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Dietro un grande politico c’è sempre…

Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna, recita un adagio. Potrebbe valere, per analogia, anche per i politici: dietro un leader c’è sempre un grande staff, fatto di consiglieri e collaboratori. La lungimiranza e la capacità di un politico si misura anche nella scelta dei collaboratori più stretti, proprio per i benefici che possono portare in termini di propositività politica e culturale, ma anche organizzativa, dando corpo alle “visioni” politiche del leader o del partito.  Ad esempio cosa sarebbe stato Ronald Reagan, senza i giovani economisti della scuola di Chicago guidata da Milton Friedman, i veri ispiratori della reaganomics? O George Bush senior senza Condoleeza Rice la quale, giovanissima, proprio in virtù dei suoi studi sulla Russia, è stata chiamata come consigliera del presidente, poi Consigliere per la sicurezza nazionale e Segretario di Stato? O anche Aldo Moro, senza le idee di Beniamino Andreatta e Silvio Berlusconi senza la capacità di mediazione e dialogo di Gianni Letta? O Barack Obama senza la consigliera politica Valerie Jarrett?

Lo staff gioca un ruolo centrale nell’attuare il programma di un rappresentante eletto, nello studio di dossier, nel fissare l’agenda, nel gestire i media, anche attraverso la non facile negoziazione di accordi tra i diversi attori, e nel fare da filtro alle sollecitazione esterne, soprattutto in un mondo iper mediatizzato come il nostro. Il ruolo di questi collaboratori è importante, perché spesso sono i garanti di una linea politica ma anche la memoria del leader e del partito stessi. Costituiscono il raccordo tra l’esterno e il leader, quando il politico non ha il tempo o la possibilità di essere informato su tutte le questioni che lo competono. Un po’ come lo era la Guardia pretoriana dell’imperatore nell’epoca romana. Oggi sono spesso donne e uomini nell’ombra, che lavorano ancora con tenacia e passione quando noi politici ci attardiamo all’ultimo impegno istituzionale della giornata, e di cui spesso occorre anche misurare il valore per la loro capacità di fungere da parafulmine, magari a nostra insaputa. A loro noi dobbiamo riconoscenza e rispetto, affinché possiamo meritare la loro lealtà, fiducia ed impegno ad oltranza. Il che non significa che debbano essere degli yes-woman o yes-man. Anzi, spesso queste persone, appunto perché non sono nominate da un’amministrazione, hanno una sensibilità e una capacità di giudizio più libera, che aiuta noi politici a decifrare logiche non sempre cristalline e che magari i nostri colleghi per tornaconto ci celano.

Faccio pertanto fatica a capire quei politici che rinunciano allo staff o inseriscono collaboratori che non sono in grado di fornire alcun contributo propositivo: a mio avviso ciò limita la nostra capacità di azione politica con ricadute negative, nel medio termine, per la nostra immagine di leader e – di riflesso – per quella del partito che rappresentiamo.

Perdiamo così la grande opportunità per circondarci di persone valide sui cui contare, nei momenti belli della carriera politica dove spesso loro raccolgono solo il riflesso del nostro successo, ma anche e soprattutto in quelli brutti, quando molti, compresi amici o presunti tali, si sono dileguati lasciandoci soli. In quei casi è bello sapere che c’è qualcuno su cui puoi contare.

 

 

Fabio Regazzi, consigliere nazionale

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Fiscalità delle imprese: una riforma importante e necessaria

Il prossimo 12 febbraio, il popolo svizzero sarà chiamato a esprimersi in merito alla legge sulla Riforma III dell’imposizione delle imprese. Un progetto che rafforzerà le aziende sul nostro territorio con benefici per l’intera popolazione in termini di posti di lavoro e benessere.
Anzitutto è bene ricordare che questa legge è stata elaborata in seguito agli sviluppi del diritto fiscale internazionale e alle forti pressioni nei confronti del nostro Paese per abolire i regimi fiscali a statuto speciale a partire dal 1. gennaio 2019. Ed è proprio quanto si propone la riforma in votazione che, se dovesse cadere, esporrebbe le imprese svizzere attive all’estero a delle sanzioni e a doppie imposizioni, con conseguenze facilmente immaginabili. Tanto per inquadrare l’importanza del tema, ricordo che attualmente sottostanno a questi regimi fiscali (privilegiati) circa 24’000 imprese – tra cui giganti come Nestlé, Roche e Novartis – che impiegano 150’000 dipendenti e generano la metà delle entrate della Confederazione (5,4 miliardi di franchi) derivanti dalla sola imposta sull’utile. In Ticino, il 4,5% delle aziende beneficia di questo statuto speciale; esse garantiscono un gettito d’imposta sull’utile di circa 166 milioni di franchi che equivalgono al 20% del totale delle entrate fiscali derivanti dalle persone giuridiche.
In un contesto fortemente concorrenziale – numerosi Stati esteri perseguono ormai da diverso tempo una politica di costante diminuzione dei tassi di imposizione – anche la Svizzera è chiamata a reagire, pur nel rispetto della legislazione internazionale, per mantenere la competitività della propria piazza economica. Come detto in entrata, senza le misure previste dal testo in votazione, il carico fiscale per queste aziende aumenterebbe in maniera eccessiva provocando un autentico esodo e privando le finanze pubbliche federali, cantonali e comunali d’introiti miliardari, senza contare le inevitabili ripercussioni negative sul piano dell’occupazione e di indotto a livello regionale.
Ma non si tratta unicamente di arginare un problema: con la riforma proposta si vuole approfittare dell’elaborazione di una nuova legislazione per rafforzare la concorrenzialitàfiscale della nostra nazione. È in quest’ottica che s’inseriscono strumenti quali l’imposizione parziale dei redditi da brevetti e la deducibilità delle spese di ricerca; si intende così favorire e sostenere le attività nei settori della ricerca, dello sviluppo e dell’innovazione tecnologica, con conseguenti benefici da una parte per le imprese e, dall’altra, per il nostro sistema economico e sociale che potrà contare sulla creazione di nuovi posti di lavoro e maggiori introiti fiscali.
Lo strumento più incisivo previsto dalla riforma, come facilmente prevedibile, sarà rappresentato dalla riduzione dei tassi d’imposizione dell’utile. Diversi Cantoni, tra cui il Ticino, hanno già annunciato di voler procedere in tal senso per potersi garantire anche in futuro la competitività all’interno dei confini nazionali e nei confronti degli altri Paesi. La diminuzione delle aliquote d’imposizione permetterà di limitare l’aumento delle imposte per queste importanti aziende e, contemporaneamente, gioverà a tutte le piccole e medie imprese imposte in via ordinaria che vedranno diminuire il proprio carico fiscale.
In ogni caso, un intervento è inevitabile; quanto proposto dalla legge sulla Riforma III dell’imposizione delle imprese rappresenta una soluzione equilibrata per il mantenimento e rafforzamento della competitività del nostro Paese. Per tutti questi motivi vi invito a votare Sì alla riforma che, se accettata dal popolo, contribuirà a mantenere sul nostro territorio queste importanti imprese, rispettivamente ad attrarne altre, garantendo così posti di lavoro e finanziando nel contempo le prestazioni pubbliche grazie agli introiti fiscali che ne deriveranno.

Fabio Regazzi, consigliere nazionale, presidente Aiti

In La Regione, 13 gennaio 2017

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Dalle mie scelte dipendono 130 famiglie

Il punto di partenza sono i festeggiamenti per i 70 anni del Gruppo Regazzi, azienda con sede a Gordola che si occupa di prodotti per l’edilizia. E dalla scelta, per questo compleanno, di mettere in prima fila i suoi apprendisti, cioè i giovani, che sono 15 dei 132 dipendenti: più del 10%.

È la foto della festa a testimoniarlo, con le persone dell’azienda, il Consigliere di Stato Christian Vitta, gli apprendisti e una classe di scuola media invitata per l’occasione. Un messaggio chiaro insomma: 70 anni ma uno spirito giovane.

“I giovani – afferma Fabio Regazzi – sono il nostro futuro, non solo per l’azienda ma anche per il nostro Cantone. Se noi abbiamo giovani formati, e quindi pronti a raccogliere le sfide del futuro, abbiamo un patrimonio sia per l’azienda, sia per la società. Una delle risposte alle iniziative che chiedono un maggior impiego della manodopera locale rispetto a quella estera, principio che condivido, è proprio nella formazione. Sono consapevole che non è l’unica risposta, ma è una delle strade principali che dobbiamo impegnarci sempre di più a percorrere”.

Di cosa si occupano i vostri apprendisti?
“I nostri ragazzi non si occupano solo di commercio ma sono impiegati anche nella produzione. Inoltre, grazie ad un’ottima collaborazione con la Divisione della formazione professionale del DECS, che desidero sottolineare, su nostra spinta abbiamo potuto introdurre in Ticino anche una percorso di apprendistato già esistente oltre Gottardo. Mi riferisco alla figura del policostruttore che, in buona sostanza, è colui che monta finestre e tapparelle sulle facciate degli edifici. La collaborazione tra pubblico e privato ha fornito in questa occasione un risultato apprezzabile”.

Come si pongono i ragazzi di oggi verso il mondo del lavoro?
“Ho l’impressione che oggi molti ragazzi tendono ancora a trascurare le professioni manuali. Un po’ per il condizionamento delle famiglie, che spingono verso lavori apparentemente più prestigiosi, e un po’ per una scarsa conoscenza di questi mestieri percepiti come meno attrattivi. Certi pregiudizi, come quello della fabbrica brutta e sporca, purtroppo non sono ancora stati superati. C’è quindi ancora un lavoro di sensibilizzazione da fare, anche a livello della scuola dell’obbligo”.

Però è chiaro che un giovane, sentendo anche il clima di precarietà che c’è in giro, può pensare che le professioni nel vostro settore saranno sempre quelle più attaccate dalle derive della globalizzazione, sia dal profilo salariale che da quello della sostituzione, con manodopera estera o con la robotica. Cosa risponde?
“Nel nostro settore abbiamo due contratti collettivi e i salari sono più che dignitosi. Certo si tratta di lavori fisicamente abbastanza impegnativi ma le condizioni sono buone. Posso poi assicurarle che nonostante la digitalizzazione e la robotica, ci sarà sempre bisogno del fattore umano. Inoltre l’apprendistato non è più un vicolo cieco come lo era in passato. Oggi, grazie alle passerelle formative, chi ha voglia di impegnarsi ha la possibilità di progredire e di scalare la piramide del lavoro. È un cambiamento importante che a molti ancora sfugge”.

Veniamo a lei. Come si concilia il ruolo di imprenditore che deve mandare avanti un’azienda, con il ruolo in politica e anche di presidente dell’AITI?
“A volte è difficile farli conciliare, è innegabile. Spesso la gestione di un’azienda non è facilmente compatibile con l’attività politica. Io ho la fortuna di avere dei collaboratori affidabili, seri e nei quali ho grande fiducia, che mi permettono di svolgere tutti i miei incarichi al meglio delle mie possibilità. Questa domanda mi permette di ricollegarmi a un appello che ha lanciato Christian Vitta quando è venuto a farci visita in azienda. Il Consigliere di Stato ha detto che ci vorrebbero più imprenditori impegnati nella gestione della cosa pubblica, in modo che sia gli imprenditori che la politica, riescano a capire meglio le rispettive esigenze. Secondo me ha ragione. Infatti, mi capita spesso di portare in azienda e in parlamento l’esperienza frutto del lavoro in questi due settori”.

Le capitano mai dei conflitti fra le due attività?
“Capitano, certo. Tutti sanno che il mio impegno politico è rivolto a sostenere le istanze del mondo da cui provengo, che è quello dell’economia. D’altra parte è naturale: tutte le persone hanno una storia alle spalle, dei valori, delle esperienze, ed è logico che il contributo di ognuno sia ispirato dal bagaglio di vita vissuta. L’importante è farlo in maniera aperta e trasparente. In definitiva comunque non vedo necessariamente una contrapposizione fra le due esigenze: se l’economia funziona bene ne beneficia anche la popolazione”.

Negli ultimi decenni i lavoratori hanno dovuto affrontare dei cambiamenti drastici ed epocali. E voi imprenditori?
“Lo stesso. I cambiamenti sono stati enormi per tutti. La situazione è molto diversa rispetto a quella che avevamo anche solo pochi anni fa. A livello di mercato il punto più difficile da gestire è quello legato alla competitività. Perché, tra i vari concorrenti, sono diverse le condizioni di partenza. In Svizzera abbiamo determinati standard salariali, ambientali, sociali, che ci penalizzano nel confronto internazionale. È un po’ come se in una partita di calcio la squadra avversaria potesse giocare con cinque giocatori in più e con regole diverse. Quando incontro dei clienti che in una trattativa mi fanno vedere l’offerta di un’azienda italiana, se la trattativa dipende solo dal prezzo di solito non abbiamo nessuna chance”.

Però sul mercato ci dovete stare, quindi come sopperite a questa disparità nella competizione?
“Con l’affidabilità, il servizio e anche mettendoci tanta passione e tanta competenza, che possiamo vantare da tre generazioni. Si tratta di valori immateriali ma che hanno un impatto importante sul lavoro e sulla soddisfazione del cliente. Dopodiché bisogna dire la verità: a fine anno non resta attaccato chissà che cosa, si lavora sempre sul filo del rasoio. Non facciamo il nostro lavoro per arricchirci, al contrario di quanto raccontano alcuni. Se facciamo un utile non vengono in ogni caso distribuiti dividendi: ogni franco che guadagniamo a fine anno lo devolviamo alle riserve o lo reinvestiamo in azienda. Questa è la nostra cultura aziendale, comune per altro a molte altre piccole-medie ditte di famiglia “.

Seguendo il suo ragionamento mi pare di poter dire che con la globalizzazione non vi siete arricchiti neppure voi. E allora perché ne difende alcuni principi come la Libera circolazione?
“È vero non ci siamo arricchiti neppure noi piccoli e medi imprenditori. E se lei mi chiedesse se preferirei tornare ai tempi che furono, posso certamente ammettere che un po’ li rimpiango. Ma è irrealistico, utopico. Io non difendo la globalizzazione ma mi rendo conto che l’unico modo per contrastarla è limitarne i danni, cogliendone le opportunità. Bisogna prendere atto che questo fenomeno mondiale c’è e bisogna cercare di gestirlo. Non si può fermare uno tsunami con una mano o illudendo la gente che possiamo vivere in una sorta di autarchia dorata”.

E non le viene mai la preoccupazione che questo tsunami non si possa gestire e che la situazione continui a peggiorare?
“La preoccupazione esiste, non lo nascondo. Anche perché oggi è diventato difficile far previsioni, tutto cambia a una velocità impressionante. Una volta si facevano piani a cinque o dieci anni. Adesso basta che arriva una decisione come quella sul cambio Euro-Franco, e devi stravolgere tutti i programmi. La nostra strategia è quella di mantenere delle basi solide per resistere ai venti e alle mareggiate che arrivano ormai a scadenza regolare.  In futuro non ci saranno più finestre di bel tempo prolungato, bisogna essere realisti, farsene una ragione e affrontare la situazione per quella che è. Alla fine la mia prima preoccupazione resta sempre la stessa: dalle mie scelte dipendono 130 famiglie a cui devo fare avere lo stipendio ad ogni fine del mese”.

Forse un’ancora a cui aggrapparsi è quella legata al territorio. Insistere sul messaggio che è importante dare lavoro alle aziende che operano in Ticino, che formano apprendisti, che svolgono anche un ruolo sociale.
“Questo è un punto dolente e decisivo. Molti oggi si focalizzano sugli imprenditori che sfruttano la manodopera per avere dei profitti. Purtroppo ci sono delle situazioni che corrispondono a questa descrizione e, sia chiaro, io non ho nessuna intenzione di difendere queste persone. Accade fra gli imprenditori come accade in tutte le categorie umane che ci sia gente che voglia lucrare senza avere il minimo scrupolo. Io resto convinto che fra gli imprenditori questa sia una minoranza. Credo invece che chi tra i privati fa capo a ditte che vengono dall’Italia sia più che una minoranza. Penso a chi si fa cambiare i serramenti, o sistemare il giardino, per non parlare della spesa. In Ticino su iniziative protezionistiche si raggiungo spesso maggioranze consistenti quando si tratta di regolare gli altri. Peccato però che poi molti si sentono liberi di rifornirsi anche oltrefrontiera. Ma se questa deve essere la logica, allora dico “Prima i nostri” anche quando si tratta di dare lavoro alle aziende ticinesi, e questo senza bisogno di fare un’iniziativa popolare ma affidandosi semplicemente al senso di responsabilità di ognuno. Nel nostro piccolo cerchiamo di fare passare il concetto di azienda responsabile attaccata al territorio. Non porteremo mai la ditta in Romania per avere vantaggi competitivi. E inoltre cerchiamo di essere attenti dal punto di vista sociale, ad esempio con delle piccole sponsorizzazioni per le varie realtà associative. È chiaro poi che questo discorso di spendere in Ticino va esteso anche e soprattutto all’Ente pubblico”.

Cioè?
“Se l’ente pubblico e le sue aziende non danno il buon esempio, diventa difficile chiedere attenzione alle singole persone. Il caso del travertino romano alla stazione di Bellinzona è emblematico. Rappresenta ciò che lo Stato non dovrebbe mai fare”.

Anche le imprese ticinesi però hanno fatto capo a ditte italiane, contribuendo ad inquinare il mercato.
“Non si può generalizzare. Ci sono competenze che in Ticino, e talvolta anche in Svizzera, non si trovano, perciò forzatamente bisogna far capo all’estero. Ma è vero che in alcuni casi anche il mondo dell’economia ticinese non ha dato il buon esempio. “.

Alla fine quel che ci manca di più oggi è la capacità di fare sistema. C’è una spaccatura sempre più profonda nella società ticinese. Gli imprenditori sono spesso dipinti come spregiudicati affamatori del popolo. Voi vi lamentate di uno Stato che svilisce il vostro ruolo e vi mette i bastoni tra le ruote. E lo Stato a sua volta è lacerato dalle dispute politiche. E alla fine in questa situazione in cui tutti si guardano in “cagnesco”, la comunità si disgrega e in pochi sono disponibili a darsi una mano.
“È esattamente questa la dinamica che ci sta mandando nella direzione sbagliata. In un momento difficile come questo ci sarebbe bisogno di fare esattamente il contrario. Bisognerebbe evitare tensioni, spaccature, pregiudizi. Ci vorrebbe un coraggioso reset totale, anche a costo di ripartire da zero. E dopo questo reset rimettersi a un tavolo – imprenditori, politica, sindacati ma anche singoli cittadini – per trovare il modo di tornare a far squadra e remare nella stessa direzione”.

Intervista su Liberatv, 29 novembre 2016

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Si urla ormai come nei mercati paesani

Le misure proposte da Norman Gobbi per applicare «Prima i nostri» a livello di contratti di prestazione e mandati pubblici non sono affatto piaciute al presidente dell’Associazione industrie ticinesi (AITI) Fabio Regazzi. Il Corriere del Ticino lo ha intervistato.

La discussione su Prima i nostri è decollata, la Commissione parlamentare oggi terrà la sua seconda seduta, intanto sul tavolo del Governo sono arrivate le prime proposte firmate Norman Gobbi. È soddisfatto di questa partenza da contrario a quell’iniziativa?

“Per niente. Quanto farà questa commissione lo vedremo, mentre le idee di Gobbi sono ormai sul tavolo e di dominio pubblico. Di quella Nota a protocollo non ci piace proprio nulla. Inoltre mi preme ricordare che su quell’iniziativa, avallata sì dal popolo, ma che altro non è che uno slogan, dovrà in principio esserci la garanzia da parte della Confederazione per la modifica costituzionale”.

Ma l’idea di Gobbi si inserisce in un ambito non massicciamente legato al settore industriale che l’AITI rappresenta. Allora dove sta il problema?

“Vero che l’industria non verrebbe investita in prima battuta dato che interessa i contratti di prestazione e le commesse pubbliche. Ma se il Governo dovesse avallare questo modo di agire la diffusione è facile immaginare quali saranno i prossimi passi. Il problema qui è una volta ancora di fondo”.

Significa magari che lei, uscito sconfitto come molti altri da quella votazione, non vuole riconoscere la volontà popolare?

“Questo non l’ho detto e non lo penso. Non mi scaglio contro la volontà del popolo, ma nei confronti dei numerosi venditori di fumo. Ci hanno fatto votare, come sempre più spesso accade (vedi ad es. l’iniziativa sui salari minimi differenziati) uno slogan che di fatto è difficilmente applicabile. Il voto non ha cancellato la contraddizione di fondo tra la realtà e gli obiettivi. Questi signori invece di giocare con la pancia dei cittadini si assumano la responsabilità di far cadere l’acceso che oggi abbiamo al mercato europeo e le conseguenze negative che la nostra economia patirebbe. E’ ora che la smettano di far credere alla gente che possiamo decidere quello che vogliamo e, al contempo, mantenere le intese raggiunte con l’UE”.

È un po’ il ritornello che si ripete dal 9 febbraio 2014. Che senso ha ripeterlo in continuazione?

“Richiamare alla responsabilità chi getta il sasso e nasconde la mano. Forse è bene ricordare che fino ad oggi il popolo ha sempre confermato gli accordi bilaterali, compreso quello sulla libera circolazione. Se non li si vuole più si abbia il coraggio e la coerenza, assumendosene le conseguenze economiche e politiche, di lanciare un’iniziativa per disdirli. Ma fintanto che sono in vigore bisognerebbe finirla di presentare proposte che non sono conciliabili con il diritto superiore e che quindi non possiamo applicare. E a proposito di bilaterali forse è bene ricordare come la Seco lo scorso anno ha incaricato due prestigiosi istituti di ricerca al fine di quantificare l’effetto economico per il nostro paese di un’eventuale caduta degli accordi bilaterali. I risultati di questi studi sono univoci. Senza bilaterali staremmo peggio. Concretamente gli studi mostrano come l’abbandono dei bilaterali avrebbe significative ripercussioni negative per l’economia. L’effetto cumulato fino al 2035 consisterebbe in un’erosione del PIL svizzero di 460-630 miliardi di franchi. In neanche 20 anni, l’abbandono dei bilaterali costerebbe approssimativamente un PIL (o un «reddito annuo») svizzero attuale, con conseguente diminuzione dell’occupazione.”.

Oggi la libertà economica è a rischio?

“Lo è purtroppo. Per convenienza c’è chi dimentica bellamente che la libertà economica, uno dei capisaldi del modello di successo svizzero, è iscritta nella Costituzione federale ed è stata votata dal popolo, ma così si continua a scardinarla. La vera domanda oggi è: chi difende l’economia che crea posti di lavoro, che produce ricchezza e che genera importanti introiti fiscali? Fino a quando a sputare nel piatto in cui mangiano erano comunisti ed esagitati lo capivo, ma se ora ci si mettono anche i partiti di Governo, compresi quelli che si definiscono borghesi, e addirittura l’Esecutivo stesso, dove andremo a finire? Continuiamo pure a mettere paletti e a creare regole ovunque ma avanti di questo passo mi chiedo chi vorrà ancora fare impresa in Ticino?”.

Tornando all’idea di Gobbi, cosa vi sareste attesi dal Governo e dai suoi membri?

“Che dimostrino senso di responsabilità e un minimo di rispetto anche nei confronti dell’economia. Il compito di un Governo è di guidare il Paese non inseguire il consenso ad ogni costo. E invece qui non si capisce più nulla. Sembra che i ruoli istituzionali in Ticino non hanno più alcun valore, ognuno cucina le ricette che più gli gustano all’interno del suo dipartimento, incurante che è parte integrante di un collegio governativo. Inoltre spesso travalica i suoi ruoli e i suoi compiti. Ormai ci facciamo andare bene tutto, ma il fatto è che le invasioni di campo e le uscite nella persistente confusione non fanno altro che generare ulteriore caos. Sono sparate di marketing politico che non contribuiscono a risolvere nessun problema. Siamo oramai arrivati alla logica dei mercati paesani dove chi urla di più pretende di portarsi a casa la vacca”.

Cosa si attende oggi dal Governo?

“Mi è giunta voce che si vorrebbero incamminare lungo la strada delle verifiche e delle perizie giuridiche. Non mi piace l’idea di un Governo azzeccagarbugli. Dall’Esecutivo non mi attendo ulteriore burocrazia e il solito “Alibiübung” ma una chiara presa di posizione di principio. Di fronte a vincoli che violano manifestamente la libertà economica e il diritto superiore, compresi gli accordi internazionali, non si deve nemmeno entrare in materia. Smettiamola con questo gioco perverso dal quale usciremo tutti perdenti. Si vuole strangolare la gallina che fa le uova (non so se d’oro, ma le fa)? Lo si dica in modo chiaro ma ci si assuma anche le responsabilità”.

La discussione su Prima i nostri è decollata, la Commissione parlamentare oggi terrà la sua seconda seduta, intanto sul tavolo del Governo sono arrivate le prime proposte firmate Norman Gobbi. È soddisfatto di questa partenza da contrario a quell’iniziativa?

“Per niente. Quanto farà questa commissione lo vedremo, mentre le idee di Gobbi sono ormai sul tavolo e di dominio pubblico. Di quella Nota a protocollo non ci piace proprio nulla. Inoltre mi preme ricordare che su quell’iniziativa, avallata sì dal popolo, ma che altro non è che uno slogan, dovrà in principio esserci la garanzia da parte della Confederazione per la modifica costituzionale”.

Ma l’idea di Gobbi si inserisce in un ambito non massicciamente legato al settore industriale che l’AITI rappresenta. Allora dove sta il problema?

“Vero che l’industria non verrebbe investita in prima battuta dato che interessa i contratti di prestazione e le commesse pubbliche. Ma se il Governo dovesse avallare questo modo di agire la diffusione è facile immaginare quali saranno i prossimi passi. Il problema qui è una volta ancora di fondo”.

Significa magari che lei, uscito sconfitto come molti altri da quella votazione, non vuole riconoscere la volontà popolare?

“Questo non l’ho detto e non lo penso. Non mi scaglio contro la volontà del popolo, ma nei confronti dei numerosi venditori di fumo. Ci hanno fatto votare, come sempre più spesso accade (vedi ad es. l’iniziativa sui salari minimi differenziati) uno slogan che di fatto è difficilmente applicabile. Il voto non ha cancellato la contraddizione di fondo tra la realtà e gli obiettivi. Questi signori invece di giocare con la pancia dei cittadini si assumano la responsabilità di far cadere l’acceso che oggi abbiamo al mercato europeo e le conseguenze negative che la nostra economia patirebbe. E’ ora che la smettano di far credere alla gente che possiamo decidere quello che vogliamo e, al contempo, mantenere le intese raggiunte con l’UE”.

È un po’ il ritornello che si ripete dal 9 febbraio 2014. Che senso ha ripeterlo in continuazione?

“Richiamare alla responsabilità chi getta il sasso e nasconde la mano. Forse è bene ricordare che fino ad oggi il popolo ha sempre confermato gli accordi bilaterali, compreso quello sulla libera circolazione. Se non li si vuole più si abbia il coraggio e la coerenza, assumendosene le conseguenze economiche e politiche, di lanciare un’iniziativa per disdirli. Ma fintanto che sono in vigore bisognerebbe finirla di presentare proposte che non sono conciliabili con il diritto superiore e che quindi non possiamo applicare.

Oggi la libertà economica è a rischio?

“Lo è purtroppo. Per convenienza c’è chi dimentica bellamente che la libertà economica, uno dei capisaldi del modello di successo svizzero, è iscritta nella Costituzione federale ed è stata votata dal popolo, ma così si continua a scardinarla. La vera domanda oggi è: chi difende l’economia che crea posti di lavoro, che produce ricchezza e che genera importanti introiti fiscali? Fino a quando a sputare nel piatto in cui mangiano erano comunisti ed esagitati lo capivo, ma se ora ci si mettono anche i partiti di Governo, compresi quelli che si definiscono borghesi, e addirittura l’Esecutivo stesso, dove andremo a finire? Continuiamo pure a mettere paletti e a creare regole ovunque ma avanti di questo passo mi chiedo chi vorrà ancora fare impresa in Ticino?”.

Tornando all’idea di Gobbi, cosa vi sareste attesi dal Governo e dai suoi membri?

“Che dimostrino senso di responsabilità e un minimo di rispetto anche nei confronti dell’economia. Il compito di un Governo è di guidare il Paese non inseguire il consenso ad ogni costo. E invece qui non si capisce più nulla. Sembra che i ruoli istituzionali in Ticino non hanno più alcun valore, ognuno cucina le ricette che più gli gustano all’interno del suo dipartimento, incurante che è parte integrante di un collegio governativo. Inoltre spesso travalica i suoi ruoli e i suoi compiti. Ormai ci facciamo andare bene tutto, ma il fatto è che le invasioni di campo e le uscite nella persistente confusione non fanno altro che generare ulteriore caos. Sono sparate di marketing politico che non contribuiscono a risolvere nessun problema. Siamo oramai arrivati alla logica dei mercati paesani dove chi urla di più pretende di portarsi a casa la vacca”.

Cosa si attende oggi dal Governo?

“Mi è giunta voce che si vorrebbero incamminare lungo la strada delle verifiche e delle perizie giuridiche. Non mi piace l’idea di un Governo azzeccagarbugli. Dall’Esecutivo non mi attendo ulteriore burocrazia e il solito “Alibiübung” ma una chiara presa di posizione di principio. Di fronte a vincoli che violano manifestamente la libertà economica e il diritto superiore, compresi gli accordi internazionali, non si deve nemmeno entrare in materia. Smettiamola con questo gioco perverso dal quale usciremo tutti perdenti. Si vuole strangolare la gallina che fa le uova (non so se d’oro, ma le fa)? Lo si dica in modo chiaro ma ci si assuma anche le responsabilità”.

nucleare

No a un’uscita frettolosa e caotica dal nucleare

L’iniziativa popolare “Per un abbandono pianificato dell’energia nucleare” in votazione vuole vietare la costruzione di nuove centrali nucleari e limitare il periodo di attività di quelle esistenti. In caso di sua accettazione, le centrali Beznau 1 e 2 nonché la centrale di Mühlerberg dovrebbero essere spente nel 2017, quella di Gösgen nel 2024 e Leibstadt nel 2029.

Perché votare no all’iniziativa dei Verdi il 27 novembre prossimo? Perché la Svizzera uscirà comunque dal nucleare. Lo hanno deciso Governo e Parlamento nel 2011 dopo l’incidente nucleare di Fukushima, ma a differenza dell’iniziativa, lo farà in modo graduale attraverso la Strategia energetica 2050. Non costruiremo dunque più nuove centrali nucleari in Svizzera con l’attuale tecnologia. Per contro non chiuderemo la porta alle nuove tecnologie, contrariamente all’iniziativa. Finché le nostre centrali sono sicure, le lasciamo in funzione, poi saranno dismesse progressivamente. Anche perché fissare oggi una data limite per il loro funzionamento equivale ad espropriare tali strutture che potranno esigere dei risarcimenti molto elevati.

Il problema della sicurezza delle centrali nucleari, a cui tutti siamo evidentemente sensibili, fa giustamente dibattere molto. A questo riguardo va ricordato che dopo Fukushima le nostre centrali hanno superato gli “stress tests” europei e hanno dimostrato di essere molto sicure indipendentemente dal loro anno di messa in funzione.

Quanto ci costerà l’abbandono rapido del nucleare chiesto dall’iniziativa?

Se l’iniziativa venisse accettata, entro breve la produzione di energia elettrica in Svizzera diminuirebbe considerevolmente. Lo spegnimento di Beznau 1 e 2 e Mühleberg nel 2017 priverebbe la Svizzera di circa un terzo di elettricità prodotta attualmente con il nucleare, senza avere il tempo di sostituire con un’altra energia elettrica prodotta in Svizzera da fonti rinnovabili. La Svizzera dovrebbe così importarne dall’estero, soprattutto dalla Germana e dalla Francia, dove l’energia è prodotta anche da centrali nucleari o a carbone. Appunto.

Del resto per sostituire Mühleberg abbiamo bisogno di 700 pale eoliche, mentre oggi, anche a causa dei numerosi ricorsi (alcuni interposti proprio dalle associazioni che sostengono l’iniziativa…), la Svizzera ne dispone soltanto 32!

Quindi la Svizzera ha già deciso di uscire dal nucleare, anche in caso di rifiuto dell’iniziativa, con la differenza che lo farà in modo pianificato. Bisognerà nel contempo continuare ad investire nelle energie rinnovabili e continuare la ricerca e l’innovazione, dove c’è ancora un potenziale enorme. È uno dei tre punti della strategia energetica 2050 voluta dalla consigliera federale Leuthard e votata dal Parlamento federale, accanto a quelli per una maggiore efficacia energetica e la politica a sostegno del clima. L’iniziativa non porta dunque nulla di nuovo, salvo le forti controindicazioni che ho indicato.

Per questi motivi vi invito a respingere l’iniziativa popolare “per un abbandono pianificato dell’energia nucleare” il prossimo 27 novembre.

 

Fabio Regazzi, consigliere nazionale, presidente Aiti

2015.02.09.01.58.406304

Il Ticino e il futuro del traffico stradale

Circa l’85% delle distanze percorse in Svizzera per via terrestre lo sono su strada. Dal 1990 la mobilità è aumentata di circa il 20% sull’insieme della rete stradale, la cui lunghezza supera i 70’000 km. Si calcola che anche in futuro la mobilità sulle strade nazionali continuerà a crescere in modo significativo. In diversi suoi rami, questa rete è ormai satura e i veicoli sono sempre più bloccati in code.

Per assicurare lo sviluppo della nostra società e della sua economia è importante migliorare la fluidità del traffico in tutto il Paese. Per questi motivi le Camere federali hanno approvato nel corso dell’ultima sessione il nuovo fondo per le strade e il traffico d’agglomerato (FOSTRA), che costituisce indubbiamente una pietra miliare per quanto riguarda il finanziamento delle infrastrutture stradali. Dopo alcuni decenni di letargia durante l’era Leuenberger, la Consigliera federale Leuthard ha dunque avuto il merito di affrontare con decisione questo dossier e di portare in Parlamento un progetto di legge, che è poi stato ulteriormente affinato e migliorato nei vari passaggi fra le due Camere. Come relatore su questo messaggio posso senz’altro dirmi soddisfatto dell’esito finale, anche se inevitabilmente abbiamo dovuto fare qualche concessione.

Ma quali vantaggi per il Ticino? Con il FOSTRA disponiamo oggi di uno strumento che, al pari di quanto abbiamo fatto per la ferrovia con il finanziamento e ampliamento dell’infrastruttura ferroviaria (FAIF), rappresenta una solida base di finanziamento delle infrastrutture stradali e dei progetti di agglomerato. Assicura nel contempo una maggiore trasparenza circa la destinazione dei fondi. Rispetto alla situazione vigente abbiamo quindi fatto progressi significativi visto che da una lato avremo maggiori mezzi finanziari a disposizione (in totale 2.5 mia. di franchi dal 2018 che saliranno a 3 mia. dal 2021) e dall’altro il finanziamento sarà garantito sul lungo termine, consentendo in tal modo una migliore pianificazione degli investimenti. Altro aspetto importante del FOSTRA è stata l’inclusione di ca. 400 km di strade cantonali nella rete delle strade nazionali, che dal 2020 passeranno di proprietà alla Confederazione. Per quanto riguarda il Ticino le tratte in questione sono la Stabio-Gaggiolo e soprattutto il collegamento A2-A13, di cui molto si è discusso. Grazie al FOSTRA sono quindi state gettate le basi per poter finalmente realizzare questo importante collegamento stradale atteso da decenni dal locarnese. Non bisogna tuttavia farsi illusioni: i tempi saranno ancora piuttosto lunghi e bisognerà battersi a Berna affinché il progetto venga approvato dalle autorità federali, senza dimenticare che saremo in concorrenza con diversi progetti di altri Cantoni. Ulteriore aspetto positivo è che grazie ai fondi per gli agglomerati ci sono i presupposti per ottenere un importante finanziamento per il tram del luganese, uno dei progetti più importanti per il futuro dell’agglomerato di Lugano. Quindi se il Ticino si presenterà unito e propositivo, grazie al FOSTRA in futuro avremo ancora diverse opportunità per ottenere i finanziamenti federali per questi tre importanti progetti.

Come in tutte le cose c’è però un rovescio della medaglia: per finanziare tutti i progetti infrastrutturali verrà proposto un aumento aumento di 4 cts/l della benzina, ciò che corrisponde ad un introito annuo di ca. 200 mio di franchi. Ritengo che a fronte dei benefici che sono stati ottenuti, si tratta di un sacrificio sopportabile per gli automobilisti, tanto più che i proventi di questo aumento andranno integralmente a favore del FOSTRA e non alimenteranno quindi le casse generali della Confederazione.

In conclusione il FOSTRA costituisce un ottimo esempio di lavoro da parte della commissione dei trasporti di cui sono membro e del Parlamento: un lavoro molto intenso, non sempre facile visti gli interessi in gioco, ma che alla fine ha convinto tutte le parti. Visto che si tratta di una modifica costituzionale, sarà comunque il popolo a doversi esprimere. Personalmente sono fiducioso che il FOSTRA troverà un ampio consenso nella popolazione. Il mio appello non lo rivolgo solo agli automobilisti, ma a tutte le cittadine e i cittadini ticinesi dicendo loro che con il FOSTRA abbiamo la possibilità di finanziari nuovi progetti di mobilità, anche pubblica, e assicurare per il futuro infrastrutture stradali sicure ed efficienti. Non cogliere questa opportunità sarebbe puro autolesionismo e un errore clamoroso che ci riporterebbe alla casella di partenza: li invito quindi già sin d’ora a sostenere con convinzione questo importante pacchetto di misure. 

Fabio Regazzi, Consigliere nazionale

 Giornale del Popolo, 22 ottobre 2016

Amnisita

Amnistia fiscale: ultima chiamata!

Nel corso dell’ultima sessione della Camere federali il tema dell’amnistia fiscale è tornato di attualità. Il Consiglio nazionale ha infatti approvato con una consistente maggioranza (105 favorevoli, 79 contrari e 2 astenuti), e contro il parere del Consiglio federale, una mozione della Commissione economia e tributi che sostanzialmente chiede di elaborare un progetto di legge che conferisca ai Cantoni l’autonomia di procedere a una regolarizzazione fiscale unica del passato. Questa mozione, il cui testo è stato elaborato in stretta collaborazione con il Centro competenze tributarie della SUPSI, è in realtà scaturita da due iniziative parlamentari (una del sottoscritto e l’altra del collega Barazzone-PPD/GE), che chiedevano l’introduzione di un’amnistia fiscale federale. Nell’ambito delle discussioni che abbiamo avuto con alcuni colleghi di altri partiti del fronte borghese (la sinistra notoriamente è per principio contraria), ci siamo resi conto che le nostre iniziative avrebbero avuto scarse chances di superare lo scoglio parlamentare, viste anche le resistenze che giungono soprattutto da una parte dei deputati dei Cantoni protestanti. Per evitare il rischio di una più che probabile bocciatura, è allora nata l’idea di sottoporre un testo alla commissione competente con cui, invece dell’amnistia generale proposta dalle citate iniziative (che nel frattempo abbiamo ritirato), si concede tale facoltà ai singoli Cantoni. Lo spunto è venuto dalla sentenza del Tribunale federale del 30 marzo 2015 che, accogliendo due ricorsi contro l’amnistia fiscale adottata in votazione popolare dal Canton Ticino, ha fra le altre cose statuito che mancava la base legale a livello federale per concedere delle amnistie sul piano cantonale. Ed è proprio questa lacuna che la mozione adottata dal Consiglio nazionale intende colmare. In caso di accoglimento della stessa da parte della Camera alta, il Consiglio federale verrà incaricato di presentare un messaggio con le necessarie modifiche legislative affinché ai Cantoni venga conferita la facoltà di adottare un’amnistia fiscale nelle rispettive legislazioni tributarie. Si tratta quindi di una soluzione sicuramente meno incisiva rispetto all’ipotesi di amnistia a livello nazionale contenuta nella mia iniziativa parlamentare, ma che ha l’innegabile vantaggio di essere rispettosa del nostro federalismo. Inoltre, e questo è importante evidenziarlo, essa pone un vincolo importante: l’eventuale regolarizzazione fiscale dovrà avere un carattere eccezionale, e ciò per evitare il ricorso a questo strumento a scadenze regolari, come è avvenuto a più riprese nella vicina penisola. Inevitabilmente il tema dell’amnistia crea una tensione fra l’etica, in base alla quale è sbagliato premiare gli evasori, e la volontà di far riemergere averi che poi potranno essere tassati a beneficio delle casse pubbliche e quindi della collettività. Si tratta di un dilemma legittimo, che ognuno deve risolvere ponderando gli interessi in gioco secondo le proprie convinzioni. Per quanto mi riguarda (ma anche per la maggioranza dei cittadini ticinesi che hanno sostenuto la proposta di amnistia cantonale) il secondo aspetto, tenuto conto anche delle difficoltà per le finanze statali, appare chiaramente prevalente. Non a caso il tema è di stretta attualità in diversi Cantoni; in effetti è bene ricordare che, oltre al Ticino, diversi Cantoni (JU, GE, FR, VS per citarne alcuni) si stanno confrontando sull’ipotesi di adottare un’amnistia fiscale. Merita al riguardo di essere segnalato il Canton Giura, che ha introdotto un’amnistia fiscale fra il 2010 e il 2014: or bene, rispetto ad un obiettivo inizialmente dichiarato di 300 mio. di franchi, alla fine i capitali dichiarati sono stati ben 530 mio., quindi quasi il doppio, con conseguente aumento degli introiti fiscali annui pari a 3 mio. di franchi. Ipotizzando un’analoga amnistia in Canton Ticino, che vanta una popolazione di oltre 5 volte superiore, potremmo avere introiti annui supplementari di almeno 15 mio. di franchi all’anno, anche se è lecito presumere, vista la differente struttura fiscale dei due Cantoni, che in realtà saranno ben maggiori. Una somma che di certo non farebbe male alle asfittiche finanze del nostro Cantone, senza ovviamente dimenticare i Comuni. La speranza a questo punto è che il Consiglio degli Stati adotti la soluzione equilibrata e federalista votata dal Nazionale. Le premesse tuttavia non sembrano purtroppo molto positive: è infatti notizia di questi giorni che la competente commissione degli Stati propone a larga maggioranza (10 voti a 1) di respingere la citata mozione. Una decisione francamente incomprensibile per la Camera che istituzionalmente è chiamata a rappresentare i Cantoni e che dovrebbe quindi essere sennsibile al federalismo. Sarebbe comunque un vero peccato non cogliere questa opportunità.

Fabio Regazzi, consigliere nazionale PPD

 

Corriere del Ticino, 18 ottobre 2016

Ftia

Lettera aperta ad Andreas Meyer, CEO FFS

Chiusura sportello FTIA di Giubiasco — errare humanum est, perseverare autem Diabolicum

Egregio Direttor Meyer,

Le scrivo a seguito della lettura del comunicato diramato ieri sera dalla Federazione ticinese integrazione andicap (Ftia) dopo I‘incontro avuto venerdì scorso con i rappresentanti delle FFS riguardo il futuro delta biglietteria di Giubiasco. Stando alla comunicazione ricevuta, la posizione delle FFS è rimasta immutata e persevera nella volontà di chiudere definitivamente Io sportello. In alternativa le Ferrovie hanno espresso la volontà di integrare i collaboratori Ftia in aree o altri istituti.

Come lei sa, sul merito di quell‘infelice decisione ho già dedicato un‘interrogazione al Consiglio federale tuttora pendente. Se mi vedo costretto a rivolgerle oggi, signor Direttore, questo scritto è per manifestarle la mia profonda delusione di uomo e di politico per non voler mantenere la promessa che lei aveva avuto la cura di comunicarmi personalmente due settimane or sono per telefono. In quella conversazione mi segnalava un suo chiaro desiderio di rivedere una decisione di cui sembrava aver sottovalutato la portata negativa, sia per la reazione sollevata in Ticino sia a livello di immagine per le FFS.

Sono quindi rimasto basito alla lettura della sua proposta di compromesso che denota ancora una volta una scarsa conoscenza del progetto di Giubiasco. Le ricordo che esso si prefigge di includere professionalmente persone con andicap all‘interno di un progetto regionale più ampio di partenariato pubblico (cantone Ticino e comune di Giubiasco), para pubblico (FFS) e privati (penso in particolare ad associazioni che fanno capo ai servizi dello sportello). Grazie agli sforzi di questi partner, e non solo delle FFS, oggi la biglietteria permette di offrire cinque posti di formazione a persone con disabilità consentendo agli agli allievi di migliorare le proprie competenze grazie al contatto diretto con la clientela.

Mi sfugge invero la logica della reiterata posizione di chiusura da parte di FFS, che se concretizzata, da un Iato non muterà di una virgola ii piano di risparmi da 1.2 miliardi l‘anno già annunciato, dall‘altro si tradurre in un indecoroso smembramento di un progetto di formazione funzionante ed apprezzato da 15 anni, che ha contribuito a dare dignità professionale a diverse persone portatrici di andicap.

II valore di un‘azienda e dei suoi manager la si misura nelle capacità che dimostrano di avere nel saper riconoscere la diversità dei profili dei propri collaboratori adattandoli alle loro particolari esigenze. Capacità che consente loro anche di acquisire una migliore comprensione delle differenze tra gli utenti, le Ioro sensibilità, la loro provenienza regionale, soprattutto se periferica, senza contare del ritorno in termini di immagine per essere riconosciuta quale azienda socialmente responsabile. Voglio sperare che le FFS non abbiano del tutto perso questa capacità che da sempre la qualifica precipuamente come servizio al pubblico.

Concludo quindi con un auspicio che rappresenta nel contempo una nota di speranza: speranza che le FFS sappiano dare un futuro all‘importanza simbolica, umana, ma anche aziendale della biglietteria di Giubiasco al di là di ogni considerazione di ordine economico.

Per questo piccolo gesto, il Ticino ve ne sarà grato.

La ringrazio per l‘attenzione e porgo i miei migliori saluti.

 

Fabio Regazzi

Consigliere nazionale

Berna/Gordola, 26 settembre 2016

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Quell’economia verde ci mette in ginocchio

La Svizzera è già ai vertici delle principali classifiche sulla sostenibilità ambientale, il che è di per sé un onore, ma anche una missione per un’economia e una società avanzate come la nostra. Un dovere – e diciamocelo – anche una grande opportunità che ci porta ad investire nelle cosiddette cleantech, le energie pulite, alternative, innovative che alle nostre latitudini sono all’origine di un numero di brevetti depositati per persona…, ormai lo intuirete, tra i più alti al mondo.

È dunque più che lecito chiedersi dove trovi posto nel panorama politico l’iniziativa popolare “Economia verde”, oggetto in votazione il prossimo 25 settembre, che chiede che la Svizzera riduca la sua impronta ecologica entro il 2050 da 3 a 1 pianeta, o in altre parole riduca il consumo di risorse di quasi due terzi (-65%). Non ci vuole un luminare per capire che questo obiettivo è assurdo e irrealistico. Basti pensare che oggi solo economie sottosviluppate, che vivono di una produzione appena sufficiente per il paese stesso, come il Togo o le Filippine, raggiungono l’impronta ecologica auspicata dall’iniziativa.

Ancora una volta ci troviamo a dibattere di un’iniziativa irrealizzabile che prevede ampi spazi di delega alla politica per ogni sorta di soluzione qualora gli obiettivi troppo ambiziosi, per altro mai applicati in altre nazioni del mondo, non venissero raggiunti nei tempi prefissati.

La proposta è folle sotto diversi punti di vista, ma soprattutto per quanto riguarda le conseguenze che potrebbe avere per l’economia svizzera in generale, e per le aziende in particolare, soprattutto le piccole e medie, quelle che tutti a parole dicono di voler difendere.

L’obiettivo generale posto dall’iniziativa riguardo una gestione efficiente delle risorse è legittimo e non pone alcun problema. La maggior parte delle aziende hanno questa preoccupazione di preservare le risorse. Il guaio è semmai che gli obiettivi dell’iniziativa toccheranno le imprese a prescindere dagli sforzi che faranno in maniera spontanea per abbattere il loro impatto ambientale, poiché come detto gli scopi dell’iniziativa sono irrealizzabili nei tempi imposti, ossia il 2050. Bisognerà giocoforza adottare misure drastiche per diminuire i consumi, che andranno inevitabilmente ad incidere in modo importante nella nostri abitudini di vita. Lo Stato dovrà emettere prescrizioni severe che causeranno una nuova impennata della burocrazia, già asfissiante, e introdurre nuove tasse per ridurre la cosiddetta impronta ecologica di cui molti si sciacquano oggi la bocca senza sapere bene cosa sia. Si tratta invero di un lungo calcolo teorico, molto discutibile, che ci dice dove ci situiamo in termini di risorse consumate rispetto a quelle a disposizione del pianeta: oggi consumiamo come 3 pianeti, nel 2050 dovremmo consumare come uno. Un concetto – come spesso capita –  in voga quando l’iniziativa è stata lanciata, ma che nel frattempo ha perso slancio. Purtroppo però in caso di accettazione della proposta dei Verdi, la Svizzera sarebbe il primo paese a iscrivere la nozione questo concetto fumoso di impronta ecologica nella sua Costituzione e a dover di conseguenza ridurre industrie, impieghi, e conseguentemente anche il benessere che abbiamo faticosamente creato.

La politica energetica elvetica, come quella in altri settori, avrà successo anche in futuro se riuscirà a conciliare la protezione e l’utilizzo delle risorse con le esigenze dell’economia. È da quest’ultima che giunge il progresso tecnologico che negli ultimi anni ha permesso passi da gigante di cui approfitta non solo la Svizzera ma tutti i paesi industrializzati. Ed è in questo modo che la Svizzera sta contribuendo più di molti altri alla protezione del clima, ma smettiamola di pensare di assumere il ruolo di salvatori del pianeta come qualcuno vorrebbe lasciare intendere!

Il resto appartiene ad una politica ideologica e dogmatica che mi auguro il Popolo svizzero il prossimo 25 settembre saprà confinare al rango di esercizio di dialettica.

Per tutte queste ragioni voterò contro l’iniziativa popolare per “un’economia verde” e vi invito a fare altrettanto.

 

Fabio Regazzi, consigliere nazionale, presidente Associazione industrie ticinesi

Corriere del Ticino, 15 settembre 2016

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Prima i nostri: non illudiamo i ticinesi

In Ticino il popolo si sta oramai abituando a votare iniziative popolari o modifiche legislative che o non hanno sufficiente base legale oppure promettono quello che non sono in grado di mantenere. Purtroppo è il caso anche dell’iniziativa popolare “Prima i nostri!”, in votazione il prossimo 25 settembre, che prevede in particolare d’introdurre il principio della “preferenza indigena” e la “complementarietà professionale” tra lavoratori svizzeri e stranieri, nonché d’introdurre il principio della “reciprocità” nell’applicazione degli accordi internazionali fra la Svizzera e gli altri paesi, Italia in particolare.

Gli iniziativisti hanno sicuramente azzeccato il nome dell’iniziativa, ma il vantaggio della loro proposta si ferma qui. Tutti i cittadini di questo Cantone, imprenditori compresi, si augurano che chi risiede in Ticino possa avere un posto di lavoro confacente e una remunerazione adeguata. Ciò non è sempre il caso evidentemente, ma il cittadino chiamato a fare una scelta il prossimo 25 settembre deve chiedersi seriamente se l’iniziativa “Prima i nostri!” sia la soluzione miracolo come sostenuto dai suoi promotori oppure l’ennesimo specchietto per le allodole.

Vi sono innanzitutto delle pesanti obiezioni giuridiche che ci portano a dire che l’iniziativa in votazione non è applicabile in quanto in evidente contrasto con il diritto federale: in effetti le misure da adottare spetterebbero semmai alla Confederazione e non al Cantone. Compito in primo luogo di chi ha voluto proporre questa iniziativa sarebbe semmai quello di formulare proposte e modifiche legislative a livello nazionale con una sufficiente base giuridica e corrispondenti anche agli impegni internazionali che la Svizzera ha preso con altri paesi e che sono stati sostenuti in votazione dal popolo svizzero in più occasioni. Purtroppo questo lavoro, sicuramente oneroso e complesso, non è stato fatto: molto più facile e comodo lanciare un’iniziativa dal titolo accattivante e di facile presa sulla popolazione!

Chi si volesse dare la briga di leggere il testo dell’iniziativa, dovrebbe rendersi conto che le proposte sono solo fumo negli occhi. Si prevede ad esempio che “sul mercato del lavoro venga privilegiato a pari qualifiche professionali chi vive sul suo territorio per rapporto a chi proviene dall’estero”. Letto così sembrerebbe estremamente facile applicare il principio della preferenza indigena, ma cosa significa concretamente tradurre il principio costituzionale in una legge d’applicazione? Come si traduce in legge il concetto di “pari qualifiche professionali”? E’ evidente che nelle assunzioni non ci si può limitare alla sola presa in considerazione dei diplomi scolastici e professionali della persona ma è necessario tenere conto ad esempio del suo grado di esperienza o delle conoscenze professionali e linguistiche acquisite nel tempo.

Come imprenditore e come presidente dell’AITI posso dire a ragion veduta, e senza timore di essere smentito, che la maggior parte delle nostre imprese nell’assunzione dei collaboratori si rivolge regolarmente agli uffici regionali di collocamento e ha una sensibilità verso l’assunzione di manodopera residente. Sicuramente dobbiamo sensibilizzare ancor di più gli imprenditori ad avere un occhio di riguardo nelle assunzioni per i lavoratori residenti, ma è illusorio pensare che l’iniziativa popolare “Prima i nostri!” sia la soluzione miracolo che farà sparire la disoccupazione in Ticino e il dumping salariale, permettendo a ogni ticinese di vivere sogni tranquilli.

Il controprogetto all’iniziativa elaborato dal Parlamento e sostenuto dal Governo è certamente una soluzione pragmatica che permette di concretizzare l’obiettivo dell’iniziativa di privilegiare nelle assunzioni i residenti in Ticino, che ovviamente anche come AITI condividiamo. Il controprogetto, a differenza dell’iniziativa, è concreto e si integra meglio nelle soluzioni all’applicazione dell’articolo costituzionale sull’immigrazione di massa che saranno discusse e decise a breve termine dal Parlamento federale.

“Prima i nostri!” formula delle promesse allettanti ma irrealizzabili perché richiederebbero modifiche di leggi federali senza alcuna garanzia di legittimità costituzionale e introduce una burocrazia di accertamento molto onerosa, senza raggiungere l’obiettivo di dare la preferenza ai lavoratori residenti nelle assunzioni. Sarebbe ora di finirla di illudere i Ticinesi con proposte che non risolvono alcun problema ma che servono solo a perpetuare il clima di perenne campagna elettorale che viviamo in questo Cantone.

 

Fabio Regazzi, Consigliere nazionale e Presidente AITI

La Regione, 15 settembre 2016