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L’economia verde senza economia

Cosa accomuna l’Environmental Performance Index 2013 della Yale e della Columbia University, il Word Energy Council Sustainability Index 2013, il Sustainbale Competitiveness Report del WEF 2013/2014 o il Decoupling Report dell’UNEP 2011? Tutti questi indicatori issano la Svizzera al primo posto in classifica per quel che riguarda la protezione dell’ambiente, l’utilizzo parsimonioso delle risorse o la conciliazione tra crescita economica ed efficienza delle risorse.
Possiamo dunque sederci sui nostri allori (e che allori!) e lasciare agli altri gli sforzi in materia di protezione dell’ambiente e delle risorse? Guai! Figurare ai vertici delle principali classifiche sulla sostenibilità ambientale non è solo un onore, ma una missione per un’economia e una società avanzata come la nostra. O perlomeno è un dovere – e diciamocelo, anche una grande opportunità – investire nelle cosiddette cleantech, le energie pulite, che alle nostre latitudini sono all’origine di un numero di brevetti depositati per persona…, ormai lo intuirete, tra i più alti al mondo.
È dunque più che lecito chiedersi dove trovi posto nel panorama politico l’iniziativa popolare “Economia verde”, pendente alle Camere federali, che chiede che la Svizzera riduca la sua impronta ecologica (…) entro il 2050 ad 1, o in altre parole riduca il consumo di risorse di due terzi (-65%). Non ci vuole un luminare per capire che questo obiettivo è assurdo e irrealistico. Basti pensare che oggi solo economie sottosviluppate, che vivono di una produzione appena sufficiente per il paese stesso, come il Togo o le Filippine, raggiungono l’impronta ecologica auspicata dall’iniziativa. Per raggiungere l’obbiettivo, va da sé, l’iniziativa esige misure straordinarie, mai discusse o applicate in altre nazioni del mondo. Si parla infatti di divieti di produzione e consumo, nuovi ostacoli commerciali e limitazioni della concorrenza che danneggerebbero l’economia cancellando migliaia di posti di lavoro. La proposta è talmente folle che quest’articolo potrebbe anche concludersi qui.
Non fosse che il Consiglio federale ha deciso di opporle un controprogetto. Di regola quest’ultimo ha motivo di essere messo in campo quando l’iniziativa ha possibilità di essere accolta – e questo assolutamente non è il caso – oppure vi è una reale necessità di intervenire, ipotesi chiaramente smentita dagli indicatori che ho ricordato.
Ciò nonostante, dopo aver esternato quasi settimanalmente la sua preoccupazione per imprese e impieghi di fronte al franco forte e la situazione economica dalle mille incertezze, il Governo ha invece elaborato un controprogetto indiretto nell’ambito della revisione della legge sulla protezione dell’ambiente, dalle conseguenze poco trasparenti e con una certezza sola: i costi per l’economia e le aziende aumenteranno a causa di nuove prescrizioni sulle informazioni sui prodotti, obblighi di garantire la rintracciabilità e il riutilizzo, e altre disposizioni ancora. La libertà decisionale di imprese e consumatori sarebbero state limitate, i costi amministrativi, soprattutto per le PMI, drasticamente aumentati, e la burocrazia avrebbe continuato la sua inarrestabile avanzata.
La nota positiva: il Consiglio nazionale ha respinto, seppur di misura, il controprogetto, che ora passa agli Stati nella speranza che gli venga riservato lo stesso destino. La nota negativa: le preoccupazioni in relazione a questa iperattività di regolamentare rimangono. In campagna elettorale più che mai ognuno propone una nuova ricetta per salvaguardare i posti di lavoro e aumentarne anche la retribuzione, ma poi, appena se ne presenta l’occasione, non si arrossisce nemmeno quando si tratta di imporre divieti, tassare o proporre tutta una serie di misure sproporzionate e straordinarie per raggiungere un determinato – e spesso ingiustificato – scopo.
La politica energetica elvetica, come quella in altri settori, avrà successo anche in futuro se riuscirà a conciliare la protezione e l’utilizzo delle risorse con quelle che sono le esigenze dell’economia. È da quest’ultima che giunge il progresso tecnologico che negli ultimi anni ha permesso passi da gigante di cui approfitta non solo la Svizzera ma tutti i paesi industrializzati. Ed è in questo modo che la Svizzera sta contribuendo più di molti altri alla protezione del clima. Il resto appartiene ad una politica ideologica e dogmatica che è urgente mettere da parte senza se e senza ma.

Fabio Regazzi, Consigliere nazionale, imprenditore e Presidente AITI

bns

Imprese familiari, un tesoro

Ci avviciniamo alle elezioni federali. I candidati e i partiti cercano di profilarsi in modo da far presa sull’opinione pubblica. Tra i temi economici mi pare tuttavia che poca attenzione sia data al ruolo che le imprese familiari svolgono in Svizzera, alle loro esigenze e preoccupazioni.
Sono familiari quelle imprese il cui capitale è posseduto, spesso da più generazioni, da una famiglia; si tratta in maggioranza di piccole e medie imprese, anche se esistono imprese familiari di grandi dimensioni, talvolta quotate in borsa. In Svizzera e nel Ticino rappresentano circa il 70% delle imprese; sono presenti in tutti i settori dell’economia, offrendo occupazione stabile e contribuendo in misura rilevante alla fiscalità federale, cantonale e comunale. Probabilmente pochi sanno che ad esempio in Ticino le imprese familiari sono il principale contribuente. Questi dati sarebbero di per sé sufficienti a porre le imprese familiari al centro del dibattito politico; ma così purtroppo non è, almeno apparentemente, visto che il dibattito sui temi economici è incentrato sul dumping salariale, i frontalieri, i capannoni industriali, ecc. Vi sono invece altre caratteristiche che rendono le imprese familiari attori preziosi della società e dell’economia del nostro Paese. Le famiglie che controllano queste imprese (spesso da molte generazioni) considerano la continuità del rapporto famiglia-impresa un valore essenziale. Esse investono quindi lungo orizzonti temporali estesi non facendosi abbagliare da immediati profitti. In gergo questi investitori sono definiti “capitali pazienti”. Il loro ruolo è essenziale nei processi d’innovazione, che, richiedono appunto la disponibilità degli azionisti a investire in progetti imprenditoriali di ampio respiro. D’altronde la longevità delle imprese familiari dipende proprio dalla loro capacità di innovare in modo sistematico e continuo.
L’altra caratteristica importante è il forte attaccamento delle imprese familiari al territorio, che si manifesta anche grazie alla partecipazione attiva alla vita della comunità. Anche se talune hanno forte presenza internazionale, non dimenticano le proprie radici e sono quindi interessate allo sviluppo equilibrato del territorio in cui operano. Infine, sono imprese tendenzialmente meno indebitate delle aziende non familiari; contano sull’autofinanziamento proprio perché investono con gradualità e lungimiranza nel lungo periodo. Il minor indebitamento rende quindi le imprese familiari più resistenti in tempi di crisi.
Una ricerca condotta da studenti del Master di management ha ad esempio dimostrato che le imprese familiari ticinesi hanno mantenuto più stabile l’occupazione durante gli anni della recente crisi. Oggi però, la crescente burocrazia rende purtroppo meno competitive le nostre imprese familiari. L’imposta sui redditi avvantaggia le imprese più indebitate perché il costo del capitale proprio non è deducibile e penalizza così le imprese familiari. Se si dovesse ridurre la percentuale di sconto fiscale sul pagamento dei dividendi alle persone fisiche, nuovamente sarebbero penalizzate proprio le imprese familiari che hanno spesso come azionisti i membri di una famiglia. Infine il metodo con cui si calcola il valore venale delle azioni colpisce gli azionisti aumentando di molto l’imposta sulla sostanza per rapporto ad un valore che non è sostanza inattiva ma è invece espressione di un investimento durevole nell’impresa familiare così da assicurare la sua continuità e contribuire allo sviluppo economico e sociale del territorio.
Se non vogliamo minare le basi del nostro benessere, è importante che il tema delle aziende famigliari venga messo al centro dell’agenda politica non solo federale ma anche cantonale. Anche per queste ragioni recentemente è stata costituita in Ticino, in collaborazione con USI, l’Associazione della Imprese Famigliari Ticino che si prefigge di sensibilizzare l’opinione pubblica sul ruolo delle aziende di famigliari.
In un contesto in cui troppo facilmente politica e sindacati accusano le imprese ticinesi, indistintamente, di non rispettare il territorio e la manodopera locale mescolando mele marce a quelle buone, ecco che le imprese di famiglia rappresentano una realtà discreta, ma virtuosa e operosa, che merita maggior rispetto e considerazione.

Fabio Regazzi, Consigliere nazionale, imprenditore, Presidente AITI

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Intervento Congresso PPD – Elezioni federali del 18 ottobre 2015

“Il futuro non è nel passato ma nel prossimo 18 ottobre”
Locarno, 5 settembre 2015

– Fa stato il discorso pronunciato –

Care amiche e amici popolari-democratici,
lo spirito imprenditoriale che vivo ogni giorno trae origine da una fiducia di fondo. La fiducia che in situazioni complesse come quella che stiamo attraversando, indica sempre una possibilità per individuare un approccio alternativo, verso prospettive a prima vista inimmaginabili.

E’ la stessa fiducia che ci consente di mettere mano alle cose e realizzarle con convinzione applicando una massima, tanto scontata quanto efficace, che ispira la mia azione in tutti i campi della vita: non esistono problemi! Ci sono solo soluzioni.
Ho voluto fare questa premessa perché a mio parere si attaglia bene alla difficile situazione che sta attraversando il PPD ticinese, soprattutto in vista della fase di analisi e di ripensamento che ci apprestiamo ad affrontare. E qui voglio ringraziare l’amico Filippo Lombardi, che nonostante i suoi innumerevoli impegni, ha messo a disposizione tempo, pazienza e la sua riconosciuta leadership, franca e vigorosa, per traghettare il partito in questa delicata fase.

Desidero allora condividere oggi con voi alcune riflessioni che ho ricavato dalla mia esperienza professionale e politica di questi ultimi anni, con l’auspicio che siano anche per voi fonte di fiducia e di speranza come lo sono per me.

Il primo motivo: la fiducia nel futuro del nostro Partito. Basta guardare alla qualità dei candidati che compongono le due liste di GG per capire che il PPD ha comunque alcune buone ragioni per guardare in avanti con un certo ottimismo. Dobbiamo essere fieri ed orgogliosi di poter annoverare fra le nostre fila giovani dinamici, promettenti e soprattutto pronti a mettersi in gioco.

Così come il percorso di formazione scolastica e professionale, se ben impostato, fa germogliare la voglia di fare, realizzare, intraprendere anche in politica la formazione civica dei nostri giovani crea piattaforme di incontro con segmenti di elettorato che altrimenti non si interesserebbero al PPD. Grazie a voi amiche e amici di GG per tutto quello fate a farete per il nostro partito e auguri di cuore per il vostro percorso politico e di vita.

Nonostante questi segnali positivi, siamo coscienti che non è un buon momento per il PPD. Noi non vogliamo tuttavia andare incontro al destino di quella rana finita bollita perché non si era accorta del cambiamento di temperatura dell’acqua. Se siamo qui oggi così numerosi è perché non siamo disposti a subire la deriva del nostro partito, ma vogliamo reagire e ritrovare quello slancio che abbiamo perduto. Con i colleghi Filippo e Marco, a Berna abbiamo formato una squadra forte e coesa, pronta a battersi per difendere gli interessi del nostro Cantone in modo serio e autorevole. E’ questo lo spirito da cui dobbiamo ripartire per affrontare le sfide che ci attendono.
E il prossimo 18 ottobre rappresenta una buona occasione per far capire a tutti che il PPD c’è ed intende continuare a recitare un ruolo di primo piano a favore del nostro Paese.

Il secondo motivo: la fiducia nel nostro sistema politico. In un contesto europeo dove nella popolazione regna una sfiducia e una diffidenza generalizzata verso gli ambienti politici ed economici, in Svizzera, fortunatamente, lo Stato gode ancora di credito e rispetto.

Ma come in ogni relazione di coppia, la fiducia e la lealtà devono essere reciproche. Nel rapporto con i cittadini, lo Stato deve saper far affidamento su di loro, rispettando le libertà individuali, la libertà economica d’impresa e culturale, assicurando la sua presenza all’interno di servizi sociali sanitari e nella scuola, sempre applicando il principio, a noi molto caro, della sussidiarietà. Interfaccia di questa stima reciproca tra sistema di Governo e cittadini sono i partiti politici, palestra di formazione politica e ideologica, che hanno la grande responsabilità di individuare e promuovere donne e uomini affidabili.

Una responsabilità che è anche vostra, visto che sarete chiamati ad esprimervi il prossimo 18 ottobre scegliendo coloro che ci rappresenteranno a Berna in base a dei criteri fondati, sull’impegno, sulla competenza, sulla capacità di argomentazione e sull’esperienza, che è l’unica cosa che non si può insegnare, né lasciare in eredità. Per voi, care amiche e cari amici PPD, la responsabilità è ancora più grande poiché l’obiettivo pressante del nostro Partito è quello di riconfermare i suoi attuali tre seggi e lo potremo fare solo serrando le fila, avvicinando amici e conoscenti per convincerli a votare PPD. Nessuno si illuda comunque che sia già fatta. Il nostro risultato dipende solo da noi. E allora rimbocchiamoci le maniche e tiriamo fuori l’orgoglio popolare democratico perché ogni voto conta!

Il terzo motivo per essere fiduciosi: è il nostro Paese, la Svizzera, sicura, rispettata e ammirata nel mondo intero. Un paese che crede in sé stesso e che gode di credito oltre le sue frontiere è un paese vincente. La Svizzera è indubbiamente un modello di successo che tutti ci invidiano e che noi popolari democratici abbiamo contribuito a realizzare e a consolidare. Certo, il progresso non è sempre una linea retta, un processo morbido soprattutto se applicato alla politica. Bisogna costruire il consenso e trovare compromessi per portare avanti riforme, realizzare progetti e a volte avere il coraggio di prendere decisioni di carattere straordinario.

In queste ore in cui alle nostre porte si sta consumando una tragedia umanitaria di una gravità inaudita, documentata da fotogrammi choc di folle ammassate alle frontiere e sulle spiagge; in un simile contesto possiamo solo considerare ridicole le dichiarazioni di chi vuole erigere muri e rendere ermetiche le nostre frontiere. Niente potrà arrestare queste persone spinte dalla paura e dalla disperazione, la cui unica speranza è trovare rifugio.

Sarebbe anzi crudele da parte nostra, chiudere gli occhi davanti a questo dramma umanitario internazionale. Siamo un modello di successo in tanti campi; sarebbe egoista e gretto se non lo fossimo anche nell’accoglienza ai popoli perseguitati da tanta violenza. Non abbiamo soltanto soldi e benessere, ma anche umanità, generosità e capacità di accoglienza per aiutare queste persone e i paesi che ci circondano. Per noi politici la fiducia nel nostro Paese passa questa volta anche dal coraggio di riscattare la nostra storia e saper affermare che la “barca non è piena”!

Noi popolari-democratici che siamo stati protagonisti della costruzione del nostro Paese e ne abbiamo ispirato i suoi principi morali, sappiamo che i confini non sono mai barriere impenetrabili e che come cristiani dobbiamo cogliere l’eccezionalità del momento per saper offrire lo spazio di rifugio a chi ne ha più bisogno.

Tornando a noi, e scusate la transizione, non possiamo sottrarci dall’affrontare onestamente le attuali condizioni in cui versa il Ticino. Questo Cantone sta attraversando una crisi di sfiducia. È vero, sono anni difficili legati alla forte concorrenza sul mercato del lavoro. Ma dobbiamo continuare a credere nei nostri mezzi perché solo così sapremo prosperare nuovamente. Anzitutto lasciate che esprima una mia ferma convinzione: la prima cosa di cui dobbiamo temere è quella paura ingiustificata che ci impedisce di compiere lo sforzo necessario per trasformare una ritirata in un’avanzata. I nostri problemi non derivano da alcun fallimento sostanziale. “Non ci hanno colpito la peste o le locuste”, come disse Franklin Delano Roosvelt. Anzi, se consideriamo le fatiche e gli sforzi dei nostri avi, che negli ultimi due secoli migravano in paesi lontani per trovare lavoro e sfamare le famiglie che vivevano nella povertà, dobbiamo ammettere che oggi godiamo di un di benessere invidiabile.

Ma attenzione! “La felicità non sta solo nell’avere soldi: sta nella gioia che dà il raggiungere uno scopo, nell’emozione dello sforzo creativo”, diceva giustamente ancora Roosevelt invitando gli americani ad abbracciare un cambiamento etico dopo la crisi finanziaria del 1929, per ritrovare l’onestà e il senso dell’onore, prima ancora che dar loro lavoro con il piano di investimenti noto con il nome di New Deal.

Il parallelismo secondo me è interessante. Dopo il ventennio intercorso tra gli anni ’80 e gli inizi del 2000, caratterizzato dal miraggio del profitto facile grazie anche al successo della piazza finanziaria luganese, ci siamo ritrovati con un’economia più fragile e vulnerabile, confrontata con una Lombardia che sta attraversando una profonda crisi.

Dalle difficoltà economiche degli ultimi anni in Ticino è purtroppo germogliata e cresciuta una mentalità piagnucolosa, prerogativa dei perdenti, alla continua ricerca del facile capro espiatorio, dapprima nella “Berna padrona”, poi nell’”Italia ladrona”, responsabili di tutti mali che ci affliggono.

Leggendo certa stampa domenicale e sentendo alcuni politici sembrerebbe che in Ticino siamo prossimi al collasso e che siamo piombati in una crisi epocale. È vero, abbiamo problemi importanti e sfide complesse da affrontare ma io vi dico che l’unica crisi a cui dobbiamo mettere fine, che è la vera minaccia per tutti, è la tragedia di non voler lottare per superala. E’ giunto il momento di dire basta al progressivo degrado della dialettica politica, con le conseguenti inevitabili cadute di stile, come rivolgersi alle Autorità federali con toni rabbiosi o canzonatori, presentando una realtà deformata da una sorta di psicosi persecutoria. Toni che non ci rendono onore e tanto meno hanno fatto avanzare di un millimetro le nostre richieste, per non dire che si sono rivelati controproducenti. Abituati oramai al pubblico dileggio fomentato da una mentalità gretta ed egoista, il rapporto di fiducia che storicamente vigeva tra Berna e Bellinzona poteva solo incrinarsi. E così è stato.

Accecati da tanto livore, negli ultimi anni abbiamo persino dimenticato l’apporto riconducibile alla nostra appartenenza alla Confederazione. Dai benefici immateriali e non monetizzabili come il patrimonio storico comune, alla cultura istituzionale e politica, per arrivare ai beni più materiali ed economici: i miliardi investiti nel nostro Cantone per la costruzione delle grandi infrastrutture, la rete ferroviaria, Alptransit, le strade e autostrade con le loro gallerie, dighe, tre canali radio e due televisivi (…), la partecipazione al mercato interno, un sistema sociale, sanitario e formativo all’avanguardia che ci colloca fra le nazioni con la più alta qualità di vita.
Mi spiace deludere chi è pervaso da sentimenti di astio nei confronti della Confederazione: Berna non ha abbandonato il Ticino, anzi! Come già presidente della Deputazione ticinese alle Camere federali posso affermare che ha sempre avuto la porta aperta per noi e i nostri risultati sono sempre stati proporzionali alla nostra capacità di presentarci uniti, autorevoli, credibili e con argomenti seri e ponderati.
Del resto la nostra Consigliere federale Doris Leuthard è un esempio di attenzione e ascolto nei nostri confronti. Ha riconsiderato la posizione del suo Dipartimento riguardo il risanamento del tunnel del Gottardo dopo aver ascoltato e analizzato le ragioni espresse da Governo, Parlamento, associazioni economiche e altri gremii ticinesi, preoccupati per la chiusura per oltre tre anni del principale asse di collegamento stradale nord-sud. Ha ad esempio accettato la mia proposta di integrare la galleria della Mappo-Morettina nella rete delle strade nazionali, proposta poi caduta dopo il voto popolare contrario all’aumento della vignetta. Ha visitato più volte il Ticino per sostenere i grandi cantieri dell’Alptransit, e non da ultimo ha una casa di vacanza proprio nella nostra bella regione, che quindi frequenta e conosce bene…

Questi risultati apprezzabili sono il frutto di un rapporto di stima costruito negli anni, fondato sul rispetto reciproco e il dialogo, ma anche grazie al lavoro – spesso dietro le quinte – nelle commissioni e quello più appariscente in plenum. Perché capita anche che i medesimi che accusano Berna di latitanza, sono gli stessi che nel lavoro parlamentare registrano il tasso di assenteismo più alto.

Care amiche e amici,
Ho parlato di fiducia verso il Partito, le nostre istituzioni e il nostro Paese. E’ venuto il momento di chiedere a voi di riconfermarmi la fiducia che mi avete espresso quattro anni or sono.
Per ricambiarla non intendo fare promesse mirabolanti. Una cosa posso però assicurarvi: in caso di rielezione affronterò il mio secondo mandato con l’impegno, il coraggio e la determinazione che hanno sempre caratterizzato la mia azione politica.
Ci conosciamo da diversi anni. Sin dalla mia lunga militanza in Gran Consiglio e da una legislatura come Consigliere nazionale. Un periodo quest’ultimo intenso e particolarmente stimolante.
Non voglio scendere nei dettagli del mio bilancio di legislatura, ma in questi anni ho cercato di assicurare presenza, progettualità, concretezza e determinazione su tutti i temi che ho trattato.

I miei ambiti di azione sono noti: il miglioramento delle grandi infrastrutture viarie e ferroviarie nazionali, ovviamente con un occhio di riguardo verso il Ticino: collegamenti ferroviari nord-sud veloci, investimenti per il completamento e il risanamento della rete stradale, inclusa la tanto attesa A2-A13!, il tunnel del Gottardo. Ma anche i negoziati fiscali con l’Italia, tuttora in corso, le pressioni sul mercato del lavoro ticinese e il corollario di effetti collaterali, dalla pressione sui salari, alla sostituzione della manodopera, all’afflusso dei padroncini contro i quali ho formulato delle proposte volte a rafforzare i controlli.

Un impegno a tutto campo a difesa dei nostri valori: le libertà individuali che contraddistinguono da sempre la Svizzera, ma anche i temi di società e quelli più prettamente legati alla responsabilità sociale e all’etica delle imprese, pensando a uno degli obiettivi che mi sono posto assumendo la Presidenza di AITI.

I prossimi quattro anni saranno anni ancora difficili per la Svizzera e il Ticino. Potremo affrontarli assieme forti della legittimità che viene conferita dalla nostra appartenenza a un Paese che è ai vertici del successo economico mondiale ed al quale il nostro Partito ha dato negli anni un contributo decisivo. Ma dobbiamo avere chiara la volontà di continuare a lottare e ritrovare coraggio, progettualità e leadership.

Noi saremo più forti, se il PPD, il Ticino intero, ritroveranno la fiducia nel futuro, ridando vigore e credibilità e efficacia all’azione politica per il bene della Svizzera, del nostro amato cantone e di tutti noi.
Per questo ruolo, care amiche e cari amici, io ci sono!

Grazie per la vostra fiducia!
Fabio Regazzi

bns

Attacchi alle imprese: ma che Ticino vogliamo?

Non bastavano il franco forte e le pesanti conseguenze per le imprese e l’occupazione. Siamo arrivati al punto di vedere deputati al Gran Consiglio esultare per la chiusura di aziende e la conseguente perdita di attività economiche e posti di lavoro. È questo il Ticino che vogliamo per i nostri figli? Un Cantone in costante campagna elettorale, dove fare impresa diventa sempre più arduo a causa del progressivo degrado delle condizioni quadro e la perdita di competitività rispetto ad altri Cantoni e regioni europee? Vogliamo davvero un Cantone avvitato su se stesso, dove la polemica è il pane quotidiano e dove però le forze economiche, politiche e sociali migliori sono distolte dall’impegno di promuovere la crescita economica del Cantone e il benessere della popolazione?
Come imprenditore che ogni giorno lotta insieme ai propri collaboratori per dare un futuro all’azienda di famiglia, e dunque una prospettiva a loro, alle proprie famiglie e pure ai giovani visto che impiega 14 apprendisti (10% degli impieghi), non posso che esprimere sconcerto per come alcune frange della politica e delle istituzioni – purtroppo una fetta sempre più grande dell’opinione pubblica – giudichino con distacco le nostre aziende, a volte persino con disprezzo. Senza per altro nemmeno premurarsi di distinguere fra i numerosi imprenditori e artigiani che si comportano seriamente sul mercato del lavoro e le mele marce che naturalmente non possiamo definire né imprenditori né persone oneste.
Dovremmo forse vergognarci come imprenditori di aspirare a fare utili con le nostre attività perché qualcuno considera ciò un atto disdicevole, quando invece il profitto è la linfa necessaria per investire nell’azienda e dunque garantire sviluppo e quindi posti di lavoro in Ticino? Dovremmo forse chiudere delle aziende perché qualche “professore” e qualche tuttologo, beninteso senza conoscerle, le definisce a scarso valore aggiunto? Ogni azienda che si comporta correttamente a suo modo ha dignità di esistere e crea costantemente prodotti migliori e utilizza modi di produrre più efficienti. La competitività del mercato ci costringe a innovare costantemente. Ma se chi disprezza le imprese presenti sul territorio ticinese fosse corretto con la nostra popolazione, non dovrebbe illuderla facendole credere che fuori dal confine vi sia la fila di multinazionali e aziende altamente innovative pronte a venire ad insediarsi nel nostro Cantone. Purtroppo non è così!
Non solo stiamo scontando i ritardi di una mancata promozione economica del Ticino negli anni, ma dobbiamo pure difenderci da una burocrazia sempre più asfissiante, da funzionari pubblici che non si assumono più responsabilità e da una irreversibile propensione a creare spesa pubblica e a tassare i contribuenti (la proposta tassa di collegamento sui parcheggi che vuole chiamare alla cassa i dipendenti delle aziende e i clienti dei commerci ne è l’ultimo esempio). Vi sembra ad esempio normale che un’azienda debba attendere 9-10 mesi una licenza di costruzione per una banale ristrutturazione dello stabile o un cambio di destinazione d’uso? Sarebbero queste le condizioni quadro che dovrebbero attirare in Ticino le fantasmagoriche aziende ad alto valore aggiunto?
In Ticino più o meno 50’000 persone non pagano imposte, oltre 100’000 persone ricevono un sussidio per pagare la cassa malati. Si aggiungano a ciò le deduzioni fiscali più generose della Svizzera, un sistema di assegni familiari che non ha eguali nel nostro paese, un modello di aiuto alle persone bisognose e agli anziani capillare. Come pensano di finanziare in futuro questa rete di sostegno dello Stato quelle persone che esultano quando un’azienda soccombe sul mercato o per altre ragioni decide di investire in territori più accoglienti? Aspettiamo una risposta, ma dubitiamo fortemente che essa mai arriverà.

Fabio Regazzi

Presidente AITI
Consigliere nazionale