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Bob Dylan e la carica dei giovani PPD

In un’intervista Bob Dylan disse che “essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro”. Una bella citazione che sembra scritta apposta per noi popolari-democratici in questa fase complessa della storia del nostro Partito, dalla quale cerchiamo di uscire anche con il contributo di tutti voi che avete ricevuto il formulario del sondaggio interno al quale vi invito dare seguito.

La campagna elettorale è iniziata. Vogliamo e dobbiamo conseguire un ottimo risultato di Partito e le premesse ci sono: due uscenti, un gruppo di donne davvero preparate e motivate, i PPD che vivono all’estero e soprattutto due liste di giovani.
Vorrei spendere qualche parola riguardo su quest’ultima nota positiva che per dirla con Dylan è l’oblò della speranza aperto sul futuro.
Sono cresciuto a pane e politica dal genitore attivo a diversi livelli, e oggi sono sbalordito dalla freschezza propositiva e dalla cultura politica di spessore del gruppo di giovani che compone la macchina organizzativa di GG.
Per dirla tutta da tempo non vedevo dei giovani ritagliarsi con entusiasmo uno spazio così rilevante nel nostro partito. Chi ha sfogliato l’inserto “Spazio Giovani” dell’ultima edizione del PeL si sarà certamente accorto del fermento che regna nel vivaio popolare-democratico.
Mi limito a citare una proposta che condivido pienamente: l’iniziativa popolare legislativa volta ad agevolare gli orari di apertura degli esercizi che personalmente m’impegnerò attivamente per promuoverla.
Se la forza di un partito la si legge nella qualità dei giovani che lo compongono, la mia fiducia e speranza per il futuro del PPD sono in buone mani!

Forse che l’attuale crisi ha almeno un risvolto positivo poiché permette ai giovani di avere tutto lo spazio di manovra e la disponibilità di noi politici attivi verso una gestione più dinamica e orientata alla società che cambia.
Non v’è dubbio che la presenza di giovani in un’ala più libera di quella del partito è per noi fonte di stimolo per la loro freschezza e libertà a lanciare nuovi temi trattandoli con il linguaggio e la velocità che i tempi odierni ci impongono.

I Giovani PPD rappresentano oramai una parte sostanziale del nostro partito e sono convinto che il prossimo ottobre riusciranno a coinvolgere un segmento di elettori che altrimenti non ci avrebbero votato. Questa è un’ulteriore loro grande forza cui bisognerà dare atto.
Sono del resto certo che apprezzeranno lo spazio di libertà che viene loro lasciato e che peraltro stanno sfruttando in modo molto intelligente per proporre un approccio alla politica più libero, meno istituzionalizzato e a volte – ma non guasta – più impertinente.
Il mio auspicio è dunque che questa esperienza politica e quella che seguirà dopo ottobre servano a loro come trampolino di lancio verso le istanze del partito, purché mantengano il loro ruolo di fucina di idee e quella sana spregiudicatezza che li contraddistingue attualmente. Abbiamo bisogno delle loro proposte, temi o nuovi punti di vista. Solo così il PPD ricaverà gli impulsi necessari per risollevarsi e riprendere quota il 18 ottobre. Grazie GG, grazie giovani!

di Fabio Regazzi, consigliere nazionale

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Le mezze verità di Ghisletta

Ho letto con stupore l’articolo di Raoul Ghisletta apparso su questo quotidiano qualche giorno fa. In sostanza il candidato socialista scrive che a meno di un miracolo elettorale del suo partito, non ci sarà alcun rafforzamento delle misure di accompagnamento all’accordo di libera circolazione delle persone, il tutto per colpa di padronato e partiti di centro-destra. I quali, ammonisce l’articolista, devono sapere che i sindacati e una parte crescente della sinistra non sono più disposti a fare concessioni. Se sul primo punto – l’improbabilità del miracolo elettorale socialista – posso anche concordare (anche grazie alle uscite di Ghisletta), ritengo il resto del testo un mero e desolante atto di disinformazione.

Nella cronologia “ghislettiana” – decisamente parziale e strumentale – si omette infatti di dire che il congelamento (non il rifiuto) della decisione di rafforzare le misure di accompagnamento è stata decisa a livello nazionale con l’accordo delle parti sociali rappresentate da Valentin Vogt per le PMI e l’Unione degli imprenditori e sull’altro fronte dal senatore socialista Paul Rechsteiner per l’Unione sindacale (non un Carneade, tanto per intenderci, visto che siede in Parlamento da ben 25 anni e in lizza per un nuovo mandato al Consiglio degli Stati). A dirlo non sono solo io, o la Segreteria di Stato dell’economia (SECO), ma lo stesso ministro dell’economia Johann Schneider-Amman. E che i San Tommaso verifichino pure, ad esempio ripescando l’articolo apparso su questo giornale lo scorso 2 aprile. A pesare sulla decisione, come detto condivisa dalle parti sociali, non è certo la volontà di gabbare i lavoratori, ma la necessità di capire quale sarà l’evolversi del dossier post 9 febbraio e di assorbire gli effetti dell’apprezzamento del franco, che sta penalizzando non pochi settori, basti pensare ai recenti dati sulla forte diminuzione delle esportazioni. Si è invece proceduto – giustamente – a un aumento incisivo delle sanzioni, passate da 5’000 a 30’000 CHF. Tolleranza zero per chi abusa, senza però sparare nel mucchio, colpendo anche chi più che problemi crea lavoro, benessere e ricchezza.

Ma non è tutto. Ghisletta si dimentica anche di dire – sarà la canicola o più probabilmente la campagna elettorale – da dove provengono le proposte per il momento congelate. Giova allora ricordarlo: la maggior parte di quelle proposte sono state formulate dal Consiglio di Stato del Canton Ticino (dove siede un solo socialista, per giunta non a capo del dipartimento competente) con il sostegno della Deputazione ticinese alle Camere federali (dove siede un solo socialista) e fatte proprie da un Gruppo di lavoro misto composto da rappresentanti di Confederazione, Cantoni e parti sociali, dove sono presenti gli stessi sindacati, accanto al padronato. Anche questo può essere verificato dai San Tommaso, rileggendo il Comunicato stampa del Dipartimento finanze ed economia dello scorso primo aprile – e non è uno scherzo – dove si ribadiscono gli sforzi fatti, cito, “grazie alla preziosa collaborazione con la Deputazione ticinese alle Camere”, per proporre misure concrete ed efficaci per contrastare gli effetti perversi della libera circolazione delle persone. Legittimo che Ghisletta, di quella Deputazione, ambisca a farne parte, ma si astenga dal denigrare il lavoro di quella attuale.

Invece di cercare visibilità a tutti i costi per legittimare la sua ennesima candidatura, Raoul Ghisletta si impegni piuttosto – come fa chi scrive insieme a tanti altri – di sensibilizzare le istanze bernesi sui problemi del Ticino Va bene gridare alla luna, ma in questo momento abbiamo bisogno di trovare soluzioni praticabili e possibilmente condivise.

Fabio Regazzi
Consigliere nazionale PPD e Presidente AITI

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Chiusura dell’Ufficio dell’orientamento scolastico di Biasca: uno schiaffo alla formazione dei giovani e alle Tre Valli

La recente e incomprensibile decisione di chiudere l’Ufficio orientamento scolastico di Biasca dimostra purtroppo la scarsa attenzione attribuita dalla direzione del Dipartimento educazione e cultura (DECS) a uno dei cardini del nostro sistema economico: la formazione dei nostri giovani, che si declina anche in formazione professionale quale antidoto alla concorrenza di manodopera proveniente dall’estero. Infatti, come peraltro rilevato da Raffaele De Rosa nel suo atto parlamentare, il servizio di orientamento scolastico offerto fino ad oggi a Biasca contribuisce ad ottenere il maggior tasso cantonale di allievi che intraprendono un apprendistato dopo la scuola dell’obbligo. Questo per dire che questa decisione oltre ad essere un vero e proprio schiaffo a una regione periferica, quella delle Tre Valli, appare anche in contraddizione con gli interessi del nostro mercato del lavoro.
La formazione scolastica e professionale dovrebbe infatti essere uno degli investimenti più importanti per le autorità del nostro Cantone, con lo scopo appena ricordato che senza una formazione di qualità e orientata a quei settori interessanti per la nostra economia non sarà possibile combattere la disoccupazione giovanile ma anche quella più generale. Mal si comprendono quindi le ragioni all’origine della chiusura di un servizio che dovrebbe maggiormente contribuire ad orientare i nostri giovani.
Come industriale, presidente di azienda e di AITI ho forse più di altri in mente quanto il rafforzamento del capitale umano sia alla base di uno sviluppo competitivo di un’azienda. Per fare in modo di non disperdere, ma anzi potenziare ogni sforzo nel campo della formazione credo che occorra anzitutto conoscere quali sono i settori economici trainanti e con prospettive di crescita appare se non decisivo, quanto meno fondamentale. Forse sorprenderò ancora qualcuno, dicendo che l’industria è una di questi settori trainanti. Producendo il 21% del Prodotto interno lordo (PIL) cantonale e dando lavoro a 27mila addetti, il settore manifatturiero è infatti il principale creatore della ricchezza prodotta ogni anno in Ticino. Scegliendo ad esempio una delle oltre 40 carriere d’apprendistato presenti nell’industria ticinese è possibile specializzarsi nei settori delle materie plastiche, dell’orologeria, della chimica e della farmaceutica, della metalcostruzione, dell’energia, dell’alimentazione, delle macchine, del tessile e dell’abbigliamento, della logistica, dell’elettronica, della meccanica e dell’industria grafica. Senza contare che optando per l’industria come proprio datore di lavoro è inoltre possibile continuare a studiare, arricchendo il proprio bagaglio formativo e culturale, perché, oltre alle maestrie federali, oggi esistono percorsi formativi che portano alle Scuole specializzate superiori, sino alle Scuole universitarie professionali, passando per le Università e i Politecnici federali.

Questo per dire che se il DECS preferisce perdersi nelle sue riflessioni di economia di scala riguardo degli uffici fondamentali come quelli dell’orientamento scolastico, noi o come AITI ci siamo stati e ci saremo ancora e saremo presenti nelle scuole medie con il progetto “Industria? We Like It!” – volto ad avvicinare i giovani alle professioni dell’industria. Inoltre il prossimo 1° ottobre 2015 organizzeremo una giornata di incontro e formazione con tutti gli orientatori scolastici e professionali del Cantone, confidando di poter contare su una loro massiccia presenza.
La formazione è un investimento troppo importante per essere bistrattata, e prima ancora lo è l’orientamento scolastico che come dice la parola deve “orientare” e non “veicolare” – come purtroppo spesso accade – verso i licei dove poi i nostri giovani si arenano. Decidere come e dove formare ha un impatto non solo sulla nostra economia e sul nostro domani, ma anche sull’occupazione e sul futuro dei nostri giovani. Mondo del lavoro e mondo della scuola devono agire in modo più coordinato e incisivo, valorizzando i talenti, ma anche quelle carriere più tecniche che garantiscono un futuro professionale moderno, tecnologico e d’avanguardia.

Fabio Regazzi, consigliere nazionale, imprenditore e presidente AITI

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Allocuzione del 1. di Agosto 2015 in occasione del 50mo. di fondazione della Società Tiro al volo Serpiano

Pronunciata da Fabio Regazzi, consigliere nazionale e presidente della FCTI
Serpiano, Poligono di Tiro

– Fa stato il discorso pronunciato –

Egregio signor Presidente della Società Tiro al volo Serpiano, caro Renato Bullani
Rappresentanti delle autorità di Mendrisio,
Cari membri e amici della STV Serpiano,
Care concittadine e cari concittadini,

È per me un onore rivolgermi a voi per la festa del Primo di Agosto, che segna pure l’importante traguardo dei primi 50 anni della Società tiro al volo Serpiano. Un pensiero di ammirazione e riconoscenza vada a tutte le persone, a partire dal primo presidente Luigi Bernasconi, che nel corso degli anni hanno gestito questa importante società con spirito volontaristico e soprattutto all’insegna dell’amicizia. E i risultati sono qui da vedere: un centinaio di soci – fra i quali molti cacciatori, e come Presidente della FCTI non posso che rallegrarmene – che hanno a disposizione per praticare la passione per il tiro a volo una magnifica struttura, la migliore in assoluto presente in Canton Ticino sotto tutti i punti di vista. E io vi dico semplicemente bravi, siete un esempio da imitare per dinamismo e intraprendenza.
L’importanza di una società come la vostra di tiro a volo, che non dimentichiamolo è pure una disciplina olimpica, e più in generale della disciplina del tiro nella costruzione dell’identità nazionale sono state ampiamente dimostrate. La nostra tradizione è ricca di racconti leggendari ispirati a quest’arte sin dalla fondazione della Confederazione. La saga del tiratore Guglielmo Tell, quella di una rivolta dei tre cantoni primitivi e del loro giuramento che ogni anno ricordiamo in occasione del Primo di agosto, come il racconto, chiaramente in tutt’altra epoca del sacrificio di Arnold Winkelried nella battaglia di Sempach (1386), figurano tra i più importanti miti della Svizzera primitiva. La loro importanza è soprattutto legata alla storia delle mentalità; da questo profilo, il loro ruolo è stato centrale nella creazione dei modelli ispiratori, forti e ampiamente diffusi del nostro Stato federale improntato sulle libertà individuali. In tal senso, l’arma è uno dei simboli dell’uomo e anche della donna (!) liberi. E noi Svizzeri ben sappiamo quale sia il valore della libertà e della democrazia nella nostra Patria, un esempio unico di Nazione fondata sulla volontà, di Willensnation come direbbero i nostri amici confederati.

Care amiche e amici della STV,
Care concittadine e cari concittadini,
da quando sono stato eletto in Consiglio nazionale nel 2011 sono spesso chiamato a riflettere sui simboli e sulle tradizioni che caratterizzano il nostro Paese, e non solo in occasione del Primo di Agosto. Nel mio lavoro concreto di politico federale ho sempre un occhio di grande riguardo nei confronti del nostro patrimonio identitario, che invero non si limita alle questioni passate, come quelle evocate, ma anche ad aspetti di estrema attualità.
Nota a voi è certamente tutta la questione della gestione delle armi, siano esse militari, da tiro o da caccia o anche solo da collezione.
I dibattiti politici in materia militare, sovente appassionati, che accompagnano i nuovi acquisti, sia di una semplice arma da fuoco o di un nuovo aereo oppure un apparecchio più sofisticato come un drone, riaprono regolarmente il fronte mai chiuso della contrapposizione tra chi ha una concezione storica, tipicamente elvetica, del rapporto di fiducia tra Stato e cittadino, importante e fondamentale per la nostra democrazia elvetica, e chi invece la vorrebbe rinnegare.
Ancora lo scorso maggio in Consiglio nazionale mi sono battuto per combattere l’ennesima proposta della Consigliera federale Simonetta Sommaruga che consisteva nel registrare a posteriori tutte le armi da fuoco acquistate dai cittadini svizzeri prima del 2008, anno a partire dal quale ogni acquisto d’arma deve essere autorizzato e registrato dai dipartimenti cantonali di polizia. Ricordo fra l’altro che nel 2011 il Sovrano si era già chiaramente espresso contro un registro generalizzato delle armi.
Come in quell’occasione, anche nel 2015 ha prevalso il buon senso di coloro che hanno tenuto conto di come, in qualunque Paese sia stato implementato, il registro generalizzato delle armi abbia portato a costi enormi senza permettere alcuna riduzione dei crimini a mano armata. La modifica di legge è stata quindi rispedita al mittente ma v’è da credere che la CF Sommaruga tornerà alla carica.
A fronte di questi tentativi di impallinare (è proprio il caso di dirlo…) un vecchio e consolidato modello tipicamente elvetico della gestione delle armi da parte di noi cittadini, la medesima sinistrosa area ideologica che si richiama a non si sa bene quale principio progressista, ha con disarmante buonismo revocato nel 2014 il divieto di porto d’armi sul nostro patrio suolo da parte di cittadini croati e montenegrini, “perché le zone d’origine non sono considerate di crisi”. Invero non è proprio così, tant’è che non è raro leggere sui nostri giornali, figuriamoci poi cosa poi accade effettivamente sul posto, notizie riportate di crisi e conflitti da parte di bande armate, che al passaggio lasciano uno strascico di feriti se non di morti. Ho quindi presentato due interpellanze al Consiglio federale nel 2014 e nel giugno 2015 per chiedere se non sia opportuno reintrodurre il divieto del porto d’armi per i cittadini provenienti da questi Paesi. La prima risposta è stata ovviamente negativa, la seconda non è ancora giunta, ma temo già di sapere come andrà a finire …

Più in generale, se da un lato una parte della classe politica agisce con arrendevolezza e tolleranza nei confronti dell’esterno, all’interno è molto attiva nella tendenza che si va purtroppo delineando nel nostro Paese di una crescente criminalizzazione dei cittadini onesti, attraverso, per esempio, le insulse norme liberticide di “Via Sicura”, tramite le quali un automobilista o un motociclista che supera il limite di velocità stradale consentito, senza provocare incidenti e senza aver assunto sostanze alteranti, rischia, oltre ritiro della patente per almeno 2 anni, il carcere, senza parlare dell’esposizione al pubblico ludibrio. Per contro, i criminali veri – molti dei quali approfittano dell’attuale situazione di frontiere aperte – che commettono furti, rapine, aggressioni, spaccio, violenze e minacciano la nostra incolumità subiscono pene inferiori a chi – magari inavvertitamente – ha pigiato troppo sull’acceleratore, senza aver provocato incidenti. Roba da matti, verrebbe da dire. Ma non è proprio così e i matti qui c’entrano poco. Per correggere il tiro a Via Sicura ho pertanto di recente presentato un’iniziativa parlamentare che chiede di rivedere al ribasso le pene minime per i reati del codice della strada, ripristinando uno dei principi cardine del nostro Stato di diritto, ovvero quello della proporzionalità. Ma vi confesso che anche questa proposta ragionevole, dettata più dal buon senso che da qualsiasi disquisizione di diritto penale, ha attirato diverse reazioni violente nei miei riguardi e addirittura auguri funesti di rimanere a mia volta falciato da un veicolo… Staremo a vedere cosa succederà e incrociamo le dita per me…

Due parole riguardo alla solita polemica estiva con il nostro quasi dirimpettaio italiano che ha negli scorsi giorni convocato il nostro ambasciatore alla Farnesina, dopo essersi già rivolto alle autorità dell’Unione europea. Ma qual è la causa dell’inedita frenesia diplomatica a pochi giorni dal tradizionale Ferragosto italiano? Le “novità” introdotte in Ticino in materia di permessi non sono piaciute a Roma che le ha definite contrarie agli accordi bilaterali. Ma cosa sarà mai questo atto gravemente lesivo nei confronti dell’italico vicino? Quando ho letto la notizia ho subito pensato a una violazione dello spazio aereo da parte di uno dei nostri vecchi FA18 che ha perso la bussola. E invece no: la protesta scaturisce dall’obbligo introdotto di recente dal Dipartimento delle istituzioni per chiunque richieda o rinnovi un permesso B (dimora) o G (frontalieri) a presentare il casellario giudiziale.
Apriti cielo! A me risulta che nei concorsi pubblici di assunzione o quali candidati al Municipio, i ticinesi debbano presentare il casellario giudiziale e a nessuno è venuto in mente di rivolgersi alla Corte internazionale dei diritti dell’uomo per violazione dei diritti fondamentali!
Se penso poi che l’Italia da anni pone indiscriminatamente tutte le aziende svizzere sulle sue black list in palese violazione del diritto europeo, mi vien da sorridere di fronte a tanta tracotanza da parte dei politici italiani per quest’obbligo del certificato del casellario giudiziale. Mi vien però da piangere se ripenso che Roma dorme da mesi se non da anni su altri fronti, come quello del flusso continuo dei migranti, una tragedia umanitaria di portata internazionale, per non parlare della grave crisi economica dalla quale sembra incapace di uscire.
Ad ogni modo con un inconsueto slancio diplomatico l’Italia ha già chiesto al nostro ambasciatore “un sollecito, rinnovato impegno delle autorità di Berna per porre termine a una situazione che suscita profonda insoddisfazione in Italia”. Con tono invero poco diplomatico, la tentazione sarebbe di rispondere: ma andate a quel Paese…! Mi auguro, ma temo di essere smentito, che almeno in questa occasione le autorità federali svizzere non calino le braghe come ha inopinatamente fatto il nostro ambasciatore a Roma e tengano per una volta conto della situazione ticinese, che ospita e dà lavoro quotidianamente a 60’000 frontalieri, dei quali da quando è stata introdotta la richiesta del casellario nessuno ha per altro mai interposto ricorso. Del resto, come è stato fatto osservare, l’Italia dovrebbe comunque porsi la domanda sul perché ogni giorno, nonostante tutto, 60’000 lavoratori frontalieri vengono a lavorare in Ticino e, annualmente, migliaia di italiani scelgono il Ticino come dimora.
Molti si interrogano per capire cosa ci riserva il futuro e in particolare se la Svizzera e anche il piccolo Ticino avranno la forza di continuare a fronteggiare le avversità, garantendo un elevato grado di sviluppo e benessere alla propria popolazione.
La risposta è oggettivamente difficile e nessuno può sapere con certezza se saremo capaci di superare le numerose e difficili sfide che ci attendono, perpetuando così il nostro modello di successo.
Sono tuttavia convinto che, oggi come allora, i valori fondanti del Patto del 1291 rimangono di grande attualità e che gli stessi dovranno continuare ad ispirare la nostra azione politica.
Siamo una nazione che sta indubbiamente meglio di altri Paesi grazie alla sua democrazia diretta (un unicum) e alla sua organizzazione su base federalista, strettamente legata all’applicazione pratica del principio di sussidiarietà, che lascia alle comunità locali e più in generale alla società civile importanti responsabilità, valorizzandone nel contempo la creatività e lo spirito imprenditoriale. Una situazione di benessere che contribuisce ad accrescere dei sentimenti di malcelata gelosia, se non addirittura di astio, sfociata in attacchi da parte di Stati, spesso poco virtuosi, al nostro modello democratico.

Ricordiamoci che sono la capacità di adattamento, di propensione al rischio, anche andando contro corrente (penso al caso citato poc’anzi, o come al fatto che non abbiamo aderito all’Europa!) che hanno reso forte il nostro Paese.
Sarà quindi compito della Confederazione e anche di noi parlamentari federali di indurre Berna ad agire in difesa degli interessi cantonali di fronte all’Unione Europea e di salvaguardare le prerogative dei Cantoni laddove l’Europa può – ed è ancora capitato di recente – mettere in discussione la sovranità e le competenze della Confederazione e dei cantoni stessi.
Solo così potremo festeggiare fieramente e con riconoscenza anche i prossimi anniversari della Patria.
Fiducioso in questa grande forza interna del nostro Popolo, di tutti voi, auguro una gioiosa Festa Nazionale e viva la STV Serpiano, viva il Ticino e viva la Svizzera!

Fabio Regazzi
Consigliere nazionale e presidente FCTI

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Allocuzione del 1. di Agosto 2015 pronunciata dal Consigliere nazionale Fabio Regazzi

Minusio – Rivapiana

– Fa stato il discorso pronunciato –

Egregio signor Sindaco, caro Felice
Autorità comunali
Autorità religiose
Care concittadine e concittadini,

prima di tutto rivolgo il mio cordiale saluto alle cittadine e ai cittadini e agli ospiti presenti; un grazie di cuore voglio esprimerlo agli organizzatori di questa bella manifestazione che mi hanno concesso l’onore e il privilegio di esprimervi qualche mia riflessione in occasione della Festa nazionale. Per un locarnese DOC come me è davvero un piacere poter tenere questa breve allocuzione nella mia regione, dove sono nato e in cui vivo a pochi passi da qui.
Da quando sono stato eletto in Consiglio nazionale nel 2011 sono spesso chiamato a riflettere sui simboli e sulle tradizioni che caratterizzano il nostro Paese. Tra questi, il Primo di Agosto, è fra tutti quello che maggiormente ci aiuta a ragionare sul passato che ci ha riuniti. In un comune che della storia del proprio paese conserva antiche tracce, è facile supporre come anche le proprie patrie radici occupino un posto di tutto rilievo nel cuore dei suoi abitanti.
Ed è appunto partendo dalle nostre radici per arrivare ad oggi, che molti si interrogano per capire cosa ci riserva il futuro e in particolare se la Svizzera avrà la forza di continuare a fronteggiare le avversità, continuando a garantire un elevato grado di sviluppo e benessere alla propria popolazione come è stato il caso a partire dagli anni 60.
La risposta è oggettivamente difficile e nessuno può sapere con certezza se saremo capaci di superare le numerose e difficili sfide che ci attendono, perpetuando così il nostro modello di successo che molti ci invidiano.
Dalla fiscalità ai ristorni dei frontalieri, dalla libera circolazione della manodopera alla gestione del flusso dei rifugiati, da Alptransit alla Stabio-Arcisate, senza dimenticare il Gottardo, sono tutti temi in sospeso che rendono tese da anni le nostre relazioni con l’Italia.
Anche perché Berna ci ha messo del suo, affrontando le numerose riunioni politiche e tecniche con una buona dose di ingenuità, presentandosi davanti ai rappresentanti italiani con funzionari che si esprimono solo in inglese, come se in un Paese di cui una sua componente è di lingua e cultura italofona non vi fosse qualcuno in grado di esprimersi nella lingua di Dante… e magari anche capace di leggere tra le righe l’astuzia ondivaga non priva di convenienza dei negoziatori italiani, che da anni tengono in scacco i loro omologhi svizzeri incapaci di uscire dall’angolo in cui si sono infilanti con le proprie mani, cedendo su pressoché tutto quanto avevamo da difendere, soprattutto nei negoziati fiscali e finanziari. Penso in particolare alla questione dello scambio automatico delle informazioni, che arrischia di segnare il destino del segreto bancario non solo per i conti di clienti stranieri, ma anche di noi Svizzeri. Un’ipotesi francamente inaccettabile e contro la quale intendo battermi con determinazione!
Sul fronte europeo le cose non vanno meglio: la crisi internazionale che attanaglia l’Europa ha relegato agli ultimi posti nell’agenda europea la questione del voto del 9 febbraio.
Come neo-presidente AITI resto convinto che il Cantone Ticino dispone di tutte delle risorse per poter essere padrone del suo destino economico scrollandosi i toni apocalittici degli ultimi tempi. Del resto il Ticino non ha mai smesso di lottare per rompere l’isolamento cui lo condannava la barriera fisica a Nord e il confine politico a Sud. Dobbiamo puntare sulla formazione dei giovani e sulla ricerca, creando le migliori condizioni quadro per mantenere alta la competitività delle nostre aziende e attrarne di nuove, con criteri possibilmente più selettivi di quelli adottati fino ad oggi. L’AITI rappresenta un mondo imprenditoriale complessivamente sano, attento sia alle persone che alle condizioni di lavoro, che non senza fatica sta ricercando il giusto rapporto tra profitto, innovazione e internazionalizzazione dei mercati. Prova ne è il fatto che in questi tempi oggettivamente difficili sia sul piano economico che sociale, il livello dell’occupazione in Ticino permane buono e i licenziamenti, almeno per il momento, tutto sommato contenuti.
Non c’è impresa senza etica! Come Presidente AITI ritengo che le imprese debbano operare sempre nel rispetto del territorio e dei collaboratori, dando prova di quella che viene comunemente chiamata responsabilità sociale. Ovviamente non è sempre facile mantenere atteggiamenti corretti, soprattutto quando si affrontano momenti di crisi. E gli strumenti per superare le difficoltà non sono sempre adeguati. Ma occorre anche fare autocritica perché non tutti si comportano onestamente, facendo oltretutto concorrenza a scapito delle aziende serie e corrette. È evidente che occorre rafforzare i controlli e le sanzioni nei confronti di chi non rispetta le regole, ma la migliore risposta non arriva dalla legge ma da un cambiamento culturale. Occorre puntare sugli imprenditori etici, che sono la stragrande maggioranza, per favorire un mondo del lavoro migliore, e un ruolo importante lo hanno anche i cittadini di questo Cantone che dovrebbero appunto privilegiare le aziende locali che soddisfano questi requisiti quando hanno bisogno un artigiano, e questo vale anche nel mondo del commercio, acquistando dai nostri negozianti invece che oltrefrontiera.
Un breve accenno anche ad un tema di carattere regionale che mi sta particolarmente a cuore. E sto parlando del collegamento veloce fra la A2 e la A13. Purtroppo, dopo la votazione sull’aumento della vignetta autostradale, siamo entrati in una fase di stallo che ritengo preoccupante. Il Cantone nicchia, mentre la Confederazione è occupata con altri importanti problemi viari nel resto della Svizzera. Resto tuttavia convinto che questo collegamento veloce sia per il locarnese assolutamente indispensabile per la nostra regione per cui sarà importante ritornare alla carica per cercare una soluzione a questo problema in tempi possibilmente non biblici.

Tornando alla nostra amata Svizzera, penso di poter tranquillamente affermare che tutto sommato siamo una nazione che sta indubbiamente meglio di altri Paesi grazie alla sua democrazia diretta (un unicum a livello mondiale!) e alla organizzazione su base federalista, strettamente legata all’applicazione pratica del principio di sussidiarietà, che lascia alle comunità locali e più in generale alla società civile importanti responsabilità, valorizzandone nel contempo la creatività e lo spirito imprenditoriale. Una situazione di benessere che contribuisce ad accrescere dei sentimenti di malcelata gelosia, se non addirittura di astio, sfociata in attacchi da parte di Stati, spesso poco virtuosi, al nostro modello democratico.
Ricordiamoci care e cari concittadini che sono la capacità di adattamento, la propensione al rischio, anche andando contro corrente (penso ad esempio al fatto che fortunatamente non abbiamo aderito all’Europa!) che hanno reso forte il nostro Paese.
Quindi, anche nelle discussioni del dopo 9 febbraio resto del parere che quel voto vada applicato nonostante la quadratura del cerchio con il mantenimento degli Accordi bilaterali, che a mio avviso non devono essere messi a repentaglio, non sia ancora stata trovata. Questo perché sono fermamente convinto che noi svizzeri vogliamo rimanere fedeli alla nostra identità di popolo indipendente e dobbiamo esigere dall’Europa che rispetti le nostre idee ed esigenze. Per farlo occorre la stessa convinzione e forza di volontà dei nostri Padri fondatori che hanno deciso di dar vita a questo Paese nel segno del rispetto delle autonomie locali e quindi anche quelle delle nostre regioni e valli.
Solo così potremo festeggiare fieramente e con riconoscenza anche i prossimi anniversari della Patria.
Fiducioso in questa caparbietà e determinazione, come pure nella grande forza interiore del nostro Popolo, di tutti voi, auguro una gioiosa Festa Nazionale e viva Minusio, viva il Ticino e viva la Svizzera!

Fabio Regazzi
Consigliere nazionale