Bank employees at the "Workplace of the Future" of UBS bank in Zurich, Switzerland, pictured on September 26, 2012. (KEYSTONE/Martin Ruetschi) 

Bankangestellte arbeiten am 26. September 2012 im "Workplace of the Future" in der UBS in Zuerich, Schweiz. (KEYSTONE/Martin Ruetschi)

Imposta sulle successioni: un’iniziativa pericolosa per le aziende familiari

Voteremo il prossimo 14 giugno prossimo su un’iniziativa popolare al fine di inserire nella Costituzione una disposizione che consenta alla Confederazione la facoltà di prelevare un’imposta federale sulle successioni e le donazioni. Il provento di questa imposta in ragione di 2/3 è destinato al finanziamento dell’AVS; 1/3 è versato ai cantoni.
Questa iniziativa se fosse accolta avrebbe effetti dirompenti sulle aziende di famiglia, ma non solo. Da un lato l’insidia più importante è costituita dalla retroattività riferita alle donazioni effettuate a partire dal 1. gennaio 2012, con un prelievo del 20% su tutte le donazioni effettuate dal 1. gennaio di quell’anno. Dall’altro limitandomi, si fa per dire, alla realtà aziendale e in particolare alle aziende di famiglia che sono la spina dorsale della nostra economia, una tale imposta graverebbe pesantemente sul futuro di migliaia di esse: sono infatti ca. 300’000 le imprese a conduzione familiare in Svizzera; esse valgono spesso molto più di 2 milioni di franchi e sarebbero duramente minacciate nella loro esistenza. In che modo? Perché gli eredi dovranno pagare un’imposta del 20% sul valore venale dell’azienda al momento della successione, prosciugando la liquidità della stessa o indebitandole. Infatti stando a un recente studio l’80% delle 1000 aziende contattate ritiene di non poter pagare l’imposta di successione con le risorse a disposizione. Lo studio mostra anche che l’industria e l’artigianato sono maggiormente toccati dall’iniziativa perché in questi settori, sono le macchine e gli investimenti che fanno il valore dell’impresa. Se il 20% del valore deve essere versato allo Stato ciò non può che ovviamente privare le medesime aziende di importanti risorse, soprattutto sul piano degli investimenti che ne assicurano la vita stessa.
D’altro canto per le aziende e contribuenti più grandi ci si può invece aspettare il trasferimento all’estero con la conseguente perdita di attrattività della Svizzera per persone che hanno un’elevata mobilità.
In definitiva, l’accettazione dell’iniziativa significherebbe per molti eredi un aumento degli oneri fiscali perché attualmente solo pochi i Cantoni assoggettano a imposta i discendenti
del defunto. Per buona pace, ancora una volta del federalismo, cardine della nostra democrazia, probabilmente ancora per poco per colpa di queste proposte pericolose.

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Patenti nautiche. Ristabilire la parità di trattamento tra la Svizzera e l’Italia

Testo depositato
1. Come giustifica il Consiglio federale la disparità di trattamento nell’obbligo di avere una patente nautica tra natanti svizzeri e italiani, sancita dalla Convenzione fra l’Italia e la Svizzera per la disciplina della navigazione sul Lago Maggiore e sul Lago di Lugano del 2010?

2. Intende intervenire per ovviare a questa situazione discriminante?

3. Non ritiene che, già solo per ragioni di sicurezza, sarebbe opportuno adeguare la normativa all’articolo 78 dell Ordinanza sulla navigazione interna (ONI)?

Motivazione
Giusta l’articolo 78 capoverso 1 lettera a ONI, per pilotare un natante motorizzato è richiesta una patente se il propulsore ha una potenza superiore di 6 chilowatt.

Nel 2010 l’Italia ha ottenuto una deroga per i natanti italiani che varcano le acque svizzere del Verbano e Ceresio (v. modifiche alla Convenzione fra l’Italia e la Svizzera per la disciplina della navigazione sul Lago Maggiore e sul Lago di Lugano; http://www.mit.gov.it/mit/site.php?p=cm&o=vd&id=1432). Punto nodale dell’accordo è costituito dall’impegno assunto dalla parte svizzera di riconoscere l’esenzione dall’obbligo di patente nautica per la conduzione dei natanti italiani con motore fino a 30 chilowatt, e per le barche a vela, nelle acque svizzere, in cambio dell’adozione da parte italiana di un contrassegno che segnala la tipologia del natante. Le autorità svizzere non hanno per contro ritenuto di dover estendere le medesime disposizioni ai propri cittadini, mantenendo l’obbligo di patente nautica per i natanti a motore di potenza superiore a 6 chilowatt. Si è così venuta a creare una disparità di trattamento: i natanti italiani possono varcare le acque dei laghi ticinesi con un battello di 30 chilowatt anche senza patente nautica mentre quelli ticinesi, rispettivamente svizzeri, possono al massimo pilotare un natante di 6 chilowatt.

Una simile disparità di trattamento per i natanti svizzeri appare quindi iniqua e ingiustificata. Oltre a questa evidente discriminazione, è doveroso segnalare anche un ulteriore argomento a favore di un adeguamento delle disposizioni in materia di patenti nautiche: si tratta infatti anche di una questione di sicurezza, poiché in caso di vento improvviso, soprattutto nel Verbano, con natanti dotati di motori da 6 chilowatt la governabilità della barca viene compromessa, per cui la navigazione può diventare rischiosa e il rientro nei porti difficoltoso.

Risposta del Consiglio federale del 19.08.2015
1.-3. La Convenzione fra la Svizzera e l’Italia per la disciplina della navigazione sul lago Maggiore e sul lago di Lugano (RS 0.747.225.1) regolamenta le condizioni per la conduzione di natanti su questi due laghi. Dalla modifica della Convenzione nel 2012, i due Paesi applicano valori limite differenziati circa la potenza a partire dalla quale il conduttore di un natante motorizzato deve essere titolare di un permesso di condurre. A seguito di una modifica delle disposizioni nazionali sull’obbligo di possedere la patente nautica, l’Italia non era più in grado di rispettare il valore soglia unico di 8 chilowatt stabilito fino ad allora per i laghi Maggiore e di Lugano.

Durante le trattative sono state esaminate diverse opzioni per risolvere il problema, ad esempio quella di recepire in Svizzera il valore soglia italiano di 30 chilowatt, respinta dalla maggioranza dei cantoni. La presenza di limiti di potenza differenziati per il rilascio di permessi di condurre per natanti motorizzati causa inoltre problemi nell’applicazione in Svizzera. Le persone domiciliate in Ticino non potrebbero infatti condurre natanti di potenza superiore a 6 e inferiore a 30 chilowatt sugli altri laghi svizzeri in quanto sprovviste del necessario permesso.

Il cantone Ticino temeva inoltre che controlli restrittivi sull’obbligo di possedere la patente nautica a partire da una potenza di 8 chilowatt avrebbero influito negativamente sul turismo, e ciò andava evitato.

La nuova disciplina non ha causato problemi degni di nota da quando è stata introdotta. Nell’ambito della modifica della convenzione si è ottenuto inoltre un sensibile miglioramento in materia di contrassegni da applicare per i natanti sui due laghi, un aspetto cui la Svizzera teneva molto. Alla luce di questo risultato equilibrato, il Consiglio federale non intende intavolare nuove trattative con l’Italia sull’argomento.

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Di errori, di sfide passate e future: come ripartire per le Federali 2015

Nell’imminenza dell’importante riunione degli Stati generali del PPD è giunto il momento di raccontare la storia della mia candidatura sulla lista popolare-democratica per il Consiglio di Stato. I risultati di aprile ci hanno molto delusi e qualcuno ha – forse un po’ frettolosamente – concluso che il mio atteggiamento durante la campagna abbia direttamente contribuito a determinare il risultato negativo. Ora, senza nulla anticipare dell’analisi e delle discussioni che ci svolgeranno sabato 6 giugno, desidero chiarire quanto accaduto in questi mesi anche in vista del prossimo appuntamento, fondamentale per il futuro del PPD: le elezioni federali 2015.
Sul finire dell’estate 2014 si era creato attorno al mio nome una mobilitazione come non se ne vedeva da tempo. Diverse persone, in primis il Presidente Giovanni Jelmini ma anche parecchi tenori del Partito, mi hanno avvicinato per invitarmi a candidarmi sulla lista PPD per il Consiglio di Stato, allo scopo di consentire la rielezione dell’uscente Paolo Beltraminelli e consolidare il risultato del Partito. All’inizio ho declinato cortesemente l’invito. Poi, dopo molte insistenze, ho ceduto. Perché? Ero stato contagiato dall’entusiasmo di molti amici attorno al mio nome e avevo percepito che c’era una volontà di rilanciare il Partito. Mi ero quindi convinto che non potevo rifiutare un aiuto e deludere queste aspettative, anche perché il mio impegno politico a 360 gradi riposa su due valori cardini: quello dell’amicizia vera e dell’amore per il Partito. Dopo tanti anni di militanza ho ritenuto che fosse giunto il momento di ripagare gli amici e il Partito del loro incondizionato sostegno nei miei confronti mettendo la mia persona, la mia carriera politica e la mia reputazione professionale a disposizione del PPD. Ho quindi accettato, nella convinzione che la mia candidatura avrebbe consentito al Partito di giocare un ruolo importante nella campagna, scongiurando così il pericolo di assistere da bordo campo alla partita fra PLRT e Lega per la riconquista del secondo seggio.
Era per me tuttavia chiarissimo, e in tali termini mi ero a più riprese espresso davanti alla Presidenza del Partito, dell’Ufficio presidenziale e con il mio entourage, che sarei stato in lista a sostegno dell’uscente Paolo Beltraminelli, senza quindi ambizioni di essere eletto.
Le ragioni sono molteplici, ma mi limito ad evidenziarne tre. Innanzitutto sarebbe per me stato estremamente problematico abbandonare la conduzione della mia azienda di famiglia con 140 collaboratori, oltretutto in un momento non particolarmente facile (è anche una forma di responsabilità sociale). In secondo luogo sono certo che un duello frontale con l’uscente avrebbe creato una spaccatura del partito difficilmente sanabile. E da ultimo ho iniziato anni or sono un’esperienza politica a livello nazionale che mi soddisfa e che vorrei poter continuare a svolgere.
Avevo però sottovalutato il fatto che non essere convinto della mia stessa decisione e di fare campagna con l’obiettivo di sostenere la lista senza mirare all’elezione, cozzavano pesantemente contro la mia natura di attaccante, tramutandomi nell’ombra di me stesso e creando un comprensibile disagio nella nostra base.
“Del senno di poi son colme le fosse”, scriveva Alfredo Pioda. Resta però il fatto che non posso chiudere questa brutto capitolo della mia esperienza politica, senza trarre i giusti insegnamenti e formulare le mie scuse nei confronti di chi si è sentito deluso, o addirittura tradito, dal mio atteggiamento durante la campagna. E’ stato un errore in assoluta buona fede: non era mia intenzione farlo e spero si voglia considerare il coraggio insito in questa ammissione. In fondo gli errori sono consigli: seguirli ci aiuta ad essere migliori.
Come ha ricordato il Consigliere agli Stati Filippo Lombardi “non conta come si cade, ma come ci si rialza”. E ora noi dobbiamo rialzarci perché l’appuntamento elettorale per le elezioni federali è importantissimo e non possiamo correre il rischio di perdere un rappresentante su due al Consiglio Nazionale e/o quello, pure importantissimo, al Consiglio degli Stati. Credo di poter affermare che negli ultimi quattro anni con i colleghi Marco e Filippo abbiamo lavorato sodo e bene, portando avanti progetti e temi a favore del Ticino. Penso in particolare alle questioni legate al mercato del lavoro, al rafforzamento di misure di accompagnamento per favorire i lavoratori indigeni, all’apertura dei negozi, alla mobilità e al suo finanziamento, alla sicurezza dei collegamenti stradali e ferroviari nord-sud, alla promozione e difesa della cultura italiana al nord delle Alpi.
Altri temi sono in cantiere, peraltro sempre con ricadute importanti sul nostro cantone. Mi riferisco alla mia iniziativa che chiede l’introduzione di un’amnistia fiscale federale, all’altra mia proposta di rafforzamento di SBB Cargo, alla stazione AlpTransit a Biasca, tanto per citarne alcuni. Abbiamo quindi dei progetti da chiudere e dei nuovi obiettivi concreti da raggiungere.
In nostro Partito lavora per mantenere al centro del dibattito i bisogni della persona umana e della famiglia, in un contesto economico di costante dialogo tra parti sociali. Il senso di responsabilità verso la nostra idea di Svizzera, passa ora anche dalla nostra capacità di fare politica, che non da ultimo sappia fare fronte comune contro gli attacchi sempre più frequenti al nostro modello di successo economico, che ha generato un benessere diffuso e ha permesso di creare un sistema sociale moderno e solidale e che ci viene invidiato ovunque.
Servono quindi attori politici forti, con esperienza, che sappiano lavorare e farsi ascoltare a Berna. Serve una squadra di Partito determinata, collaudata, capace di proporre, convincere e vincere. Con questo spirito sono quindi pronto a rimettermi in gioco: per il nostro Cantone e per il nostro Partito.

di Fabio Regazzi, consigliere nazionale
[versione del 04.09.2015]

2012.05.17.03.20.375377 (3)

Chiusura della strada del Passo del San Gottardo. Risarcimento danni per impedimento di attività economiche?

Testo depositato
La chiusura della tratta Andermatt-Göschenen durante circa dodici settimane per la caduta di una frana impedirà di fatto le attività commerciali di quasi un centinaio di persone nel periodo economicamente migliore, ovvero l’estate quando il passo è aperto.

Tenuto conto della particolarità della situazione, il Consiglio federale intende approntare misure straordinarie di risarcimento danni per compensare l’impedimento totale e/o parziale delle attività economiche e dei commerci duramente toccati dai mancati guadagni?