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Cambiare il Salmo svizzero? Una panzana!

Ogni tanto, qualche buontempone, torna alla carica con la proposta di sostituire il nostro inno nazionale, il Salmo Svizzero tanto per intenderci. La motivazione? È brutto, stantio, non più aderente alla realtà… È come dire : “il nome Svizzera è brutto, chiamiamola invece Eureka”; oppure “la bandiera con la croce non è estetica, sostituiamola con una a quadretti”, idea invero già balenata nella mente di qualche buonista più preoccupato a non urtare la sensibilità delle minoranze religiose che della salvaguardia della nostra tradizione religiosa.

Tornando al tema dell’inno nazionale è probabilmente sfuggito ai più la notizia risalente lo scorso 1° agosto, con cui la Società svizzera di utilità pubblica, che organizza eventi patriottici come la festa federale sul Rütli, ha deciso di lanciare un grande concorso di idee a partire dal 1. gennaio di quest’anno per la ricerca di un inno alternativo. L’inno nazionale, si legge, dovrà avere un’impostazione più moderna pur attenendosi a regole severe e “il testo deve rispecchiare il significato e lo spirito del preambolo della Costituzione federale, i suoi valori. La giuria dovrà anche stabilire se la musica dell’inno nazionale può essere rivisitata restando comunque riconoscibile”. Ma stiamo perdendo la bussola?

La musica e le parole di un inno nazionale hanno un significato simbolico. Ma non solo: quella melodia rappresenta il nostro Paese a tutti gli effetti, come il nome “Svizzera”, come la bandiera a croce bianca su sfondo rosso. Le categoria bello, brutto, moderno e vecchio non si applicano ai simboli. I simboli servono per richiamare alla mente dei concetti, un passato storico comune, dei valori condivisi, e non per appagare il gusto di qualche illuminato mosso da criteri estetici pur sempre soggettivi e individuali. Non si suona il Salmo Svizzero per ascoltare della buona musica, ma per far presente a chi ci ascolta che qualcuno sta rappresentando la nostra Patria, il suo popolo, le sue istituzioni.

Ogni tanto alcune nazioni cambiano la bandiera e così persino il nome. Per esempio l’Italia, quando è diventata una Repubblica, ha tolto lo stemma sabaudo dalla bandiera e ha modificato la propria denominazione ufficiale da “Regno d’Italia” a “Repubblica Italiana”. Quindi, di regola, quando una nazione cambia nome o bandiera cambia anche il proprio inno nazionale, come è successo per l’Italia. Ma ancora una volta, questi cambiamenti di denominazione e simboli non si fanno per motivi estetici o per rimanere al passo con i tempi. Si fanno per rispecchiare radicali cambiamenti nella struttura stessa della nazione.

Forse nel 1981, data dell’ufficializzazione dell’attuale Salmo, si sarebbe potuto scegliere un inno più bello. Ma la decisione del Consiglio federale è stata di confermare come inno il canto che veniva intonato nelle manifestazioni sin dal 1841, da centoquarant’anni. Non aveva più senso cambiarlo, in quanto non si era di fronte a un radicale cambiamento istituzionale, ma semplicemente davanti all’esigenza di dotarsi di un canto patriottico per le cerimonie ufficiali. Da allora, non si contano più gli alzabandiera accompagnati dalle note del Salmo Svizzero e dalle parole cantante, spesso solamente mormorate, da cittadini, sportivi, politici, militari, nelle più svariate manifestazioni. Invece di indire concorsi non richiesti per sostituire il nostro inno, si dovrebbe piuttosto insegnare nelle scuole il significato esatto delle parole del Salmo, come saggiamente deciso dal Gran Consiglio ticinese lo scorso 6 maggio, perché ho l’impressione che la stragrande maggioranza degli svizzeri non le conosca.

Sono quindi contrario all’idea di dare nuovo slancio all’inno del 1841. La melodia e il testo del cantico svizzero, costituiscono un’unica entità che conserva ancor oggi intatta la propria identità. Quindi il Salmo Svizzero non si tocca!

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La Trincea di Massagno guarda al futuro

È fatto raro, anche per chi è attivo a livello nazionale, poter affrontare un progetto che coniuga politiche della formazione, di rilancio delle città e delle economie urbane, attraverso due partner di prestigio che conferiscono allo stesso una valenza cantonale e federale: un’alta scuola universitaria e le Ferrovie federali svizzere.
Dal progetto di Campus universitario SUPSI Città Alta, che ho avuto l’occasione di visionare, ne ho ricavato il convincimento che agisce sulla qualità dell’abitare, dei servizi, della mobilità, del tempo libero e non da ultimo della formazione e della ricerca. Un progetto dunque dalle rare e grandi potenzialità, che se fossi cittadino di Massagno sosterrei senza esitazioni perché assicura lo sviluppo qualitativo, economico e universitario di Massagno e anche di Lugano. Senza entrare nei dettagli del progetto, rilevo i suoi aspetti più interessanti che risiedono nel garantire un ampliamento della SUPSI, realizzando il tanto auspicato campus universitario quale elemento centrale della riqualifica urbanistica del comparto Città Alta. Completa poi l’edificazione con interventi insediativi di tipo residenziale e terziario, rispettando l’urbanistica del contesto esistente, ma soprattutto ricucendo la ferita attuale, la cosiddetta “trincea”, per definizione un elemento che divide – per un tratto anche lungo – il territorio.
Il progetto di nuovo Campus universitario SUPSI Città Alta permetterà quindi da un lato la riunione di una zona, e nel contempo si spera pure della sua comunità, attraverso la riqualifica di un comparto problematico come lo sono di regola gli spazi circostanti alle stazioni ferroviarie. Dall’altro, crea nuovi spazi grazie alla copertura della trincea. Il recupero di nuove superfici in un Cantone dove i terreni sono diventati un bene pregiato e raro, rappresenta a mio modo di vedere un ulteriore plusvalore del progetto. Tanto è vero che dall’alto dei miei cinquantuno anni non ricordo iniziative di questa portata che sono riuscite a creare nuovi spazi anziché toglierne.

La riqualifica delle zone circostanti le stazioni, in genere caratterizzate da tantissime potenzialità, è un tema attualissimo oggi in tutta Europa, che tocca pure la Svizzera (basti pensare ai progetti in corso a Losanna). Massagno e Lugano si iscrivono quindi in questa nuova tendenza di riqualifica di aree urbane preesistenti e sarebbe un peccato non coglierne lo slancio pionieristico. Siamo di fronte ad un’opportunità unica e probabilmente irripetibile: la chiamata alle urne concede alla popolazione la possibilità di confermare il sostegno a questo progetto importante e lungimirante, sia per i Comuni toccati, ma anche per l’intero Cantone. Per tutte queste ragioni, confido in un voto coraggioso e proiettato nel futuro da parte dei Massagnesi.