NO all’iniziativa popolare per l’abolizione del canone radiotelevisivo

Ritengo non solo importante, ma addirittura indispensabile poter discutere senza pregiudizi del ruolo del servizio pubblico – inteso nell’accezione più ampia del termine – nel nostro paese, dei suoi compiti, delle risorse messe a disposizione e delle modalità di attribuzione e di utilizzo di queste risorse. Cambiano i tempi, cambiano le aspettative degli utenti, e anche il servizio pubblico deve saper adattare la propria offerta. In questa discussione, del resto, non ho mai nascosto le mie perplessità riguardo a alcune scelte sull’impiego delle risorse messe a disposizione dai cittadini attraverso il versamento del canone radio-TV, meglio noto come Billag.
È però di fondamentale importanza capire e far comprendere, anche se di questi tempi è tutt’altro che facile, che il giudizio sull’esistenza di un servizio pubblico, non può limitarsi a considerare gli aspetti prettamente economici: il cittadino deve riconoscere che l’esistenza del servizio pubblico è giustificata dal perseguimento di obiettivi di interesse generale, per loro natura non necessariamente monetizzabili.
Questo vale, in generale, per ogni servizio pubblico, e in particolare per quello radiotelevisivo chiamato a operare in un ambito estremamente delicato per il funzionamento di una società pluralistica, democratica e federalista come la Svizzera!
Il federalismo appunto. Dal punto di vista di una minoranza, come lo è la regione da cui provengo, dovesse essere cancellata la SSR per effetto dell’accoglimento dell’iniziativa “No Billag”, è ipotizzabile che possa nascere nella Svizzera tedesca un’azienda privata – ma una sola! – di dimensioni relativamente importanti, ma certamente non libera e men che meno indipendente. È invece escluso che ciò possa accadere nelle altre regioni del Paese, quelle minoritarie della Svizzera francese e della Svizzera italiana: lo spazio lasciato libero dalla SSR e dalle sue emittenti regionali, RTS e RSI, verrebbe principalmente occupato da competitori esteri, che già oggi godono di discreto seguito in tutte le regioni del paese. Una situazione che nessuno – oso sperare – auspica!
Quanto fin qui detto dovrebbe però bastare per capire che il confronto sul futuro del servizio pubblico radiotelevisivo ha tutte le caratteristiche di un dibattito sui fondamenti della Svizzera. Il mantenimento del canone radiotelevisivo è di vitale importanza non solo per la SSR ma per la Svizzera e le sue variegate componenti regionali e linguistiche, soprattutto in un periodo di forte cambiamento tecnologico del mercato della comunicazione, che influenza le abitudini dei consumatori, fra i quali anche molti giovani. Per non parlare del mercato pubblicitario.
Se è vero che il canone radiotelevisivo permette di garantire un buon servizio pubblico in tutte le regioni linguistiche, è altrettanto vero che una parte di queste risorse sono a beneficio della diversificazione del panorama mediatico e quindi della pluralità delle opinioni: a questo proposito è importante ricordare che alle 21 radio locali private e alle 13 televisioni regionali viene devoluto il 5 per cento dei proventi del canone, pari rispettivamente a circa 25 milioni e 42 milioni di franchi. Ricordo, per inciso, che qualora dovesse essere accolta anche dal Consiglio degli Stati la mozione Darbellay, ripresa da chi vi parla, questo importo aumenterà di ulteriori circa 13 milioni di franchi. Appare pertanto a tutti evidente che in caso di accettazione dell’iniziativa “No Billag” anche queste piccole realtà regionali verrebbero di fatto spazzate via.
Discorso analogo vale per il controprogetto proposto da una minoranza della Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni, che propone di plafonare il canone radio-tv a 200 franchi all’anno, ciò che porterebbe di fatto ad un dimezzamento delle risorse finanziarie a disposizione della SSR. Anche in questa ipotesi le conseguenze non sarebbero molto diverse da quelle che ho appena descritto, con tutte le conseguenze del caso di un simile ridimensionamento, sia in termini di offerta di servizio pubblico come pure sul piano della comunicazione.
Tutto bene dunque? Non proprio. Non è un mistero, che sono sempre stato piuttosto critico riguardo talune scelte operative, di contenuti e di personale della SSR, soprattutto dell’emittente di Comano che ovviamente conosco meglio. Sarebbe a mio avviso un errore mettere la testa sotto la sabbia e ignorare, magari con malcelato fastidio, un innegabile disagio che si respira a sud delle Alpi, emerso per altro in modo chiaro in occasione della votazione sul referendum contro la revisione della legge federale sulla radiotelevisione avvenuta nel 2015.
Confido pertanto che una volta superato lo scoglio dell’iniziativa popolare che mira a limitare il raggio d’azione della SSR, si ri-apra, ma questa volta per davvero, una discussione soprattutto sui contenuti dell’offerta dell’ente radiotelevisivo, inclusa la RSI. Per farlo bisognerà comunque accettare un confronto franco e aperto, abbandonando i toni a volte autoreferenziali che spesso caratterizzano ancora l’atteggiamento della nostra emittente regionale. Proprio perché ho a cuore il futuro della SSR e della sua costola RSI, ritengo questo dibattito necessario.
Con queste considerazioni, a nome del gruppo PPD vi invito pertanto a respingere l’iniziativa popolare “Sì all’abolizione del canone radiotelevisivo” e il relativo controprogetto diretto.

Intervento al Consiglio nazionale, il 14 settembre 2017

Allocuzione del Consigliere nazionale Fabio Regazzi in occasione dei festeggiamenti per il Primo di Agosto a Caslano

“Rosso e bianco, i colori della Svizzera, e altri simboli”

 

Stimato Sindaco di Caslano, Emilio Taiana,

Spettabili autorità politiche, religiose e militari,

care e cari concittadini di Calsano,

 

è per me un grande piacere, oltre che un onore personale, esprimermi davanti a voi in occasione del Natale della Nostra Patria. Desidero pertanto ringraziare il Sindaco Emilio Taiana e il Municipio di Caslano, per questo invito che ho accolto con grande piacere e che considero come un’attestazione di amicizia anche da parte di tutta la popolazione.

Da quando sono diventato Consigliere nazionale i festeggiamenti del Primo di Agosto sono un’occasione privilegiata per riflettere sui valori fondanti del nostro Paese in un’ottica contemporanea, esercizio tutt’altro che facile per il rischio di apparire scontati. Ed è con questa preoccupazione che inizierò la mia allocuzione con una domanda che vi rivolgo: quando parlate della Svizzera ai vostri amici o conoscenti, che cosa vi evoca?

Ognuno di noi porta dentro di sè immagini del nostro Paese, e sono sicuro che non sono tutte uguali. Stasera, ho deciso di svelarvi alcuni dei miei simboli preferiti, in un gioco di confronto con voi, cercando di coglierne, laddove possibile, anche la valenza economica e sociale.

 

SIMBOLO SVIZZERO #1: IL CIOCCOLATO

Ah, il cioccolato! Citare a Caslano il cioccolato come primo simbolo nazionale mi sembra un atto dovuto, vista la vicinanza con una nota ditta che qui ha la sua sede. Un’azienda a carattere internazionale grazie alla sua produzione distribuita in quattro Paesi europei. Da qui sono usciti nuovi prodotti, buone idee e tante prelibatezze che hanno portato il nome di Caslano in tutto il mondo.

Personalmente, e qui vi deluderò, non sono un divoratore di cioccolato a differenza dei nostri compatrioti che ne hanno mangiato ben 11 chili a testa nel solo 2016. Le statistiche segnalano tuttavia una diminuzione delle vendite interne, ma non per quelle all’estero, a riprova di come questo nostro simbolo sia gradito fuori dai confini nazionali. L’attività di esportazione indica quindi una dinamica positiva. In Europa sono progredite soprattutto verso Belgio e Paesi Bassi. Nei maggiori mercati non europei, in Australia, Singapore, Emirati Arabi Uniti e Giappone hanno segnato significativi tassi di crescita. Il fatturato è quindi aumentato (+2,5%), attestandosi a 843 milioni di franchi lo scorso anno.

Il cioccolato al latte è un dunque a pieno titolo un emblema del nostro Paese. E i turisti sembrano essere d’accordo. Basta guardare le scatole di cioccolato nei nostri supermercati. Le hit sono i cioccolatini avvolti nell’immagine dei nostri simboli nazionali: la stella alpina, il Cervino, i laghi blu, gli jodler, per non citare che qualche esempio.

Del resto a chi non è capitato di portare una scatola di cioccolato a un qualche conoscente residente all’estero?

 

SIMBOLO SVIZZERO #2: LE MONTAGNE & HEIDI

Le montagne sono certamente un altro nostro simbolo, che fa rima anche con  “turismo”, un’attività economica che a livello mondiale riveste un ruolo di prima importanza, con potenzialità di ulteriore crescita. Secondo un rapporto sul settore, la Svizzera resta fra le migliori destinazioni in termini di attrattiva turistica e rimane una meta molto ambita. Un aspetto che occorrerà in futuro migliorare, oltre alla qualità del servizio non sempre all’altezza delle aspettative, è quello relativo ai prezzi delle prestazioni alberghiere e della ristorazione, oggettivamente più elevati rispetto alle nazioni europee. Il Ticino turistico risente della crisi economica, ma meno rispetto ad altre destinazioni elvetiche, anche se comunque si intravvedono segnali di ripresa.

Anche Caslano è conosciuto come meta turistica cantonale: perché si specchia nel lago, per la sua prossimità con Lugano, e perché è la porta del Malcantone, pure regione molto nota per la sua bellezza. Per non parlare del monte a forma di penisola, il monte di Caslano o Sassalto, che domina il villaggio ed è conosciuto per le sue caratteristiche geologiche, botaniche e faunistiche che ne fanno un luogo naturale protetto dalla Confederazione Svizzera.

Questo territorio insomma, grazie alla situazione privilegiata e anche al fatto di essere ben amministrato, offre una vasta gamma di attività: dal turismo pedestre attraverso i sentieri panoramici tra le montagne e il lago, al turismo culturale sul filo della storia presente sotto forma di monumenti religiosi e di costruzioni antiche. Per non parlare del museo della pesca che ben conosco.

Quando però parlo delle montagne ticinesi con i colleghi confederati, constato che alcuni di loro ci immaginano in chalets bucolici, attorniati da allegre caprette e bambine con le trecce stile Heidi. Per confutare questi stereotipi mi spendo in descrizioni riguardo l’architettura spartana delle nostre cascine, e la dura vita di montagna, ben più rude dei luoghi raffigurati sulle cartoline.

Nemmeno i nostri monti sono quelli delle tanto declamate piste da sci, ma sono perlopiù gruppi di stalle che se prima venivano spesso trasformate in rustici, per altro non facendo sempre onore al retaggio architettonico del passato, oggi sono altrettanto vittime di una regolamentazione che prevede limitazioni assurde e per certi versi ridicole, riducendo chi si avventura nell’impervio percorso del risanamento di una cascina a doversi infine adattare a condizioni di abitabilità peggiori a quella delle mucche. E quest’ultimo riferimento mi porta al terzo simbolo.

 

SIMBOLO SVIZZERO #3: LA MUCCA

Qui è divertente. Personalmente preferirei lo stambecco, il camoscio o il cervo, più attinenti alla mia nota passione per l’arte venatoria, ma occorre arrendersi all’evidenza. La mucca è il simbolo svizzero per eccellenza. Salvo per i francesi che non lo sanno, forse perché dopo il loro gallo ritengono impossibile che altri popoli cedano allo charme di una mucca. Ma che dire di loro che stentano sempre a credere che produciamo anche il vino: « mais comment faites-vous? Il doit faire trop froid ! Et la vigne ne pousse pas dans les montagnes … ».

Confesso che ho un certa simpatia per le mucche. Una bella foto del panorama svizzero deve giocoforza mostrare una mucca da una qualche parte….

Per chi poi come me ha l’abitudine di girovagare per le nostre montagne sa di doversi prima o poi  imbattere in questi simpatici e placidi ruminanti. E come non ricordare il loro ruolo di fonte di nutrimento primario dei nostri antenati quando il Ticino era ancora un Cantone rurale. Nei periodi di carestia, mentre nei campi si produceva poco, rimanevano loro a sfamare intere famiglie ticinesi con latte, formaggio e a volte, anche se raramente, con la carne…

Oggi le ritroviamo agghindate come delle miss in taluni concorsi, o nel merchandising dal gusto discutibile servito ai turisti nelle versioni più inverosimili, dal cinese all’arabo, dal formato gigante alla miniatura. Ma come svizzeri abbiamo una certa responsabilità per queste rivisitazioni del nostro simbolo nazionale, soprattutto da quando l’abbiamo proposta in una discutibile variante viola su una tavoletta di cioccolato di un nota marca svizzera o intenta destreggiarsi in improbabili palleggi da far invidia a Lionel Messi…

 

SIMBOLO SVIZZERO #4: I GERANI

Lo so, il fiore svizzero per eccellenza è ufficialmente la stella alpina. Ma a parte gli alpinisti più intraprendenti, quanti di voi l’hanno già vista nei prati ? Pochi, immagino.

Ecco perché il vero fiore nazionale svizzero è il geranio! Ne vediamo ovunque: sui balconi, sulle fontane, nelle fattorie. Per non parlare della frustrazione risentita come ticinesi quando raffrontiamo i nostri gerani, con quelli lussureggianti, quasi come i frutti di una foresta tropicale, che sbocciano sui balconi delle fattorie dell’Emmental bernese, al punto che vien da chiedersi: “ma come fanno con il clima da lupi che si ritrovano”? Non avendo un pollice particolarmente verde, abbandono un terreno per me ostico, e passo al simbolo successivo.

 

SIMBOLO SVIZZERO #5: GLI OROLOGI… E LA PUNTUALITÀ

Gli orologi sono un altro simbolo della Svizzera, e a differenza della mucca per i francesi, questo è arci-noto! La Svizzera è conosciuta soprattutto per le sue marche di lusso, dai meccanismi finemente assemblati, ma anche per gli orologi più casual, e non da ultimo per quello splendido oggetto divenuto oramai patrimonio mondiale del design che campeggia in tutte le stazioni elvetiche, e che è persino stato oggetto del contendere in una nota causa legale tra il gigante Apple e le nostre FFS. L’ha spuntato il “Davide” svizzero ottenendo un versamento plurimilionario per autorizzarne la riproduzione sui prodotti della “mela”.

Il frutto di queste conoscenze storiche del settore orologiero lo ritroviamo oggi nei quasi 20 miliardi di franchi di esportazioni elvetiche (dato 2016) e nei 60’000 impieghi che l’industria orologiera vanta, oltre ai 1’000 apprendisti che forma. Il settore orologiero non ha sempre vissuto tempi tranquilli e anche oggi sta affrontando un periodo in chiaro e scuro. In Ticino occupa 3’000 addetti e raggiunge un fatturato di oltre 200 milioni. Che dire, averne di settori industriali del genere!

Ma non solo gli orologi sono un simbolo nazionale. Anche la puntualità lo è, forse più in Svizzera interna che da noi, vittime come siami noi ticinesi della nostra inclinazione più latina e che ci porta al cronico ritardo di 15 minuti in pressoché tutte le situazioni.

Ciò detto, gli abitanti dei Paesi a noi vicini, e in particolari gli italiani, ammirano con occhi lucidi la puntualità dei nostri treni. Al che noi, alla luce di recenti fatti, saremmo tentati di replicare: “ma no, non è più come una volta, anche i treni svizzeri sono oggi spesso in ritardo”. Ma in fondo parliamo di alcuni minuti, magari anche 10, quando altrove si toccano medie dai 30 minuti alle 2 ore 45.

 

Eccovi cari amici di Caslano, i miei 5 simboli svizzeri che scelto di illustrarvi, magari anche con un  pizzico di ironia, in questa mia breve allocuzione. Adesso potete aggiungere o commentare i vostri, raccontarvi l’un l’altro le reazioni che suscita la Svizzera nei contatti con conoscenti che non abitano da noi, o, se non siete svizzeri, dire come ci percepite.

Questi o altri simboli, per quanto belli e ameni, non avrebbero tuttavia lo stesso valore senza il nostro caldo, e per me molto emozionante inno nazionale che canteremo fra poco con orgoglio.

 

E allora, care e cari concittadini, buon 1° di Agosto a tutti.

Grazie Caslano e viva la Svizzera.

 

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale

 

Caslano, 1 agosto 2017

 

Intervento del Presidente dell’Associazione industrie ticinesi all’Assemblea generale ordinaria AITI

“La politica la smetta di parlare alla pancia”

 

È per me un piacere potervi dare il benvenuto a questa 55ma Assemblea AITI.

Filo conduttore della mia relazione è la tendenza sempre più marcata, sia del mondo politico, sia sindacale e in alcuni casi anche economico, a voler far credere che conta di più quello che la pancia della gente percepisce o le viene comunicato, vero o falso poco importa, che spiegare le diverse sfaccettature di un medesimo problema, che una pancia digerirebbe con difficoltà. È innegabile che nella pancia dell’opinione pubblica si annidano umori e malumori, disagi e insoddisfazioni, critiche e risentimenti che, molto spesso, hanno concrete fondamenta e che non devono essere in nessun modo trascurati e snobbati. Allora, senza necessariamente ignorare le pulsioni emotive che scuotono questo cantone, ai politici come ai dirigenti di azienda, dobbiamo avere il coraggio di chiedere di ascoltare soprattutto la ragione.

Con questo spirito percorrerò quattro temi che preoccupano, perché fanno leva sulla pancia dei cittadini di questo cantone mentre noi presentandoli, cercheremo di usare soprattutto la testa e di attenerci il più possibile ai fatti:

 

  1. I fatti: un 2016 difficile, un 2017 probabilmente migliore,
  2. La questione del rispetto della legalità,
  3. Il temuto ritorno delle politiche neo-protezionistiche o “primanostriste”,
  4. Il fascino dei falsi miti o delle fake news e il loro rovescio: il bisogno di una truth economy.

 

  1. I fatti: un 2016 difficile, un 2017 probabilmente migliore

Per evitare di attenersi alle sole percezioni, la miglior cosa è analizzare i dati.

Le conseguenze della decisione della Banca nazionale svizzera di eliminare la soglia minima di cambio di 1.20 franchi per euro sono state immediate e i loro effetti si fanno sentire ancora oggi. In pochi secondi la Svizzera è diventata più cara del 15-20%. I clienti delle nostre imprese non hanno tardato a manifestarsi e hanno richiesto sconti sui prezzi, anche sui contratti di fornitura già sottoscritti in precedenza. Le imprese sono state costrette a mettere in campo tutte le forze migliori per ridurre i costi, ottimizzare gli acquisti in euro, mantenere quelle parti di vendite ancora possibili in franchi svizzeri, andare alla caccia di nuovi clienti e mercati, investire ancor più in tecnologie di prodotto e di processo.

In pochi anni l’economia svizzera ha conosciuto una rivoluzione: da 1.50 franchi per euro a circa 1.10 franchi per euro. Siamo sopravvissuti a questo cataclisma e continuiamo a guardare al futuro con la speranza di rafforzare la nostra competitività. Ma dove troviamo tutte le energie? In un misto di sentimenti che sono l’espressione della nostra capacità imprenditoriale, degli sforzi attuati e da attuare per fare crescere le nostre imprese, della convinzione che le nostre collaboratrici e i nostri collaboratori meritano non solo un posto di lavoro, ma soprattutto la consapevolezza di fare parte di una famiglia che costruisce il nostro futuro e che si aiuta nei momenti critici.

Il 2016 è stato un anno difficile per l’industria ticinese, che si è mossa secondo andamenti differenziati: più dinamicità per i rami votati all’esportazione, maggiori difficoltà per le attività orientate al mercato interno.

Abbiamo dimostrato di saper fare fronte alla forza del franco e alla debolezza dei nostri mercati di riferimento, ma il prezzo da pagare è stato alto e rischia di minare alle fondamenta la nostra capacità competitiva. Difficile ad esempio trovare ulteriori margini di manovra in futuro sul fronte della razionalizzazione dei costi. Difficile poter contare su margini di guadagno migliori quest’anno e nel 2018. Difficile immaginare molte nuove assunzioni nelle nostre imprese. Come dimostrano tutti gli indicatori le aziende più in difficoltà sono proprio le piccole e medie imprese, cioè la gran parte dell’economia ticinese.

Pur persistendo numerose ombre sulla congiuntura, cogliamo però anche segnali positivi, che si sono manifestati già a partire dal quarto trimestre 2016. I principali indicatori economici testimoniano una ripresa complessiva degli affari soprattutto per l’industria d’esportazione. Gli ordinativi sempre globalmente – e dunque con sfumature anche ampie da un ramo d’attività all’altro – sono in crescita, lo sfruttamento degli impianti aumenta.

Pur restando prudenti il 2017 dovrebbe comunque essere migliore dell’anno precedente. Ma la Svizzera, le istituzioni e la politica devono lavorare ancora molto sul consolidamento delle condizioni quadro. È fondamentale creare un clima di collaborazione tra governo e il settore privato perché – come ha dichiarato Dani Rodrik, professore di economia politica internazionale all’Università di Harvard – la politica industriale è un atteggiamento mentale più che un elenco di politiche specifiche”, precisando anche che una politica industriale deve essere attuata in modo trasparente e responsabile, ed entro i limiti della legalità mi permetto di aggiungere. Questo aspetto mi consente di passare al secondo punto della mia relazione.

 

  1. Il rispetto della legalità

Negli scorsi mesi, e ancora di recente lo ha spiegato forte e chiaro Michele Rossi in un intervento sul Giornale del Popolo (del 9.5.2017), il mondo economico ha avuto più occasioni per esprimere perplessità, se non addirittura sconcerto, di fronte a decisioni politiche che sono in contrasto con le leggi, il diritto superiore e gli accordi internazionali sottoscritti dalla Svizzera e sostenuti dal popolo svizzero in votazione a diverse riprese.

Da queste decisioni emerge che la legalità non è più considerata un pilastro imprescindibile della nostra democrazia e della convivenza civile. Oggi bisogna prima di tutto parlare alla “pancia” delle elettrici e degli elettori di cui dicevo in entrata, e fare politica cogliendo le percezioni dell’elettorato. Lo scollamento fra le regole stabilite dalle leggi e le soluzioni ai problemi che i cittadini si attendono è sempre più netto. Diventa vieppiù difficile comprendere come sia possibile sanare questa distanza senza dover prendere decisioni drastiche e gravide di conseguenze negative, come ad esempio anche solo pensare di disdire l’accordo sulla libera circolazione delle persone e dunque gli accordi bilaterali fra Svizzera e Unione europea.

Che messaggio diamo ai cittadini, ma anche ai giovani, agli imprenditori e agli investitori svizzeri ed esteri quando maltrattiamo le nostre leggi, persino la nostra carta costituzionale, per piegarle al presunto volere popolare? E sono davvero sicuri, i politici, che la traduzione della paura e dello smarrimento dei cittadini in proposte populiste e leggi raffazzonate sia la risposta migliore?

Il non rispetto della legalità va – purtroppo – di pari passo con l’accentuarsi della burocrazia; allo stesso modo dei cittadini che hanno paura di perdere il posto di lavoro, anche l’amministrazione ha paura di fare errori e così si barrica dietro la costruzione di leggi e regolamenti che applica pedissequamente con un rigore quasi maniacale.

Il risultato è che il buon senso – che nelle passate generazioni ha guidato l’agire di chi ci ha preceduto – è diventato merce rara. Il nostro invito d’imprenditori al Consiglio di Stato e al Gran Consiglio, dunque alla politica, è di tornare ad usare maggiormente la testa per riappropriarsi di questo buon senso, e di smettere di rincorrere un effimero consenso politico di breve termine che non aiuta le cittadine e i cittadini ad avere fiducia nel futuro del nostro paese. L’economia di questo Cantone è sempre stata disponibile a dialogare con le istituzioni e la politica; vorremmo che ciò sia una costante dei prossimi difficili anni.

 

 

  1. Il temuto ritorno delle politiche neo-protezionistiche e “primanostriste”

Il successo delle forze politiche populiste e nazionaliste nel mondo e in Europa raccoglie la rabbia di molti cittadini e degli esclusi, tramutata in disprezzo per le élites economiche e politiche rispetto a quella parte della popolazione sempre più ampia che si sente tagliata fuori dal benessere e dal progresso. L’ultimo numero di Fare Impresa che trovate in sala tratta proprio di questo tema.

Rivolgendomi alla testa dei cittadini li invito a diffidare delle ricette che si propongono di ergere muri e barriere alle frontiere e a riconoscere che protezionismo e dazi non hanno mai sortito, sul medio e lungo termine, alcun vantaggio economico per le nazioni e i loro cittadini. A maggior ragione in un paese come il nostro, povero di materie prime, che deve fare leva necessariamente sull’intelligenza e il sapere delle persone, sulla propria grande capacità competitiva, sullo spirito imprenditoriale e l’innovazione tecnologica. Il nostro è un paese che vive d’esportazione, non possiamo dunque permetterci di sigillare i nostri confini.

Dobbiamo però avere il coraggio di ammettere che la globalizzazione, di cui hanno beneficiato in molti, provoca disagi e perdenti anche tra le stesse aziende. Una piccola e media impresa, ancor più dopo il rafforzamento del franco svizzero intervenuto all’inizio del 2015, soprattutto se fornitrice di multinazionali e grandi gruppi industriali, è in balia delle loro decisioni e dei repentini mutamenti dei mercati. Pensiamo ad esempio alla difficoltà di reperire le necessarie materie prime quando una potenza economica come la Cina determina con le sue decisioni la disponibilità di determinati metalli o il prezzo mondiale dell’acciaio. Qual è la risposta dell’impresa a queste sfide? Sicuramente l’innovazione, certamente la produzione personalizzata, ovviamente il servizio di qualità alla clientela. Ma tutto questo, per quanto sia utile e importante, non basta.

 

Un altro fattore è diventato fondamentale: la flessibilità. Essere sul mercato, produrre, servire il cliente soddisfare le sue sempre più accresciute esigenze, è oramai il paradigma più importante che caratterizza l’impresa moderna. Essere flessibili è un fattore decisivo di competitività ma anche una condizione che mette a dura prova le relazioni dell’impresa, al suo interno come al di fuori di essa.

E’ chiaro che un’azienda sopravvive e cresce economicamente se sa andare al di là delle sue normali capacità di funzionamento. Flessibilità significa anche produrre quando serve, reagire a breve termine alle mutate condizioni dal punto di vista dei mercati e dei fattori di produzione. Inevitabilmente la moderna flessibilità rischia fortemente di scontrarsi con le regole contrattuali e del mercato del lavoro. A scanso di equivoci con flessibilità non intendo che il lavoratore debba essere sempre a disposizione dell’impresa: si tratta di trovare un ragionevole compromesso fra le reciproche esigenze.

Non si tratta quindi di trasformare l’uomo in una macchina che risponde al volere dell’azienda; si tratta piuttosto di saper rispondere in termini di dedizione, di disponibilità ed efficienza alle molteplici sfide aziendali. Purtroppo per una parte del sindacato, flessibilità suona ancora solo come una parola blasfema. Su questo fronte mi aspetterei maggiore apertura da parte dei rappresentanti sindacali: un irrigidimento eccessivo nuocerebbe alle aziende e di riflesso agli stessi lavoratori che dichiarano di voler difendere.

Oggi credo che uno dei temi di confronto principali fra le parti sociali sia diventato proprio quello della flessibilità. I rappresentanti dei lavoratori, ma certamente anche lo Stato e i suoi cittadini, dovrebbero riconoscere che oggi fare impresa comporta una disciplina maggiore rispetto al passato, una capacità forte di contribuire tutti insieme al bene dell’azienda. Occorre in altre parole riconoscere quel bisogno oramai assurto a conditio sine qua non per la sopravvivenza dell’azienda, di dover sempre più fare leva sulla flessibilità di dirigenti e collaboratori.

 

 

  1. Il costo dei falsi miti e il bisogno di una truth economy

 “Alcune persone vedono un’impresa privata come una tigre feroce da uccidere subito, altri come una mucca da mungere, pochissimi la vedono com’è in realtà: un robusto cavallo che traina un carro molto pesante”. Questa frase celebre presa a prestito dal primo ministro inglese Winston Churchill colui che aveva avuto il coraggio di dire ai suoi concittadini, “Non ho nulla da offrire se non sangue, fatica, lacrime e sudore”, mi dà la possibilità di introdurre il tema dei falsi miti nel mondo economico.

Il falso mito della responsabilità oramai diffusa dei frontalieri riguardo a un andamento economico che si vuole solo leggere come negativo. Quello di un “primanostrismo” assurto a mantra per giustificare il falso mito che solo con la priorità data agli indigeni risolveremo il problema della disoccupazione. Un dibattito che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro e generato importanti costi a carico dei contribuenti per produrre il nulla o quasi (come ad esempio una proposta per una norma di legge, che vuole impedire a Banca Stato o all’AET di assumere frontalieri…). O quello della tassa sui parcheggi, spacciata come misura anti-traffico e quindi ecologica, quando in realtà era ed è soltanto un modo per fare cassetta, come sembrano nel frattempo essersene accorti anche i sindacati degli impiegati dello Stato.

Quanto alla LIA, dobbiamo constatare che, a parte aver aumentato il carico burocratico alle aziende, essa è oggetto di parecchi ricorsi, fra i quali anche da parte della Commissione della concorrenza (COMCO) perché violerebbe la legge federale sul mercato interno (LMI).

 

Se la verità ha un valore che non si può quantificare, anche la falsità non scherza: ore di lavoro, incontri, riunioni, analisi, note nel tentativo – non sempre riuscito – di contrastare alcuni dei falsi miti elencati, e le loro conseguenze negative.

Il risvolto positivo della “fake economy” è forse una “truth economy”? Una recente ricerca di un centro di studio del giornalismo di Oxford constata che la consapevolezza e la preoccupazione in tema di false notizie “rafforzerà” i media della notizia verificata, perché così torneremo ad avere ancora sete di notizie di qualità. Vogliamo quindi credere che il business della falsità, una volta scoperchiato, alimenterà la domanda di verità? Mi piace pensare che sarà così, ma staremo a vedere.

Anche la tesi che vorrebbe un rapporto di fiducia incrinato tra imprenditori e cittadini ticinesi sembra non reggere davanti ai dati. Una recente ricerca dell’Osservatorio della vita politica regionale di Losanna (sulle votazioni ticinesi del 25 settembre 2016: “prima i nostri” e “basta con il dumping salariale in Ticino”) rivela che in generale una percentuale di ca. il 70% degli intervistati esprime una fiducia media o elevata nei confronti degli imprenditori e delle associazioni padronali. Addirittura la fiducia è più elevata per gli imprenditori che per le associazioni.

Le condizioni di partenza per il dialogo mondo economico e cittadinanza sono tutto sommato favorevoli e costituiscono una buona base per rivolgerci con credibilità alla testa dei cittadini, spiegando il nostro impegno nei confronti di partner istituzionali, fornitori, clienti e collaboratori anche su temi sociali. Se non possiamo mai dimenticare che lo scopo di fare impresa è quello di generare profitto, con il quale finanziare gli investimenti e assicurare la continuità, diventa sempre più importante coniugare questa esigenza con l’essere azienda in quanto attore socialmente responsabile sul territorio.

Ed è proprio con questo spirito che AITI, unitamente alla Camera di commercio, è stata favorevole all’inserimento di misure sociali nel pacchetto della Riforma fiscale III delle imprese presentato per il Ticino dal Dipartimento finanze ed economia, che il popolo ticinese ha poi approvato lo scorso 12 febbraio in controtendenza con il resto della Svizzera. Il responso anomalo di questo scrutinio – che ha posto il Ticino un po’ a sorpresa con altri due cantoni favorevoli all’introduzione di sgravi fiscali alle imprese – non può lasciarci indifferenti. Quando le aziende e le associazioni dimostrano responsabilità e impegno concreto nel sostenere misure sociali a vantaggio dell’intera società – come ad esempio misure di reinserimento professionale, di conciliabilità famiglia e lavoro – le nostre richieste a sostegno di una minore pressione fiscale vengono meglio percepite dalla popolazione.

Il mio invito alle nostre imprese è dunque quello, con tutte le attenuanti e giustificazioni del caso, di non prendere immediatamente la scorciatoia dei tagli finanziari e sociali senza un’adeguata ponderazione di tutti i fattori in gioco. Vi invito anche ad essere trasparenti verso i collaboratori, di superare pregiudizi e false notizie, per motivare l’origine delle decisioni difficili che devono a volte essere prese, di coinvolgere le maestranze nei sacrifici ma pure nei successi dell’azienda: in definitiva, come amo ripetere, siamo tutti sulla stessa barca. La cura profonda della relazione fra l’azienda e i suoi collaboratori deve giocarsi anche sul piano della trasparenza nelle relazioni e della verità, per essere a suo modo un fattore di competitività dell’impresa. Come AITI proprio quest’anno abbiamo iniziato a proporre momenti di formazione e condivisione con le imprese che concernono ad esempio la cura della relazione fra l’azienda e i rappresentanti dei lavoratori; oppure la gestione delle situazioni di crisi a seguito di difficoltà congiunturali. Riteniamo che una gestione attiva dei diversi fenomeni da parte dell’azienda sia un atto di responsabilità verso se stessa ma anche verso i propri collaboratori e clienti.

 

Mi avvio alle conclusioni: in definitiva cosa chiediamo noi imprenditori? Chiediamo solo una cosa: maggiore riconoscimento da parte delle istituzioni di questo Cantone, dell’opinione pubblica per tutto ciò che l’impresa fa in quanto creatrice di lavoro, di benessere per le persone e il territorio, per la crescita economica, sociale e civile del nostro paese.

Cosa chiediamo invece allo Stato? Niente di più che tornare a svolgere il suo ruolo naturale: garante delle regole, sanzionatore delle infrazioni stabilite dalle leggi, promotore dello sviluppo economico attraverso la messa a disposizione di condizioni-quadro certe, solide e lungimiranti. Chiediamo a Governo e Parlamento di usare la ragione dimostrando maggiore coraggio: per spiegare, argomentare, valutare, e a volte magari anche per cambiare idea e suggerire soluzioni diverse. Parlare alla testa dei suoi concittadini, elettori e oppositori, è l’unica vera ricetta democratica. Non funzionerà sempre, ma sempre contribuirà a un dibattito civile e a fare crescere culturalmente la cittadinanza.

Il tempo dei giudizi sommari e ingiustificati verso l’economia è davvero finito. Deve tornare a prevalere la conoscenza reciproca e il dialogo costruttivo. In questo senso, il ciclo di visite regolari nelle aziende industriali presenti in Ticino, che abbiamo iniziato circa due anni fa come AITI insieme al Dipartimento delle finanze e dell’economia e al suo Direttore onorevole Christian Vitta, visite alle quali partecipano parlamentari cantonali e a volte anche studenti, è l’esempio lampante che la conoscenza delle rispettive esigenze, la verifica,  dati alla mano, delle condizioni in cui le aziende operano, permettono di meglio capirne e condividerne i problemi e bisogni.

 

Abbiamo dimostrato come imprenditori, ma anche come cittadini, di saper superare molte difficoltà. Non deve quindi mai mancare il nostro esempio di essere imprenditori e la nostra voglia di diffondere la cultura del fare impresa parlando alla testa e non alla pancia. Da parte nostra continueremo a combattere con determinazione e coerenza per difendere la libertà economica e imprenditoriale: ne va del nostro sistema-paese, che abbiamo costruito con fatica ottenendo risultati eccellenti e che tutti ci invidiano. Pur presi da mille incombenze, noi non ci sottrarremo al dovere morale di contribuire, con gli altri attori della società, alla guida di questo nostro amato paese.

Buon lavoro a tutti e grazie dell’attenzione.

Fabio Regazzi, Presidente AITI

 

Mendrisio, Cinema Plaza, martedì 16 maggio 2017

Il tunnel di base del San Gottardo e il futuro del traffico merci europeo

Nicolas Perrin, CEO FFS Cargo

Paolo Beltraminelli, Presidente del Consiglio di Stato del Cantone Ticino

Gentili signore e signori clienti di FFS Cargo

Collaboratrici e collaboratori di FFS Cargo,

quando capita di gettare lo sguardo tra due binari paralleli che vanno verso l’orizzonte, si capisce subito che c’è molto di più di acciaio, cemento e pietra.

Le ferrovie hanno dato forma alla Svizzera e rimodellato il cantone Ticino, non solo a livello di paesaggio, ma anche economico. Marco Solari porta sempre questo esempio. “La ferrovia ha connesso il Canton Ticino al resto della Svizzera verso la fine del ‘900. I primi, durante il viaggio inaugurale, a passare sotto le Alpi furono un gruppetto di giornalisti, tra cui uno della NZZ, che così hanno avuto la possibilità di visitare il Ticino. Il giornalista è tornato in redazione a Zurigo e raccontare ciò che aveva vissuto e tra le frasi che scrisse vi era “ho visto famiglie ticinesi abitare in case e abitazioni in cui anche i nostri maiali si sarebbero rifiutati di vivere”. Questo a dimostrazione di come il Ticino era sottosviluppato. Nel frattempo molte cose sono cambiate, grazie anche al collegamento ferroviario. La ferrovia ha quindi dato forma al nostro Paese: il luogo dove vivere, lavorare e trascorrere il tempo libero è stato segnato dalla crescita di questo sistema di trasporto. È grazie alla ferrovia, in particolare al primo tunnel del San Gottardo del 1882, che questo cantone è entrato nell’era moderna.

L’inaugurazione della galleria di base del Gottardo (GbG) occupa un’importante pagina nella storia elvetica e ticinese. Gli storici parleranno di un prima e un dopo Alptransit, come per la galleria del 1882. Negli ultimi mesi le analisi, i commenti si sono sprecati nel cercare di spiegare e magari anche anticipare quali saranno le ricadute, tutte quasi sempre positive, dell’apertura della GbG.

Ho presenziato all’inaugurazione della GbG/Alptransit a Pollegio lo scorso 1. di giugno provando un profondo senso di orgoglio per quanto realizzato dal nostro Paese. Orgoglio accresciuto nell’udire le parole di elogio espresse dai più importanti capi di Stato europei presenti all’evento. Tuttavia, proprio perché si snoda in Ticino, non sfugge ai ticinesi quella che a mio avviso rimane una grande opera incompiuta: lo sbocco a sud di Alptransit. Dopo l’apertura della Galleria del Ceneri nel 2020, il mancato proseguimento della linea con l’Italia rischia di compromettere seriamente la capacità di connessione del traffico merci svizzera con il sistema ferroviario europeo, e di riflesso condizionare lo sviluppo economico dell’intero Paese. In altre parole il rischio è quello di sfruttare solo parzialmente questo gigantesco investimento promosso e finanziato interamente dalla Svizzera. Uno scenario che dobbiamo assolutamente scongiurare.

La Svizzera è consapevole di questo rischio. L’accordo siglato il 31 maggio scorso a Lugano tra i CEO di FFS, DB e FS per migliorare l’offerta transfrontaliera tra Milano e Francoforte attesta della volontà elvetica di integrarsi meglio nella reta ferroviaria europea. Quanto le ferrovie stanno facendo è stato ben illustrato da Nicolas Perrin nel suo intervento. Riduzione dei tempi di percorrenza, introduzione di nuovo materiale rotabile, e corridoio a 4 metri sulla tratta svizzera e italiana Luino-Gallarate e Luino-Novara, per un investimento di 150milioni di CHF, sperando non sia una Stabio-Arcisate 2 (inaugurata da parte svizzera a fine 2014, mentre quella italiana è ancora in cantiere…) creeranno i presupposti per la nascita da fine 2020 di una ferrovia efficiente per il trasporto merci. I nostri vicini hanno dal canto loro promesso ampliamenti strutturali, la realizzazione di tre nuovi terminali di carico per il traffico merci nell’area di Milano e un ampliamento della tratta tra Mannheim e Basilea.

Tout va bien Madame la Marquise? Non proprio.

L’Europa ha lanciato nel gennaio 2014 un piano di investimenti sulle rotaie di 24 miliardi di euro entro il 2020 chiamato Trans-European Transport Networks (TEN-T). Alla sua base c’è il disegno di collegare aree diverse del continente da Est a Ovest, da Nord a Sud, con corridoi strategici:

  • 15’000 km linee ferroviarie trasformate in alta velocità
  • 35 progetti transfrontalieri per ridurre i colli di bottiglia
  • 94 principali porti europei con collegamenti ferroviari e stradali
  • 38 aeroporti.

L’impatto del TEN-T sarà enorme, non solo in termini di mobilità, ma anche per quel che riguarda l’occupazione. Stando ai dati forniti dalla Commissione europea dei trasporti potrebbe infatti portare alla creazione di 10 milioni di posti di lavoro e far crescere il PIL europeo al 2030 dell’1.8%. Anche rivedendo al ribasso queste cifre ci rendiamo conto che stiamo parlando di cambiamenti importanti che avranno un effetto diretto sull’economia dei trasporti e quindi sulla movimentazione delle merci. Il progetto TEN-T prevede infatti l’utilizzo delle linee ad alta velocità, inclusi i tunnel, per collegare i terminal delle merci agli scali aerei e ai porti, e per continuare il loro viaggio a velocità elevata (ogni treno con 20 carrozze può essere caricato e scaricato in 15 minuti, e trasportate oltre 100 t. di beni). La Svizzera viene menzionata in uno dei 30 progetti per la tratta Lione/Genova-Basilea-Duisburgo-Rotterdam-Anversa, mentre per le altre dorsali si preferisce altri percorsi. Quindi affermare come ha fatto settimana scorsa la nuova presidente del CdA di FFS Monika Ribar[1] che “la Svizzera è al centro dell’Europa e i nostri confinanti hanno bisogno della Svizzera per i collegamenti” è una valutazione parziale e fors’anche un po’ ottimistica. In realtà l’Europa ha bisogno di noi in un solo dei suoi 30 progetti prioritari…

Quindi alla domanda “cosa fa la politica svizzera per garantire la capacità di collegamento della GbG ai paesi confinanti?” rispondo che la nostra Ministra dei trasporti Doris Leuthard si sta impegnando per migliorare le connessioni del nostro paese con il Continente. Tuttavia rimane un problema di fondo: l’evoluzione dei sistemi di trasporto dei paesi confinanti non è paragonabile a quella svizzera. La politica europea in materia è infatti agli antipodi rispetto a quella elvetica. L’Europa punta sull’alta velocità che può oramai competere sulle medie distanza anche con il trasporto aereo grazie all’importante riduzione dei tempi di percorrenza. L’obiettivo di aumentare la competitività ferroviaria grazie all’ampliamento della rete ad alta velocità è centrale per la Commissione europea dei trasporti, ma rischia di lasciare il nostro Paese ai margini di qualsiasi riflessione fintantoché non avremo potenziato le connessioni transfrontaliere al nord e al sud della nostra rete Alptransit. Qui potremmo poi soffermarci su una differenza non solo semantica: stiamo provando a collegarci alla rete europea o ad integrarci? Solo quest’ultima volontà garantisce di non restare, prima o poi, in fuorigioco.

Sono passati 15 anni da quando il Parlamento svizzero si era fissato l’obiettivo di “ridurre entro 2009 a 650’000” il numero annuale di passaggi transalpini degli autocarri. Oggi si può affermare che questo ambizioso auspicio è stato disatteso in ampia misura e non di certo perché si è fatto poco (anzi è vero semmai il contrario!), quanto piuttosto perché l’obiettivo era oggettivamente irrealistico, una forzatura frutto del clima politico ma sprovvisto di qualsiasi fondamento. Nel contempo la politica svizzera dei trasporti si è concentrata su una distribuzione uniforme dei servizi ma ha trascurato l’integrazione nelle reti europee.

Nel 2020 la Svizzera avrà investito quasi 30 miliardi di franchi nell’ammodernamento della rete ferroviaria, ma “solo” 1.2 miliardi nei collegamenti alla rete europea ad alta velocità[2]. Questo per dire che il programma di ampliamento delle ferrovie svizzere si concentra quasi esclusivamente sui collegamenti ferroviari interni e per ora le connessioni transfrontaliere tra Svizzera ed EU non possono essere definite ad “alta velocità”. Inoltre come già evocato l’assenza di un allacciamento di Alptransit a sud di Lugano rimane una pesante lacuna nell’intero sistema ferroviario elvetico. Il recente accordo di Lugano è solo un tentativo per cercare di ovviare al nostro tallone di Achille, ma non basta.

Il ruolo di FFS Cargo nell’ambito dell’apertura della GbG e tra qualche anno di quella del Ceneri sarà quello di assicurare un trasporto merci su rotaia più performante e meno oneroso dell’attuale, in modo da reggere il confronto internazionale. In particolare la concorrenza da parte di altri corridoi europei, come il Berlino-Verona/Milano-Bologna-Napoli-Messina-Palermo. Nel contempo bisognerà gradualmente ridurre i sussidi per ottenere la massima efficienza in particolare nell’interscambio complessivo tra Svizzera-Italia e i Paesi interessati dai nostri valichi alpini. Non va poi sottaciuto che i tre porti del sistema ligure movimentano il 50% dei traffici container in import-export a livello italiano e sono pure oggetto di interventi infrastrutturali ed organizzativi di particolare rilevanza. Questo consentirà alla Svizzera e ad FFS-Cargo di giocare un ruolo chiave sul corridoio Reno-Alpi e per l’intero nord-ovest italiano, di grande importanza economica per noi svizzeri, ma anche per la Germania. Non da ultimo il nostro vicino italiano ha tutto l’interesse nel potenziamento di quest’asse che consentirebbe di ridurre i costi per minore immobilizzo delle merci e migliorare la competitività dei porti liguri rispetto ai flussi est-ovest tra Europa ed Asia.

Mi permetto di concludere questo intervento con un monito. Al di là dell’importanza certamente epocale della GbG e tra qualche anno (2020) di quella del Ceneri, la Svizzera non può illudersi di sedersi sugli allori ma deve assolutamente approntare quanto prima nuove visioni e un nuovo scenario di sviluppo della sua rete di trasporti transalpini che migliori le connessioni al nord e al sud delle sue frontiere. Come ad esempio affrontando seriamente alcune proposte creare uno sbocco a sud di Alptransit con un corridoio Lugano-Milano-Mediterraneo (LuMiMed) con una galleria sotto il ponte diga. In caso contrario, le nostre ipotesi di aumentare le condizioni di competitività saranno disattese se lo sviluppo della portualità ligure e dell’intera rete ferroviaria europea non saranno accompagnati in modo adeguato dallo sviluppo delle reti ferroviarie di accesso transfrontaliere con dal nostro Paese con il resto dell’Europa.

Come si può ben vedere siamo di fronte a numerose e difficili sfide che metteranno sotto pressione tutti gli attori della politica del trasporti. La Svizzera è sempre stata all’avanguardia su questo fronte ma per non perdere il treno dello sviluppo dovrà reagire rapidamente ai mutati scenari. Sono tuttavia fiducioso che abbiamo i mezzi per riuscirci.

 

 

[1] La Regione, 31.8.2016

[2] Maggi, Geninazzi, S-CAMBIARE, 2010, p. 19

Allocuzione del Consigliere nazionale Fabio Regazzi in occasione dei festeggiamenti per il Primo di Agosto

Stimati Sindaci di Balerna, Chiasso e Vacallo

Spettabili autorità comunali

care e cari concittadini del Mendrisiotto,

è per me un grande piacere, oltre che un onore personale, esprimermi davanti a voi in occasione del Natale della Nostra Patria. Da quando sono diventato Consigliere nazionale i festeggiamenti del Primo di Agosto sono un’occasione privilegiata per riflettere sui valori fondanti del nostro Paese in un’ottica contemporanea. Ed è per questo che ho accolto con entusiasmo il vostro invito, per il quale vi ringrazio.

Visto dal Locarnese, da dove provengo, i “momò” passano per essere cordiali, socievoli e aperti di vedute. Il Mendrisiotto può dunque ben dirsi una piccola e vivace comunità regionale. Del resto non esistono svizzeri, ma esistono “gli Svizzeri”, “i Ticinesi” e quindi anche “i Momò”. Oggi questi tratti variegati sono più difficili da riconoscere. Le carte si sono mescolate, il particolarismo ha lasciato il posto ai “non luoghi”, alla mobilità delle persone, del sapere, delle mentalità e delle culture. Ma “i Momò”, come comunità caratteristica continuano ad esistere e resistere, un po’ come gli irriducibili Galli del piccolo villaggio dell’Armorica nella famosa storia del fumetto francese Asterix.

Rivolgendomi alle cittadinanze di Balerna, Chiasso e Vacallo mi rendo conto di parlare alla parte più a sud della Confederazione elvetica, quindi a una realtà di frontiera che, per definizione, ha peculiarità e caratteristiche diverse dal resto del Paese.

È indubbio che il Mendrisiotto vive i mutamenti del nostro tempo prima di altre regioni: porta principale del Ticino e della Svizzera verso l’Italia, primo avamposto per l’arrivo di rifugiati alla nostra frontiera, ma anche confrontato con diverse altre problematiche dettate dalla vicinanza con l’Italia. Penso in particolare ai noti problemi del traffico, generato quotidianamente dai pendolari che dall’Italia vengono da noi a lavorare e da quello di transito lungo l’asse nord-sud.

Lo svincolo di Mendrisio contribuirà indubbiamente a migliorare la situazione, ma evidentemente non basterà. Il congestionamento da e verso Lugano nelle ore di punta è riconducibile ad un’autostrada sovraccarica, al limite della saturazione. Inutile farsi illusioni: un aumento della capacità è irrealizzabile a corto-medio termine. Occorre quindi puntare – come già si fa in altre regioni svizzere – su di un potenziamento del trasporto pubblico e, dove è possibile, su di una gestione diversa degli spostamenti (orari di lavoro, telelavoro e carpooling/sharing). Ma ci vogliono soprattutto nettamente più posteggi park and ride alle stazioni vicino alla frontiera e vanno migliorati i collegamenti verso le stazioni ferroviarie. Più gente sui treni, meno sulla strada, ma per raggiungere questo obiettivo bisogna ampliare l’offerta di trasporto pubblico e non punire chi usa l’automobile, spesso senza disporre di alternative.

Consentitemi a questo punto, cari amici e concittadini Momò, di spendere due parole riguardo la tassa di collegamento, accolta di stretta misura in votazione popolare lo scorso 5 giugno ed entrata in vigore proprio oggi, Primo di Agosto. So che il Mendrisiotto, per le note difficoltà viarie che ho appena ricordato, si è espresso a favore di questa tassa, che in realtà è un’imposta. Tuttavia, pur nel pieno rispetto della volontà popolare e in attesa di una decisione riguardo i preannunciati ricorsi al TF, continuo a contestare queste modalità di chiamare alla cassa lavoratori e consumatori senza contropartita. Ero e resto convinto che l’equazione tassa di collegamento = meno traffico è sbagliata e illusoria! Il lavoratore-consumatore pagherà la tassa ma il traffico non diminuirà, e quel che è peggio lo Stato non avrà fatto i compiti. Da un lato ci tassa chiedendoci di lasciare a casa l’auto, dall’altro non offre le necessarie alternative che ho già citato: park and ride nei pressi delle stazioni del treno, anche oltre confine, o sviluppare una rete di trasporti pubblici che soddisfi anche quelle regioni densamente popolate da imprese e lavoratori da dove oggi il trasporto pubblico è quasi del tutto assente. Per questo motivo in qualità di presidente dell’Associazione Industrie ticinesi mi sono opposto alla tassa, ribadendo nel contempo la nostra disponibilità a collaborare con le autorità cantonali e a fare la nostra parte per contribuire a trovare soluzioni praticabili ed efficaci. Se invece lo scopo è – come in questo caso – solo quello di fare cassa noi non ci stiamo e ci batteremo sempre per contrastare questa e altre derive di stampo statalista e illiberale.

“Ci vuole un villaggio per crescere un bambino” recita un preverbio africano, ripreso di recente da Hillary Clinton nel suo discorso per la nomination democratica. In un’Europa attraversata dai venti mortali di una nuova utopia impregnata dal fanatismo sanguinario, questo semplice proverbio ci ricorda l’importanza della famiglia e della solidarietà sociale. A noi svizzeri, appartenenti a 26 cantoni, riuniti in un’alleanza confederale “al fine di rafforzare la libertà e la democrazia, l’indipendenza e la pace, in uno spirito di solidarietà e di apertura al mondo” come recita il preambolo della nostra Costituzione, l’appartenere ad una piccola comunità, incastonata nel cuore dell’Europa, posizione a prima vista vulnerabile, si rivela invece una grandissima opportunità, grazie ai nostri valori fondanti. Dobbiamo quindi continuare sulla strada  delle collaborazioni e degli accordi internazionali, quella della neutralità e dei buoni uffici per la pacificazione dei conflitti. Ebbene sì, la nostra storia si muove in questa direzione, grazie a generazioni di svizzere e svizzeri che alla chiusura a riccio preferisce quella del dialogo e del confronto. Una scelta lungimirante, decisiva per il nostro benessere, anche sul piano economico.

Nella mia veste di imprenditore voglio qui sottolineare con forza che lo sviluppo non può realizzarsi nell’autarchia che qualcuno ha in mente, in un Ticino chiuso da muri alle frontiere e reso impenetrabile agli stranieri. Del resto a due mesi dall’apertura di Alp Transit possiamo solo attenderci a un cambiamento epocale. Per il Ticino, le opere di grande ingegneria ferroviaria hanno sempre segnato una svolta storica e dopo l’apertura della Galleria del Ceneri nel 2019, il Ticino diventerà ancor più l’intersezione tra lo spazio economico compreso fra Zurigo e Basilea e la vicina Lombardia.

Questo fatto dovrebbe aprire una sana riflessione sulla tentazione di voler rendere ermetiche le frontiere e regolamentare in modo eccessivamente rigido l’accesso della manodopera al mercato del lavoro. Se svolta intelligentemente ha un senso, ma se vogliamo continuare sulla via dello sviluppo e dunque della crescita del nostro territorio in termini di benessere economico e sociale dobbiamo accettare anche la sfida della competitività che non si combatte con la chiusura. Ed è proprio su questi due fronti che si gioca la sfida dell’applicazione dell’iniziativa del 9 febbraio 2014: la quadratura del cerchio appare difficile anche se il Ticino una possibile via d’uscita l’ha indicata. La palla è ora nel campo della politica federale per cui seguiremo da vicino gli sviluppi nei prossimi mesi.

Non posso non terminare la mia allocuzione del Primo di Agosto senza rivolgere una riflessione anche al protagonista di questa giornata: l’Inno nazionale, noto anche come Salmo Svizzero.

Ogni tanto, qualche buontempone, torna alla carica con la proposta di sostituire il nostro Salmo Svizzero. La motivazione? È brutto, stantio, non più aderente alla realtà… È come dire: “la bandiera con la croce non è estetica, sostituiamola con una a quadretti”, idea invero già balenata nella mente di del solito benpensante, più preoccupato a non urtare la sensibilità di talune minoranze religiose o agnostiche che della salvaguardia dei nostri valori e delle nostre tradizioni.

Quindi anche l’Inno Nazionale non è rimasto al riparo da questo sforzo creativo e ci ha pensato – sebbene nessuno glielo avesse chiesto – la Società svizzera di utilità pubblica, che immagino pochi di voi conoscono, a lanciare un concorso e a decretarne il vincitore. Per la cronaca l’ha spuntata tale Werner Widmer, con l’Inno dal titolo “Rosso-bianco in unità”, mantenendo – a quanto pare – invariata la musica.

Vorrei comunque tranquillizzarvi: non ho nessuna intenzione di cantarvi il nuovo testo, e non solo perché non sono particolarmente intonato. Permettermi invece di soffermarmi sul senso di questa bislacca iniziativa di “restyling”.

La musica e le parole di un inno nazionale hanno un significato simbolico. Ma non solo: rappresentano il nostro Paese a tutti gli effetti, come il nome “Svizzera”, come la bandiera a croce bianca su sfondo rosso. Le categorie bello, brutto, moderno e vecchio non si applicano ai simboli.

I simboli servono per richiamare alla mente dei concetti, un passato storico comune, dei valori condivisi, e non per appagare il gusto di qualche illuminato mosso da criteri estetici pur sempre soggettivi e individuali. Non si canta il Salmo Svizzero per ascoltare della buona musica, ma per far presente a chi lo ascolta che qualcuno sta rappresentando la nostra Patria, il suo popolo, le sue istituzioni.

Forse nel 1981, data dell’ufficializzazione dell’attuale Salmo, si sarebbe potuto scegliere un inno più bello e già allora il testo poteva essere aggiornato. Ma la decisione del Consiglio federale è stata di confermare come inno il canto che veniva intonato nelle manifestazioni sin dal 1841!

Da allora, non si contano più gli alzabandiera accompagnati dalle note del Salmo Svizzero e dalle parole cantate, spesso solamente mormorate, da cittadini, politici, militari, sportivi (seppur con qualche difficoltà come abbiamo ancora constatato ai recenti Europei di calcio…) nelle più svariate manifestazioni.

Ecco perché sono contrario a sostituire il nostro inno, e anzi sono favorevole a insegnare in tutte le scuole elvetiche il significato esatto delle sue parole, come saggiamente deciso dal Gran Consiglio ticinese qualche anno fa.

Quindi ringrazio la Società svizzera di utilità pubblica per aver contribuito in modo costruttivo al dibattito riguardo il nostro inno, ma della nuova proposta non saprei francamente cosa fare. Non si baratta un inno nazionale, simbolo della nostra identità, con altre parole, perché l’inno e quelle parole vecchie oramai di 175 anni (1841) sono cariche di storia, di orgoglio, di emozioni: sono, in altri termini, un consolidato riferimento per un intero paese. Il nostro Paese. E ciò non è poco considerate le differenze che ci dividono e nel contempo, grazie alla nostra storia, ci uniscono. Altre parole, o altri inni, per quanto più moderni siano non ci porteranno mai quella dote di valori che suscita in noi il nostro caldo, e per me molto bello “Quando bionda Aurora il mattin c’indora, l’alma mia t’adora, Re del ciel…”

E allora, care e cari concittadini, buon 1° di Agosto a tutti.

Grazie Mendrisiotto e viva la Svizzera.

 

Fabio Regazzi,

consigliere nazionale

 

Chiasso, 1 agosto 2016

Presentazione di Peter Maurer, presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa

IMG_0229È un onore particolare che mi è conferito oggi di poter introdurre il nostro prestigioso ospite: Peter Maurer, Presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa.

Peter Maurer, di origine bernese (Thun), è stato attivo come ambasciatore e ha assunto la Direzione politica degli affari esteri a Berna. Nel 2004 è stato capo della Missione permanente della Svizzera presso le Nazioni Unite a New York. Segretario di Stato per gli affari esteri nel 2010, nel 2012 ha assunto la presidenza del CICR in sostituzione di Jakob Kellenberger.

L’azione umanitaria del CICR si estende su 80 paesi. Tra le sue priorità figurano il rafforzamento della diplomazia umanitaria, il dialogo con gli Stati e altre parti in causa per far rispettare il diritto internazionale e il consolidamento dell’azione umanitaria grazie all’innovazione e a nuove collaborazioni.

Senza ombra di dubbio abbiamo tra di noi un grandissimo imprenditore visto che presiede un’organizzazione internazionale, ramificata in 80 paesi, con un budget di 1,6 miliardi di franchi nel 2015…!

Con la sua presenza, Aiti ha voluto quest’anno dedicare parte della sua assemblea alle grandi questioni internazionali, in particolare ai conflitti e alle loro conseguenze più pesanti, ai flussi migratori, che preoccupano giustamente Stati e opinione pubblica. Alcune forze politiche cavalcano i timori dei cittadini agitando lo spettro di una vera e propria invasione capace di alterare l’identità culturale e sociale del Vecchio continente.

In questo quadro, compito della Svizzera deve essere – non solo quello di dare assistenza ai richiedenti l’asilo che ottengono il permesso di rimanere – ma anche di trovare un quadro normativo e una strategia politica capaci di offrire risposte a fenomeni stratificati e complessi, non da ultimo rispondere alla necessità di integrazione di gruppi di persone con un retroterra culturale, sociale, economico estremamente complesso e diverso dal nostro.

Un dato non banale per noi: il Vecchio continente è vecchio davvero e la Svizzera ancor di più. E avrà bisogno, nei prossimi anni, di una crescita demografica tale da sostenere sistemi previdenziali e assistenziali sempre più costosi. Per questo è facile immaginare che i migranti giocheranno un ruolo vieppiù importante nella nostra società. So che è un discorso difficile quanto impopolare da sostenere, ma un nuovo modello di integrazione e inserimento economico-sociale può e deve essere immaginato e la Svizzera nel tempo ha sviluppato buone pratiche, da aggiornare certo, ma che hanno dimostrato di saper accogliere le persone e valorizzarne professionalità e talenti. Vincendo così una sfida difficile e dimostrando che, se governata, anche l’immigrazione può diventare un’opportunità per i paesi che ne sono destinatari.

Relazione tenuta davanti all’Assemblea generale ordinaria AITI

 

Signor Presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa Peter Maurer

Signor Presidente del Gran Consiglio Fabio Badasci

Signor Consigliere di Stato Christian Vitta

Cari colleghi del Consiglio nazionale Ignazio Cassis e Marco Chiesa

Granconsiglieri

Presidenti e Direttori delle associazioni economiche

Membri del Comitato internazionale della Croce Rossa

Gentili ospiti e soci

In questa mia relazione riservata alla parte pubblica della nostra assemblea generale non parlerò della situazione congiunturale ed economica che sta attraversando il comparto industriale. A questo tema abbiamo dedicato settimana scorsa la tradizionale conferenza stampa in cui abbiamo illustrato le difficoltà e le sfide del nostro settore e ne ho riferito nella relazione riservata ai soci. Ho quindi deciso di dare un taglio diverso al mio odierno intervento che ho suddiviso in 4 capitoli in cui toccherò alcune questioni di fondo ma anche temi di stretta attualità.

 

  1. Il ruolo dello Stato, il ruolo degli imprenditori

“In una battaglia tra la forza e un’idea, quest’ultima prevale sempre.” “Che un fatto sia considerato vero dalla maggioranza non prova la sua verità. Che una politica sia considerata opportuna dalla maggioranza non prova la sua opportunità.”

Queste frasi dell’economista Ludwig Von Mises, capofila della scuola degli economisti austriaci, scampato all’orrore del nazismo e riparato negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, mi permettono d’introdurre qualche riflessione sul ruolo dello Stato e degli imprenditori nella società moderna e in particolare nel contesto del cantone Ticino.

Quali sono le idee degli imprenditori? E quanto sono in grado oggi di prevalere? Siamo ancora capaci noi imprenditori di farci ascoltare? Perché il consenso e il riconoscimento nei confronti di chi fa impresa sembra scemare?

L’idea dell’imprenditore non ha perso legittimità e validità, semmai è diventato più difficile sostenerla e apprezzarla. Noi imprenditori parliamo soprattutto attraverso le nostre azioni e i nostri comportamenti, ma nell’epoca della globalizzazione della comunicazione siamo pure costretti a fronteggiare il conformismo con il quale parti sempre più ampie della politica e dell’opinione pubblica giudicano in maniera negativa e persino sprezzante chi fa impresa, cioè chi combatte ogni giorno per dare un futuro alla propria azienda e ai propri collaboratori. Tuttavia appare chiara l’importanza di far conoscere i nostri problemi per superare lo scetticismo dilagante, che a volte si trasforma addirittura in ostilità, nei confronti di chi fa impresa.

A questo proposito saluto con favore l’iniziativa del Consigliere di Stato Christian Vitta di visitare, in collaborazione con AITI, le aziende per toccare con mano sfide e difficoltà con le quali il mondo imprenditoriale ticinese è confrontato. Un piccolo ma importante passo per cogliere la varietà del tessuto industriale, le sue aspirazioni, il suo impegno a favore del benessere di questo Cantone. Ho avuto il piacere di partecipare ad alcune di esse da cui ho ricavato lo spirito positivo e la sensibilità di questo mondo, il nostro mondo, nel cercare di superare le numerose e impegnative sfide che oggi ci frappongono i mercati ma anche, purtroppo, la politica. Tra queste l’eccessiva burocrazia, il già citato tasso di cambio sfavorevole, la concorrenza con prodotti dei paesi dell’est e/o asiatici che hanno abbassato notevolmente gli utili da reinvestire nell’azienda, una perdita di prestigio dello swiss made e le note difficoltà nel reperire personale adeguatamente formato sul territorio. Temi sui quali tornerò puntualmente nel corso di questa mia relazione.

Prendendo spunto da queste esperienze, mi sento di poter dire che il mondo imprenditoriale è caratterizzato da un lato dalla correttezza e dall’altro dalla consapevolezza che l’impresa è immersa in un mare sconfinato dove essere e restare competitivi diventa sempre più difficile. E’ qui che sovente molti giudicano sbagliate decisioni imprenditoriali – ad esempio una pur dolorosa ristrutturazione – che invece servono proprio a salvaguardare l’esistenza dell’azienda.

Gli imprenditori devono assumere le buone pratiche del fare impresa, il senso etico di intraprendere. Ciò anche perché essere azienda virtuosa diventa fattore di competitività. I clienti sempre più sceglieranno quelle imprese che ai loro occhi si comportano correttamente, lo stesso avverrà con i collaboratori e la competizione fra le imprese si giocherà anche sulla capacità di attrarre i talenti migliori. Il personale qualificato si muoverà prima di tutto verso quelle aziende che gestiscono in maniera attiva la loro responsabilità sociale. Annuncio a questo proposito che AITI si farà interprete di queste esigenze in termini di servizi e formazione alle aziende sul tema della responsabilità sociale. D’intesa con l’Unione svizzera degli imprenditori e con altre organizzazioni nazionali che si occupano di temi come ad esempio la conciliazione fra lavoro e famiglia o l’impiego del personale più anziano, intendiamo diffondere anche in Ticino modalità e approcci che nel resto della Svizzera raccolgono un’attenzione e un successo crescenti.

Se dal lato delle imprese è chiaro che la sopravvivenza e la crescita si gioca sia sulla capacità innovativa sia sulla trasformazione dell’azienda in un luogo aperto e virtuoso verso le collaboratrici e i collaboratori, dall’altro lato non possiamo non guardare con una certa preoccupazione all’involuzione del contesto in cui operiamo, sia dal punto di vista politico che istituzionale. A cominciare dal ruolo assunto dallo Stato e penso in particolare anche alle sue aziende autonome, para-statali, che vieppiù si stanno muovendo secondo logiche a volte all’opposto di quanto chiesto a noi imprenditori dalla politica stessa.

Da qui il mio appello: è buona e giusta cosa chiedere al nostro mondo imprenditoriale di agire con senso di responsabilità. Se tanto mi da tanto lo Stato deve manifestare dal canto suo rispetto analogo nei confronti delle nostre aziende e dei nostri prodotti. Negli ultimi mesi sono più volte intervenuto presso la Confederazione con inviti all’uso del buon senso nelle procedure di appalto, non per introdurre corsie preferenziali, ma per chiedere rispetto delle stesse regole che vengono chieste a noi.

Della minore comprensione verso chi fa impresa rispetto al passato ho già detto in precedenza. Oggi però assistiamo sia a una crescita pericolosa della burocrazia che investe la vita delle imprese, sia a proposte e scelte politiche che vanno nella direzione contraria rispetto a uno sviluppo economico lungimirante. La burocrazia non deve essere confusa con il giusto controllo del rispetto delle leggi e dei regolamenti, ma abbinata al venir meno del buon senso nella sua applicazione diventa di fatto una condizione penalizzante per il fare impresa in Ticino. Più volte abbiamo ad esempio denunciato il fatto che una richiesta di licenza di costruzione per un semplice cambio di destinazione d’uso deve attendere parecchi mesi prima di essere soddisfatta. Gli esempi di pastoie burocratiche si sprecano e potremmo pertanto farne molti altri.

I tempi della burocrazia non sono per nulla allineati ai tempi delle decisioni economiche! Allora chiedo anche ai politici: non stiamo forse segando il ramo sul quale siamo tutti seduti? Non credete forse che sarebbe il caso di aiutare invece che ostacolare chi si dà la briga ogni giorno di fare impresa e mantenere posti di lavoro e sviluppare benessere soprattutto per chi abita nel nostro Cantone? E’ chiaro per noi che dal Governo ma anche dai Municipi deve giungere un segnale forte verso l’amministrazione pubblica affinché quantomeno le imprese non siano ostacolate nel fare azienda come purtroppo avviene.

Quanto alla politica abbiamo sotto gli occhi in questi ultimi anni troppi esempi di proposte sballate – contro le imprese, contro i lavoratori esteri contro chi in generale immagina uno sviluppo economico che presuppone l’interazione con l’estero – che si limitano a parlare alla pancia degli elettori ma che non propongono assolutamente nulla di concreto e realizzabile per lo sviluppo economico del cantone Ticino. Il fatto che parte della politica sostenga proposte accattivanti ma poco perspicaci che raccolgono una maggioranza dei pareri, per rifarmi alla frase di Ludwig von Mises citata all’inizio, non significa ancora che le scelte che ne derivano siano quelle opportune. Se questo Cantone vuole davvero percorrere questa strada – suscitando a volte perplessità e ilarità nel resto della Svizzera – allora è meglio dire subito alle cittadine e ai cittadini che il declino è programmato. Noi, sia chiaro, ci opponiamo a questo declino con tutte le nostre forze.

 

  1. La tassa di collegamento: spia di uno Stato che sa agire solo a colpi di balzelli e imposte

Perché il mondo economico si batte tanto contro l’introduzione di una cosiddetta tassa di collegamento, in votazione il 5 giugno e perché invitiamo la popolazione a respingerla? Beh, c’è in gioco molto di più del pagamento di un’imposta sui parcheggi. Intanto dobbiamo ribadire che l’economia di questo Cantone non si è mai opposta all’introduzione di una vera tassa causale come del resto già prevista dal 1994 con la legge sui trasporti pubblici. Una tassa cioè definita come controprestazione in termini di trasporto pubblico al traffico generato dai lavoratori e dai consumatori. In altre parole, tu azienda paghi allo Stato una tassa e io Stato in cambio collego con il trasporto pubblico la zona dove tu sei insediata e dove i lavoratori vengono a lavorare. Purtroppo la discussione fra noi e lo Stato per trovare delle soluzioni praticabili e efficaci per fronteggiare i problemi di mobilità di questo Cantone, che non escludono l’adozione di una tassa causale, è sfociata in nulla e di fronte alla pervicace volontà di introdurre una vera e propria imposta sui parcheggi, che nessun altro Cantone della Svizzera conosce, siamo stati addirittura costretti a lanciare il referendum, del resto coronato da ampio successo se pensiamo che siamo riusciti a raccogliere oltre 24’000 firme, cosa in passato mai riuscita a nessuno. Ma, come dicevo, il prossimo 5 giugno la posta in gioco è ben superiore all’introduzione di un’imposta che, a scanso di equivoci, qualora venisse approvata andrà a carico dei lavoratori e consumatori. Il 5 giugno dobbiamo infatti decidere come cittadini se vogliamo consegnare allo Stato la libertà d’introdurre tasse e imposte ad ogni occasione per finanziare compiti ordinari, come ad esempio il trasporto pubblico. In tutto il resto della Svizzera lo Stato deve utilizzare convenientemente le imposte ordinarie che i cittadini contribuenti pagano per finanziare i servizi dello Stato. In Ticino si vorrebbe invece sovvertire questa buona regola istituendo la regola che in caso di una necessità, definita beninteso unilateralmente sempre dallo Stato, il cittadino verrà chiamato alla cassa, secondo il principio noto come “tassa e spendi”. Sarà infine il cittadino elettore a decidere se vuole accettare o meno questo cambio di paradigma e noi che combattiamo la tassa di collegamento ci adegueremo beninteso alla volontà popolare. Ma oltre che invitare le cittadine e i cittadini a deporre un convinto NO nell’urna il 5 giugno alla modifica della legge sui trasporti pubblici invitiamo le elettrici e gli elettori a riflettere seriamente se vogliamo ancora vivere in uno Stato liberale – nel senso ampio del termine – oppure se vogliamo che lo Stato si occupi a modo suo di noi cittadini dalla culla alla tomba. La vera soluzione ai problemi del traffico non sta nella creazione di nuove imposte o nell’aumento delle tasse esistenti, bensì nella creazione insieme alle aziende di un vero e proprio sistema di mobilità aziendale, organizzato magari per comparti regionali. Non è possibile chiamare alla cassa lavoratori e consumatori se prima non si fanno i compiti, cioè se prima non si permette ai cittadini di lasciare le auto nei pressi delle stazioni del treno, anche oltre confine, o se si sviluppa una rete di trasporti pubblici che soddisfa anche quelle regioni densamente popolate da imprese e lavoratori da dove oggi il trasporto pubblico è del tutto assente. Il mondo economico, lo voglio ribadire, è pronto a collaborare con l’ente pubblico e a fare la sua parte per contribuire a trovare soluzioni praticabili e efficaci. Se invece lo scopo è solo quello di fare cassa non ci stiamo e ci batteremo per contrastare questa deriva di stampo statalista e illiberale.

 

  1. Partenariato sociale: sì al dialogo costruttivo, no alla demonizzazione delle imprese

Ancora nel recente passato abbiamo stigmatizzato un certo comportamento ideologico dei sindacati che fa astrazione dalle difficoltà congiunturali e strutturali delle imprese per rivendicare situazioni che in conclusione rischiano di trasformarsi in riduzioni dell’occupazione. Subito dopo la decisione della Banca nazionale svizzera del gennaio 2015 di togliere la soglia minima di cambio di 1.20 franchi per euro, abbiamo comunicato a tutte le imprese l’importanza di non prendere decisioni affrettate sui livelli salariali, pur comprendendo la difficile situazione causata dal rafforzamento del franco. Con i sindacati già nel mese di gennaio 2015 abbiamo avviato un tavolo di discussione che si è riunito regolarmente e che in diversi casi ci ha visto intervenire insieme come parti sociali per disinnescare potenziali conflitti o situazioni conflittuali già in essere. Verso la fine dello scorso anno, consapevoli che la situazione del cambio franco-euro rimaneva del tutto insoddisfacente ma si era di fatto stabilizzata, abbiamo fatto un passo ulteriore discutendo con i due sindacati principali, OCST e UNIA, quali temi ci potevano vedere su un versante più collaborativo e meno conflittuale. Ad esempio quello della formazione professionale dei giovani. Su questo come su altri temi costruttivi per lo sviluppo economico del paese intendiamo proseguire la discussione e il confronto. Se questi sono gli aspetti più positivi del partenariato sociale restano tuttavia sul tappeto anche gli aspetti più negativi che noi intendiamo continuare a denunciare.

Alcune frange sindacali, soprattutto di UNIA, si ostinano a demonizzare gli imprenditori e non fanno distinzioni fra chi si comporta correttamente, la stragrande maggioranza, e quella minoranza che invece non rispetta le regole. Tutti gli imprenditori ai loro occhi sono colpevoli. Parlano, a mio giudizio a sproposito, di mercato del lavoro senza regole e allo sbando, di far west imprenditoriale senza fare alcun distinguo. Signori, in Ticino abbiamo oltre 200’000 posti di lavoro, ma gli abusi certificati dall’ufficio dell’ispettorato del lavoro e dalla commissione tripartita sono una frazione infinitesimale. Smettiamola una buona volta con questo gioco al massacro a scapito dei nostri imprenditori. Se c’è qualche mela marcia, come per altro le ritroviamo in tutte le categorie, giusto denunciare e sanzionare ma si abbia l’onestà di riconoscere che la maggior parte di loro opera in modo corretto e responsabile per il bene della propria azienda e delle maestranze.

Quello che è certo è che così non si può andare avanti. Decidano questi sindacalisti barricadieri se intendono continuare a condurre battaglie di retroguardia, che in nazioni a noi vicine non hanno portato ad alcun risultato in termini di occupazione e crescita economica, oppure se vogliono contribuire con noi alla crescita del paese. Da noi la porta è sempre aperta, ma per collaborare ma occorre essere almeno in due.

Con questo auspicio, posso solo salutare positivamente la decisione coraggiosa del sindacato OCST di non appoggiare la tassa di collegamento e di tutto sommato considerare la libertà di voto, per quanto difficilmente comprensibile, lasciata da UNIA come il male minore.

 

  1. Di quale sviluppo economico abbiamo bisogno?

Per noi industriali è chiara la strada che il paese deve intraprendere per generare uno sviluppo economico duraturo. Aziende, lavoratori, Stato e opinione pubblica devono marciare nella medesima direzione. Dobbiamo rafforzare i processi innovativi nelle aziende e migliorare il più possibile l’allineamento fra i profili professionali necessari nelle imprese e la formazione professionale e accademica impartita nelle nostre scuole. Qualcuno si è chiesto seriamente come mai il cantone Ticino accusa un ritardo salariale rispetto a diversi altri Cantoni? Una parte della risposta può stare nel differente costo della vita, ma in realtà la differenza potrebbe stare piuttosto nella composizione del tessuto economico. Scordiamoci che sia l’imposizione di salari minimi a modificare la situazione. Quello che dobbiamo fare come sistema-paese è piuttosto favorire lo sviluppo delle aziende esistenti e delle nuove aziende verso prodotti e processi produttivi in grado di generare valore aggiunto nel tempo. Anche in ambito salariale è il mercato che detta le sue regole, non un’imposizione dello Stato. Quanto più il tessuto economico di una regione è caratterizzato dalla presenza di aziende innovative e quanto più è disponibile personale specializzato tanto più questo personale avrà un maggior valore sul mercato e i salari si adegueranno conseguentemente.

Dobbiamo essere in chiaro sul fatto che lo sviluppo economico non può realizzarsi nell’autarchia che qualcuno ha in mente, in un Ticino chiuso da muri alle frontiere e reso impenetrabile agli stranieri. Del resto a due settimane dall’apertura di AlpTransit possiamo solo attenderci a un cambiamento epocale. Per il Ticino, le opere di grande ingegneria ferroviaria hanno sempre segnato una svolta storica. Con i suoi 57 chilometri di lunghezza, l’arteria principale del nuovo collegamento ferroviario nord-sud attraverso le Alpi è anche l’immagine di una nuova politica dei trasporti sostenibile, accorciando distanze e aumentando il trasporto delle merci.

Questo fatto dovrebbe aprire una sana riflessione sulla tentazione di voler controllare le frontiere e regolamentare l’accesso della manodopera al mercato del lavoro. Se svolta intelligentemente ha un senso, ma se vogliamo percorrere fino in fondo la sfida dello sviluppo economico e dunque la crescita del nostro territorio in termini di benessere economico e sociale dobbiamo accettare anche la sfida della competitività e delle frontiere permeabili. Se vogliamo accogliere aziende sane e innovative sul territorio dobbiamo accettare che queste aziende ma anche le nostre università si confrontino con il resto del mondo e dunque sia data la possibilità anche al personale estero e ai ricercatori provenienti dal resto del mondo di interagire con le aziende in Ticino.

Solo dal dialogo e dal confronto con realtà diverse e variegate nasce e si sviluppa la forza innovativa di un paese. “Il Ticino ai ticinesi” è uno slogan comprensibile se immaginato per dare una risposta credibile alle preoccupazioni dei nostri cittadini, lo è molto meno se pensato per illudere che il nostro Cantone ce la possa fare da solo, contando esclusivamente sulle proprie forze in una sorta di dorata autarchia.

Vorrei infine ringraziare tutti gli imprenditori e in generale tutta la popolazione ticinese e svizzera che lo scorso mese di febbraio ha votato a chiara maggioranza SÌ alla costruzione di una seconda galleria autostradale del Gottardo. Una risposta lungimirante del paese che ha visto impegnate le organizzazioni economiche per molti mesi su questo fronte, con un dispendio finanziario e un impegno personale non indifferenti.

Grazie ancora e buon lavoro a tutti in vista di nuove impegnative sfide, a cominciare da quella contro la tassa di collegamento il prossimo 5 giugno!

Intervento in Consiglio nazionale sull’Iniziativa popolare per un’economia verde

Signor Presidente

Signora Consigliera federale

Care colleghe, cari colleghi

Cosa accomuna l’Environmental Performance Index 2013 della Yale e della Columbia University, il Word Energy Council Sustainability Index 2013, il Sustainbale Competitiveness Report del WEF 2013/2014 o il Decoupling Report dell’UNEP 2011?

Tutti questi indicatori issano la Svizzera al primo posto in classifica per quel che riguarda la protezione dell’ambiente, l’utilizzo parsimonioso delle risorse o la conciliazione tra crescita economica ed efficienza delle risorse.

Possiamo dunque sederci sui nostri allori (e che allori!) e lasciare agli altri gli sforzi in materia di protezione dell’ambiente e delle risorse?

Guai! Figurare ai vertici delle principali classifiche sulla sostenibilità ambientale non è solo un onore, ma una missione per un’economia e una società avanzata come la nostra. O perlomeno è un dovere – e diciamocelo, anche una grande opportunità – investire nelle cosiddette cleantech, le energie pulite, che alle nostre latitudini sono all’origine di un numero di brevetti depositati per persona…, ormai lo intuirete, tra i più alti al mondo.

È dunque più che lecito chiedersi dove trovi posto nel panorama politico l’iniziativa popolare “Economia verde”, oggetto dell’odierna discussione, che chiede che la Svizzera riduca la sua impronta ecologica (…) entro il 2050 ad 1, o in altre parole riduca il consumo di risorse di quasi due terzi (-65%). Non ci vuole un luminare per capire che questo obiettivo è assurdo e irrealistico. Basti pensare che oggi solo economie sottosviluppate, che vivono di una produzione appena sufficiente per il paese stesso, come il Togo o le Filippine, raggiungono l’impronta ecologica auspicata dall’iniziativa. Per raggiungere l’obbiettivo, va da sé, l’iniziativa esige misure straordinarie, mai discusse o applicate in altre nazioni del mondo. Si parla infatti di divieti di produzione e consumo, nuovi ostacoli commerciali e limitazioni della concorrenza che danneggerebbero l’economia cancellando migliaia di posti di lavoro. La proposta è folle sotto diversi punti di vista, ma soprattutto quello delle conseguenze che potrebbe avere per l’economia svizzera in generale, e per le aziende in particolare, soprattutto le piccole e medie, quelle che tutti a parole dicono di voler difendere.

Del resto il controprogetto indiretto del Consiglio federale che doveva essere più “moderato” ha suscitato malumori e parecchie critiche negli ambienti economici per diversi motivi, che riassumo brevemente perché sono a maggior ragione validi per l’iniziativa oggi in discussione, che come detto è ancor più radicale:

  • gli oneri per l’economia e le aziende aumenteranno a causa di nuove prescrizioni sulle informazioni sui prodotti, degli obblighi di garantire la rintracciabilità e il riutilizzo dei materiali, e altre disposizioni ancora.
  • La libertà decisionale di imprese e consumatori sarebbero state limitate, i costi amministrativi, soprattutto per le PMI, drasticamente aumentati, e – dulcis in fundo – la burocrazia avrebbe continuato la sua inarrestabile avanzata.

La nota positiva: il Consiglio nazionale ha respinto, seppur di misura, il controprogetto.

La nota negativa: le preoccupazioni in relazione a questa iperattività di regolamentare rimangono e questa iniziativa popolare ed il relativo controprogetto, ne sono solo l’ennesima riprova.

Regolarmente sento in quest’aula preoccupazioni per imprese e impieghi di fronte al franco forte e la situazione economica dalle molte incertezze.

Ma poi, nella pratica, da questi banchi, e anche dallo stesso Consiglio federale, escono iniziative o proposte con conseguenze poco trasparenti e con una certezza sola: per il loro corollario di prescrizioni, oneri e divieti andranno a gravare pesantemente sulle nostre aziende sempre più confrontate con una burocrazia invadente e asfissiante (e ve lo dice uno che nella sua attività di imprenditore lo vive quotidianamente).

La politica energetica elvetica, come quella in altri settori, avrà successo anche in futuro se riuscirà a conciliare la protezione e l’utilizzo delle risorse con le esigenze dell’economia. È da quest’ultima che giunge il progresso tecnologico che negli ultimi anni ha permesso passi da gigante di cui approfitta non solo la Svizzera ma tutti i paesi industrializzati. Ed è in questo modo che la Svizzera sta contribuendo più di molti altri alla protezione del clima.

Il resto appartiene ad una politica ideologica e dogmatica che mi auguro questo Parlamento sappia confinare al rango di esercizio di dialettica, evitando di perdere tempo con proposte utopiche e irrealistiche.

Per tutte queste ragioni voterò contro l’iniziativa popolare per “un’economia verde” e vi invito a fare altrettanto.

 

Berna, 2 dicembre 2015

Intervento Congresso PPD – Elezioni federali del 18 ottobre 2015

“Il futuro non è nel passato ma nel prossimo 18 ottobre”
Locarno, 5 settembre 2015

– Fa stato il discorso pronunciato –

Care amiche e amici popolari-democratici,
lo spirito imprenditoriale che vivo ogni giorno trae origine da una fiducia di fondo. La fiducia che in situazioni complesse come quella che stiamo attraversando, indica sempre una possibilità per individuare un approccio alternativo, verso prospettive a prima vista inimmaginabili.

E’ la stessa fiducia che ci consente di mettere mano alle cose e realizzarle con convinzione applicando una massima, tanto scontata quanto efficace, che ispira la mia azione in tutti i campi della vita: non esistono problemi! Ci sono solo soluzioni.
Ho voluto fare questa premessa perché a mio parere si attaglia bene alla difficile situazione che sta attraversando il PPD ticinese, soprattutto in vista della fase di analisi e di ripensamento che ci apprestiamo ad affrontare. E qui voglio ringraziare l’amico Filippo Lombardi, che nonostante i suoi innumerevoli impegni, ha messo a disposizione tempo, pazienza e la sua riconosciuta leadership, franca e vigorosa, per traghettare il partito in questa delicata fase.

Desidero allora condividere oggi con voi alcune riflessioni che ho ricavato dalla mia esperienza professionale e politica di questi ultimi anni, con l’auspicio che siano anche per voi fonte di fiducia e di speranza come lo sono per me.

Il primo motivo: la fiducia nel futuro del nostro Partito. Basta guardare alla qualità dei candidati che compongono le due liste di GG per capire che il PPD ha comunque alcune buone ragioni per guardare in avanti con un certo ottimismo. Dobbiamo essere fieri ed orgogliosi di poter annoverare fra le nostre fila giovani dinamici, promettenti e soprattutto pronti a mettersi in gioco.

Così come il percorso di formazione scolastica e professionale, se ben impostato, fa germogliare la voglia di fare, realizzare, intraprendere anche in politica la formazione civica dei nostri giovani crea piattaforme di incontro con segmenti di elettorato che altrimenti non si interesserebbero al PPD. Grazie a voi amiche e amici di GG per tutto quello fate a farete per il nostro partito e auguri di cuore per il vostro percorso politico e di vita.

Nonostante questi segnali positivi, siamo coscienti che non è un buon momento per il PPD. Noi non vogliamo tuttavia andare incontro al destino di quella rana finita bollita perché non si era accorta del cambiamento di temperatura dell’acqua. Se siamo qui oggi così numerosi è perché non siamo disposti a subire la deriva del nostro partito, ma vogliamo reagire e ritrovare quello slancio che abbiamo perduto. Con i colleghi Filippo e Marco, a Berna abbiamo formato una squadra forte e coesa, pronta a battersi per difendere gli interessi del nostro Cantone in modo serio e autorevole. E’ questo lo spirito da cui dobbiamo ripartire per affrontare le sfide che ci attendono.
E il prossimo 18 ottobre rappresenta una buona occasione per far capire a tutti che il PPD c’è ed intende continuare a recitare un ruolo di primo piano a favore del nostro Paese.

Il secondo motivo: la fiducia nel nostro sistema politico. In un contesto europeo dove nella popolazione regna una sfiducia e una diffidenza generalizzata verso gli ambienti politici ed economici, in Svizzera, fortunatamente, lo Stato gode ancora di credito e rispetto.

Ma come in ogni relazione di coppia, la fiducia e la lealtà devono essere reciproche. Nel rapporto con i cittadini, lo Stato deve saper far affidamento su di loro, rispettando le libertà individuali, la libertà economica d’impresa e culturale, assicurando la sua presenza all’interno di servizi sociali sanitari e nella scuola, sempre applicando il principio, a noi molto caro, della sussidiarietà. Interfaccia di questa stima reciproca tra sistema di Governo e cittadini sono i partiti politici, palestra di formazione politica e ideologica, che hanno la grande responsabilità di individuare e promuovere donne e uomini affidabili.

Una responsabilità che è anche vostra, visto che sarete chiamati ad esprimervi il prossimo 18 ottobre scegliendo coloro che ci rappresenteranno a Berna in base a dei criteri fondati, sull’impegno, sulla competenza, sulla capacità di argomentazione e sull’esperienza, che è l’unica cosa che non si può insegnare, né lasciare in eredità. Per voi, care amiche e cari amici PPD, la responsabilità è ancora più grande poiché l’obiettivo pressante del nostro Partito è quello di riconfermare i suoi attuali tre seggi e lo potremo fare solo serrando le fila, avvicinando amici e conoscenti per convincerli a votare PPD. Nessuno si illuda comunque che sia già fatta. Il nostro risultato dipende solo da noi. E allora rimbocchiamoci le maniche e tiriamo fuori l’orgoglio popolare democratico perché ogni voto conta!

Il terzo motivo per essere fiduciosi: è il nostro Paese, la Svizzera, sicura, rispettata e ammirata nel mondo intero. Un paese che crede in sé stesso e che gode di credito oltre le sue frontiere è un paese vincente. La Svizzera è indubbiamente un modello di successo che tutti ci invidiano e che noi popolari democratici abbiamo contribuito a realizzare e a consolidare. Certo, il progresso non è sempre una linea retta, un processo morbido soprattutto se applicato alla politica. Bisogna costruire il consenso e trovare compromessi per portare avanti riforme, realizzare progetti e a volte avere il coraggio di prendere decisioni di carattere straordinario.

In queste ore in cui alle nostre porte si sta consumando una tragedia umanitaria di una gravità inaudita, documentata da fotogrammi choc di folle ammassate alle frontiere e sulle spiagge; in un simile contesto possiamo solo considerare ridicole le dichiarazioni di chi vuole erigere muri e rendere ermetiche le nostre frontiere. Niente potrà arrestare queste persone spinte dalla paura e dalla disperazione, la cui unica speranza è trovare rifugio.

Sarebbe anzi crudele da parte nostra, chiudere gli occhi davanti a questo dramma umanitario internazionale. Siamo un modello di successo in tanti campi; sarebbe egoista e gretto se non lo fossimo anche nell’accoglienza ai popoli perseguitati da tanta violenza. Non abbiamo soltanto soldi e benessere, ma anche umanità, generosità e capacità di accoglienza per aiutare queste persone e i paesi che ci circondano. Per noi politici la fiducia nel nostro Paese passa questa volta anche dal coraggio di riscattare la nostra storia e saper affermare che la “barca non è piena”!

Noi popolari-democratici che siamo stati protagonisti della costruzione del nostro Paese e ne abbiamo ispirato i suoi principi morali, sappiamo che i confini non sono mai barriere impenetrabili e che come cristiani dobbiamo cogliere l’eccezionalità del momento per saper offrire lo spazio di rifugio a chi ne ha più bisogno.

Tornando a noi, e scusate la transizione, non possiamo sottrarci dall’affrontare onestamente le attuali condizioni in cui versa il Ticino. Questo Cantone sta attraversando una crisi di sfiducia. È vero, sono anni difficili legati alla forte concorrenza sul mercato del lavoro. Ma dobbiamo continuare a credere nei nostri mezzi perché solo così sapremo prosperare nuovamente. Anzitutto lasciate che esprima una mia ferma convinzione: la prima cosa di cui dobbiamo temere è quella paura ingiustificata che ci impedisce di compiere lo sforzo necessario per trasformare una ritirata in un’avanzata. I nostri problemi non derivano da alcun fallimento sostanziale. “Non ci hanno colpito la peste o le locuste”, come disse Franklin Delano Roosvelt. Anzi, se consideriamo le fatiche e gli sforzi dei nostri avi, che negli ultimi due secoli migravano in paesi lontani per trovare lavoro e sfamare le famiglie che vivevano nella povertà, dobbiamo ammettere che oggi godiamo di un di benessere invidiabile.

Ma attenzione! “La felicità non sta solo nell’avere soldi: sta nella gioia che dà il raggiungere uno scopo, nell’emozione dello sforzo creativo”, diceva giustamente ancora Roosevelt invitando gli americani ad abbracciare un cambiamento etico dopo la crisi finanziaria del 1929, per ritrovare l’onestà e il senso dell’onore, prima ancora che dar loro lavoro con il piano di investimenti noto con il nome di New Deal.

Il parallelismo secondo me è interessante. Dopo il ventennio intercorso tra gli anni ’80 e gli inizi del 2000, caratterizzato dal miraggio del profitto facile grazie anche al successo della piazza finanziaria luganese, ci siamo ritrovati con un’economia più fragile e vulnerabile, confrontata con una Lombardia che sta attraversando una profonda crisi.

Dalle difficoltà economiche degli ultimi anni in Ticino è purtroppo germogliata e cresciuta una mentalità piagnucolosa, prerogativa dei perdenti, alla continua ricerca del facile capro espiatorio, dapprima nella “Berna padrona”, poi nell’”Italia ladrona”, responsabili di tutti mali che ci affliggono.

Leggendo certa stampa domenicale e sentendo alcuni politici sembrerebbe che in Ticino siamo prossimi al collasso e che siamo piombati in una crisi epocale. È vero, abbiamo problemi importanti e sfide complesse da affrontare ma io vi dico che l’unica crisi a cui dobbiamo mettere fine, che è la vera minaccia per tutti, è la tragedia di non voler lottare per superala. E’ giunto il momento di dire basta al progressivo degrado della dialettica politica, con le conseguenti inevitabili cadute di stile, come rivolgersi alle Autorità federali con toni rabbiosi o canzonatori, presentando una realtà deformata da una sorta di psicosi persecutoria. Toni che non ci rendono onore e tanto meno hanno fatto avanzare di un millimetro le nostre richieste, per non dire che si sono rivelati controproducenti. Abituati oramai al pubblico dileggio fomentato da una mentalità gretta ed egoista, il rapporto di fiducia che storicamente vigeva tra Berna e Bellinzona poteva solo incrinarsi. E così è stato.

Accecati da tanto livore, negli ultimi anni abbiamo persino dimenticato l’apporto riconducibile alla nostra appartenenza alla Confederazione. Dai benefici immateriali e non monetizzabili come il patrimonio storico comune, alla cultura istituzionale e politica, per arrivare ai beni più materiali ed economici: i miliardi investiti nel nostro Cantone per la costruzione delle grandi infrastrutture, la rete ferroviaria, Alptransit, le strade e autostrade con le loro gallerie, dighe, tre canali radio e due televisivi (…), la partecipazione al mercato interno, un sistema sociale, sanitario e formativo all’avanguardia che ci colloca fra le nazioni con la più alta qualità di vita.
Mi spiace deludere chi è pervaso da sentimenti di astio nei confronti della Confederazione: Berna non ha abbandonato il Ticino, anzi! Come già presidente della Deputazione ticinese alle Camere federali posso affermare che ha sempre avuto la porta aperta per noi e i nostri risultati sono sempre stati proporzionali alla nostra capacità di presentarci uniti, autorevoli, credibili e con argomenti seri e ponderati.
Del resto la nostra Consigliere federale Doris Leuthard è un esempio di attenzione e ascolto nei nostri confronti. Ha riconsiderato la posizione del suo Dipartimento riguardo il risanamento del tunnel del Gottardo dopo aver ascoltato e analizzato le ragioni espresse da Governo, Parlamento, associazioni economiche e altri gremii ticinesi, preoccupati per la chiusura per oltre tre anni del principale asse di collegamento stradale nord-sud. Ha ad esempio accettato la mia proposta di integrare la galleria della Mappo-Morettina nella rete delle strade nazionali, proposta poi caduta dopo il voto popolare contrario all’aumento della vignetta. Ha visitato più volte il Ticino per sostenere i grandi cantieri dell’Alptransit, e non da ultimo ha una casa di vacanza proprio nella nostra bella regione, che quindi frequenta e conosce bene…

Questi risultati apprezzabili sono il frutto di un rapporto di stima costruito negli anni, fondato sul rispetto reciproco e il dialogo, ma anche grazie al lavoro – spesso dietro le quinte – nelle commissioni e quello più appariscente in plenum. Perché capita anche che i medesimi che accusano Berna di latitanza, sono gli stessi che nel lavoro parlamentare registrano il tasso di assenteismo più alto.

Care amiche e amici,
Ho parlato di fiducia verso il Partito, le nostre istituzioni e il nostro Paese. E’ venuto il momento di chiedere a voi di riconfermarmi la fiducia che mi avete espresso quattro anni or sono.
Per ricambiarla non intendo fare promesse mirabolanti. Una cosa posso però assicurarvi: in caso di rielezione affronterò il mio secondo mandato con l’impegno, il coraggio e la determinazione che hanno sempre caratterizzato la mia azione politica.
Ci conosciamo da diversi anni. Sin dalla mia lunga militanza in Gran Consiglio e da una legislatura come Consigliere nazionale. Un periodo quest’ultimo intenso e particolarmente stimolante.
Non voglio scendere nei dettagli del mio bilancio di legislatura, ma in questi anni ho cercato di assicurare presenza, progettualità, concretezza e determinazione su tutti i temi che ho trattato.

I miei ambiti di azione sono noti: il miglioramento delle grandi infrastrutture viarie e ferroviarie nazionali, ovviamente con un occhio di riguardo verso il Ticino: collegamenti ferroviari nord-sud veloci, investimenti per il completamento e il risanamento della rete stradale, inclusa la tanto attesa A2-A13!, il tunnel del Gottardo. Ma anche i negoziati fiscali con l’Italia, tuttora in corso, le pressioni sul mercato del lavoro ticinese e il corollario di effetti collaterali, dalla pressione sui salari, alla sostituzione della manodopera, all’afflusso dei padroncini contro i quali ho formulato delle proposte volte a rafforzare i controlli.

Un impegno a tutto campo a difesa dei nostri valori: le libertà individuali che contraddistinguono da sempre la Svizzera, ma anche i temi di società e quelli più prettamente legati alla responsabilità sociale e all’etica delle imprese, pensando a uno degli obiettivi che mi sono posto assumendo la Presidenza di AITI.

I prossimi quattro anni saranno anni ancora difficili per la Svizzera e il Ticino. Potremo affrontarli assieme forti della legittimità che viene conferita dalla nostra appartenenza a un Paese che è ai vertici del successo economico mondiale ed al quale il nostro Partito ha dato negli anni un contributo decisivo. Ma dobbiamo avere chiara la volontà di continuare a lottare e ritrovare coraggio, progettualità e leadership.

Noi saremo più forti, se il PPD, il Ticino intero, ritroveranno la fiducia nel futuro, ridando vigore e credibilità e efficacia all’azione politica per il bene della Svizzera, del nostro amato cantone e di tutti noi.
Per questo ruolo, care amiche e cari amici, io ci sono!

Grazie per la vostra fiducia!
Fabio Regazzi

Allocuzione del 1. di Agosto 2015 in occasione del 50mo. di fondazione della Società Tiro al volo Serpiano

Pronunciata da Fabio Regazzi, consigliere nazionale e presidente della FCTI
Serpiano, Poligono di Tiro

– Fa stato il discorso pronunciato –

Egregio signor Presidente della Società Tiro al volo Serpiano, caro Renato Bullani
Rappresentanti delle autorità di Mendrisio,
Cari membri e amici della STV Serpiano,
Care concittadine e cari concittadini,

È per me un onore rivolgermi a voi per la festa del Primo di Agosto, che segna pure l’importante traguardo dei primi 50 anni della Società tiro al volo Serpiano. Un pensiero di ammirazione e riconoscenza vada a tutte le persone, a partire dal primo presidente Luigi Bernasconi, che nel corso degli anni hanno gestito questa importante società con spirito volontaristico e soprattutto all’insegna dell’amicizia. E i risultati sono qui da vedere: un centinaio di soci – fra i quali molti cacciatori, e come Presidente della FCTI non posso che rallegrarmene – che hanno a disposizione per praticare la passione per il tiro a volo una magnifica struttura, la migliore in assoluto presente in Canton Ticino sotto tutti i punti di vista. E io vi dico semplicemente bravi, siete un esempio da imitare per dinamismo e intraprendenza.
L’importanza di una società come la vostra di tiro a volo, che non dimentichiamolo è pure una disciplina olimpica, e più in generale della disciplina del tiro nella costruzione dell’identità nazionale sono state ampiamente dimostrate. La nostra tradizione è ricca di racconti leggendari ispirati a quest’arte sin dalla fondazione della Confederazione. La saga del tiratore Guglielmo Tell, quella di una rivolta dei tre cantoni primitivi e del loro giuramento che ogni anno ricordiamo in occasione del Primo di agosto, come il racconto, chiaramente in tutt’altra epoca del sacrificio di Arnold Winkelried nella battaglia di Sempach (1386), figurano tra i più importanti miti della Svizzera primitiva. La loro importanza è soprattutto legata alla storia delle mentalità; da questo profilo, il loro ruolo è stato centrale nella creazione dei modelli ispiratori, forti e ampiamente diffusi del nostro Stato federale improntato sulle libertà individuali. In tal senso, l’arma è uno dei simboli dell’uomo e anche della donna (!) liberi. E noi Svizzeri ben sappiamo quale sia il valore della libertà e della democrazia nella nostra Patria, un esempio unico di Nazione fondata sulla volontà, di Willensnation come direbbero i nostri amici confederati.

Care amiche e amici della STV,
Care concittadine e cari concittadini,
da quando sono stato eletto in Consiglio nazionale nel 2011 sono spesso chiamato a riflettere sui simboli e sulle tradizioni che caratterizzano il nostro Paese, e non solo in occasione del Primo di Agosto. Nel mio lavoro concreto di politico federale ho sempre un occhio di grande riguardo nei confronti del nostro patrimonio identitario, che invero non si limita alle questioni passate, come quelle evocate, ma anche ad aspetti di estrema attualità.
Nota a voi è certamente tutta la questione della gestione delle armi, siano esse militari, da tiro o da caccia o anche solo da collezione.
I dibattiti politici in materia militare, sovente appassionati, che accompagnano i nuovi acquisti, sia di una semplice arma da fuoco o di un nuovo aereo oppure un apparecchio più sofisticato come un drone, riaprono regolarmente il fronte mai chiuso della contrapposizione tra chi ha una concezione storica, tipicamente elvetica, del rapporto di fiducia tra Stato e cittadino, importante e fondamentale per la nostra democrazia elvetica, e chi invece la vorrebbe rinnegare.
Ancora lo scorso maggio in Consiglio nazionale mi sono battuto per combattere l’ennesima proposta della Consigliera federale Simonetta Sommaruga che consisteva nel registrare a posteriori tutte le armi da fuoco acquistate dai cittadini svizzeri prima del 2008, anno a partire dal quale ogni acquisto d’arma deve essere autorizzato e registrato dai dipartimenti cantonali di polizia. Ricordo fra l’altro che nel 2011 il Sovrano si era già chiaramente espresso contro un registro generalizzato delle armi.
Come in quell’occasione, anche nel 2015 ha prevalso il buon senso di coloro che hanno tenuto conto di come, in qualunque Paese sia stato implementato, il registro generalizzato delle armi abbia portato a costi enormi senza permettere alcuna riduzione dei crimini a mano armata. La modifica di legge è stata quindi rispedita al mittente ma v’è da credere che la CF Sommaruga tornerà alla carica.
A fronte di questi tentativi di impallinare (è proprio il caso di dirlo…) un vecchio e consolidato modello tipicamente elvetico della gestione delle armi da parte di noi cittadini, la medesima sinistrosa area ideologica che si richiama a non si sa bene quale principio progressista, ha con disarmante buonismo revocato nel 2014 il divieto di porto d’armi sul nostro patrio suolo da parte di cittadini croati e montenegrini, “perché le zone d’origine non sono considerate di crisi”. Invero non è proprio così, tant’è che non è raro leggere sui nostri giornali, figuriamoci poi cosa poi accade effettivamente sul posto, notizie riportate di crisi e conflitti da parte di bande armate, che al passaggio lasciano uno strascico di feriti se non di morti. Ho quindi presentato due interpellanze al Consiglio federale nel 2014 e nel giugno 2015 per chiedere se non sia opportuno reintrodurre il divieto del porto d’armi per i cittadini provenienti da questi Paesi. La prima risposta è stata ovviamente negativa, la seconda non è ancora giunta, ma temo già di sapere come andrà a finire …

Più in generale, se da un lato una parte della classe politica agisce con arrendevolezza e tolleranza nei confronti dell’esterno, all’interno è molto attiva nella tendenza che si va purtroppo delineando nel nostro Paese di una crescente criminalizzazione dei cittadini onesti, attraverso, per esempio, le insulse norme liberticide di “Via Sicura”, tramite le quali un automobilista o un motociclista che supera il limite di velocità stradale consentito, senza provocare incidenti e senza aver assunto sostanze alteranti, rischia, oltre ritiro della patente per almeno 2 anni, il carcere, senza parlare dell’esposizione al pubblico ludibrio. Per contro, i criminali veri – molti dei quali approfittano dell’attuale situazione di frontiere aperte – che commettono furti, rapine, aggressioni, spaccio, violenze e minacciano la nostra incolumità subiscono pene inferiori a chi – magari inavvertitamente – ha pigiato troppo sull’acceleratore, senza aver provocato incidenti. Roba da matti, verrebbe da dire. Ma non è proprio così e i matti qui c’entrano poco. Per correggere il tiro a Via Sicura ho pertanto di recente presentato un’iniziativa parlamentare che chiede di rivedere al ribasso le pene minime per i reati del codice della strada, ripristinando uno dei principi cardine del nostro Stato di diritto, ovvero quello della proporzionalità. Ma vi confesso che anche questa proposta ragionevole, dettata più dal buon senso che da qualsiasi disquisizione di diritto penale, ha attirato diverse reazioni violente nei miei riguardi e addirittura auguri funesti di rimanere a mia volta falciato da un veicolo… Staremo a vedere cosa succederà e incrociamo le dita per me…

Due parole riguardo alla solita polemica estiva con il nostro quasi dirimpettaio italiano che ha negli scorsi giorni convocato il nostro ambasciatore alla Farnesina, dopo essersi già rivolto alle autorità dell’Unione europea. Ma qual è la causa dell’inedita frenesia diplomatica a pochi giorni dal tradizionale Ferragosto italiano? Le “novità” introdotte in Ticino in materia di permessi non sono piaciute a Roma che le ha definite contrarie agli accordi bilaterali. Ma cosa sarà mai questo atto gravemente lesivo nei confronti dell’italico vicino? Quando ho letto la notizia ho subito pensato a una violazione dello spazio aereo da parte di uno dei nostri vecchi FA18 che ha perso la bussola. E invece no: la protesta scaturisce dall’obbligo introdotto di recente dal Dipartimento delle istituzioni per chiunque richieda o rinnovi un permesso B (dimora) o G (frontalieri) a presentare il casellario giudiziale.
Apriti cielo! A me risulta che nei concorsi pubblici di assunzione o quali candidati al Municipio, i ticinesi debbano presentare il casellario giudiziale e a nessuno è venuto in mente di rivolgersi alla Corte internazionale dei diritti dell’uomo per violazione dei diritti fondamentali!
Se penso poi che l’Italia da anni pone indiscriminatamente tutte le aziende svizzere sulle sue black list in palese violazione del diritto europeo, mi vien da sorridere di fronte a tanta tracotanza da parte dei politici italiani per quest’obbligo del certificato del casellario giudiziale. Mi vien però da piangere se ripenso che Roma dorme da mesi se non da anni su altri fronti, come quello del flusso continuo dei migranti, una tragedia umanitaria di portata internazionale, per non parlare della grave crisi economica dalla quale sembra incapace di uscire.
Ad ogni modo con un inconsueto slancio diplomatico l’Italia ha già chiesto al nostro ambasciatore “un sollecito, rinnovato impegno delle autorità di Berna per porre termine a una situazione che suscita profonda insoddisfazione in Italia”. Con tono invero poco diplomatico, la tentazione sarebbe di rispondere: ma andate a quel Paese…! Mi auguro, ma temo di essere smentito, che almeno in questa occasione le autorità federali svizzere non calino le braghe come ha inopinatamente fatto il nostro ambasciatore a Roma e tengano per una volta conto della situazione ticinese, che ospita e dà lavoro quotidianamente a 60’000 frontalieri, dei quali da quando è stata introdotta la richiesta del casellario nessuno ha per altro mai interposto ricorso. Del resto, come è stato fatto osservare, l’Italia dovrebbe comunque porsi la domanda sul perché ogni giorno, nonostante tutto, 60’000 lavoratori frontalieri vengono a lavorare in Ticino e, annualmente, migliaia di italiani scelgono il Ticino come dimora.
Molti si interrogano per capire cosa ci riserva il futuro e in particolare se la Svizzera e anche il piccolo Ticino avranno la forza di continuare a fronteggiare le avversità, garantendo un elevato grado di sviluppo e benessere alla propria popolazione.
La risposta è oggettivamente difficile e nessuno può sapere con certezza se saremo capaci di superare le numerose e difficili sfide che ci attendono, perpetuando così il nostro modello di successo.
Sono tuttavia convinto che, oggi come allora, i valori fondanti del Patto del 1291 rimangono di grande attualità e che gli stessi dovranno continuare ad ispirare la nostra azione politica.
Siamo una nazione che sta indubbiamente meglio di altri Paesi grazie alla sua democrazia diretta (un unicum) e alla sua organizzazione su base federalista, strettamente legata all’applicazione pratica del principio di sussidiarietà, che lascia alle comunità locali e più in generale alla società civile importanti responsabilità, valorizzandone nel contempo la creatività e lo spirito imprenditoriale. Una situazione di benessere che contribuisce ad accrescere dei sentimenti di malcelata gelosia, se non addirittura di astio, sfociata in attacchi da parte di Stati, spesso poco virtuosi, al nostro modello democratico.

Ricordiamoci che sono la capacità di adattamento, di propensione al rischio, anche andando contro corrente (penso al caso citato poc’anzi, o come al fatto che non abbiamo aderito all’Europa!) che hanno reso forte il nostro Paese.
Sarà quindi compito della Confederazione e anche di noi parlamentari federali di indurre Berna ad agire in difesa degli interessi cantonali di fronte all’Unione Europea e di salvaguardare le prerogative dei Cantoni laddove l’Europa può – ed è ancora capitato di recente – mettere in discussione la sovranità e le competenze della Confederazione e dei cantoni stessi.
Solo così potremo festeggiare fieramente e con riconoscenza anche i prossimi anniversari della Patria.
Fiducioso in questa grande forza interna del nostro Popolo, di tutti voi, auguro una gioiosa Festa Nazionale e viva la STV Serpiano, viva il Ticino e viva la Svizzera!

Fabio Regazzi
Consigliere nazionale e presidente FCTI