2012.05.17.03.20.401797 (1)

Ma quante vite vale un secondo tunnel sotto il Gottardo?

“La vita umana non ha prezzo!” È una bella frase ma nella realtà il prezzo c’è, eccome. E spesso è molto basso. Ne abbiamo avuto ancora una volta la conferma proprio questa settimana dall’Ufficio prevenzione (ma di cosa?) infortuni (UPI), che ha presentato uno studio in cui, con tanto di cifre e tabelle, si tenta di contrabbandare la tesi secondo cui l’”utile” di una seconda galleria sotto il Gottardo sarebbe “solo di 180 feriti e 20 morti in 40 anni”. Lapidaria quindi la conclusione dell’UPI: la costruzione di una seconda galleria stradale sotto il San Gottardo diminuirebbe gli incidenti “soltanto in modo marginale” dato che “il potenziale di riduzione del numero delle vittime è relativamente esiguo”. Ergo, afferma l’UPI, “il quesito relativo a una seconda canna per la galleria autostradale del San Gottardo non può essere dibattuto con argomentazioni di sicurezza stradale”.

Non c’è dubbio che l’analisi costi-benefici di un’infrastruttura, nel nostro caso della costruzione di un secondo tunnel, possa essere un tema di riflessione e di analisi. È però altrettanto chiaro che le valutazioni a sapere se 20 vite umane salvate, ammesso che si possa ragionare in questi termini, siano un “utile” o una “perdita” competa alla politica e non ad un ufficio definitio di “prevenzione infortuni”, che invece – per lo meno nel caso specifico – disattende manifestamente il mandato che gli è stato conferito. Se fosse stato tale, la conclusione avrebbe infatti dovuto essere diamentralmente opposta.

Sono personalmente molto indignato di fronte a cotanta arroganza e superficialità da parte di un ente finanziato anche da denari pubblici, che azzarda un’analisi costi-benefici in base a delle vite umane come se fosse un mantra di scientificità, e giudica quelle “sole 20 vite salvate” con totale indifferenza alla stregua di merce.

Intanto mi pare assai improbabile che si possa attribuire evidenza empirica a una stima sull’arco di 40 anni di morti e feriti. Basterebbe che si ripresenti anche sotto il Gottardo lo scenario avvenuto a Sierre qualche settimana fa, per accorgerci di quanto potrebbero sballare in termini di cifre e d’impatto emotivo sull’opinione pubblica la perdita di “sole” (direbbe di nuovo l’UPI?) 26 vite di bambini e di 6 adulti.

Che dire poi del raffronto contenuto in una delle tabelle tra lo scenario attuale (un tubo bidirezionale) con quello di un raddoppio su quattro corsie, opzione che non è mai stata ipotizzata da nessuno e nemmeno da chi come me sostiene la necessità del raddoppio. E qui rilevo di transenna che il numero di vittime nel caso di due tubi unidirezionali è comunque della metà rispetto alla situazione attuale: 21 morti evitate, e altrettanti drammi famigliari scongiurati! Se per le persone dotate del comune buon senso questo verrebbe considerato un successo, lo dovrebbe essere a maggior ragione per un ufficio che si definisce di prevenzione degli infortuni.

Sappiamo tutti che ogni misurazione è imperfetta, che in queste valutazionisi possono fare errori madornali considerando solo certi costi e benefici e ignorando tutti i vantaggi che non si vogliono o possono misurare. In questo ordine di idee, nessuno potrà mai convincermi che se l’uso dei bambini per funzioni lavorative dovesse avere dei vantaggi superiori ai costi, allora dovremmo tornare ai tempi di Dickens. Il ruolo della politica è proprio questo: dopo il momento tecnico di valutazione empirica giunge quello delle decisioni, in cui, oltre ad analizzare i “dati”, entrano in gioco anche gli “argomenti” e i “valori”.

Il mio auspicio è quindi che l’UPI torni ad occuparsi di prevenzione, magari anche sotto il Gottardo dove ce n’è parecchio bisogno, e lasci ai politici le valutazioni a sapere quante vite umane può valere un secondo tubo sotto il San Gottardo.

La mia posizione al riguardo è nota da tempo. Attendiamo ora anche quella del fronte contrario al completamento del Gottardo.

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale PPD,

Co-presidente del Comitato per il completamento del San Gottardo

Pubblicato dal Corriere del Ticino, 30 marzo 2012

2012.05.17.03.20.401797 (1)

E se capitasse durante i 900 giorni di chiusura della Galleria?

Una frana nei pressi di Gürtnellen, qualche masso rimasto in sospeso sulla roccia, e voilà per motivi di sicurezza scatta il blocco dei treni sull’asse nord-sud del Gottardo. La perturbazione ha provocato la soppressione dei collegamenti ferroviari ed inevitabili ritardi. I viaggiatori e le merci da e per l’Italia sono stati dirottati verso il Sempione, mentre nel canton Uri è circolato un servizio sostitutivo di autobus. Solo quattro giorni dopo è stato deciso di riaprire la linea. Tornando proprio giovedì scorso da Berna, grazie ad un occasionale passaggio, un’autovettura ferma nel Gottardo per una foratura è bastata per formare lunghe colonne all’interno e all’esterno della galleria. In quei minuti il mio pensiero è andato a un giorno qualunque durante i 900 di prospettata chiusura della galleria stradale per un suo radicale risanamento e ad una frana che si abbatte su un tratto di ferrovia provocandone la chiusura. Che farebbe il Ticino senza quell’unica via di transito? Rimarrebbe tagliato fuori da qualsiasi collegamento con il nord delle Alpi magari per qualche settimana: detti in termini più chiari resteremo completamente isolati dal resto della Svizzera, con un danno enorme alla nostra economia, al commercio e al turismo.

Oggi appare chiaramente che il processo di ristrutturazione della mobilità di merci e persone non può riguardare soltanto la cosiddetta politica di trasferimento su rotaia. I risultati finora ottenuti, dopo investimenti miliardari, sono deludenti: rispetto all’articolo costituzionale che fissa un tetto massimo di 650 mila autotreni in transito da raggiungere nel 2009, il traffico effettivo – come ha confermato la Consigliera federale Leuthard a una mia domanda – è già oggi il doppio e tale da far cadere definitivamente l’obiettivo di contenimento iniziale, e si assesterà nella migliore a 1.3 milioni di convogli l’anno.

Mi pare quindi logico, senza poter entrare nel dettaglio, che il tema di Alptransit e della politica di trasferimento su rotaia non può essere affrontato scartando a priori l’alternativa stradale. Condizionare il destino economico del nostro Cantone, anche per “soli” tre anni, al solo traffico su rotaia (lo abbiamo testato questa settimana e anche in un passato recente), sarebbe una decisione miope ed irresponsabile che condannerebbe la nostra economia alla lenta asfissia. Tanto più che l’evoluzione del traffico europeo è tale da rendere inadeguata qualsiasi scelta che favorisca unicamente un vettore a scapito di un altro.

Ho letto di recente che una neonata coalizione “Per un collegamento Sud-Nord sostenibile e scorrevole” ritiene catastrofiche le implicazioni ambientali di un’eventuale costruzione del secondo traforo, soprattutto per l’impatto che avrebbe sull’inquinamento dell’aria nel Mendrisiotto, mentre giudica interessante la possibilità di mantenere in futuro la piattaforma di trasbordo di Biasca destinata a gestire il sistema delle navette.

Ora, non so se la suddetta coalizione ha mai analizzato la planimetria che illustra la futura piattaforma. A Biasca, una delle quattro previste in zona alpina, dovrebbero snodarsi a lato dell’autostrada A2 sei binari, ognuno dei quali accessibili da più strade, aree di sosta per ca. 75 camion, diverse installazioni tecniche, tre chilometri di aree di attesa sull’A2 per i mezzi pesanti in attesa del trasbordo. La piattaforma sarà illuminata tutta la notte per consentire il transito continuo di 38 locomotive, 38 carri-passeggeri e 400 vagoni di carico. Vi sarà verosimilmente anche un allentamento del divieto di circolazione notturno dei veicoli pesanti sull’autostrada per consentire il transito di camion e treni. Il tutto per la bellezza di quasi 80 mila metri quadrati che di botto sacrificheranno importanti terreni agricoli e forestali d’interesse federale.

Anche nel caso in cui l’impatto paesaggistico della stazione fosse inferiore a quanto descritto, la sua presenza modificherà radicalmente la fisionomia della Riviera, sottraendo spazio per l’insediamento di eventuali nuove industrie in cambio di pochi posti lavoro. Definire da un lato “catastrofica” la costruzione di un secondo traforo sotto il Gottardo, che ricordo ancora una volta, impedirebbe l’isolamento del cantone assicurando nello stesso tempo un collegamento sicuro, e dall’altro salutare l’insediamento permanente d’impianti di carico e scarico, piazzali di attesa degli automezzi pesanti in arrivo dal sud dell’Europa, che verrebbero incolonnati da Biasca in giù, denota di una visione ideologica profondamente schizofrenica della realtà. Non capisco poi il perché di quest’atteggiamento accomodante nei confronti dell’Italia, quando tutti sanno che toccherebbe alla Penisola costruire questi interporti allo scopo di sgravare le vie di transito europee, un obiettivo questo che dovrebbe mettere d’accordo soprattutto gli ambientalisti. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

 

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale PPD,

Co-presidente del Comitato per il completamento del San Gottardo

Pubblicato in La Regione, 24 marzo 2012

2012.05.17.03.20.375377 (3)

Tragedia di Sierre: aree di sosta mal concepite?

Commentando l’indicibile tragedia avvenuta nel tunnel di Sierre, diversi esperti, tra cui anche Daniel Menna portavoce dell’Ufficio prevenzione infortuni, si sono interrogati sul grado di sicurezza delle aree di emergenza realizzate nelle pareti del tunnel, a sapere se in queste nicchie la presenza di un muro ad angolo retto, e largo circa tre metri come nel caso Sierre, rifletta una concezione ottimale e adeguata degli standard di sicurezza.

Considerato che questo tipo di costruzione è molto diffuso nei tunnel svizzeri, chiedo al Consiglio federale di rispondere alle seguenti domande:

  1. esistono normative legali che stabiliscono le prescrizioni per la progettazione di tali aree di sosta nei tunnel svizzeri? In caso di risposta affermativa, nel caso concreto sono state rispettate?
  2. quante di queste nicchie o aree di sosta sono state realizzate con una parete ad angolo retto?
  3. esiste una casistica di incidenti da imputare alla particolare configurazione di nicchie ad angolo retto?
  4. per quale motivo non si privilegiano le nicchie con pareti oblique rispetto alla carreggiata?
  5. a seguito del gravissimo incidente di Sierre, vi sono provvedimenti che si intendono adottare per ovviare a questo pericolo e in generale per migliorare la sicurezza dei tunnel svizzeri?

 Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale PPD

2012.05.17.03.20.272739

Requiem per i rustici ticinesi?

Lo scorso fine settimana il popolo svizzero ha accettato con una risicatissima maggioranza (50.4%) l’iniziativa popolare denominata “Basta con la costruzione sfrenata di abitazioni secondarie”.

La mappa del voto indica chiaramente che su questo tema si è formato un “Gotthardgraben”, con i cantoni alpini e quelli della svizzera centrale contrari all’iniziativa, mentre gli altri (in particolare quelli maggiormente urbanizzati) favorevoli.

Premesso che la volontà popolare va rispettata, ci si potrebbe legittimamente domandare se iniziative come quella promossa da Franz Weber, che impongono a livello federale regole uniformi per tutto il territorio nazionale, quindi senza tenere conto delle importanti diversità regionali, siano compatibili con lo spirito federalistico svizzero.

Obblifare tutti i cantoni ad adottare un limite di residenze secondarie massimo del 20% rappresenta una forzatura che fa strame dell’autonomia cantonale e comunale, che la Costituzione federale dichiara comunque di voler tutelare. Un segnale preoccupante, soprattutto se consideriamo che a far pendere la bilancia a favore dell’iniziativa siano stati i cantoni più popolosi (di fatto non toccati – o solo in misura minima – dal tema posto in votazione) senza che in realtà fossero chiare le implicazioni per quelli a maggiore vocazione turistica o con situazioni particolari.

Fra questi ultimi rientra ovviamente anche il Ticino: come se non bastavano i problemi legati al franco forte e alla prospettata chiusura del Gottardo ecco che all’orizzonte si profila un’altra mannaia che si abbatterà sul settore turistico, ma anche su quello legato all’edilizia e all’artigianato.

Fra le molte questioni che questa iniziativa lascia aperte, una riguarda il destino  dei nostri rustici. A ben guardare il tenore dell’iniziativa non prevede eccezioni di sorta: i rustici sono a tutti gli effetti residenze secondarie, per cui a rigore in quei Comuni in cui la quota del 20% è già stata superata (in sostanza tutti quelli delle nostre valli!) non potranno più essere riattati. Lo scorso 11 marzo, dopo alcuni decenni di battaglie politiche e giudiziali con l’autorità federale (che per altro non sono ancora concluse) potremmo quindi aver recitato il requiem per i rustici ticinesi.

La preoccupazione, in particolare nelle nostre valli, è in effetti palpabile ed è innegabile che questo sia un colpo durissimo inferto all’economia delle regioni di montagna e – non da ultimo – alle nostre tradizioni.

I sostenitori dell’iniziativa si sono subito affrettati ad assicurare che nell’ambito della legge di applicazione si dovrà tenere conto delle specificità regionali.

Difficile dire quale sia il margine di manovra per trovare una soluzione che possa salvaguardare la possibilità di riattare i rustici, sempre che venga risolto l’annoso contenzioso con l’amministrazione federale. Personalmente non nascondo una certa preoccupazione, corroborata dalle esperienze fatte in questi anni (e non solo in materia di rustici!).

La frittata oramai è fatta per cui a questo punto non ci rimane che impegnarci su tutti i fronti, sia a livello della politica federale che di quella cantonale, per ottenere degli allentamenti rispetto al rigido principio approvato dal popolo svizzero.

Per i rustici  il De profundis  sembra purtroppo intonato: apprestiamoci quindi ad affrontare una nuova difficile battaglia nella quale, mi auguro, il nostro Cantone saprà presentarsi compatto a difendere gli interessi dei ticinesi!

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale PPD

2012.05.17.03.20.267806

Rustici e residenze secondarie: quo vadis?

Con l’accettazione da parte del popolo svizzero dell’iniziativa popolare denominata “Basta con la costruzione sfrenata di abitazioni secondarie” è stata accolta una nuova disposizione costituzionale che dall’11 marzo vieta nuove abitazioni secondarie in quei comuni in cui la quota del 20% è già esaurita.

Ci si può chiedere se una tale norma valida per tutto il territorio nazionale, che non tiene quindi conto delle importanti diversità regionali, sia compatibile con il federalismo. Obbligare tutti i cantoni ad adottare un limite di residenze secondarie massimo del 20% rappresenta a mio parere una forzatura che fa strame dell’autonomia cantonale e comunale, che la Costituzione federale dichiara comunque di voler tutelare. Un segnale preoccupante, soprattutto se consideriamo che a far pendere la bilancia a favore dell’iniziativa siano stati i cantoni più popolosi (di fatto non toccati – o solo in misura minima – dal tema posto in votazione) senza che in realtà fossero chiare le implicazioni per quelli a maggiore vocazione turistica o con situazioni particolari.

Fra questi ultimi rientra ovviamente anche il Ticino: come se non bastavano i problemi legati al franco forte e alla prospettata chiusura del Gottardo ecco che all’orizzonte si profila un’altra mannaia che si abbatterà sul settore turistico, ma anche su quello legato all’edilizia e all’artigianato.

Fra le molte questioni che questa iniziativa lascia aperte, una riguarda il destino dei nostri rustici. A ben guardare il tenore dell’iniziativa non prevede eccezioni di sorta: i rustici sono a tutti gli effetti residenze secondarie, per cui a rigore in quei Comuni in cui la quota del 20% è già stata superata (in sostanza tutti quelli delle nostre valli!) non potranno più essere riattati. Lo scorso 11 marzo, dopo alcuni decenni di battaglie politiche e giudiziali con l’autorità federale (che per altro non sono ancora concluse) potremmo quindi aver recitato il requiem per i rustici ticinesi.

La preoccupazione, in particolare nelle nostre valli, è in effetti palpabile ed è innegabile che questo sia un colpo durissimo inferto all’economia delle regioni di montagna e – non da ultimo – alle nostre tradizioni. A ciò si aggiunge la decisione – a mio parere discutibile – del Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni di mettere in vigore dall’11 marzo la nuova disposizione e di conseguenza di sospendere da subito il rilascio le licenze edilizie per le abitazioni secondarie nei Comuni.

Sembra pertanto chiaro a questo stadio che il margine di manovra a disposizione delle autorità cantonali per trovare una soluzione che renda compatibile il nuovo vincolo costituzionale con le esigenze locali sarà molto ridotto.

La frittata oramai è fatta per cui a questo punto non ci rimane che impegnarci su tutti i fronti, sia a livello della politica federale che di quella cantonale, per ottenere degli allentamenti rispetto al rigido principio approvato dal popolo svizzero. In questo senso auspico che il Dipartimento del territorio del Cantone Ticino – d’intesa con la Deputazione alle Camere federali – si attivi subito presso il Dipartimento federale affinché sul piano concreto dell’attuazione siano garantiti il diritto alla proprietà e alla libertà economica, entrambi alla base di una politica di tutela di quel patrimonio culturale rappresentato dai nostri rustici.

Per i rustici il De profundis potrebbe purtroppo essere stato intonato: apprestiamoci quindi ad affrontare una nuova difficile battaglia nella quale, mi auguro, il nostro Cantone saprà presentarsi compatto a difendere gli interessi dei ticinesi!

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale PPD

2012.05.17.03.20.401797

E se capitasse durante i 900 giorni di chiusura della Galleria?

Una frana nei pressi di Gürtnellen, qualche masso rimasto in sospeso sulla roccia, e voilà per motivi di sicurezza scatta il blocco dei treni sull’asse nord-sud del Gottardo. La perturbazione ha provocato la soppressione dei collegamenti ferroviari ed inevitabili ritardi. I viaggiatori e le merci da e per l’Italia sono stati dirottati verso il Sempione, mentre nel canton Uri è circolato un servizio sostitutivo di autobus. Solo quattro giorni dopo è stato deciso di riaprire la linea. Tornando proprio giovedì scorso da Berna, grazie ad un occasionale passaggio, un’autovettura ferma nel Gottardo per una foratura è bastata per formare lunghe colonne all’interno e all’esterno della galleria. In quei minuti il mio pensiero è andato a un giorno qualunque durante i 900 di prospettata chiusura della galleria stradale per un suo radicale risanamento e ad una frana che si abbatte su un tratto di ferrovia provocandone la chiusura. Che farebbe il Ticino senza quell’unica via di transito? Rimarrebbe tagliato fuori da qualsiasi collegamento con il nord delle Alpi magari per qualche settimana: detti in termini più chiari resteremo completamente isolati dal resto della Svizzera, con un danno enorme alla nostra economia, al commercio e al turismo.

Oggi appare chiaramente che il processo di ristrutturazione della mobilità di merci e persone non può riguardare soltanto la cosiddetta politica di trasferimento su rotaia. I risultati finora ottenuti, dopo investimenti miliardari, sono deludenti: rispetto all’articolo costituzionale che fissa un tetto massimo di 650 mila autotreni in transito da raggiungere nel 2009, il traffico effettivo – come ha confermato la Consigliera federale Leuthard a una mia domanda – è già oggi il doppio e tale da far cadere definitivamente l’obiettivo di contenimento iniziale, e si assesterà nella migliore a 1.3 milioni di convogli l’anno.

Mi pare quindi logico, senza poter entrare nel dettaglio, che il tema di Alptransit e della politica di trasferimento su rotaia non può essere affrontato scartando a priori l’alternativa stradale. Condizionare il destino economico del nostro Cantone, anche per “soli” tre anni, al solo traffico su rotaia (lo abbiamo testato questa settimana e anche in un passato recente), sarebbe una decisione miope ed irresponsabile che condannerebbe la nostra economia alla lenta asfissia. Tanto più che l’evoluzione del traffico europeo è tale da rendere inadeguata qualsiasi scelta che favorisca unicamente un vettore a scapito di un altro.

Ho letto di recente che una neonata coalizione “Per un collegamento Sud-Nord sostenibile e scorrevole” ritiene catastrofiche le implicazioni ambientali di un’eventuale costruzione del secondo traforo, soprattutto per l’impatto che avrebbe sull’inquinamento dell’aria nel Mendrisiotto, mentre giudica interessante la possibilità di mantenere in futuro la piattaforma di trasbordo di Biasca destinata a gestire il sistema delle navette.

Ora, non so se la suddetta coalizione ha mai analizzato la planimetria che illustra la futura piattaforma. A Biasca, una delle quattro previste in zona alpina, dovrebbero snodarsi a lato dell’autostrada A2 sei binari, ognuno dei quali accessibili da più strade, aree di sosta per ca. 75 camion, diverse installazioni tecniche, tre chilometri di aree di attesa sull’A2 per i mezzi pesanti in attesa del trasbordo. La piattaforma sarà illuminata tutta la notte per consentire il transito continuo di 38 locomotive, 38 carri-passeggeri e 400 vagoni di carico. Vi sarà verosimilmente anche un allentamento del divieto di circolazione notturno dei veicoli pesanti sull’autostrada per consentire il transito di camion e treni. Il tutto per la bellezza di quasi 80 mila metri quadrati che di botto sacrificheranno importanti terreni agricoli e forestali d’interesse federale.

Anche nel caso in cui l’impatto paesaggistico della stazione fosse inferiore a quanto descritto, la sua presenza modificherà radicalmente la fisionomia della Riviera, sottraendo spazio per l’insediamento di eventuali nuove industrie in cambio di pochi posti lavoro. Definire da un lato “catastrofica” la costruzione di un secondo traforo sotto il Gottardo, che ricordo ancora una volta, impedirebbe l’isolamento del cantone assicurando nello stesso tempo un collegamento sicuro, e dall’altro salutare l’insediamento permanente d’impianti di carico e scarico, piazzali di attesa degli automezzi pesanti in arrivo dal sud dell’Europa, che verrebbero incolonnati da Biasca in giù, denota di una visione ideologica profondamente schizofrenica della realtà. Non capisco poi il perché di quest’atteggiamento accomodante nei confronti dell’Italia, quando tutti sanno che toccherebbe alla Penisola costruire questi interporti allo scopo di sgravare le vie di transito europee, un obiettivo questo che dovrebbe mettere d’accordo soprattutto gli ambientalisti. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

 

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale PPD,

Co-presidente del Comitato per il completamento del San Gottardo

2012.05.17.03.20.325523

Accordo sui frontalieri: per il Ticino si riapre la partita

Il Consiglio nazionale ha accolto ieri senza opposizioni l’iniziativa cantonale ticinese che avevo presentato poco meno di un anno fa (era il 17 marzo 2011) a nome del Gruppo PPD in Gran Consiglio, con la quale si chiede alla Confederazione di aprire delle trattative con l’Italia in vista di: 1. rimediare all’assenza di reciprocità a danno dei residenti della fascia di frontiera svizzera che lavorano come dipendenti nella fascia di frontiera italiana; 2. attenuare l’ammontare del ristorno a carico di Ticino, Grigioni e Vallese in ragione del 38,8 per cento in modo analogo a quello pattuito con l’Austria (12,5 per cento); 3. nel caso in cui, per ragioni politiche, non si voglia chiedere la rinegoziazione dell’accordo sui frontalieri per consentire una più facile trattativa riferita all’assistenza amministrativa fiscale con l’Italia, al fine di salvaguardare gli interessi della piazza finanziaria elvetica, la Confederazione riversa al Ticino la differenza tra il ristorno tra il 38,8 concesso all’Italia e il 12,5 per cento concesso all’Austria.

Con l’approvazione del Consiglio nazionale, si riapre oggi la partita per il Ticino che da qualche tempo chiede di poter rivedere i termini (penalizzanti) di un trattato risalente a 40 anni or sono. Ora la palla torna al Consiglio degli Stati, che sull’iniziativa si era già espresso – purtroppo in modo negativo – il 21 settembre 2011. È dunque sintomatico come in poco meno di sei mesi, la sensibilità dei Confederati su questo tema sia mutata: forse che con l’arrivo della primavera sia sbocciata anche una maggiore attenzione nei confronti dei problemi del Ticino o che l’intenso lavoro da parte dei suoi rappresentanti a Berna comincia a dare i suoi frutti? Presto per dirlo, ma si tratta comunque di un segnale importante.

Occorre invero riconoscere che nella vicenda dei ristorni il Ticino è stato finora ostaggio di un contenzioso più complesso che ha coinvolto il Consiglio federale e la vicina Italia nella vana ricerca di un accordo sull’assistenza fiscale che salvasse il segreto bancario. È essenzialmente per questa ragione che Berna ha finora sempre fatto orecchio da mercante ai problemi sollevati nelle motivazioni che accompagnano l’iniziativa cantonale che così riassumo: 1. Da un lato i ristorni delle imposte alla fonte dei frontalieri sono stabiliti per i frontalieri che rientrano quotidianamente al proprio domicilio ciò che, a seguito dell’entrata in vigore dell’Accordo sulla libera circolazione riguarda solo un a parte ancora da definire di frontalieri attivi su territorio ticinese. 2. Dall’altro, l’alto tasso di ristorno (del 38.8 per cento), come già ribadito sopra, è fortemente discriminatorio per il nostro Cantone, soprattutto se si considera che nel caso analogo dell’Austria l’aliquota è fissata al 12,5 per cento. 3. Infine, poiché la stragrande maggioranza dei frontalieri italiani lavora in Ticino, ne discende che il prezzo della tutela della piazza finanziaria nazionale è stato scaricato per quasi 40 anni in massima parte sul nostro Cantone.

Mi pare quindi legittimo quanto postulato dall’iniziativa cantonale e cioè che nel caso di mantenimento dell’attuale tasso di ristorno del 38,8 per cento la Confederazione deve concedere un indennizzo al Ticino, proponendo la necessaria base legale, che al momento purtroppo manca.

Una cosa è certa però: Berna e Roma hanno un grande interesse a dialogare e a cooperare per superare gli ostacoli che hanno reso tesi i rapporti bilaterali in questi ultimi anni: dall’assistenza in materia fiscale, alle black list (che tutt’ora prevedono una serie di procedure e ostacoli burocratici per le persone fisiche e giuridiche che vogliono operare in Italia o entrare in relazione con società italiane) e alla regolarizzazione dei ristorni dei frontalieri. La gestione degli interessi reciproci nei primi 150 anni di relazioni diplomatiche è sempre stata all’insegna della cordialità. L’occasione per rilanciare la collaborazione è dunque propizia, magari proprio ripartendo dal Ticino.

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale PPD

sanita

Caisse-maladie EGK. Augmentation des primes et niveau des réserves. Le cas tessinois

Selon l’OFSP, l’augmentation des primes de la caisse-maladie EGK ne touche pas tous les cantons dans la même mesure. Les primes d’Appenzell Rhodes-Intérieures, de Bâle-Ville, de Glaris, d’Obwald et d’Uri ne changeront pas tandis que celles du Tessin et d’autres cantons augmenteront. S’agissant du Tessin, cette hausse est particulièrement injuste, le taux des réserves de la caisse-maladie EGK s’y élevant à 89 pour cent, alors que la moyenne nationale était de 10,5 pour cent en 2010.

Comment se fait-il donc que le Tessin se retrouve dans les cantons touchés par l’augmentation?