimi passi. Il problema qui è una volta ancora di fondo”.

Significa magari che lei, uscito sconfitto come molti altri da quella votazione, non vuole riconoscere la volontà popolare?

“Questo non l’ho detto e non lo penso. Non mi scaglio contro la volontà del popolo, ma nei confronti dei numerosi venditori di fumo. Ci hanno fatto votare, come sempre più spesso accade (vedi ad es. l’iniziativa sui salari minimi differenziati) uno slogan che di fatto è difficilmente applicabile. Il voto non ha cancellato la contraddizione di fondo tra la realtà e gli obiettivi. Questi signori invece di giocare con la pancia dei cittadini si assumano la responsabilità di far cadere l’acceso che oggi abbiamo al mercato europeo e le conseguenze negative che la nostra economia patirebbe. E’ ora che la smettano di far credere alla gente che possiamo decidere quello che vogliamo e, al contempo, mantenere le intese raggiunte con l’UE”.

È un po’ il ritornello che si ripete dal 9 febbraio 2014. Che senso ha ripeterlo in continuazione?

“Richiamare alla responsabilità chi getta il sasso e nasconde la mano. Forse è bene ricordare che fino ad oggi il popolo ha sempre confermato gli accordi bilaterali, compreso quello sulla libera circolazione. Se non li si vuole più si abbia il coraggio e la coerenza, assumendosene le conseguenze economiche e politiche, di lanciare un’iniziativa per disdirli. Ma fintanto che sono in vigore bisognerebbe finirla di presentare proposte che non sono conciliabili con il diritto superiore e che quindi non possiamo applicare. E a proposito di bilaterali forse è bene ricordare come la Seco lo scorso anno ha incaricato due prestigiosi istituti di ricerca al fine di quantificare l’effetto economico per il nostro paese di un’eventuale caduta degli accordi bilaterali. I risultati di questi studi sono univoci. Senza bilaterali staremmo peggio. Concretamente gli studi mostrano come l’abbandono dei bilaterali avrebbe significative ripercussioni negative per l’economia. L’effetto cumulato fino al 2035 consisterebbe in un’erosione del PIL svizzero di 460-630 miliardi di franchi. In neanche 20 anni, l’abbandono dei bilaterali costerebbe approssimativamente un PIL (o un «reddito annuo») svizzero attuale, con conseguente diminuzione dell’occupazione.”.

Oggi la libertà economica è a rischio?

“Lo è purtroppo. Per convenienza c’è chi dimentica bellamente che la libertà economica, uno dei capisaldi del modello di successo svizzero, è iscritta nella Costituzione federale ed è stata votata dal popolo, ma così si continua a scardinarla. La vera domanda oggi è: chi difende l’economia che crea posti di lavoro, che produce ricchezza e che genera importanti introiti fiscali? Fino a quando a sputare nel piatto in cui mangiano erano comunisti ed esagitati lo capivo, ma se ora ci si mettono anche i partiti di Governo, compresi quelli che si definiscono borghesi, e addirittura l’Esecutivo stesso, dove andremo a finire? Continuiamo pure a mettere paletti e a creare regole ovunque ma avanti di questo passo mi chiedo chi vorrà ancora fare impresa in Ticino?”.

Tornando all’idea di Gobbi, cosa vi sareste attesi dal Governo e dai suoi membri?

“Che dimostrino senso di responsabilità e un minimo di rispetto anche nei confronti dell’economia. Il compito di un Governo è di guidare il Paese non inseguire il consenso ad ogni costo. E invece qui non si capisce più nulla. Sembra che i ruoli istituzionali in Ticino non hanno più alcun valore, ognuno cucina le ricette che più gli gustano all’interno del suo dipartimento, incurante che è parte integrante di un collegio governativo. Inoltre spesso travalica i suoi ruoli e i suoi compiti. Ormai ci facciamo andare bene tutto, ma il fatto è che le invasioni di campo e le uscite nella persistente confusione non fanno altro che generare ulteriore caos. Sono sparate di marketing politico che non contribuiscono a risolvere nessun problema. Siamo oramai arrivati alla logica dei mercati paesani dove chi urla di più pretende di portarsi a casa la vacca”.

Cosa si attende oggi dal Governo?

“Mi è giunta voce che si vorrebbero incamminare lungo la strada delle verifiche e delle perizie giuridiche. Non mi piace l’idea di un Governo azzeccagarbugli. Dall’Esecutivo non mi attendo ulteriore burocrazia e il solito “Alibiübung” ma una chiara presa di posizione di principio. Di fronte a vincoli che violano manifestamente la libertà economica e il diritto superiore, compresi gli accordi internazionali, non si deve nemmeno entrare in materia. Smettiamola con questo gioco perverso dal quale usciremo tutti perdenti. Si vuole strangolare la gallina che fa le uova (non so se d’oro, ma le fa)? Lo si dica in modo chiaro ma ci si assuma anche le responsabilità”.

La discussione su Prima i nostri è decollata, la Commissione parlamentare oggi terrà la sua seconda seduta, intanto sul tavolo del Governo sono arrivate le prime proposte firmate Norman Gobbi. È soddisfatto di questa partenza da contrario a quell’iniziativa?

“Per niente. Quanto farà questa commissione lo vedremo, mentre le idee di Gobbi sono ormai sul tavolo e di dominio pubblico. Di quella Nota a protocollo non ci piace proprio nulla. Inoltre mi preme ricordare che su quell’iniziativa, avallata sì dal popolo, ma che altro non è che uno slogan, dovrà in principio esserci la garanzia da parte della Confederazione per la modifica costituzionale”.

Ma l’idea di Gobbi si inserisce in un ambito non massicciamente legato al settore industriale che l’AITI rappresenta. Allora dove sta il problema?

“Vero che l’industria non verrebbe investita in prima battuta dato che interessa i contratti di prestazione e le commesse pubbliche. Ma se il Governo dovesse avallare questo modo di agire la diffusione è facile immaginare quali saranno i prossimi passi. Il problema qui è una volta ancora di fondo”.

Significa magari che lei, uscito sconfitto come molti altri da quella votazione, non vuole riconoscere la volontà popolare?

“Questo non l’ho detto e non lo penso. Non mi scaglio contro la volontà del popolo, ma nei confronti dei numerosi venditori di fumo. Ci hanno fatto votare, come sempre più spesso accade (vedi ad es. l’iniziativa sui salari minimi differenziati) uno slogan che di fatto è difficilmente applicabile. Il voto non ha cancellato la contraddizione di fondo tra la realtà e gli obiettivi. Questi signori invece di giocare con la pancia dei cittadini si assumano la responsabilità di far cadere l’acceso che oggi abbiamo al mercato europeo e le conseguenze negative che la nostra economia patirebbe. E’ ora che la smettano di far credere alla gente che possiamo decidere quello che vogliamo e, al contempo, mantenere le intese raggiunte con l’UE”.

È un po’ il ritornello che si ripete dal 9 febbraio 2014. Che senso ha ripeterlo in continuazione?

“Richiamare alla responsabilità chi getta il sasso e nasconde la mano. Forse è bene ricordare che fino ad oggi il popolo ha sempre confermato gli accordi bilaterali, compreso quello sulla libera circolazione. Se non li si vuole più si abbia il coraggio e la coerenza, assumendosene le conseguenze economiche e politiche, di lanciare un’iniziativa per disdirli. Ma fintanto che sono in vigore bisognerebbe finirla di presentare proposte che non sono conciliabili con il diritto superiore e che quindi non possiamo applicare.

Oggi la libertà economica è a rischio?

“Lo è purtroppo. Per convenienza c’è chi dimentica bellamente che la libertà economica, uno dei capisaldi del modello di successo svizzero, è iscritta nella Costituzione federale ed è stata votata dal popolo, ma così si continua a scardinarla. La vera domanda oggi è: chi difende l’economia che crea posti di lavoro, che produce ricchezza e che genera importanti introiti fiscali? Fino a quando a sputare nel piatto in cui mangiano erano comunisti ed esagitati lo capivo, ma se ora ci si mettono anche i partiti di Governo, compresi quelli che si definiscono borghesi, e addirittura l’Esecutivo stesso, dove andremo a finire? Continuiamo pure a mettere paletti e a creare regole ovunque ma avanti di questo passo mi chiedo chi vorrà ancora fare impresa in Ticino?”.

Tornando all’idea di Gobbi, cosa vi sareste attesi dal Governo e dai suoi membri?

“Che dimostrino senso di responsabilità e un minimo di rispetto anche nei confronti dell’economia. Il compito di un Governo è di guidare il Paese non inseguire il consenso ad ogni costo. E invece qui non si capisce più nulla. Sembra che i ruoli istituzionali in Ticino non hanno più alcun valore, ognuno cucina le ricette che più gli gustano all’interno del suo dipartimento, incurante che è parte integrante di un collegio governativo. Inoltre spesso travalica i suoi ruoli e i suoi compiti. Ormai ci facciamo andare bene tutto, ma il fatto è che le invasioni di campo e le uscite nella persistente confusione non fanno altro che generare ulteriore caos. Sono sparate di marketing politico che non contribuiscono a risolvere nessun problema. Siamo oramai arrivati alla logica dei mercati paesani dove chi urla di più pretende di portarsi a casa la vacca”.

Cosa si attende oggi dal Governo?

“Mi è giunta voce che si vorrebbero incamminare lungo la strada delle verifiche e delle perizie giuridiche. Non mi piace l’idea di un Governo azzeccagarbugli. Dall’Esecutivo non mi attendo ulteriore burocrazia e il solito “Alibiübung” ma una chiara presa di posizione di principio. Di fronte a vincoli che violano manifestamente la libertà economica e il diritto superiore, compresi gli accordi internazionali, non si deve nemmeno entrare in materia. Smettiamola con questo gioco perverso dal quale usciremo tutti perdenti. Si vuole strangolare la gallina che fa le uova (non so se d’oro, ma le fa)? Lo si dica in modo chiaro ma ci si assuma anche le responsabilità”.