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Postulato – Estremismo islamico: quali misure e politiche di prevenzione?

Testo

Il Consiglio federale è incaricato di allestire – entro metà 2016 – un rapporto sulle possibili misure di prevenzione contro l’estremismo islamico. Il rapporto deve comprendere:

  1. Un bilancio degli ultimi 10 anni di ricerche scientifiche riguardo l’integrazione delle comunità musulmane in Svizzera e un’analisi sui possibili margini di miglioramento delle politiche d’integrazione di queste comunità.
  2. Un’analisi dell’efficacia delle attuali misure di prevenzione contro l’estremismo. Un’analisi delle misure e raccomandazioni formulate dalle ultime ricerche elvetiche e l’implementazione di quelle ritenute efficaci.
  3. Proposte per la messa in rete dei centri di competenza scientifica esistenti, per una migliore divulgazione delle conoscenze acquisite, e per stabilire partenariati e collaborazioni tra i principali attori.

Motivazione

Negli ultimi anni diverse ricerche sono state dedicate all’islam in Svizzera. Penso in particolare al PNR 58 e più recentemente (sett. 2015) allo studio pubblicato dall’Università di Zurigo dal titolo “Arrière-plan de la radicalisation jihadiste en Suisse”. Quest’ultima ricerca evidenzia nel nostro Paese una mancanza di conoscenze specialistiche ed esperienze su come affrontare il fenomeno del reclutamento e della radicalizzazione jihadista (vedi anche Davis, James W. & Stähli, Armin, 2013, “Identifikation von Schweizer Amtsstellen mit Programmen im Bereich Countering Violent Extremism. Eine Bestandesaufnahme”). L’assenza di politiche di prevenzione coordinate ha per ora suggerito risposte ed iniziative puntuali, come quella di Winterthur che ha recentemente fatto capo a degli esperti per formare i propri insegnanti ad individuare i segnali di radicalizzazione presso gli studenti. Il presente postulato, oltre a chiedere di stilare un bilancio delle misure di prevenzione finora intraprese, mira a mettere in rete i centri di competenza universitari esistenti allo scopo di riunire le conoscenze e divulgarle presso le autorità cantonali e comunali dell’intero Paese. Non da ultimo si ritiene urgente poter stabilire dei partenariati e collaborazioni tra centri universitari di ricerca, organi deputati alla sicurezza dello Stato,  autorità giudiziarie, educatori specializzati, responsabili delle associazioni musulmane e altri operatori anche a livello comunale.

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Il San Gottardo è di destra o di sinistra?

Il San Gottardo è di destra o di sinistra? È la domanda che si sarebbe certamente posto Giorgio Gaber leggendo ad inizio settimana la seguente notizia: “Il Comitato progressista si schiera in favore del Gottardo al fine di scongiurare l’isolamento del Ticino”.

Il tema del completamento del tunnel del San Gottardo, sul quale il popolo svizzero sarà chiamato ad esprimersi il 28 febbraio 2016, ha sempre diviso i fronti secondo luoghi comuni: i favorevoli di destra, asfaltatori impenitenti, anti-ecologici, fanatici dell’auto, amanti del gas di scarico e paladini del capitalismo sfrenato e di tutto quanto gira attorno alle quattro ruote; i contrari di sinistra, ecologisti e verdi sino al midollo, sostenitori del trasporto pubblico, dell’economia verde, amanti di colline e alpeggi verdeggianti, dell’uso e consumo a km zero e del tutto slow, dal cibo alla mobilità, alla cultura.

Insomma sino a questa settimana essere pro o contro al completamento del Gottardo era uno spartiacque, l’ultimo baluardo per segnalare la propria appartenenza, alla destra o alla sinistra, appunto. Una chiara distinzione politica un po’ come lo era la cortina di ferro che tracciava e separava l’ovest dall’est: due sistemi ideologici, due culture politiche antinomiche, ordinamenti economici inconciliabili, società distinte, modi di essere opposti. I primi con cravatta o jeans, i secondi con rigidi costumi grigi o colletti alla cinese.

A scompaginare queste granitiche certezze ci ha pensato pure Dimitri con l’intervista rilasciata il 20 novembre scorso al Corriere del Ticino. Chi pensava che la clownistica fosse di sinistra, ha visto andare in frantumi anche quest’ultima certezza. E nel Comitato progressista, oltre all’artista vi sono numerose personalità del mondo politico e non, tra cui l’ex consigliera di Stato Patrizia Pesenti, l’ex consigliere di Stato landamano Alberik Ziegler, il già chimico cantonale Mario Jäggli, i sindacalisti Renzo Ambrosetti e Rolando Lepori, l’arch. Gianpiero Storelli, l’ex giocatore dell’HCAP Filippo Celio, il delegato cantonale per i rapporti confederali Jörg De Bernardi e l’ex collaboratore personale del consigliere di Stato Manuele Bertoli, Michele De Lauretis. Insomma esponenti dell’intelligenzia di sinistra e militanti della base che si schierano a favore del completamento del Gottardo, contravvenendo ai vertici del PS. Un cambiamento di paradigma che dunque pone il Gottardo non più appannaggio della sola destra e questa è già di per sé una notizia. Del resto che fosse in atto una sorta di rivoluzione copernicana lo avevamo intuito da tempo, ossia da quando girare con la Porsche non era più considerato di destra vista la lunga militanza tra i contrari al Gottardo dello scoppiettante e battagliero avv. Renzo Galfetti, non di certo un esponente della classe proletaria.

Vuoi dunque vedere che la sinistra assomiglia sempre più alla destra? Un dubbio amletico che deve aver angosciato la dirigenza del PS cantonale e che la stessa ha voluto prontamente sciogliere nella nota stampa in risposta al Comitato progressista: “Non c’entrano né la destra né la sinistra. C’entrano solo il buon senso…”. Come non dar loro torto!

PS: sabato scorso l’Assemblea dei delegati del PPD svizzero, con la presenza di una folta delegazione ticinese, ha approvato a larghissima maggioranza (179 voti favorevoli; 48 contrari) il completamento del Gottardo. Domanda: ma allora il PPD è di destra o di sinistra? In questo caso direi semplicemente che ha prevalso il buon senso…

di Fabio Regazzi, consigliere nazionale

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Intervento in Consiglio nazionale sull’Iniziativa popolare per un’economia verde

Signor Presidente

Signora Consigliera federale

Care colleghe, cari colleghi

Cosa accomuna l’Environmental Performance Index 2013 della Yale e della Columbia University, il Word Energy Council Sustainability Index 2013, il Sustainbale Competitiveness Report del WEF 2013/2014 o il Decoupling Report dell’UNEP 2011?

Tutti questi indicatori issano la Svizzera al primo posto in classifica per quel che riguarda la protezione dell’ambiente, l’utilizzo parsimonioso delle risorse o la conciliazione tra crescita economica ed efficienza delle risorse.

Possiamo dunque sederci sui nostri allori (e che allori!) e lasciare agli altri gli sforzi in materia di protezione dell’ambiente e delle risorse?

Guai! Figurare ai vertici delle principali classifiche sulla sostenibilità ambientale non è solo un onore, ma una missione per un’economia e una società avanzata come la nostra. O perlomeno è un dovere – e diciamocelo, anche una grande opportunità – investire nelle cosiddette cleantech, le energie pulite, che alle nostre latitudini sono all’origine di un numero di brevetti depositati per persona…, ormai lo intuirete, tra i più alti al mondo.

È dunque più che lecito chiedersi dove trovi posto nel panorama politico l’iniziativa popolare “Economia verde”, oggetto dell’odierna discussione, che chiede che la Svizzera riduca la sua impronta ecologica (…) entro il 2050 ad 1, o in altre parole riduca il consumo di risorse di quasi due terzi (-65%). Non ci vuole un luminare per capire che questo obiettivo è assurdo e irrealistico. Basti pensare che oggi solo economie sottosviluppate, che vivono di una produzione appena sufficiente per il paese stesso, come il Togo o le Filippine, raggiungono l’impronta ecologica auspicata dall’iniziativa. Per raggiungere l’obbiettivo, va da sé, l’iniziativa esige misure straordinarie, mai discusse o applicate in altre nazioni del mondo. Si parla infatti di divieti di produzione e consumo, nuovi ostacoli commerciali e limitazioni della concorrenza che danneggerebbero l’economia cancellando migliaia di posti di lavoro. La proposta è folle sotto diversi punti di vista, ma soprattutto quello delle conseguenze che potrebbe avere per l’economia svizzera in generale, e per le aziende in particolare, soprattutto le piccole e medie, quelle che tutti a parole dicono di voler difendere.

Del resto il controprogetto indiretto del Consiglio federale che doveva essere più “moderato” ha suscitato malumori e parecchie critiche negli ambienti economici per diversi motivi, che riassumo brevemente perché sono a maggior ragione validi per l’iniziativa oggi in discussione, che come detto è ancor più radicale:

  • gli oneri per l’economia e le aziende aumenteranno a causa di nuove prescrizioni sulle informazioni sui prodotti, degli obblighi di garantire la rintracciabilità e il riutilizzo dei materiali, e altre disposizioni ancora.
  • La libertà decisionale di imprese e consumatori sarebbero state limitate, i costi amministrativi, soprattutto per le PMI, drasticamente aumentati, e – dulcis in fundo – la burocrazia avrebbe continuato la sua inarrestabile avanzata.

La nota positiva: il Consiglio nazionale ha respinto, seppur di misura, il controprogetto.

La nota negativa: le preoccupazioni in relazione a questa iperattività di regolamentare rimangono e questa iniziativa popolare ed il relativo controprogetto, ne sono solo l’ennesima riprova.

Regolarmente sento in quest’aula preoccupazioni per imprese e impieghi di fronte al franco forte e la situazione economica dalle molte incertezze.

Ma poi, nella pratica, da questi banchi, e anche dallo stesso Consiglio federale, escono iniziative o proposte con conseguenze poco trasparenti e con una certezza sola: per il loro corollario di prescrizioni, oneri e divieti andranno a gravare pesantemente sulle nostre aziende sempre più confrontate con una burocrazia invadente e asfissiante (e ve lo dice uno che nella sua attività di imprenditore lo vive quotidianamente).

La politica energetica elvetica, come quella in altri settori, avrà successo anche in futuro se riuscirà a conciliare la protezione e l’utilizzo delle risorse con le esigenze dell’economia. È da quest’ultima che giunge il progresso tecnologico che negli ultimi anni ha permesso passi da gigante di cui approfitta non solo la Svizzera ma tutti i paesi industrializzati. Ed è in questo modo che la Svizzera sta contribuendo più di molti altri alla protezione del clima.

Il resto appartiene ad una politica ideologica e dogmatica che mi auguro questo Parlamento sappia confinare al rango di esercizio di dialettica, evitando di perdere tempo con proposte utopiche e irrealistiche.

Per tutte queste ragioni voterò contro l’iniziativa popolare per “un’economia verde” e vi invito a fare altrettanto.

 

Berna, 2 dicembre 2015