“Il Ticino è industria: un’Agenda per la crescita dell’economia cantonale”, relazione all’Assemblea generale ordinaria AITI

Egregio Signor Consigliere federale Ignazio Cassis

Signor Consigliere di Stato Christian Vitta

Signor Consigliere di Stato Paolo Beltraminelli

Signor Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

Signor Roberto Badaracco, Municipale della città di Lugano

Signore e Signori Granconsiglieri

Presidenti e Direttori delle associazioni economiche

Gentili Ospiti

Care e cari Associati

Ringrazio innanzitutto l’assemblea dei soci di AITI che mi ha appena rieletto per un secondo triennio alla Presidenza dell’Associazione industrie ticinesi. Grazie per la fiducia! Sono fiero di essere alla testa di una gloriosa associazione indipendente e dinamica che rappresenta di uno dei settori più importanti dell’economia cantonale.

Vorrei ringraziare il Consigliere federale Ignazio Cassis per avere accettato volentieri l’invito a partecipare alla nostra assemblea annuale. Caro Ignazio la tua presenza qui oggi a Lugano ci onora particolarmente. Sono sicuro – e lo stai già dimostrando concretamente – che la tua presenza in Consiglio federale rappresenta un valore aggiunto non solo per la Svizzera italiana ma anche per il resto della Svizzera. Sei a capo ora di un Dipartimento – gli Affari esteri – molto importante per il nostro paese e per la nostra economia. Noi tutti confidiamo nelle tue indubbie capacità e viviamo con piacere la passione che metti in quello che fai. Una parte del successo della nostra economia dipende anche dalle buone politiche messe in atto dalla Confederazione. Gli imprenditori ne sono consapevoli.

Crediamo anche che la partecipazione dell’economia alla costruzione del benessere collettivo sia nell’interesse generale di tutta la nostra società. Sappi pertanto che gli imprenditori che si battono per un’economia sana e lungimirante saranno sempre a fianco di una politica altrettanto costruttiva che guarda al bene generale del Paese.

Prima di affrontare i temi centrali della mia relazione, mi preme ricordare che questo fine settimana ha luogo un’importante votazione cantonale sul pacchetto fiscale e sociale, che invito tutti a sostenere. Chi non si è ancora espresso per corrispondenza non faccia mancare il proprio voto!

Si tratta infatti di un passo necessario per permettere al Ticino di rientrare nella media nazionale a livello fiscale. Purtroppo il nostro Cantone è scivolato nelle ultime posizioni della competitività fiscale in Svizzera e se non invertiremo la rotta, con l’abbandono dei regimi fiscali speciali a livello cantonale rischiamo di perdere buoni contribuenti che priviligieranno inevitabilmente altri Cantoni o altre nazioni.

La conseguenza sarà un appesantimento della fiscalità generale a carico di chi rimane sul territorio, dunque principalmente le piccole e medie imprese e il ceto medio.

Non si tratta affatto di un regalo ai ricchi come è stato definito impropriamente. Il pacchetto fiscale è il risultato di un patto di paese fra aziende, cittadini e Stato. Il miglioramento della fiscalità sulla sostanza delle persone fisiche e sul capitale delle persone giuridiche è nell’interesse di tutti i contribuenti. Il supporto agli investimenti in aziende innovative risponde all’obiettivo di sostenere sempre più la creazione di posti di lavoro qualificati sul territorio. D’altra parte, con l’entrata in vigore di diverse misure sociali, interamente finanziate dalle aziende, rispondiamo alle esigenze concrete di molte famiglie ticinesi che vogliono meglio gestire la conciliabilità fra lavoro e famiglia. Un’operazione “win win” che non svuota affatto le casse pubbliche, bensì consolida il gettito fiscale e permette allo Stato di continuare a offrire alla collettività servizi pubblici di buon livello.

È per me un piacere potervi dare il benvenuto a questa 56ma Assemblea AITI. Filo conduttore della mia relazione è l’agenda che il mondo economico, le istituzioni e la politica e i cittadini devono mettere in atto per costruire il Ticino del futuro, quale parte integrante della Svizzera ma anche una regione economica importante a livello europeo e internazionale.

La mia sarà una descrizione dell’Agenda per l’industria e la crescita dell’economia cantonale che incentrerò su quattro temi, inevitabilmente legati tra di loro.

  1. L’industria nella trasformazione moderna
  2. Il ruolo degli imprenditori e dei lavoratori
  3. Un nuovo patto fra le parti sociali
  4. I temi che devono essere al centro dell’agenda politica

 

  1. L’industria nella trasformazione moderna

Viviamo un’epoca nella quale alle imprese e agli imprenditori viene richiesto di soddisfare numerose esigenze, ma non dimentichiamoci che lo scopo primario di ogni impresa è rimasto immutato nei secoli: fare profitto.

Il guadagno è infatti linfa essenziale di ogni azienda ed è la premessa per realizzare altri importanti obbiettivi: investimenti, creazione e mantenimento dei posti di lavoro, utilizzo delle nuove tecnologie, ricerca nell’ambito dei prodotti e dei processi produttivi, espansione verso nuovi mercati, gettito fiscale con il quale lo Stato eroga servizi essenziali a favore della collettività.

Di fronte all’ondata di populismo e di ipocrisia di chi considera il profitto come una sorta di delitto, vorrei ricordare Olof Palme, un socialista riformista, che diceva “Bisogna combattere la povertà non la ricchezza”. Parole di grande saggezza che sembrano però molto lontane dal pensiero di molti esponenti della sinistra nostrana tutt’oggi ancorati a schemi di lotta di classe di stampo marxista.

L’industria è entrata in una fase di profonde trasformazioni strutturali, legate prima di tutto alla globalizzazione e ai processi di digitalizzazione. Il progresso tecnologico detta le scelte economiche ma anche quelle politiche e sociali.

La storia delle nostre imprese è preziosa. Da essa deriva la loro capacità moderna d’innovare e trovare una collocazione adeguata nei mercati.

La storia è fatta di saperi tramandati da una generazione all’altra, di intuizioni che sono il frutto di competenze ma anche della capacità di guardare oltre il proprio orizzonte locale e nazionale. Nell’impresa dobbiamo dunque fare tesoro della storia, ma soprattutto come base di partenza e non quale vincolo per lo sviluppo stesso dell’azienda.

D’altra parte non possiamo affrontare la globalizzazione acriticamente. Se si ha però l’onestà di andare a leggere i dati e le situazioni si vedrà che la globalizzazione ha permesso di ridurre le disparità e sta facendo crescere economicamente continenti e nazioni rimaste in passato nel gruppo dei paesi poveri. Probabilmente però abbiamo davvero bisogno di gestire meglio la globalizzazione, per quanto possibile, creando il giusto mix di competitività, mercati e frontiere aperte, sostenendo le fasce più deboli della popolazione e rafforzando anche le loro competenze professionali.

Nella nostra società v’è chi pone le imprese in contrapposizione ai lavoratori e alla popolazione. In una realtà fatta quasi integralmente da piccole e medie aziende questa idea è completamente sbagliata, oltre che controproducente.

Aziende, lavoratori e cittadini sono tutti dalla stessa parte e tocca a ognuno di loro saper governare la globalizzazione. L’industria dell’era moderna è dunque quel luogo privilegiato dove si fa impresa, dove si innova, dove le persone fanno squadra, dove si anticipano i tempi e le tendenze che nuovi prodotti e processi produttivi andranno a creare. Ma oggi effettivamente l’azienda non è più solo quell’entità che dà un lavoro e un salario; è un attore sociale a pieno titolo e anche da questo punto di vista l’azienda è guardata e giudicata. Le collaboratrici e i collaboratori sono al centro del funzionamento dell’impresa. Non è tanto per dirlo ma perché le competenze delle persone diventano sempre più importanti e quelle aziende che sanno valorizzare queste competenze sanno anche imporsi rispetto alla concorrenza.

 

  1. Il ruolo degli imprenditori e dei lavoratori

“Se avessi chiesto ai miei clienti cosa avessero voluto, mi avrebbero risposto un cavallo più veloce”. Così si esprimeva l’imprenditore americano Henry Ford prima della fine del Novecento. Mentre Antoine de Saint-Exupery, famoso scrittore e aviatore francese diceva che “se vuoi costruire una nave, non radunare uomini solo per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”.

L’imprenditore ha l’obiettivo di far crescere la propria azienda e di trasmetterla nelle migliori condizioni alle future generazioni. Egli esprime dei valori che derivano sicuramente dalla proprietà e che sono coniugati nel lungo termine. L’imprenditore sa che il successo non è una vincita alla lotteria, immediata quanto effimera.

Egli non riversa la sua soddisfazione nel soddisfacimento contingente bensì nella crescita giorno dopo giorno della forza della propria azienda. Egli sa ascoltare il cliente e gli fornisce il bene o il servizio che richiede, tuttavia con la propria interpretazione del risultato.

L’imprenditore è il capitano di una squadra e come tale deve comportarsi. Sa mostrare la via e i mezzi per percorrerla ma anche essere ricettivo ai cambiamenti e al parere dei propri collaboratori. Oggi le imprese sono definite da reti di decisori; l’imprenditore è infine solo nelle decisioni ma non è solo nella loro determinazione e nella loro realizzazione. L’imprenditore è colui che sa vestire lo scopo e gli obiettivi dell’impresa con la sua visione del mondo, dei mercati e dei competitori. L’imprenditore ha un sogno e di esso deve fare partecipi i suoi collaboratori.

E’ possibile questo nel contesto di trasformazioni descritto al punto precedente? Si è possibile, è ancora possibile, perché la passione per la propria azienda e il proprio lavoro non può ancora – e aggiungo io fortunatamente – essere sostituita da un robot o da una macchina super intelligente. Certo, l’intelligenza artificiale darà ai robot capacità umane e forse noi umani potremmo un giorno fonderci con le macchine. Una prospettiva che può spaventare e che se del caso andrà governata. Nessuno sa dire con precisione dove ci porterà questa rivoluzione digitale, ma quello che è certo è che il cammino è tracciato e che lo sviluppo tecnologico non si fermerà.

La responsabilità sociale delle aziende da parte sua assegna un ruolo accresciuto alle collaboratrici e ai collaboratori delle imprese. Un buon clima di lavoro rafforza l’esercizio di espressione delle competenze delle persone. Il personale qualificato e i talenti, bene sempre più ricercato dalle imprese, sono attirati e mantenuti da aziende che sono capaci di avere una accresciuta sensibilità anche sociale e non più solo economica. Attenzione tuttavia a non voler cadere nella tentazione di regolare eccessivamente questi comportamenti virtuosi tramite leggi, lasciando invece tale compito alla responsabilità delle aziende stesse in un autentico spirito liberale.

 

3) Un nuovo patto fra le parti sociali

In Svizzera la rappresentanza delle parti sociali vive una situazione molto diversificata. In molte imprese esiste un rapporto diretto fra l’azienda e i lavoratori senza intermediazione e le cose funzionano senza particolari problemi e a piena soddisfazione di tutti. In altri contesti invece le parti sociali si sono affidate a contratti collettivi di lavoro, che non regolano solo gli aspetti salariali bensì molto di più.

Non possiamo non notare che il mondo del lavoro in Svizzera è percorso da tensioni crescenti.

Da un lato certamente vi possono essere motivi oggettivi dettati dal comportamento delle aziende che devono pur fare fronte alla competitività e alla globalizzazione con le armi a disposizione. Dall’altro lato notiamo però che una parte del sindacato assume un ruolo sempre più politico.

L’opinione pubblica viene istigata a considerare l’imprenditore come una sorta di criminale senza scrupoli; le distinzioni fra la buona imprenditoria (la gran parte) e la cattiva imprenditoria (la netta minoranza) sono sussurrate appena se non negate da chi cavalca una visione negativa dell’azienda.

In simili condizioni diventa difficile promuovere il dialogo. Eppure sarebbe più logico considerare imprenditori, aziende e lavoratori sulla medesima barca nel mare della globalizzazione. Non vince solo uno o l’altro: qui vincono o perdono tutti.

Giustamente, lo abbiamo già detto, all’impresa si chiede di avere anche un ruolo sociale. Ma anche ai lavoratori e a chi a volte li rappresenta ci permettiamo di chiedere qualcosa: comprendere le ragioni dell’impresa. Non ci può essere futuro in un mondo globalizzato senza entrare nel merito della flessibilità.

Alle imprese si chiede d’introdurre tutele crescenti dei lavoratori, ma in un mercato dove si deve soddisfare una produzione sempre più personalizzata non si può restare ancorati alle leggi e alle regole del passato. Flessibilità è per i sindacati un termine quasi tabù, per le aziende è invece un’esigenza imprescindibile.

Siamo e saremo sempre più una società digitale e interconnessa dove il lavoro sta conoscendo profonde trasformazioni. Il rifiuto di entrare in materia sulla flessibilità è un atteggiamento perdente che non solo non porterà alcun beneficio alle lavoratrici e ai lavoratori, ma che si rivelerà addirittura controproducente.

I sindacati ne prendano atto e abbadonino la visione della lotta di classe e dell’antagonismo verso le imprese. Colpire tutti per sanzionare (giustamente) gli abusi è un atteggiamento miope e poco lungimirante: la classica vittoria di Pirro.

 

4) I temi al centro dell’agenda politica ed economica

Al primo posto fra i temi che devono fare parte dell’agenda politica ed economica si pone l’innovazione. Essa è compito prima di tutto delle imprese. L’innovazione necessita di un ambiente favorevole e predisposto ad essa. Le aziende più abili nell’innovare sono quelle che le riservano un ruolo centrale nella strategia aziendale. Il compito degli imprenditori è dunque quello di cogliere per tempo questa necessità e di adoperarsi affinché tutta l’azienda sia un ambiente ricettivo all’innovazione.

Un altro fattore di successo della Svizzera è la cooperazione fra aziende e istituti accademici. Ne abbiamo un esempio in Ticino in particolare con la Supsi che è una scuola molto ricettiva all’innovazione e che lavora a stretto contatto con molte imprese industriali ticinesi per sviluppare progetti operativi promettenti a livello svizzero e internazionale. Questa soluzione della collaborazione fra aziende e scuole deve essere ulteriormente rafforzata.

Ma anche lo Stato ha un ruolo a sostegno dell’innovazione. Prima di tutto sostiene la ricerca fondamentale a livello universitario e la ricerca applicata nelle scuole universitarie professionali. Qui si tratta semmai di favorire ulteriormente la rapida trasmissione alle aziende dei risultati delle ricerche. Lo Stato ha pure il ruolo di sostenere tutti quegli enti sul territorio nazionale che hanno appunto il compito di trasferire le tecnologie e il sapere alle imprese. Ancora oggi circa la metà delle aziende svizzere ignora l’esistenza di Innosuisse, l’Agenzia svizzera per la promozione dell’innovazione, già denominata CTI (Commissione per la tecnologia e l’innovazione).

Dobbiamo tutti promuovere maggiormente la conoscenza di questi importanti gremi a sostegno dell’innovazione nelle aziende.

Non meno importante dell’innovazione è anche il tema della digitalizzazione. Anche questo è prima di tutto un compito delle imprese. Attraverso la digitalizzazione si creano nuovi modelli di business perché essa permette di ottimizzare i processi produttivi lungo tutta la catena di creazione del valore e soprattutto risponde alla domanda di produzione personalizzata, anche sulla scala più piccola delle PMI elvetiche sempre più rivolte ai mercati internazionali.

Il compito dello Stato è quello di favorire i processi aziendali di digitalizzazione. Due essenzialmente gli obiettivi: costituire un’infrastruttura informatica leader a livello mondiale, in quanto lo scambio di una mole di dati sempre maggiore a velocità sempre più elevate è la chiave del successo per la piena implementazione delle nuove tecnologie.

E creare altrettanto rapidamente le condizioni quadro giuridiche per quanto concerne la protezione dei dati, allo scopo di fare della Svizzera un luogo privilegiato nel mondo dello sviluppo delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione.

Un terzo tema centrale dell’Agenda politica ed economica è quello della formazione. La Svizzera, come sappiamo tutti, conosce un sistema tradizionale della formazione professionale duale che rappresenta ancora oggi la struttura portante di moltissime imprese svizzere. Se la Svizzera è un paese campione dell’innovazione nel mondo lo deve anche al fatto di avere sviluppato una formazione scolastica di base, una formazione professionale a livello secondario e terziario e una formazione accademica di ottimo livello. Occorre consolidare questa situazione aprendo tuttavia maggiormente la formazione ai processi di apprendimento dell’innovazione e della digitalizzazione. Qualche preoccupazione a questo proposito sorge. In Ticino assistiamo a continue polemiche politiche sull’evoluzione della scolarità obbligatoria che non lasciano presagire nulla di buono. Nell’ambito della formazione professionale scontiamo un decennale squilibrio fra formazioni più gettonate e formazioni che ogni anno presentano diversi posti di apprendistato liberi. Anche la suddivisione fra i sessi delle scelte professionali resta solidamente immutata a poche professioni.

Inoltre, le formazioni di livello terzario, quelle che portano all’ottenimento dei diplomi federali delle diverse professioni sono ancora troppo poco conosciute in Ticino.

Se la formazione svizzera vuole continuare a primeggiare nel mondo deve rapidamente adeguarsi alle esigenze formative dettate dalle nuove tecnologie. Anche per quanto concerne la formazione continua perché sempre più adulti sono confrontati alla necessità di aggiornare le proprie conoscenze professionali. La scuola oramai da tempo non ha più termine con il conseguimento di un attestato di capacità professionale, con un diploma federale o con una laurea. La scuola ci accompagna oramai durante tutte le fasi della vita.

Un quarto e ultimo tema che vorrei affrontare, ma ce ne sarebbero molti altri, è quello dell’accesso ai mercati, approfittando naturalmente anche della gradita presenza del nostro Ministro degli affari esteri. Come sappiamo e sovente ripetiamo, siamo un paese che guadagna 1 franco su 2 all’estero. Per le aziende svizzere la possibilità di accedere ai mercati esteri è fondamentale, così come lo è per le numerose aziende svizzere che nel tempo si sono internazionalizzate e producono pure all’estero.

La Svizzera ha sviluppato negli anni una rete capillare di accordi di libero scambio con una quarantina di paesi essenziali per la nostra economia.

La Svizzera è pure un paese che vede crescere l’importanza di mercati quali gli Stati Uniti, l’area asiatica e l’America del sud, senza dimenticare alcuni paesi dell’Est europeo. Ma l’Unione europea continua a restare il nostro principale partner politico e commerciale. Attendiamo di sentire dalle parole del Consigliere federale Ignazio Cassis il suo pensiero sull’impostazione della politica europea del Consiglio federale. Finalmente, e lo dico con sincero sollievo, il popolo svizzero sarà chiamato entro pochi anni a esprimersi sul quesito decisivo.

L’Unione democratica di centro dopo molte titubanze, si è infine decisa a chiedere in modo chiaro alle cittadine e ai cittadini svizzeri se vogliono mantenere oppure abbandonare il sistema degli accordi bilaterali che regolano le relazioni far la Svizzera e l’Unione europea. Per noi imprenditori la risposta è chiara, perché gli accordi bilaterali hanno portato più vantaggi che svantaggi, anche all’economia e alla popolazione ticinese nonostante i molti pareri contrari, tuttavia mai suffragati dalla realtà delle cifre.

Dal Consiglio federale anche le imprese ticinesi si attendono pertanto ogni sforzo tangibile e intangibile per mantenere l’apparato degli accordi bilaterali.

Gli imprenditori svizzeri e stranieri che investono in Svizzera hanno bisogno di stabilità. Quella stabilità tipicamente elvetica – delle norme giuridiche, politica, economica e monetaria e non ultimo sociale – che è un fattore d’attrazione per gli investimenti esteri nel nostro paese.

Al Consiglio federale gli imprenditori ticinesi chiedono una politica estera e una politica economica esterna moderne e orientate ai nuovi paradigmi di crescita economica e sociale a livello mondiale: tutela degli interessi economici elvetici nel mondo; sviluppo delle relazioni economiche e politiche anche al di fuori dell’Europa verso le nuove economie emergenti; garanzia dell’approvvigionamento energetico del paese; sostegno ai processi d’innovazione anche in un’ottica di collaborazione a livello internazionale fra imprese e fra istituzioni accademiche.

Tutto questo mantenendo naturalmente al centro dell’attenzione le nostre relazioni con l’Unione europea. Non esistono alternative credibili agli accordi bilaterali.

Diffidiamo dagli apprendisti stregoni e da chi preconizza un’autarchia della Svizzera, che farebbe scomparire in men che non si dica quanto di buono il nostro paese ha costruito nei secoli e nei decenni e che ha fatto la nostra fortuna. Dietro il “Made in Switzerland” non c’è chiusura, non c’è protezionismo. C’è invece il successo di un piccolo paese che è una delle potenze economiche del mondo, non per disgrazia altrui bensì per capacità proprie.

Gli imprenditori sono abituati a fare impresa con le regole a loro disposizione. Ma ciò non significa che si sia disposti ad accettare di tutto. Il vento della congiuntura volge al bello in questo 2018 anche se gli strascichi delle crisi economiche degli ultimi anni e del rafforzamento del franco svizzero non ci hanno abbandonato. Il contributo dell’industria nell’economia elvetica è importante e tutti devono adoperarsi per rafforzare la base produttiva nel nostro paese.

Se abbiamo superato tutti i momenti difficili dopo l’avvento degli accordi bilaterali Svizzera-UE lo dobbiamo a molti fattori, ma una buona parte del merito va riconosciuta agli imprenditori. Ma anche a uno splendido paese, la Svizzera, che continua a rappresentare nel mondo un grande laboratorio di esperienze, di convivenza fra religioni e culture differenti, di capacità professionali e innovative straordinarie. Signore e signori, questa è la Svizzera che vogliamo per cui adoperiamoci tutti affinché tale rimanga.

Buon lavoro, buoni affari e grazie dell’attenzione.

 

Fabio Regazzi, Presidente AITI

Saluto in occasione dell’Assemblea generale dell’Associazione svizzera dei aerodromi

Signor Matthias Jauslin, consigliere nazionale e Presidente Aero Club svizzero
Signora Andrea Muggli, direzione DATEC
Ing. Romano Bernegger, vice-direttore UFAC
Signor Paolo Caroni, vice-sindaco di Locarno
Ing. Markus Kaelin, membro di Direzione della Pilatus AG
Signor Yves Burkhardt, direttore Aero Club svizzero
Signor Jurg Marx, presidente dell’associazione svizzera degli aerodromi
Colonello Martin Hoessli, comandante della Base aerea di Locarno
Ing. Davide Pedrioli, delegato cantonale aviazione civile
Signore e Signori responsabili degli aeroporti svizzeri
Signore e signori,

Vi ringrazio per avermi invitato a portare un breve saluto nell’ambito della vostra assemblea.

Für mich als Politiker aus der Region Locarno, der einige Kilometer von hier aufgewachsen ist, stellt der Flughafen eine Präsenz und Grund für konstanten Stolz dar, vor allem wegen seiner militärischen, sportlichen und auch touristischen Bestimmung.
Im Verlauf meiner politischen Karriere hatte ich dann auch die Möglichkeit, die Flughafenrealität zu vertiefen, vor allem als Mitglied der Kommission für Verkehr und Fernmeldewesen des Nationalrats, welche regelmässig zu Themen über die Flugverkehrspolitik miteinbezogen wird, die wie andere Verkehrsträger in voller Entwicklung ist. Im Übrigen habe ich mich im letzten Jahr als Kommissionsberichterstatter um die Revision des Fluggesetzes gekümmert, die auf das Jahr 1948 zurückgeht.

Les améliorations apportées dans le cadre de la révision de la Loi sur l’aviation approuvée par le Chambres fédérales l’année dernière, ont introduit de nouveaux instruments de prévention des actes terroristes dirigés contre l’aviation civile, et a mis en place des procédures d’autorisation de collaboration plus efficaces par exemple avec Skyguide et d’autres prestataires de services de navigation aérienne.
Sur le plan helvétique, grâce à la présence de soixante aéroports régionaux et locaux, dont plus de la moitié sont à l’origine de mouvements d’aéronefs, l’aviation civile revêt une importance extraordinaire pour la Suisse. Elle assure la liaison de la Suisse avec l’Europe et le reste du monde. En générant un chiffre d’affaires de près de 10 milliards de francs (effets directs et indirects) et plus de 50 000 emplois équivalent temps plein, elle contribue significativement à la prospérité de la Suisse. Bien que le trafic aérien régulier soit reconnu comme partie intégrante des transports publics, l’État ne finance pas l’aviation, à quelques exceptions près. En 2014, la Confédération a dépensé 155 millions de francs pour le trafic aérien, lesquels confrontés avec les quasi 9 milliards de francs annuels qu’elle destine au financement d’autres formes de mobilité, me fait penser que l’aviation est un secteur stratégique qui mérite un œil de regard de la part des autorités cantonales et fédérale.
Per quel che riguarda il Ticino, l’attività aviatoria nasce con una vocazione essenzialmente sportiva ed acrobatica già nei primi decenni del XX secolo. Nel corso degli anni trenta si afferma l’aeroporto cantonale di Locarno-Magadino che ci accoglie oggi, che ottiene alcuni voli di linea internazionali, subito interrotti dallo scoppio della guerra.
L’importanza turistica e commerciale dei collegamenti aerei cresce nei decenni di forte espansione economica del secondo dopoguerra. Come per il forte incremento del traffico stradale, anche l’intensificarsi dei voli provoca disagi ambientali e suscita resistenze e proteste, motivate soprattutto dalla volontà di limitare l’inquinamento fonico. A ciò va attribuito in gran parte il rifiuto popolare del progetto d’ampliamento dell’aeroporto cantonale di Magadino (1969), che favorirà lo scalo di Lugano-Agno. Dopo questo voto, l’attività aviatoria, pure iniziata attorno agli anni trenta, era stata rilanciata a scopo soprattutto turistico alla fine degli anni cinquanta, su iniziativa della città di Lugano. L’affermarsi di Lugano quale terza piazza finanziaria elvetica, evidenzia la necessità di sviluppare i collegamenti aerei. Con l’inaugurazione dei voli di linea, Lugano-Agno entra dal 1980 nella rete internazionale dei trasporti aerei, e lo scalo luganese conosce un lungo periodo d’espansione, fino alla grave crisi di questi ultimi 20 anni, che ha colpito l’aviazione commerciale e d’affari.
Magadino ha invece indirizzato la sua attività verso il settore turistico-sportivo e l’uso dell’aereo quale mezzo di trasporto privato.

Heute kann das Tessin auf einen regionalen Flughafen zählen mit Linienflüge sowie auf eine Reihe von Flugplätzen ohne Konzession für Linienflüge. Von diesen ist Locarno der wichtigste in Bezug auf Verkehr und Entwicklungspotential, während Lodrino und Ambri nur bestimmte Zivilluftfahrtaktivitäten entwickeln können.
Man soll kein Hehl daraus machen, dass alle 4 Flugplätze turbulente Zeiten erleben, die immer wieder Existenz- und Berechtigungsdiskussionen aufkommen lassen, nicht aufgrund mangelnder politischen Unterstützung sondern aus rein wirtschaftlichen Gründen.
Was auch gesagt werden muss, ist dass die Nähe zum internationalen Flughafen von Milano-Malpensa in den letzten Zeiten die Schmerzgrenze der Tessiner Flugplätze immer wieder beeinflusst hat, auch wenn vor allem der Flugplatz von Lugano-Agno darunter am Leiden ist.
Es ist darum die Zeit gekommen um die Diskussion um die Unterstützung von regionalen Flugplatze wieder in Angriff zu nehmen. Es genügt nämlich nicht die Rolle dieser Flugplätze im Luftfahrtpolitischem Bericht festzuhalten, der vom Parlament abgesegnet wurde.
Auf die Worte sollten Taten folgen mit konkreten Hilfen die für gewisse erbrachte Dienstleistungen unabdingbar sind.
Die Wichtigkeit und Bedeutung der Regionalen Flughäfen darf sich nicht nur auf die Pilotenausbildung und die ökonomischen Wirksamkeiten begrenzen, sondern auch auf die positiven Externalitäten für Stakeholder wie die Luftfahrtindustrie, dessen Exzellenz weltweit bekannt ist.
Zum Beispiel in Locarno verfügt man seit 1940 über eine ausgezeichnete zivile und militärische Leitung die beiden Luftfahrten ermöglicht von guten Synergien zu profitieren. Man kann ohne weiteres sagen, dass wir heute nur dank der zivilen- und der militärischen Luftfahrt noch einen über einen Flughafen in dieser Region verfügen. Aus diesem Grund hat sich dann auch die Rega Basis Ticino, die Swiss Helicopter Group – immer noch als Eliticino SA bekannt – RUAG AG, Skyguide AG und weiter Unternehmen mit über 2000 Mitarbeiter niedergelassen haben, die insgesamt über 30 Millionen CHF in die Region bringen. Unter diesem Aspekt ist der Flugplatz ein Konzentrat dieses „Schweizer Modells“ weil es die Diversität und eine regionalen Dimension verknüpft. Das hat dazu geführt, dass er heute der 3. grösste Flugplatz der Schweiz ohne Linienfluge in Sachen „Luftverkehr“ ist.

Auch der Gütertransport ist in den Alpinen Kantonen ein wichtiges Kapitel. Und immer relevanter ist auch die Business- Sport- und Freizeitsparte, beziehungsweise die Funktion die die regionalen Flugplätzen einnehmen können. Der Effekte auf das Klima sind konstant evaluiert und haben zu Einschränkungen der Flüge pro Flugplatz geführt. Dabei sollte nicht vergessen werden, dass der technologische Fortschritt immer mehr dazu führt, dass die Flughäfen und Flugplätzen weniger Lärm und Luftverschmutzung verursachen. Der Umweltbelastung des Flughafens Locarno war im Zentrum einer vertieften Analyse, da ganz in der nähe ein Naturschutzgebiet ist.

Le contexte dans lequel évoluent les activités des aéroports dans les années qui viennent se dessine d’ores et déjà à grands traits : hausse du trafic mondial, poursuite de la libéralisation du transport aérien, concentration des compagnies aériennes
et développement des alliances, prépondérance du modèle économique low-cost, durcissement du cadre sécuritaire, renforcement des politiques environnementales, bouleversements technologiques.

Ce nouveau contexte imposera des investissements importants pour développer les capacités aéroportuaires et améliorer
la qualité de service aux voyageurs mais aussi pour répondre aux enjeux du développement durable et de l’innovation technologique. Il induira des hausses de coûts, notamment en matière de sécurité. Il entraînera une compétition plus vive entre les aéroports et les territoires pour attirer les résources nécessaires à leurs activités. S’il appartient aux exploitants aéroportuaires de construire l’aéroport de demain. Il appartient aussi à la politique de bâtir le cadre le plus favorable au développement de nos entreprises et de nos emplois. La Confédération est appelée à en prendre acte et à agire de conséquence.
Vi ringrazio dell’attenzione e vi auguro una piacevole giornata al sud delle Alpi.

Fabio Regazzi
Consigliere nazionale

Saluto all’Assemblea generale ordinaria 2018 di ATED

Cari soci e amici di ATED*

gentili signore e signori,

voglio anzitutto ringraziarvi per questa occasione che mi offrite stasera di portare un saluto nell’ambito della vostra Assemblea generale ordinaria.

Preparando il mio intervento sono incappato in un’affermazione del grande scienziato recentemente scomparso Stephen Hawking: “La tecnologia deve essere controllata, prima che distrugga la razza umana”. Detto da un cosmologo, fisico, matematico, astrofisco tra i più autorevoli e conosciuti al mondo, che più di altri ha riposto nel progresso la sua fiducia, il monito fa riflettere. L’invito di Hawking era difatti di controllare la tecnologia utilizzando la logica e la ragione. Facile per lui, mi verrebbe da dire, il cui QI era di 160, suppergiù quello di Albert Einstein. Ma chi come me ha un QI molto più basso, che cosa può fare?

Per questo c’è ATED mi verrebbe da dire…

Ho letto che ATED è stata fondata nel 1971 con lo scopo di favorire l’impiego delle nuove tecnologie dell’informazione e comunicazione e di promuovere l’etica professionale fra gli operatori… Mi sono quindi reso conto che la vostra associazione era già consapevole del potenziale ma anche dei pericoli racchiusi nelle nuove tecnologie, quando io – e vi sarete accorti che non sono proprio di primo pelo – trascorrevo le mie giornate su un banco di scuola elementare con la sola preoccupazione di arrivare al più presto alla ricreazione per poter giocare a calcio…

ATED si è così costituita quasi 50 anni fa per fornire al Cantone Ticino competenze per un tipo di lavoro di cui si sapeva poco o nulla. Erano gli anni in cui la somma totale dell’intera memoria e potenza dei calcolatori su tutto il territorio – e questo l’ho letto sul vostro sito – era inferiore a quella di un comune smartphone.

Mentre ATED e i suoi membri si occupavano con passione delle schede perforate, di computer grandi come pareti, valvole a transistor, per me il massimo della tecnologia era rappresentata dal telefono a filo, con il suo disco di plastica munito di buchi per ogni numero da 0 a 9, che se sbagliavi dovevi ripartire da capo con una lentezza che oggi ci porterebbe all’esaurimento nervoso. Per non parlare della radio che quando perdeva la frequenza ti tritava il timpano sino a tirarti i nervi come una corda di violino con quel suo gracchiare a metà strada tra la frittura e il fischio perforante.
Oggi, a quasi 50 anni da quell’epoca, mentre a stento ho appreso i rudimenti per l’uso del mio PC e del fedele smartphone, ma non ho ancora fatto pace con la mia la stampante a laser quando si inceppa, ci siete fortunatamente voi che vi impegnate affinché le conoscenze sulle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, siano sempre più convergenti, e alla portata anche dei più piccoli, grazie ad esempio del vostro progetto ated4Kids.

Osservando il fenomeno da imprenditore, l’interazione non più solo fra l’uomo e la macchina ma direttamente fra le macchine che caratterizza l’industria 4.0, costituisce un cambiamento che anche in Ticino sta rivoluzionando il volto della produzione e delle aziende, cambiando l’organizzazione delle stesse, i processi produttivi e innovativi, l’accesso ai mercati, la funzione stessa dei collaboratori in azienda.

Il tema è straordinariamente importante per noi proprietari e responsabili di aziende. Le imprese industriali ticinesi e svizzere si trovano confrontate ad una sfida epocale sotto più punti di vista. I costi di produzione della piazza economica svizzera sono alti e il franco forte, anche se non come nel 2015, rende la situazione più difficile rispetto ad altri paesi. Le esigenze dei clienti sono sempre maggiori e la concorrenza diventa sempre più globale. L’industria 4.0 può rappresentare una risposta sostanziale a queste sfide. Essa permette un aumento sensibile della produzione, flessibilizza e individualizza la produzione e permette nuovi modelli di gestione e innovative prestazioni di mercato.

La sola possibilità per l’industria ticinese è quindi quella di continuare a fare quello che sta già facendo: innovare, coprire i mercati con prodotti e soluzioni di nicchia, abbinare ai prodotti venduti un servizio alla clientela di ottimo livello. Da questo punto di vista l’”industria 4.0” rappresenta una nuova sfida, difficile ma anche molto stimolante per le nostre imprese. Sta agli imprenditori raccoglierla e allo Stato farne un elemento dello sviluppo economico.

Come politico, il dibattito sulle nuove tecnologie è affrontato regolarmente, anche se, come per l’ambito personale, non è facile restare al passo dei tempi. L’impiego efficace delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione non è solo una questione di infrastrutture e software, ma richiede un quadro istituzionale e normativo per promuoverle.

La loro implementazione è dal profilo politico complessa dal momento che dipende in buona parte dal settore economico in cui sono impiegate, oltre che dal contesto socio-economico generale che deve assicurarne un accesso diffuso a un costo sostenibile per l’utenza.

È un dibattito lungo e faticoso che ci ha coinvolti ancora due giorni fa nella Commissione parlamentare che si occupa della revisione della Legge sulle telecomunicazioni. Una discussione complessa, da un lato perché tecnica, dall’altro perché carica di aspettative per gli importantei interessi in gioco. Siamo ancora nella fase degli approfondimenti, ma mi pare di aver colto che uno dei fattori cruciali sia l’introduzione della tecnologia 5G, e le condizioni di accesso al mercato per garantire una concorrenza ad armi pari nell’ottica della libera concorrenza.

Ecco che al di là dell’ironia utilizzata per autodefinirmi una sorta di “tardivo” digitale, cresciuto in un mondo poco tecnologico, oggi sono più che mai consapevole che a livello politico la rivoluzione digitale ce la giochiamo nella capacità di assicurare condizioni quadro che consentano un accesso universale alle tecnologie senza discriminazione di provenienze geografica, culturale, sociale ed economica.

Criteri questi ultimi che i “tardivi” digitali che rappresento si permettono di ricordare ai nativi digitali di oggi, spesso sprovvisti di memoria storica, che i termini dei dibattiti cambiano, ma il fondo rimane analogo a tanti altri.

Corsi e ricorsi della storia, che finora il nostro Paese, è riuscito ad affrontare con il suo tradizionale pragmatismo, fiducioso nel progresso tecnologico quando lo stesso è finalizzato ad aumentare il benessere dei suoi abitanti e non il contrario. Un pò come diceva Stephen Hawking.

Vi ringrazio ancora per l’invito, e vi auguro buon prosieguo nei vostri lavori assembleari e buona serata.

 

Fabio Regazzi
Consigliere nazionale
Presidente AITI

22 marzo 2018

 

*ATED: Associazione indipendente attiva nel Canton Ticino, aperta a tutte le persone, aziende e organizzazioni interessate alle tecnologie dell’informazione e comunicazione (ICT)

NO all’iniziativa popolare per l’abolizione del canone radiotelevisivo

Ritengo non solo importante, ma addirittura indispensabile poter discutere senza pregiudizi del ruolo del servizio pubblico – inteso nell’accezione più ampia del termine – nel nostro paese, dei suoi compiti, delle risorse messe a disposizione e delle modalità di attribuzione e di utilizzo di queste risorse. Cambiano i tempi, cambiano le aspettative degli utenti, e anche il servizio pubblico deve saper adattare la propria offerta. In questa discussione, del resto, non ho mai nascosto le mie perplessità riguardo a alcune scelte sull’impiego delle risorse messe a disposizione dai cittadini attraverso il versamento del canone radio-TV, meglio noto come Billag.
È però di fondamentale importanza capire e far comprendere, anche se di questi tempi è tutt’altro che facile, che il giudizio sull’esistenza di un servizio pubblico, non può limitarsi a considerare gli aspetti prettamente economici: il cittadino deve riconoscere che l’esistenza del servizio pubblico è giustificata dal perseguimento di obiettivi di interesse generale, per loro natura non necessariamente monetizzabili.
Questo vale, in generale, per ogni servizio pubblico, e in particolare per quello radiotelevisivo chiamato a operare in un ambito estremamente delicato per il funzionamento di una società pluralistica, democratica e federalista come la Svizzera!
Il federalismo appunto. Dal punto di vista di una minoranza, come lo è la regione da cui provengo, dovesse essere cancellata la SSR per effetto dell’accoglimento dell’iniziativa “No Billag”, è ipotizzabile che possa nascere nella Svizzera tedesca un’azienda privata – ma una sola! – di dimensioni relativamente importanti, ma certamente non libera e men che meno indipendente. È invece escluso che ciò possa accadere nelle altre regioni del Paese, quelle minoritarie della Svizzera francese e della Svizzera italiana: lo spazio lasciato libero dalla SSR e dalle sue emittenti regionali, RTS e RSI, verrebbe principalmente occupato da competitori esteri, che già oggi godono di discreto seguito in tutte le regioni del paese. Una situazione che nessuno – oso sperare – auspica!
Quanto fin qui detto dovrebbe però bastare per capire che il confronto sul futuro del servizio pubblico radiotelevisivo ha tutte le caratteristiche di un dibattito sui fondamenti della Svizzera. Il mantenimento del canone radiotelevisivo è di vitale importanza non solo per la SSR ma per la Svizzera e le sue variegate componenti regionali e linguistiche, soprattutto in un periodo di forte cambiamento tecnologico del mercato della comunicazione, che influenza le abitudini dei consumatori, fra i quali anche molti giovani. Per non parlare del mercato pubblicitario.
Se è vero che il canone radiotelevisivo permette di garantire un buon servizio pubblico in tutte le regioni linguistiche, è altrettanto vero che una parte di queste risorse sono a beneficio della diversificazione del panorama mediatico e quindi della pluralità delle opinioni: a questo proposito è importante ricordare che alle 21 radio locali private e alle 13 televisioni regionali viene devoluto il 5 per cento dei proventi del canone, pari rispettivamente a circa 25 milioni e 42 milioni di franchi. Ricordo, per inciso, che qualora dovesse essere accolta anche dal Consiglio degli Stati la mozione Darbellay, ripresa da chi vi parla, questo importo aumenterà di ulteriori circa 13 milioni di franchi. Appare pertanto a tutti evidente che in caso di accettazione dell’iniziativa “No Billag” anche queste piccole realtà regionali verrebbero di fatto spazzate via.
Discorso analogo vale per il controprogetto proposto da una minoranza della Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni, che propone di plafonare il canone radio-tv a 200 franchi all’anno, ciò che porterebbe di fatto ad un dimezzamento delle risorse finanziarie a disposizione della SSR. Anche in questa ipotesi le conseguenze non sarebbero molto diverse da quelle che ho appena descritto, con tutte le conseguenze del caso di un simile ridimensionamento, sia in termini di offerta di servizio pubblico come pure sul piano della comunicazione.
Tutto bene dunque? Non proprio. Non è un mistero, che sono sempre stato piuttosto critico riguardo talune scelte operative, di contenuti e di personale della SSR, soprattutto dell’emittente di Comano che ovviamente conosco meglio. Sarebbe a mio avviso un errore mettere la testa sotto la sabbia e ignorare, magari con malcelato fastidio, un innegabile disagio che si respira a sud delle Alpi, emerso per altro in modo chiaro in occasione della votazione sul referendum contro la revisione della legge federale sulla radiotelevisione avvenuta nel 2015.
Confido pertanto che una volta superato lo scoglio dell’iniziativa popolare che mira a limitare il raggio d’azione della SSR, si ri-apra, ma questa volta per davvero, una discussione soprattutto sui contenuti dell’offerta dell’ente radiotelevisivo, inclusa la RSI. Per farlo bisognerà comunque accettare un confronto franco e aperto, abbandonando i toni a volte autoreferenziali che spesso caratterizzano ancora l’atteggiamento della nostra emittente regionale. Proprio perché ho a cuore il futuro della SSR e della sua costola RSI, ritengo questo dibattito necessario.
Con queste considerazioni, a nome del gruppo PPD vi invito pertanto a respingere l’iniziativa popolare “Sì all’abolizione del canone radiotelevisivo” e il relativo controprogetto diretto.

Intervento al Consiglio nazionale, il 14 settembre 2017

Allocuzione del Consigliere nazionale Fabio Regazzi in occasione dei festeggiamenti per il Primo di Agosto a Caslano

“Rosso e bianco, i colori della Svizzera, e altri simboli”

 

Stimato Sindaco di Caslano, Emilio Taiana,

Spettabili autorità politiche, religiose e militari,

care e cari concittadini di Calsano,

 

è per me un grande piacere, oltre che un onore personale, esprimermi davanti a voi in occasione del Natale della Nostra Patria. Desidero pertanto ringraziare il Sindaco Emilio Taiana e il Municipio di Caslano, per questo invito che ho accolto con grande piacere e che considero come un’attestazione di amicizia anche da parte di tutta la popolazione.

Da quando sono diventato Consigliere nazionale i festeggiamenti del Primo di Agosto sono un’occasione privilegiata per riflettere sui valori fondanti del nostro Paese in un’ottica contemporanea, esercizio tutt’altro che facile per il rischio di apparire scontati. Ed è con questa preoccupazione che inizierò la mia allocuzione con una domanda che vi rivolgo: quando parlate della Svizzera ai vostri amici o conoscenti, che cosa vi evoca?

Ognuno di noi porta dentro di sè immagini del nostro Paese, e sono sicuro che non sono tutte uguali. Stasera, ho deciso di svelarvi alcuni dei miei simboli preferiti, in un gioco di confronto con voi, cercando di coglierne, laddove possibile, anche la valenza economica e sociale.

 

SIMBOLO SVIZZERO #1: IL CIOCCOLATO

Ah, il cioccolato! Citare a Caslano il cioccolato come primo simbolo nazionale mi sembra un atto dovuto, vista la vicinanza con una nota ditta che qui ha la sua sede. Un’azienda a carattere internazionale grazie alla sua produzione distribuita in quattro Paesi europei. Da qui sono usciti nuovi prodotti, buone idee e tante prelibatezze che hanno portato il nome di Caslano in tutto il mondo.

Personalmente, e qui vi deluderò, non sono un divoratore di cioccolato a differenza dei nostri compatrioti che ne hanno mangiato ben 11 chili a testa nel solo 2016. Le statistiche segnalano tuttavia una diminuzione delle vendite interne, ma non per quelle all’estero, a riprova di come questo nostro simbolo sia gradito fuori dai confini nazionali. L’attività di esportazione indica quindi una dinamica positiva. In Europa sono progredite soprattutto verso Belgio e Paesi Bassi. Nei maggiori mercati non europei, in Australia, Singapore, Emirati Arabi Uniti e Giappone hanno segnato significativi tassi di crescita. Il fatturato è quindi aumentato (+2,5%), attestandosi a 843 milioni di franchi lo scorso anno.

Il cioccolato al latte è un dunque a pieno titolo un emblema del nostro Paese. E i turisti sembrano essere d’accordo. Basta guardare le scatole di cioccolato nei nostri supermercati. Le hit sono i cioccolatini avvolti nell’immagine dei nostri simboli nazionali: la stella alpina, il Cervino, i laghi blu, gli jodler, per non citare che qualche esempio.

Del resto a chi non è capitato di portare una scatola di cioccolato a un qualche conoscente residente all’estero?

 

SIMBOLO SVIZZERO #2: LE MONTAGNE & HEIDI

Le montagne sono certamente un altro nostro simbolo, che fa rima anche con  “turismo”, un’attività economica che a livello mondiale riveste un ruolo di prima importanza, con potenzialità di ulteriore crescita. Secondo un rapporto sul settore, la Svizzera resta fra le migliori destinazioni in termini di attrattiva turistica e rimane una meta molto ambita. Un aspetto che occorrerà in futuro migliorare, oltre alla qualità del servizio non sempre all’altezza delle aspettative, è quello relativo ai prezzi delle prestazioni alberghiere e della ristorazione, oggettivamente più elevati rispetto alle nazioni europee. Il Ticino turistico risente della crisi economica, ma meno rispetto ad altre destinazioni elvetiche, anche se comunque si intravvedono segnali di ripresa.

Anche Caslano è conosciuto come meta turistica cantonale: perché si specchia nel lago, per la sua prossimità con Lugano, e perché è la porta del Malcantone, pure regione molto nota per la sua bellezza. Per non parlare del monte a forma di penisola, il monte di Caslano o Sassalto, che domina il villaggio ed è conosciuto per le sue caratteristiche geologiche, botaniche e faunistiche che ne fanno un luogo naturale protetto dalla Confederazione Svizzera.

Questo territorio insomma, grazie alla situazione privilegiata e anche al fatto di essere ben amministrato, offre una vasta gamma di attività: dal turismo pedestre attraverso i sentieri panoramici tra le montagne e il lago, al turismo culturale sul filo della storia presente sotto forma di monumenti religiosi e di costruzioni antiche. Per non parlare del museo della pesca che ben conosco.

Quando però parlo delle montagne ticinesi con i colleghi confederati, constato che alcuni di loro ci immaginano in chalets bucolici, attorniati da allegre caprette e bambine con le trecce stile Heidi. Per confutare questi stereotipi mi spendo in descrizioni riguardo l’architettura spartana delle nostre cascine, e la dura vita di montagna, ben più rude dei luoghi raffigurati sulle cartoline.

Nemmeno i nostri monti sono quelli delle tanto declamate piste da sci, ma sono perlopiù gruppi di stalle che se prima venivano spesso trasformate in rustici, per altro non facendo sempre onore al retaggio architettonico del passato, oggi sono altrettanto vittime di una regolamentazione che prevede limitazioni assurde e per certi versi ridicole, riducendo chi si avventura nell’impervio percorso del risanamento di una cascina a doversi infine adattare a condizioni di abitabilità peggiori a quella delle mucche. E quest’ultimo riferimento mi porta al terzo simbolo.

 

SIMBOLO SVIZZERO #3: LA MUCCA

Qui è divertente. Personalmente preferirei lo stambecco, il camoscio o il cervo, più attinenti alla mia nota passione per l’arte venatoria, ma occorre arrendersi all’evidenza. La mucca è il simbolo svizzero per eccellenza. Salvo per i francesi che non lo sanno, forse perché dopo il loro gallo ritengono impossibile che altri popoli cedano allo charme di una mucca. Ma che dire di loro che stentano sempre a credere che produciamo anche il vino: « mais comment faites-vous? Il doit faire trop froid ! Et la vigne ne pousse pas dans les montagnes … ».

Confesso che ho un certa simpatia per le mucche. Una bella foto del panorama svizzero deve giocoforza mostrare una mucca da una qualche parte….

Per chi poi come me ha l’abitudine di girovagare per le nostre montagne sa di doversi prima o poi  imbattere in questi simpatici e placidi ruminanti. E come non ricordare il loro ruolo di fonte di nutrimento primario dei nostri antenati quando il Ticino era ancora un Cantone rurale. Nei periodi di carestia, mentre nei campi si produceva poco, rimanevano loro a sfamare intere famiglie ticinesi con latte, formaggio e a volte, anche se raramente, con la carne…

Oggi le ritroviamo agghindate come delle miss in taluni concorsi, o nel merchandising dal gusto discutibile servito ai turisti nelle versioni più inverosimili, dal cinese all’arabo, dal formato gigante alla miniatura. Ma come svizzeri abbiamo una certa responsabilità per queste rivisitazioni del nostro simbolo nazionale, soprattutto da quando l’abbiamo proposta in una discutibile variante viola su una tavoletta di cioccolato di un nota marca svizzera o intenta destreggiarsi in improbabili palleggi da far invidia a Lionel Messi…

 

SIMBOLO SVIZZERO #4: I GERANI

Lo so, il fiore svizzero per eccellenza è ufficialmente la stella alpina. Ma a parte gli alpinisti più intraprendenti, quanti di voi l’hanno già vista nei prati ? Pochi, immagino.

Ecco perché il vero fiore nazionale svizzero è il geranio! Ne vediamo ovunque: sui balconi, sulle fontane, nelle fattorie. Per non parlare della frustrazione risentita come ticinesi quando raffrontiamo i nostri gerani, con quelli lussureggianti, quasi come i frutti di una foresta tropicale, che sbocciano sui balconi delle fattorie dell’Emmental bernese, al punto che vien da chiedersi: “ma come fanno con il clima da lupi che si ritrovano”? Non avendo un pollice particolarmente verde, abbandono un terreno per me ostico, e passo al simbolo successivo.

 

SIMBOLO SVIZZERO #5: GLI OROLOGI… E LA PUNTUALITÀ

Gli orologi sono un altro simbolo della Svizzera, e a differenza della mucca per i francesi, questo è arci-noto! La Svizzera è conosciuta soprattutto per le sue marche di lusso, dai meccanismi finemente assemblati, ma anche per gli orologi più casual, e non da ultimo per quello splendido oggetto divenuto oramai patrimonio mondiale del design che campeggia in tutte le stazioni elvetiche, e che è persino stato oggetto del contendere in una nota causa legale tra il gigante Apple e le nostre FFS. L’ha spuntato il “Davide” svizzero ottenendo un versamento plurimilionario per autorizzarne la riproduzione sui prodotti della “mela”.

Il frutto di queste conoscenze storiche del settore orologiero lo ritroviamo oggi nei quasi 20 miliardi di franchi di esportazioni elvetiche (dato 2016) e nei 60’000 impieghi che l’industria orologiera vanta, oltre ai 1’000 apprendisti che forma. Il settore orologiero non ha sempre vissuto tempi tranquilli e anche oggi sta affrontando un periodo in chiaro e scuro. In Ticino occupa 3’000 addetti e raggiunge un fatturato di oltre 200 milioni. Che dire, averne di settori industriali del genere!

Ma non solo gli orologi sono un simbolo nazionale. Anche la puntualità lo è, forse più in Svizzera interna che da noi, vittime come siami noi ticinesi della nostra inclinazione più latina e che ci porta al cronico ritardo di 15 minuti in pressoché tutte le situazioni.

Ciò detto, gli abitanti dei Paesi a noi vicini, e in particolari gli italiani, ammirano con occhi lucidi la puntualità dei nostri treni. Al che noi, alla luce di recenti fatti, saremmo tentati di replicare: “ma no, non è più come una volta, anche i treni svizzeri sono oggi spesso in ritardo”. Ma in fondo parliamo di alcuni minuti, magari anche 10, quando altrove si toccano medie dai 30 minuti alle 2 ore 45.

 

Eccovi cari amici di Caslano, i miei 5 simboli svizzeri che scelto di illustrarvi, magari anche con un  pizzico di ironia, in questa mia breve allocuzione. Adesso potete aggiungere o commentare i vostri, raccontarvi l’un l’altro le reazioni che suscita la Svizzera nei contatti con conoscenti che non abitano da noi, o, se non siete svizzeri, dire come ci percepite.

Questi o altri simboli, per quanto belli e ameni, non avrebbero tuttavia lo stesso valore senza il nostro caldo, e per me molto emozionante inno nazionale che canteremo fra poco con orgoglio.

 

E allora, care e cari concittadini, buon 1° di Agosto a tutti.

Grazie Caslano e viva la Svizzera.

 

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale

 

Caslano, 1 agosto 2017

 

Intervento del Presidente dell’Associazione industrie ticinesi all’Assemblea generale ordinaria AITI

“La politica la smetta di parlare alla pancia”

 

È per me un piacere potervi dare il benvenuto a questa 55ma Assemblea AITI.

Filo conduttore della mia relazione è la tendenza sempre più marcata, sia del mondo politico, sia sindacale e in alcuni casi anche economico, a voler far credere che conta di più quello che la pancia della gente percepisce o le viene comunicato, vero o falso poco importa, che spiegare le diverse sfaccettature di un medesimo problema, che una pancia digerirebbe con difficoltà. È innegabile che nella pancia dell’opinione pubblica si annidano umori e malumori, disagi e insoddisfazioni, critiche e risentimenti che, molto spesso, hanno concrete fondamenta e che non devono essere in nessun modo trascurati e snobbati. Allora, senza necessariamente ignorare le pulsioni emotive che scuotono questo cantone, ai politici come ai dirigenti di azienda, dobbiamo avere il coraggio di chiedere di ascoltare soprattutto la ragione.

Con questo spirito percorrerò quattro temi che preoccupano, perché fanno leva sulla pancia dei cittadini di questo cantone mentre noi presentandoli, cercheremo di usare soprattutto la testa e di attenerci il più possibile ai fatti:

 

  1. I fatti: un 2016 difficile, un 2017 probabilmente migliore,
  2. La questione del rispetto della legalità,
  3. Il temuto ritorno delle politiche neo-protezionistiche o “primanostriste”,
  4. Il fascino dei falsi miti o delle fake news e il loro rovescio: il bisogno di una truth economy.

 

  1. I fatti: un 2016 difficile, un 2017 probabilmente migliore

Per evitare di attenersi alle sole percezioni, la miglior cosa è analizzare i dati.

Le conseguenze della decisione della Banca nazionale svizzera di eliminare la soglia minima di cambio di 1.20 franchi per euro sono state immediate e i loro effetti si fanno sentire ancora oggi. In pochi secondi la Svizzera è diventata più cara del 15-20%. I clienti delle nostre imprese non hanno tardato a manifestarsi e hanno richiesto sconti sui prezzi, anche sui contratti di fornitura già sottoscritti in precedenza. Le imprese sono state costrette a mettere in campo tutte le forze migliori per ridurre i costi, ottimizzare gli acquisti in euro, mantenere quelle parti di vendite ancora possibili in franchi svizzeri, andare alla caccia di nuovi clienti e mercati, investire ancor più in tecnologie di prodotto e di processo.

In pochi anni l’economia svizzera ha conosciuto una rivoluzione: da 1.50 franchi per euro a circa 1.10 franchi per euro. Siamo sopravvissuti a questo cataclisma e continuiamo a guardare al futuro con la speranza di rafforzare la nostra competitività. Ma dove troviamo tutte le energie? In un misto di sentimenti che sono l’espressione della nostra capacità imprenditoriale, degli sforzi attuati e da attuare per fare crescere le nostre imprese, della convinzione che le nostre collaboratrici e i nostri collaboratori meritano non solo un posto di lavoro, ma soprattutto la consapevolezza di fare parte di una famiglia che costruisce il nostro futuro e che si aiuta nei momenti critici.

Il 2016 è stato un anno difficile per l’industria ticinese, che si è mossa secondo andamenti differenziati: più dinamicità per i rami votati all’esportazione, maggiori difficoltà per le attività orientate al mercato interno.

Abbiamo dimostrato di saper fare fronte alla forza del franco e alla debolezza dei nostri mercati di riferimento, ma il prezzo da pagare è stato alto e rischia di minare alle fondamenta la nostra capacità competitiva. Difficile ad esempio trovare ulteriori margini di manovra in futuro sul fronte della razionalizzazione dei costi. Difficile poter contare su margini di guadagno migliori quest’anno e nel 2018. Difficile immaginare molte nuove assunzioni nelle nostre imprese. Come dimostrano tutti gli indicatori le aziende più in difficoltà sono proprio le piccole e medie imprese, cioè la gran parte dell’economia ticinese.

Pur persistendo numerose ombre sulla congiuntura, cogliamo però anche segnali positivi, che si sono manifestati già a partire dal quarto trimestre 2016. I principali indicatori economici testimoniano una ripresa complessiva degli affari soprattutto per l’industria d’esportazione. Gli ordinativi sempre globalmente – e dunque con sfumature anche ampie da un ramo d’attività all’altro – sono in crescita, lo sfruttamento degli impianti aumenta.

Pur restando prudenti il 2017 dovrebbe comunque essere migliore dell’anno precedente. Ma la Svizzera, le istituzioni e la politica devono lavorare ancora molto sul consolidamento delle condizioni quadro. È fondamentale creare un clima di collaborazione tra governo e il settore privato perché – come ha dichiarato Dani Rodrik, professore di economia politica internazionale all’Università di Harvard – la politica industriale è un atteggiamento mentale più che un elenco di politiche specifiche”, precisando anche che una politica industriale deve essere attuata in modo trasparente e responsabile, ed entro i limiti della legalità mi permetto di aggiungere. Questo aspetto mi consente di passare al secondo punto della mia relazione.

 

  1. Il rispetto della legalità

Negli scorsi mesi, e ancora di recente lo ha spiegato forte e chiaro Michele Rossi in un intervento sul Giornale del Popolo (del 9.5.2017), il mondo economico ha avuto più occasioni per esprimere perplessità, se non addirittura sconcerto, di fronte a decisioni politiche che sono in contrasto con le leggi, il diritto superiore e gli accordi internazionali sottoscritti dalla Svizzera e sostenuti dal popolo svizzero in votazione a diverse riprese.

Da queste decisioni emerge che la legalità non è più considerata un pilastro imprescindibile della nostra democrazia e della convivenza civile. Oggi bisogna prima di tutto parlare alla “pancia” delle elettrici e degli elettori di cui dicevo in entrata, e fare politica cogliendo le percezioni dell’elettorato. Lo scollamento fra le regole stabilite dalle leggi e le soluzioni ai problemi che i cittadini si attendono è sempre più netto. Diventa vieppiù difficile comprendere come sia possibile sanare questa distanza senza dover prendere decisioni drastiche e gravide di conseguenze negative, come ad esempio anche solo pensare di disdire l’accordo sulla libera circolazione delle persone e dunque gli accordi bilaterali fra Svizzera e Unione europea.

Che messaggio diamo ai cittadini, ma anche ai giovani, agli imprenditori e agli investitori svizzeri ed esteri quando maltrattiamo le nostre leggi, persino la nostra carta costituzionale, per piegarle al presunto volere popolare? E sono davvero sicuri, i politici, che la traduzione della paura e dello smarrimento dei cittadini in proposte populiste e leggi raffazzonate sia la risposta migliore?

Il non rispetto della legalità va – purtroppo – di pari passo con l’accentuarsi della burocrazia; allo stesso modo dei cittadini che hanno paura di perdere il posto di lavoro, anche l’amministrazione ha paura di fare errori e così si barrica dietro la costruzione di leggi e regolamenti che applica pedissequamente con un rigore quasi maniacale.

Il risultato è che il buon senso – che nelle passate generazioni ha guidato l’agire di chi ci ha preceduto – è diventato merce rara. Il nostro invito d’imprenditori al Consiglio di Stato e al Gran Consiglio, dunque alla politica, è di tornare ad usare maggiormente la testa per riappropriarsi di questo buon senso, e di smettere di rincorrere un effimero consenso politico di breve termine che non aiuta le cittadine e i cittadini ad avere fiducia nel futuro del nostro paese. L’economia di questo Cantone è sempre stata disponibile a dialogare con le istituzioni e la politica; vorremmo che ciò sia una costante dei prossimi difficili anni.

 

 

  1. Il temuto ritorno delle politiche neo-protezionistiche e “primanostriste”

Il successo delle forze politiche populiste e nazionaliste nel mondo e in Europa raccoglie la rabbia di molti cittadini e degli esclusi, tramutata in disprezzo per le élites economiche e politiche rispetto a quella parte della popolazione sempre più ampia che si sente tagliata fuori dal benessere e dal progresso. L’ultimo numero di Fare Impresa che trovate in sala tratta proprio di questo tema.

Rivolgendomi alla testa dei cittadini li invito a diffidare delle ricette che si propongono di ergere muri e barriere alle frontiere e a riconoscere che protezionismo e dazi non hanno mai sortito, sul medio e lungo termine, alcun vantaggio economico per le nazioni e i loro cittadini. A maggior ragione in un paese come il nostro, povero di materie prime, che deve fare leva necessariamente sull’intelligenza e il sapere delle persone, sulla propria grande capacità competitiva, sullo spirito imprenditoriale e l’innovazione tecnologica. Il nostro è un paese che vive d’esportazione, non possiamo dunque permetterci di sigillare i nostri confini.

Dobbiamo però avere il coraggio di ammettere che la globalizzazione, di cui hanno beneficiato in molti, provoca disagi e perdenti anche tra le stesse aziende. Una piccola e media impresa, ancor più dopo il rafforzamento del franco svizzero intervenuto all’inizio del 2015, soprattutto se fornitrice di multinazionali e grandi gruppi industriali, è in balia delle loro decisioni e dei repentini mutamenti dei mercati. Pensiamo ad esempio alla difficoltà di reperire le necessarie materie prime quando una potenza economica come la Cina determina con le sue decisioni la disponibilità di determinati metalli o il prezzo mondiale dell’acciaio. Qual è la risposta dell’impresa a queste sfide? Sicuramente l’innovazione, certamente la produzione personalizzata, ovviamente il servizio di qualità alla clientela. Ma tutto questo, per quanto sia utile e importante, non basta.

 

Un altro fattore è diventato fondamentale: la flessibilità. Essere sul mercato, produrre, servire il cliente soddisfare le sue sempre più accresciute esigenze, è oramai il paradigma più importante che caratterizza l’impresa moderna. Essere flessibili è un fattore decisivo di competitività ma anche una condizione che mette a dura prova le relazioni dell’impresa, al suo interno come al di fuori di essa.

E’ chiaro che un’azienda sopravvive e cresce economicamente se sa andare al di là delle sue normali capacità di funzionamento. Flessibilità significa anche produrre quando serve, reagire a breve termine alle mutate condizioni dal punto di vista dei mercati e dei fattori di produzione. Inevitabilmente la moderna flessibilità rischia fortemente di scontrarsi con le regole contrattuali e del mercato del lavoro. A scanso di equivoci con flessibilità non intendo che il lavoratore debba essere sempre a disposizione dell’impresa: si tratta di trovare un ragionevole compromesso fra le reciproche esigenze.

Non si tratta quindi di trasformare l’uomo in una macchina che risponde al volere dell’azienda; si tratta piuttosto di saper rispondere in termini di dedizione, di disponibilità ed efficienza alle molteplici sfide aziendali. Purtroppo per una parte del sindacato, flessibilità suona ancora solo come una parola blasfema. Su questo fronte mi aspetterei maggiore apertura da parte dei rappresentanti sindacali: un irrigidimento eccessivo nuocerebbe alle aziende e di riflesso agli stessi lavoratori che dichiarano di voler difendere.

Oggi credo che uno dei temi di confronto principali fra le parti sociali sia diventato proprio quello della flessibilità. I rappresentanti dei lavoratori, ma certamente anche lo Stato e i suoi cittadini, dovrebbero riconoscere che oggi fare impresa comporta una disciplina maggiore rispetto al passato, una capacità forte di contribuire tutti insieme al bene dell’azienda. Occorre in altre parole riconoscere quel bisogno oramai assurto a conditio sine qua non per la sopravvivenza dell’azienda, di dover sempre più fare leva sulla flessibilità di dirigenti e collaboratori.

 

 

  1. Il costo dei falsi miti e il bisogno di una truth economy

 “Alcune persone vedono un’impresa privata come una tigre feroce da uccidere subito, altri come una mucca da mungere, pochissimi la vedono com’è in realtà: un robusto cavallo che traina un carro molto pesante”. Questa frase celebre presa a prestito dal primo ministro inglese Winston Churchill colui che aveva avuto il coraggio di dire ai suoi concittadini, “Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore”, mi dà la possibilità di introdurre il tema dei falsi miti nel mondo economico.

Il falso mito della responsabilità oramai diffusa dei frontalieri riguardo a un andamento economico che si vuole solo leggere come negativo. Quello di un “primanostrismo” assurto a mantra per giustificare il falso mito che solo con la priorità data agli indigeni risolveremo il problema della disoccupazione. Un dibattito che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro e generato importanti costi a carico dei contribuenti per produrre il nulla o quasi (come ad esempio una proposta per una norma di legge, che vuole impedire a Banca Stato o all’AET di assumere frontalieri…). O quello della tassa sui parcheggi, spacciata come misura anti-traffico e quindi ecologica, quando in realtà era ed è soltanto un modo per fare cassetta, come sembrano nel frattempo essersene accorti anche i sindacati degli impiegati dello Stato.

Quanto alla LIA, dobbiamo constatare che, a parte aver aumentato il carico burocratico alle aziende, essa è oggetto di parecchi ricorsi, fra i quali anche da parte della Commissione della concorrenza (COMCO) perché violerebbe la legge federale sul mercato interno (LMI).

 

Se la verità ha un valore che non si può quantificare, anche la falsità non scherza: ore di lavoro, incontri, riunioni, analisi, note nel tentativo – non sempre riuscito – di contrastare alcuni dei falsi miti elencati, e le loro conseguenze negative.

Il risvolto positivo della “fake economy” è forse una “truth economy”? Una recente ricerca di un centro di studio del giornalismo di Oxford constata che la consapevolezza e la preoccupazione in tema di false notizie “rafforzerà” i media della notizia verificata, perché così torneremo ad avere ancora sete di notizie di qualità. Vogliamo quindi credere che il business della falsità, una volta scoperchiato, alimenterà la domanda di verità? Mi piace pensare che sarà così, ma staremo a vedere.

Anche la tesi che vorrebbe un rapporto di fiducia incrinato tra imprenditori e cittadini ticinesi sembra non reggere davanti ai dati. Una recente ricerca dell’Osservatorio della vita politica regionale di Losanna (sulle votazioni ticinesi del 25 settembre 2016: “prima i nostri” e “basta con il dumping salariale in Ticino”) rivela che in generale una percentuale di ca. il 70% degli intervistati esprime una fiducia media o elevata nei confronti degli imprenditori e delle associazioni padronali. Addirittura la fiducia è più elevata per gli imprenditori che per le associazioni.

Le condizioni di partenza per il dialogo mondo economico e cittadinanza sono tutto sommato favorevoli e costituiscono una buona base per rivolgerci con credibilità alla testa dei cittadini, spiegando il nostro impegno nei confronti di partner istituzionali, fornitori, clienti e collaboratori anche su temi sociali. Se non possiamo mai dimenticare che lo scopo di fare impresa è quello di generare profitto, con il quale finanziare gli investimenti e assicurare la continuità, diventa sempre più importante coniugare questa esigenza con l’essere azienda in quanto attore socialmente responsabile sul territorio.

Ed è proprio con questo spirito che AITI, unitamente alla Camera di commercio, è stata favorevole all’inserimento di misure sociali nel pacchetto della Riforma fiscale III delle imprese presentato per il Ticino dal Dipartimento finanze ed economia, che il popolo ticinese ha poi approvato lo scorso 12 febbraio in controtendenza con il resto della Svizzera. Il responso anomalo di questo scrutinio – che ha posto il Ticino un po’ a sorpresa con altri due cantoni favorevoli all’introduzione di sgravi fiscali alle imprese – non può lasciarci indifferenti. Quando le aziende e le associazioni dimostrano responsabilità e impegno concreto nel sostenere misure sociali a vantaggio dell’intera società – come ad esempio misure di reinserimento professionale, di conciliabilità famiglia e lavoro – le nostre richieste a sostegno di una minore pressione fiscale vengono meglio percepite dalla popolazione.

Il mio invito alle nostre imprese è dunque quello, con tutte le attenuanti e giustificazioni del caso, di non prendere immediatamente la scorciatoia dei tagli finanziari e sociali senza un’adeguata ponderazione di tutti i fattori in gioco. Vi invito anche ad essere trasparenti verso i collaboratori, di superare pregiudizi e false notizie, per motivare l’origine delle decisioni difficili che devono a volte essere prese, di coinvolgere le maestranze nei sacrifici ma pure nei successi dell’azienda: in definitiva, come amo ripetere, siamo tutti sulla stessa barca. La cura profonda della relazione fra l’azienda e i suoi collaboratori deve giocarsi anche sul piano della trasparenza nelle relazioni e della verità, per essere a suo modo un fattore di competitività dell’impresa. Come AITI proprio quest’anno abbiamo iniziato a proporre momenti di formazione e condivisione con le imprese che concernono ad esempio la cura della relazione fra l’azienda e i rappresentanti dei lavoratori; oppure la gestione delle situazioni di crisi a seguito di difficoltà congiunturali. Riteniamo che una gestione attiva dei diversi fenomeni da parte dell’azienda sia un atto di responsabilità verso se stessa ma anche verso i propri collaboratori e clienti.

 

Mi avvio alle conclusioni: in definitiva cosa chiediamo noi imprenditori? Chiediamo solo una cosa: maggiore riconoscimento da parte delle istituzioni di questo Cantone, dell’opinione pubblica per tutto ciò che l’impresa fa in quanto creatrice di lavoro, di benessere per le persone e il territorio, per la crescita economica, sociale e civile del nostro paese.

Cosa chiediamo invece allo Stato? Niente di più che tornare a svolgere il suo ruolo naturale: garante delle regole, sanzionatore delle infrazioni stabilite dalle leggi, promotore dello sviluppo economico attraverso la messa a disposizione di condizioni-quadro certe, solide e lungimiranti. Chiediamo a Governo e Parlamento di usare la ragione dimostrando maggiore coraggio: per spiegare, argomentare, valutare, e a volte magari anche per cambiare idea e suggerire soluzioni diverse. Parlare alla testa dei suoi concittadini, elettori e oppositori, è l’unica vera ricetta democratica. Non funzionerà sempre, ma sempre contribuirà a un dibattito civile e a fare crescere culturalmente la cittadinanza.

Il tempo dei giudizi sommari e ingiustificati verso l’economia è davvero finito. Deve tornare a prevalere la conoscenza reciproca e il dialogo costruttivo. In questo senso, il ciclo di visite regolari nelle aziende industriali presenti in Ticino, che abbiamo iniziato circa due anni fa come AITI insieme al Dipartimento delle finanze e dell’economia e al suo Direttore onorevole Christian Vitta, visite alle quali partecipano parlamentari cantonali e a volte anche studenti, è l’esempio lampante che la conoscenza delle rispettive esigenze, la verifica,  dati alla mano, delle condizioni in cui le aziende operano, permettono di meglio capirne e condividerne i problemi e bisogni.

 

Abbiamo dimostrato come imprenditori, ma anche come cittadini, di saper superare molte difficoltà. Non deve quindi mai mancare il nostro esempio di essere imprenditori e la nostra voglia di diffondere la cultura del fare impresa parlando alla testa e non alla pancia. Da parte nostra continueremo a combattere con determinazione e coerenza per difendere la libertà economica e imprenditoriale: ne va del nostro sistema-paese, che abbiamo costruito con fatica ottenendo risultati eccellenti e che tutti ci invidiano. Pur presi da mille incombenze, noi non ci sottrarremo al dovere morale di contribuire, con gli altri attori della società, alla guida di questo nostro amato paese.

Buon lavoro a tutti e grazie dell’attenzione.

Fabio Regazzi, Presidente AITI

 

Mendrisio, Cinema Plaza, martedì 16 maggio 2017

Il tunnel di base del San Gottardo e il futuro del traffico merci europeo

Nicolas Perrin, CEO FFS Cargo

Paolo Beltraminelli, Presidente del Consiglio di Stato del Cantone Ticino

Gentili signore e signori clienti di FFS Cargo

Collaboratrici e collaboratori di FFS Cargo,

quando capita di gettare lo sguardo tra due binari paralleli che vanno verso l’orizzonte, si capisce subito che c’è molto di più di acciaio, cemento e pietra.

Le ferrovie hanno dato forma alla Svizzera e rimodellato il cantone Ticino, non solo a livello di paesaggio, ma anche economico. Marco Solari porta sempre questo esempio. “La ferrovia ha connesso il Canton Ticino al resto della Svizzera verso la fine del ‘900. I primi, durante il viaggio inaugurale, a passare sotto le Alpi furono un gruppetto di giornalisti, tra cui uno della NZZ, che così hanno avuto la possibilità di visitare il Ticino. Il giornalista è tornato in redazione a Zurigo e raccontare ciò che aveva vissuto e tra le frasi che scrisse vi era “ho visto famiglie ticinesi abitare in case e abitazioni in cui anche i nostri maiali si sarebbero rifiutati di vivere”. Questo a dimostrazione di come il Ticino era sottosviluppato. Nel frattempo molte cose sono cambiate, grazie anche al collegamento ferroviario. La ferrovia ha quindi dato forma al nostro Paese: il luogo dove vivere, lavorare e trascorrere il tempo libero è stato segnato dalla crescita di questo sistema di trasporto. È grazie alla ferrovia, in particolare al primo tunnel del San Gottardo del 1882, che questo cantone è entrato nell’era moderna.

L’inaugurazione della galleria di base del Gottardo (GbG) occupa un’importante pagina nella storia elvetica e ticinese. Gli storici parleranno di un prima e un dopo Alptransit, come per la galleria del 1882. Negli ultimi mesi le analisi, i commenti si sono sprecati nel cercare di spiegare e magari anche anticipare quali saranno le ricadute, tutte quasi sempre positive, dell’apertura della GbG.

Ho presenziato all’inaugurazione della GbG/Alptransit a Pollegio lo scorso 1. di giugno provando un profondo senso di orgoglio per quanto realizzato dal nostro Paese. Orgoglio accresciuto nell’udire le parole di elogio espresse dai più importanti capi di Stato europei presenti all’evento. Tuttavia, proprio perché si snoda in Ticino, non sfugge ai ticinesi quella che a mio avviso rimane una grande opera incompiuta: lo sbocco a sud di Alptransit. Dopo l’apertura della Galleria del Ceneri nel 2020, il mancato proseguimento della linea con l’Italia rischia di compromettere seriamente la capacità di connessione del traffico merci svizzera con il sistema ferroviario europeo, e di riflesso condizionare lo sviluppo economico dell’intero Paese. In altre parole il rischio è quello di sfruttare solo parzialmente questo gigantesco investimento promosso e finanziato interamente dalla Svizzera. Uno scenario che dobbiamo assolutamente scongiurare.

La Svizzera è consapevole di questo rischio. L’accordo siglato il 31 maggio scorso a Lugano tra i CEO di FFS, DB e FS per migliorare l’offerta transfrontaliera tra Milano e Francoforte attesta della volontà elvetica di integrarsi meglio nella reta ferroviaria europea. Quanto le ferrovie stanno facendo è stato ben illustrato da Nicolas Perrin nel suo intervento. Riduzione dei tempi di percorrenza, introduzione di nuovo materiale rotabile, e corridoio a 4 metri sulla tratta svizzera e italiana Luino-Gallarate e Luino-Novara, per un investimento di 150milioni di CHF, sperando non sia una Stabio-Arcisate 2 (inaugurata da parte svizzera a fine 2014, mentre quella italiana è ancora in cantiere…) creeranno i presupposti per la nascita da fine 2020 di una ferrovia efficiente per il trasporto merci. I nostri vicini hanno dal canto loro promesso ampliamenti strutturali, la realizzazione di tre nuovi terminali di carico per il traffico merci nell’area di Milano e un ampliamento della tratta tra Mannheim e Basilea.

Tout va bien Madame la Marquise? Non proprio.

L’Europa ha lanciato nel gennaio 2014 un piano di investimenti sulle rotaie di 24 miliardi di euro entro il 2020 chiamato Trans-European Transport Networks (TEN-T). Alla sua base c’è il disegno di collegare aree diverse del continente da Est a Ovest, da Nord a Sud, con corridoi strategici:

  • 15’000 km linee ferroviarie trasformate in alta velocità
  • 35 progetti transfrontalieri per ridurre i colli di bottiglia
  • 94 principali porti europei con collegamenti ferroviari e stradali
  • 38 aeroporti.

L’impatto del TEN-T sarà enorme, non solo in termini di mobilità, ma anche per quel che riguarda l’occupazione. Stando ai dati forniti dalla Commissione europea dei trasporti potrebbe infatti portare alla creazione di 10 milioni di posti di lavoro e far crescere il PIL europeo al 2030 dell’1.8%. Anche rivedendo al ribasso queste cifre ci rendiamo conto che stiamo parlando di cambiamenti importanti che avranno un effetto diretto sull’economia dei trasporti e quindi sulla movimentazione delle merci. Il progetto TEN-T prevede infatti l’utilizzo delle linee ad alta velocità, inclusi i tunnel, per collegare i terminal delle merci agli scali aerei e ai porti, e per continuare il loro viaggio a velocità elevata (ogni treno con 20 carrozze può essere caricato e scaricato in 15 minuti, e trasportate oltre 100 t. di beni). La Svizzera viene menzionata in uno dei 30 progetti per la tratta Lione/Genova-Basilea-Duisburgo-Rotterdam-Anversa, mentre per le altre dorsali si preferisce altri percorsi. Quindi affermare come ha fatto settimana scorsa la nuova presidente del CdA di FFS Monika Ribar[1] che “la Svizzera è al centro dell’Europa e i nostri confinanti hanno bisogno della Svizzera per i collegamenti” è una valutazione parziale e fors’anche un po’ ottimistica. In realtà l’Europa ha bisogno di noi in un solo dei suoi 30 progetti prioritari…

Quindi alla domanda “cosa fa la politica svizzera per garantire la capacità di collegamento della GbG ai paesi confinanti?” rispondo che la nostra Ministra dei trasporti Doris Leuthard si sta impegnando per migliorare le connessioni del nostro paese con il Continente. Tuttavia rimane un problema di fondo: l’evoluzione dei sistemi di trasporto dei paesi confinanti non è paragonabile a quella svizzera. La politica europea in materia è infatti agli antipodi rispetto a quella elvetica. L’Europa punta sull’alta velocità che può oramai competere sulle medie distanza anche con il trasporto aereo grazie all’importante riduzione dei tempi di percorrenza. L’obiettivo di aumentare la competitività ferroviaria grazie all’ampliamento della rete ad alta velocità è centrale per la Commissione europea dei trasporti, ma rischia di lasciare il nostro Paese ai margini di qualsiasi riflessione fintantoché non avremo potenziato le connessioni transfrontaliere al nord e al sud della nostra rete Alptransit. Qui potremmo poi soffermarci su una differenza non solo semantica: stiamo provando a collegarci alla rete europea o ad integrarci? Solo quest’ultima volontà garantisce di non restare, prima o poi, in fuorigioco.

Sono passati 15 anni da quando il Parlamento svizzero si era fissato l’obiettivo di “ridurre entro 2009 a 650’000” il numero annuale di passaggi transalpini degli autocarri. Oggi si può affermare che questo ambizioso auspicio è stato disatteso in ampia misura e non di certo perché si è fatto poco (anzi è vero semmai il contrario!), quanto piuttosto perché l’obiettivo era oggettivamente irrealistico, una forzatura frutto del clima politico ma sprovvisto di qualsiasi fondamento. Nel contempo la politica svizzera dei trasporti si è concentrata su una distribuzione uniforme dei servizi ma ha trascurato l’integrazione nelle reti europee.

Nel 2020 la Svizzera avrà investito quasi 30 miliardi di franchi nell’ammodernamento della rete ferroviaria, ma “solo” 1.2 miliardi nei collegamenti alla rete europea ad alta velocità[2]. Questo per dire che il programma di ampliamento delle ferrovie svizzere si concentra quasi esclusivamente sui collegamenti ferroviari interni e per ora le connessioni transfrontaliere tra Svizzera ed EU non possono essere definite ad “alta velocità”. Inoltre come già evocato l’assenza di un allacciamento di Alptransit a sud di Lugano rimane una pesante lacuna nell’intero sistema ferroviario elvetico. Il recente accordo di Lugano è solo un tentativo per cercare di ovviare al nostro tallone di Achille, ma non basta.

Il ruolo di FFS Cargo nell’ambito dell’apertura della GbG e tra qualche anno di quella del Ceneri sarà quello di assicurare un trasporto merci su rotaia più performante e meno oneroso dell’attuale, in modo da reggere il confronto internazionale. In particolare la concorrenza da parte di altri corridoi europei, come il Berlino-Verona/Milano-Bologna-Napoli-Messina-Palermo. Nel contempo bisognerà gradualmente ridurre i sussidi per ottenere la massima efficienza in particolare nell’interscambio complessivo tra Svizzera-Italia e i Paesi interessati dai nostri valichi alpini. Non va poi sottaciuto che i tre porti del sistema ligure movimentano il 50% dei traffici container in import-export a livello italiano e sono pure oggetto di interventi infrastrutturali ed organizzativi di particolare rilevanza. Questo consentirà alla Svizzera e ad FFS-Cargo di giocare un ruolo chiave sul corridoio Reno-Alpi e per l’intero nord-ovest italiano, di grande importanza economica per noi svizzeri, ma anche per la Germania. Non da ultimo il nostro vicino italiano ha tutto l’interesse nel potenziamento di quest’asse che consentirebbe di ridurre i costi per minore immobilizzo delle merci e migliorare la competitività dei porti liguri rispetto ai flussi est-ovest tra Europa ed Asia.

Mi permetto di concludere questo intervento con un monito. Al di là dell’importanza certamente epocale della GbG e tra qualche anno (2020) di quella del Ceneri, la Svizzera non può illudersi di sedersi sugli allori ma deve assolutamente approntare quanto prima nuove visioni e un nuovo scenario di sviluppo della sua rete di trasporti transalpini che migliori le connessioni al nord e al sud delle sue frontiere. Come ad esempio affrontando seriamente alcune proposte creare uno sbocco a sud di Alptransit con un corridoio Lugano-Milano-Mediterraneo (LuMiMed) con una galleria sotto il ponte diga. In caso contrario, le nostre ipotesi di aumentare le condizioni di competitività saranno disattese se lo sviluppo della portualità ligure e dell’intera rete ferroviaria europea non saranno accompagnati in modo adeguato dallo sviluppo delle reti ferroviarie di accesso transfrontaliere con dal nostro Paese con il resto dell’Europa.

Come si può ben vedere siamo di fronte a numerose e difficili sfide che metteranno sotto pressione tutti gli attori della politica del trasporti. La Svizzera è sempre stata all’avanguardia su questo fronte ma per non perdere il treno dello sviluppo dovrà reagire rapidamente ai mutati scenari. Sono tuttavia fiducioso che abbiamo i mezzi per riuscirci.

 

 

[1] La Regione, 31.8.2016

[2] Maggi, Geninazzi, S-CAMBIARE, 2010, p. 19

Allocuzione del Consigliere nazionale Fabio Regazzi in occasione dei festeggiamenti per il Primo di Agosto

Stimati Sindaci di Balerna, Chiasso e Vacallo

Spettabili autorità comunali

care e cari concittadini del Mendrisiotto,

è per me un grande piacere, oltre che un onore personale, esprimermi davanti a voi in occasione del Natale della Nostra Patria. Da quando sono diventato Consigliere nazionale i festeggiamenti del Primo di Agosto sono un’occasione privilegiata per riflettere sui valori fondanti del nostro Paese in un’ottica contemporanea. Ed è per questo che ho accolto con entusiasmo il vostro invito, per il quale vi ringrazio.

Visto dal Locarnese, da dove provengo, i “momò” passano per essere cordiali, socievoli e aperti di vedute. Il Mendrisiotto può dunque ben dirsi una piccola e vivace comunità regionale. Del resto non esistono svizzeri, ma esistono “gli Svizzeri”, “i Ticinesi” e quindi anche “i Momò”. Oggi questi tratti variegati sono più difficili da riconoscere. Le carte si sono mescolate, il particolarismo ha lasciato il posto ai “non luoghi”, alla mobilità delle persone, del sapere, delle mentalità e delle culture. Ma “i Momò”, come comunità caratteristica continuano ad esistere e resistere, un po’ come gli irriducibili Galli del piccolo villaggio dell’Armorica nella famosa storia del fumetto francese Asterix.

Rivolgendomi alle cittadinanze di Balerna, Chiasso e Vacallo mi rendo conto di parlare alla parte più a sud della Confederazione elvetica, quindi a una realtà di frontiera che, per definizione, ha peculiarità e caratteristiche diverse dal resto del Paese.

È indubbio che il Mendrisiotto vive i mutamenti del nostro tempo prima di altre regioni: porta principale del Ticino e della Svizzera verso l’Italia, primo avamposto per l’arrivo di rifugiati alla nostra frontiera, ma anche confrontato con diverse altre problematiche dettate dalla vicinanza con l’Italia. Penso in particolare ai noti problemi del traffico, generato quotidianamente dai pendolari che dall’Italia vengono da noi a lavorare e da quello di transito lungo l’asse nord-sud.

Lo svincolo di Mendrisio contribuirà indubbiamente a migliorare la situazione, ma evidentemente non basterà. Il congestionamento da e verso Lugano nelle ore di punta è riconducibile ad un’autostrada sovraccarica, al limite della saturazione. Inutile farsi illusioni: un aumento della capacità è irrealizzabile a corto-medio termine. Occorre quindi puntare – come già si fa in altre regioni svizzere – su di un potenziamento del trasporto pubblico e, dove è possibile, su di una gestione diversa degli spostamenti (orari di lavoro, telelavoro e carpooling/sharing). Ma ci vogliono soprattutto nettamente più posteggi park and ride alle stazioni vicino alla frontiera e vanno migliorati i collegamenti verso le stazioni ferroviarie. Più gente sui treni, meno sulla strada, ma per raggiungere questo obiettivo bisogna ampliare l’offerta di trasporto pubblico e non punire chi usa l’automobile, spesso senza disporre di alternative.

Consentitemi a questo punto, cari amici e concittadini Momò, di spendere due parole riguardo la tassa di collegamento, accolta di stretta misura in votazione popolare lo scorso 5 giugno ed entrata in vigore proprio oggi, Primo di Agosto. So che il Mendrisiotto, per le note difficoltà viarie che ho appena ricordato, si è espresso a favore di questa tassa, che in realtà è un’imposta. Tuttavia, pur nel pieno rispetto della volontà popolare e in attesa di una decisione riguardo i preannunciati ricorsi al TF, continuo a contestare queste modalità di chiamare alla cassa lavoratori e consumatori senza contropartita. Ero e resto convinto che l’equazione tassa di collegamento = meno traffico è sbagliata e illusoria! Il lavoratore-consumatore pagherà la tassa ma il traffico non diminuirà, e quel che è peggio lo Stato non avrà fatto i compiti. Da un lato ci tassa chiedendoci di lasciare a casa l’auto, dall’altro non offre le necessarie alternative che ho già citato: park and ride nei pressi delle stazioni del treno, anche oltre confine, o sviluppare una rete di trasporti pubblici che soddisfi anche quelle regioni densamente popolate da imprese e lavoratori da dove oggi il trasporto pubblico è quasi del tutto assente. Per questo motivo in qualità di presidente dell’Associazione Industrie ticinesi mi sono opposto alla tassa, ribadendo nel contempo la nostra disponibilità a collaborare con le autorità cantonali e a fare la nostra parte per contribuire a trovare soluzioni praticabili ed efficaci. Se invece lo scopo è – come in questo caso – solo quello di fare cassa noi non ci stiamo e ci batteremo sempre per contrastare questa e altre derive di stampo statalista e illiberale.

“Ci vuole un villaggio per crescere un bambino” recita un preverbio africano, ripreso di recente da Hillary Clinton nel suo discorso per la nomination democratica. In un’Europa attraversata dai venti mortali di una nuova utopia impregnata dal fanatismo sanguinario, questo semplice proverbio ci ricorda l’importanza della famiglia e della solidarietà sociale. A noi svizzeri, appartenenti a 26 cantoni, riuniti in un’alleanza confederale “al fine di rafforzare la libertà e la democrazia, l’indipendenza e la pace, in uno spirito di solidarietà e di apertura al mondo” come recita il preambolo della nostra Costituzione, l’appartenere ad una piccola comunità, incastonata nel cuore dell’Europa, posizione a prima vista vulnerabile, si rivela invece una grandissima opportunità, grazie ai nostri valori fondanti. Dobbiamo quindi continuare sulla strada  delle collaborazioni e degli accordi internazionali, quella della neutralità e dei buoni uffici per la pacificazione dei conflitti. Ebbene sì, la nostra storia si muove in questa direzione, grazie a generazioni di svizzere e svizzeri che alla chiusura a riccio preferisce quella del dialogo e del confronto. Una scelta lungimirante, decisiva per il nostro benessere, anche sul piano economico.

Nella mia veste di imprenditore voglio qui sottolineare con forza che lo sviluppo non può realizzarsi nell’autarchia che qualcuno ha in mente, in un Ticino chiuso da muri alle frontiere e reso impenetrabile agli stranieri. Del resto a due mesi dall’apertura di Alp Transit possiamo solo attenderci a un cambiamento epocale. Per il Ticino, le opere di grande ingegneria ferroviaria hanno sempre segnato una svolta storica e dopo l’apertura della Galleria del Ceneri nel 2019, il Ticino diventerà ancor più l’intersezione tra lo spazio economico compreso fra Zurigo e Basilea e la vicina Lombardia.

Questo fatto dovrebbe aprire una sana riflessione sulla tentazione di voler rendere ermetiche le frontiere e regolamentare in modo eccessivamente rigido l’accesso della manodopera al mercato del lavoro. Se svolta intelligentemente ha un senso, ma se vogliamo continuare sulla via dello sviluppo e dunque della crescita del nostro territorio in termini di benessere economico e sociale dobbiamo accettare anche la sfida della competitività che non si combatte con la chiusura. Ed è proprio su questi due fronti che si gioca la sfida dell’applicazione dell’iniziativa del 9 febbraio 2014: la quadratura del cerchio appare difficile anche se il Ticino una possibile via d’uscita l’ha indicata. La palla è ora nel campo della politica federale per cui seguiremo da vicino gli sviluppi nei prossimi mesi.

Non posso non terminare la mia allocuzione del Primo di Agosto senza rivolgere una riflessione anche al protagonista di questa giornata: l’Inno nazionale, noto anche come Salmo Svizzero.

Ogni tanto, qualche buontempone, torna alla carica con la proposta di sostituire il nostro Salmo Svizzero. La motivazione? È brutto, stantio, non più aderente alla realtà… È come dire: “la bandiera con la croce non è estetica, sostituiamola con una a quadretti”, idea invero già balenata nella mente di del solito benpensante, più preoccupato a non urtare la sensibilità di talune minoranze religiose o agnostiche che della salvaguardia dei nostri valori e delle nostre tradizioni.

Quindi anche l’Inno Nazionale non è rimasto al riparo da questo sforzo creativo e ci ha pensato – sebbene nessuno glielo avesse chiesto – la Società svizzera di utilità pubblica, che immagino pochi di voi conoscono, a lanciare un concorso e a decretarne il vincitore. Per la cronaca l’ha spuntata tale Werner Widmer, con l’Inno dal titolo “Rosso-bianco in unità”, mantenendo – a quanto pare – invariata la musica.

Vorrei comunque tranquillizzarvi: non ho nessuna intenzione di cantarvi il nuovo testo, e non solo perché non sono particolarmente intonato. Permettermi invece di soffermarmi sul senso di questa bislacca iniziativa di “restyling”.

La musica e le parole di un inno nazionale hanno un significato simbolico. Ma non solo: rappresentano il nostro Paese a tutti gli effetti, come il nome “Svizzera”, come la bandiera a croce bianca su sfondo rosso. Le categorie bello, brutto, moderno e vecchio non si applicano ai simboli.

I simboli servono per richiamare alla mente dei concetti, un passato storico comune, dei valori condivisi, e non per appagare il gusto di qualche illuminato mosso da criteri estetici pur sempre soggettivi e individuali. Non si canta il Salmo Svizzero per ascoltare della buona musica, ma per far presente a chi lo ascolta che qualcuno sta rappresentando la nostra Patria, il suo popolo, le sue istituzioni.

Forse nel 1981, data dell’ufficializzazione dell’attuale Salmo, si sarebbe potuto scegliere un inno più bello e già allora il testo poteva essere aggiornato. Ma la decisione del Consiglio federale è stata di confermare come inno il canto che veniva intonato nelle manifestazioni sin dal 1841!

Da allora, non si contano più gli alzabandiera accompagnati dalle note del Salmo Svizzero e dalle parole cantate, spesso solamente mormorate, da cittadini, politici, militari, sportivi (seppur con qualche difficoltà come abbiamo ancora constatato ai recenti Europei di calcio…) nelle più svariate manifestazioni.

Ecco perché sono contrario a sostituire il nostro inno, e anzi sono favorevole a insegnare in tutte le scuole elvetiche il significato esatto delle sue parole, come saggiamente deciso dal Gran Consiglio ticinese qualche anno fa.

Quindi ringrazio la Società svizzera di utilità pubblica per aver contribuito in modo costruttivo al dibattito riguardo il nostro inno, ma della nuova proposta non saprei francamente cosa fare. Non si baratta un inno nazionale, simbolo della nostra identità, con altre parole, perché l’inno e quelle parole vecchie oramai di 175 anni (1841) sono cariche di storia, di orgoglio, di emozioni: sono, in altri termini, un consolidato riferimento per un intero paese. Il nostro Paese. E ciò non è poco considerate le differenze che ci dividono e nel contempo, grazie alla nostra storia, ci uniscono. Altre parole, o altri inni, per quanto più moderni siano non ci porteranno mai quella dote di valori che suscita in noi il nostro caldo, e per me molto bello “Quando bionda Aurora il mattin c’indora, l’alma mia t’adora, Re del ciel…”

E allora, care e cari concittadini, buon 1° di Agosto a tutti.

Grazie Mendrisiotto e viva la Svizzera.

 

Fabio Regazzi,

consigliere nazionale

 

Chiasso, 1 agosto 2016

Presentazione di Peter Maurer, presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa

IMG_0229È un onore particolare che mi è conferito oggi di poter introdurre il nostro prestigioso ospite: Peter Maurer, Presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa.

Peter Maurer, di origine bernese (Thun), è stato attivo come ambasciatore e ha assunto la Direzione politica degli affari esteri a Berna. Nel 2004 è stato capo della Missione permanente della Svizzera presso le Nazioni Unite a New York. Segretario di Stato per gli affari esteri nel 2010, nel 2012 ha assunto la presidenza del CICR in sostituzione di Jakob Kellenberger.

L’azione umanitaria del CICR si estende su 80 paesi. Tra le sue priorità figurano il rafforzamento della diplomazia umanitaria, il dialogo con gli Stati e altre parti in causa per far rispettare il diritto internazionale e il consolidamento dell’azione umanitaria grazie all’innovazione e a nuove collaborazioni.

Senza ombra di dubbio abbiamo tra di noi un grandissimo imprenditore visto che presiede un’organizzazione internazionale, ramificata in 80 paesi, con un budget di 1,6 miliardi di franchi nel 2015…!

Con la sua presenza, Aiti ha voluto quest’anno dedicare parte della sua assemblea alle grandi questioni internazionali, in particolare ai conflitti e alle loro conseguenze più pesanti, ai flussi migratori, che preoccupano giustamente Stati e opinione pubblica. Alcune forze politiche cavalcano i timori dei cittadini agitando lo spettro di una vera e propria invasione capace di alterare l’identità culturale e sociale del Vecchio continente.

In questo quadro, compito della Svizzera deve essere – non solo quello di dare assistenza ai richiedenti l’asilo che ottengono il permesso di rimanere – ma anche di trovare un quadro normativo e una strategia politica capaci di offrire risposte a fenomeni stratificati e complessi, non da ultimo rispondere alla necessità di integrazione di gruppi di persone con un retroterra culturale, sociale, economico estremamente complesso e diverso dal nostro.

Un dato non banale per noi: il Vecchio continente è vecchio davvero e la Svizzera ancor di più. E avrà bisogno, nei prossimi anni, di una crescita demografica tale da sostenere sistemi previdenziali e assistenziali sempre più costosi. Per questo è facile immaginare che i migranti giocheranno un ruolo vieppiù importante nella nostra società. So che è un discorso difficile quanto impopolare da sostenere, ma un nuovo modello di integrazione e inserimento economico-sociale può e deve essere immaginato e la Svizzera nel tempo ha sviluppato buone pratiche, da aggiornare certo, ma che hanno dimostrato di saper accogliere le persone e valorizzarne professionalità e talenti. Vincendo così una sfida difficile e dimostrando che, se governata, anche l’immigrazione può diventare un’opportunità per i paesi che ne sono destinatari.

Relazione tenuta davanti all’Assemblea generale ordinaria AITI

 

Signor Presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa Peter Maurer

Signor Presidente del Gran Consiglio Fabio Badasci

Signor Consigliere di Stato Christian Vitta

Cari colleghi del Consiglio nazionale Ignazio Cassis e Marco Chiesa

Granconsiglieri

Presidenti e Direttori delle associazioni economiche

Membri del Comitato internazionale della Croce Rossa

Gentili ospiti e soci

In questa mia relazione riservata alla parte pubblica della nostra assemblea generale non parlerò della situazione congiunturale ed economica che sta attraversando il comparto industriale. A questo tema abbiamo dedicato settimana scorsa la tradizionale conferenza stampa in cui abbiamo illustrato le difficoltà e le sfide del nostro settore e ne ho riferito nella relazione riservata ai soci. Ho quindi deciso di dare un taglio diverso al mio odierno intervento che ho suddiviso in 4 capitoli in cui toccherò alcune questioni di fondo ma anche temi di stretta attualità.

 

  1. Il ruolo dello Stato, il ruolo degli imprenditori

“In una battaglia tra la forza e un’idea, quest’ultima prevale sempre.” “Che un fatto sia considerato vero dalla maggioranza non prova la sua verità. Che una politica sia considerata opportuna dalla maggioranza non prova la sua opportunità.”

Queste frasi dell’economista Ludwig Von Mises, capofila della scuola degli economisti austriaci, scampato all’orrore del nazismo e riparato negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, mi permettono d’introdurre qualche riflessione sul ruolo dello Stato e degli imprenditori nella società moderna e in particolare nel contesto del cantone Ticino.

Quali sono le idee degli imprenditori? E quanto sono in grado oggi di prevalere? Siamo ancora capaci noi imprenditori di farci ascoltare? Perché il consenso e il riconoscimento nei confronti di chi fa impresa sembra scemare?

L’idea dell’imprenditore non ha perso legittimità e validità, semmai è diventato più difficile sostenerla e apprezzarla. Noi imprenditori parliamo soprattutto attraverso le nostre azioni e i nostri comportamenti, ma nell’epoca della globalizzazione della comunicazione siamo pure costretti a fronteggiare il conformismo con il quale parti sempre più ampie della politica e dell’opinione pubblica giudicano in maniera negativa e persino sprezzante chi fa impresa, cioè chi combatte ogni giorno per dare un futuro alla propria azienda e ai propri collaboratori. Tuttavia appare chiara l’importanza di far conoscere i nostri problemi per superare lo scetticismo dilagante, che a volte si trasforma addirittura in ostilità, nei confronti di chi fa impresa.

A questo proposito saluto con favore l’iniziativa del Consigliere di Stato Christian Vitta di visitare, in collaborazione con AITI, le aziende per toccare con mano sfide e difficoltà con le quali il mondo imprenditoriale ticinese è confrontato. Un piccolo ma importante passo per cogliere la varietà del tessuto industriale, le sue aspirazioni, il suo impegno a favore del benessere di questo Cantone. Ho avuto il piacere di partecipare ad alcune di esse da cui ho ricavato lo spirito positivo e la sensibilità di questo mondo, il nostro mondo, nel cercare di superare le numerose e impegnative sfide che oggi ci frappongono i mercati ma anche, purtroppo, la politica. Tra queste l’eccessiva burocrazia, il già citato tasso di cambio sfavorevole, la concorrenza con prodotti dei paesi dell’est e/o asiatici che hanno abbassato notevolmente gli utili da reinvestire nell’azienda, una perdita di prestigio dello swiss made e le note difficoltà nel reperire personale adeguatamente formato sul territorio. Temi sui quali tornerò puntualmente nel corso di questa mia relazione.

Prendendo spunto da queste esperienze, mi sento di poter dire che il mondo imprenditoriale è caratterizzato da un lato dalla correttezza e dall’altro dalla consapevolezza che l’impresa è immersa in un mare sconfinato dove essere e restare competitivi diventa sempre più difficile. E’ qui che sovente molti giudicano sbagliate decisioni imprenditoriali – ad esempio una pur dolorosa ristrutturazione – che invece servono proprio a salvaguardare l’esistenza dell’azienda.

Gli imprenditori devono assumere le buone pratiche del fare impresa, il senso etico di intraprendere. Ciò anche perché essere azienda virtuosa diventa fattore di competitività. I clienti sempre più sceglieranno quelle imprese che ai loro occhi si comportano correttamente, lo stesso avverrà con i collaboratori e la competizione fra le imprese si giocherà anche sulla capacità di attrarre i talenti migliori. Il personale qualificato si muoverà prima di tutto verso quelle aziende che gestiscono in maniera attiva la loro responsabilità sociale. Annuncio a questo proposito che AITI si farà interprete di queste esigenze in termini di servizi e formazione alle aziende sul tema della responsabilità sociale. D’intesa con l’Unione svizzera degli imprenditori e con altre organizzazioni nazionali che si occupano di temi come ad esempio la conciliazione fra lavoro e famiglia o l’impiego del personale più anziano, intendiamo diffondere anche in Ticino modalità e approcci che nel resto della Svizzera raccolgono un’attenzione e un successo crescenti.

Se dal lato delle imprese è chiaro che la sopravvivenza e la crescita si gioca sia sulla capacità innovativa sia sulla trasformazione dell’azienda in un luogo aperto e virtuoso verso le collaboratrici e i collaboratori, dall’altro lato non possiamo non guardare con una certa preoccupazione all’involuzione del contesto in cui operiamo, sia dal punto di vista politico che istituzionale. A cominciare dal ruolo assunto dallo Stato e penso in particolare anche alle sue aziende autonome, para-statali, che vieppiù si stanno muovendo secondo logiche a volte all’opposto di quanto chiesto a noi imprenditori dalla politica stessa.

Da qui il mio appello: è buona e giusta cosa chiedere al nostro mondo imprenditoriale di agire con senso di responsabilità. Se tanto mi da tanto lo Stato deve manifestare dal canto suo rispetto analogo nei confronti delle nostre aziende e dei nostri prodotti. Negli ultimi mesi sono più volte intervenuto presso la Confederazione con inviti all’uso del buon senso nelle procedure di appalto, non per introdurre corsie preferenziali, ma per chiedere rispetto delle stesse regole che vengono chieste a noi.

Della minore comprensione verso chi fa impresa rispetto al passato ho già detto in precedenza. Oggi però assistiamo sia a una crescita pericolosa della burocrazia che investe la vita delle imprese, sia a proposte e scelte politiche che vanno nella direzione contraria rispetto a uno sviluppo economico lungimirante. La burocrazia non deve essere confusa con il giusto controllo del rispetto delle leggi e dei regolamenti, ma abbinata al venir meno del buon senso nella sua applicazione diventa di fatto una condizione penalizzante per il fare impresa in Ticino. Più volte abbiamo ad esempio denunciato il fatto che una richiesta di licenza di costruzione per un semplice cambio di destinazione d’uso deve attendere parecchi mesi prima di essere soddisfatta. Gli esempi di pastoie burocratiche si sprecano e potremmo pertanto farne molti altri.

I tempi della burocrazia non sono per nulla allineati ai tempi delle decisioni economiche! Allora chiedo anche ai politici: non stiamo forse segando il ramo sul quale siamo tutti seduti? Non credete forse che sarebbe il caso di aiutare invece che ostacolare chi si dà la briga ogni giorno di fare impresa e mantenere posti di lavoro e sviluppare benessere soprattutto per chi abita nel nostro Cantone? E’ chiaro per noi che dal Governo ma anche dai Municipi deve giungere un segnale forte verso l’amministrazione pubblica affinché quantomeno le imprese non siano ostacolate nel fare azienda come purtroppo avviene.

Quanto alla politica abbiamo sotto gli occhi in questi ultimi anni troppi esempi di proposte sballate – contro le imprese, contro i lavoratori esteri contro chi in generale immagina uno sviluppo economico che presuppone l’interazione con l’estero – che si limitano a parlare alla pancia degli elettori ma che non propongono assolutamente nulla di concreto e realizzabile per lo sviluppo economico del cantone Ticino. Il fatto che parte della politica sostenga proposte accattivanti ma poco perspicaci che raccolgono una maggioranza dei pareri, per rifarmi alla frase di Ludwig von Mises citata all’inizio, non significa ancora che le scelte che ne derivano siano quelle opportune. Se questo Cantone vuole davvero percorrere questa strada – suscitando a volte perplessità e ilarità nel resto della Svizzera – allora è meglio dire subito alle cittadine e ai cittadini che il declino è programmato. Noi, sia chiaro, ci opponiamo a questo declino con tutte le nostre forze.

 

  1. La tassa di collegamento: spia di uno Stato che sa agire solo a colpi di balzelli e imposte

Perché il mondo economico si batte tanto contro l’introduzione di una cosiddetta tassa di collegamento, in votazione il 5 giugno e perché invitiamo la popolazione a respingerla? Beh, c’è in gioco molto di più del pagamento di un’imposta sui parcheggi. Intanto dobbiamo ribadire che l’economia di questo Cantone non si è mai opposta all’introduzione di una vera tassa causale come del resto già prevista dal 1994 con la legge sui trasporti pubblici. Una tassa cioè definita come controprestazione in termini di trasporto pubblico al traffico generato dai lavoratori e dai consumatori. In altre parole, tu azienda paghi allo Stato una tassa e io Stato in cambio collego con il trasporto pubblico la zona dove tu sei insediata e dove i lavoratori vengono a lavorare. Purtroppo la discussione fra noi e lo Stato per trovare delle soluzioni praticabili e efficaci per fronteggiare i problemi di mobilità di questo Cantone, che non escludono l’adozione di una tassa causale, è sfociata in nulla e di fronte alla pervicace volontà di introdurre una vera e propria imposta sui parcheggi, che nessun altro Cantone della Svizzera conosce, siamo stati addirittura costretti a lanciare il referendum, del resto coronato da ampio successo se pensiamo che siamo riusciti a raccogliere oltre 24’000 firme, cosa in passato mai riuscita a nessuno. Ma, come dicevo, il prossimo 5 giugno la posta in gioco è ben superiore all’introduzione di un’imposta che, a scanso di equivoci, qualora venisse approvata andrà a carico dei lavoratori e consumatori. Il 5 giugno dobbiamo infatti decidere come cittadini se vogliamo consegnare allo Stato la libertà d’introdurre tasse e imposte ad ogni occasione per finanziare compiti ordinari, come ad esempio il trasporto pubblico. In tutto il resto della Svizzera lo Stato deve utilizzare convenientemente le imposte ordinarie che i cittadini contribuenti pagano per finanziare i servizi dello Stato. In Ticino si vorrebbe invece sovvertire questa buona regola istituendo la regola che in caso di una necessità, definita beninteso unilateralmente sempre dallo Stato, il cittadino verrà chiamato alla cassa, secondo il principio noto come “tassa e spendi”. Sarà infine il cittadino elettore a decidere se vuole accettare o meno questo cambio di paradigma e noi che combattiamo la tassa di collegamento ci adegueremo beninteso alla volontà popolare. Ma oltre che invitare le cittadine e i cittadini a deporre un convinto NO nell’urna il 5 giugno alla modifica della legge sui trasporti pubblici invitiamo le elettrici e gli elettori a riflettere seriamente se vogliamo ancora vivere in uno Stato liberale – nel senso ampio del termine – oppure se vogliamo che lo Stato si occupi a modo suo di noi cittadini dalla culla alla tomba. La vera soluzione ai problemi del traffico non sta nella creazione di nuove imposte o nell’aumento delle tasse esistenti, bensì nella creazione insieme alle aziende di un vero e proprio sistema di mobilità aziendale, organizzato magari per comparti regionali. Non è possibile chiamare alla cassa lavoratori e consumatori se prima non si fanno i compiti, cioè se prima non si permette ai cittadini di lasciare le auto nei pressi delle stazioni del treno, anche oltre confine, o se si sviluppa una rete di trasporti pubblici che soddisfa anche quelle regioni densamente popolate da imprese e lavoratori da dove oggi il trasporto pubblico è del tutto assente. Il mondo economico, lo voglio ribadire, è pronto a collaborare con l’ente pubblico e a fare la sua parte per contribuire a trovare soluzioni praticabili e efficaci. Se invece lo scopo è solo quello di fare cassa non ci stiamo e ci batteremo per contrastare questa deriva di stampo statalista e illiberale.

 

  1. Partenariato sociale: sì al dialogo costruttivo, no alla demonizzazione delle imprese

Ancora nel recente passato abbiamo stigmatizzato un certo comportamento ideologico dei sindacati che fa astrazione dalle difficoltà congiunturali e strutturali delle imprese per rivendicare situazioni che in conclusione rischiano di trasformarsi in riduzioni dell’occupazione. Subito dopo la decisione della Banca nazionale svizzera del gennaio 2015 di togliere la soglia minima di cambio di 1.20 franchi per euro, abbiamo comunicato a tutte le imprese l’importanza di non prendere decisioni affrettate sui livelli salariali, pur comprendendo la difficile situazione causata dal rafforzamento del franco. Con i sindacati già nel mese di gennaio 2015 abbiamo avviato un tavolo di discussione che si è riunito regolarmente e che in diversi casi ci ha visto intervenire insieme come parti sociali per disinnescare potenziali conflitti o situazioni conflittuali già in essere. Verso la fine dello scorso anno, consapevoli che la situazione del cambio franco-euro rimaneva del tutto insoddisfacente ma si era di fatto stabilizzata, abbiamo fatto un passo ulteriore discutendo con i due sindacati principali, OCST e UNIA, quali temi ci potevano vedere su un versante più collaborativo e meno conflittuale. Ad esempio quello della formazione professionale dei giovani. Su questo come su altri temi costruttivi per lo sviluppo economico del paese intendiamo proseguire la discussione e il confronto. Se questi sono gli aspetti più positivi del partenariato sociale restano tuttavia sul tappeto anche gli aspetti più negativi che noi intendiamo continuare a denunciare.

Alcune frange sindacali, soprattutto di UNIA, si ostinano a demonizzare gli imprenditori e non fanno distinzioni fra chi si comporta correttamente, la stragrande maggioranza, e quella minoranza che invece non rispetta le regole. Tutti gli imprenditori ai loro occhi sono colpevoli. Parlano, a mio giudizio a sproposito, di mercato del lavoro senza regole e allo sbando, di far west imprenditoriale senza fare alcun distinguo. Signori, in Ticino abbiamo oltre 200’000 posti di lavoro, ma gli abusi certificati dall’ufficio dell’ispettorato del lavoro e dalla commissione tripartita sono una frazione infinitesimale. Smettiamola una buona volta con questo gioco al massacro a scapito dei nostri imprenditori. Se c’è qualche mela marcia, come per altro le ritroviamo in tutte le categorie, giusto denunciare e sanzionare ma si abbia l’onestà di riconoscere che la maggior parte di loro opera in modo corretto e responsabile per il bene della propria azienda e delle maestranze.

Quello che è certo è che così non si può andare avanti. Decidano questi sindacalisti barricadieri se intendono continuare a condurre battaglie di retroguardia, che in nazioni a noi vicine non hanno portato ad alcun risultato in termini di occupazione e crescita economica, oppure se vogliono contribuire con noi alla crescita del paese. Da noi la porta è sempre aperta, ma per collaborare ma occorre essere almeno in due.

Con questo auspicio, posso solo salutare positivamente la decisione coraggiosa del sindacato OCST di non appoggiare la tassa di collegamento e di tutto sommato considerare la libertà di voto, per quanto difficilmente comprensibile, lasciata da UNIA come il male minore.

 

  1. Di quale sviluppo economico abbiamo bisogno?

Per noi industriali è chiara la strada che il paese deve intraprendere per generare uno sviluppo economico duraturo. Aziende, lavoratori, Stato e opinione pubblica devono marciare nella medesima direzione. Dobbiamo rafforzare i processi innovativi nelle aziende e migliorare il più possibile l’allineamento fra i profili professionali necessari nelle imprese e la formazione professionale e accademica impartita nelle nostre scuole. Qualcuno si è chiesto seriamente come mai il cantone Ticino accusa un ritardo salariale rispetto a diversi altri Cantoni? Una parte della risposta può stare nel differente costo della vita, ma in realtà la differenza potrebbe stare piuttosto nella composizione del tessuto economico. Scordiamoci che sia l’imposizione di salari minimi a modificare la situazione. Quello che dobbiamo fare come sistema-paese è piuttosto favorire lo sviluppo delle aziende esistenti e delle nuove aziende verso prodotti e processi produttivi in grado di generare valore aggiunto nel tempo. Anche in ambito salariale è il mercato che detta le sue regole, non un’imposizione dello Stato. Quanto più il tessuto economico di una regione è caratterizzato dalla presenza di aziende innovative e quanto più è disponibile personale specializzato tanto più questo personale avrà un maggior valore sul mercato e i salari si adegueranno conseguentemente.

Dobbiamo essere in chiaro sul fatto che lo sviluppo economico non può realizzarsi nell’autarchia che qualcuno ha in mente, in un Ticino chiuso da muri alle frontiere e reso impenetrabile agli stranieri. Del resto a due settimane dall’apertura di AlpTransit possiamo solo attenderci a un cambiamento epocale. Per il Ticino, le opere di grande ingegneria ferroviaria hanno sempre segnato una svolta storica. Con i suoi 57 chilometri di lunghezza, l’arteria principale del nuovo collegamento ferroviario nord-sud attraverso le Alpi è anche l’immagine di una nuova politica dei trasporti sostenibile, accorciando distanze e aumentando il trasporto delle merci.

Questo fatto dovrebbe aprire una sana riflessione sulla tentazione di voler controllare le frontiere e regolamentare l’accesso della manodopera al mercato del lavoro. Se svolta intelligentemente ha un senso, ma se vogliamo percorrere fino in fondo la sfida dello sviluppo economico e dunque la crescita del nostro territorio in termini di benessere economico e sociale dobbiamo accettare anche la sfida della competitività e delle frontiere permeabili. Se vogliamo accogliere aziende sane e innovative sul territorio dobbiamo accettare che queste aziende ma anche le nostre università si confrontino con il resto del mondo e dunque sia data la possibilità anche al personale estero e ai ricercatori provenienti dal resto del mondo di interagire con le aziende in Ticino.

Solo dal dialogo e dal confronto con realtà diverse e variegate nasce e si sviluppa la forza innovativa di un paese. “Il Ticino ai ticinesi” è uno slogan comprensibile se immaginato per dare una risposta credibile alle preoccupazioni dei nostri cittadini, lo è molto meno se pensato per illudere che il nostro Cantone ce la possa fare da solo, contando esclusivamente sulle proprie forze in una sorta di dorata autarchia.

Vorrei infine ringraziare tutti gli imprenditori e in generale tutta la popolazione ticinese e svizzera che lo scorso mese di febbraio ha votato a chiara maggioranza SÌ alla costruzione di una seconda galleria autostradale del Gottardo. Una risposta lungimirante del paese che ha visto impegnate le organizzazioni economiche per molti mesi su questo fronte, con un dispendio finanziario e un impegno personale non indifferenti.

Grazie ancora e buon lavoro a tutti in vista di nuove impegnative sfide, a cominciare da quella contro la tassa di collegamento il prossimo 5 giugno!