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Presentazione di Peter Maurer, presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa

IMG_0229È un onore particolare che mi è conferito oggi di poter introdurre il nostro prestigioso ospite: Peter Maurer, Presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa.

Peter Maurer, di origine bernese (Thun), è stato attivo come ambasciatore e ha assunto la Direzione politica degli affari esteri a Berna. Nel 2004 è stato capo della Missione permanente della Svizzera presso le Nazioni Unite a New York. Segretario di Stato per gli affari esteri nel 2010, nel 2012 ha assunto la presidenza del CICR in sostituzione di Jakob Kellenberger.

L’azione umanitaria del CICR si estende su 80 paesi. Tra le sue priorità figurano il rafforzamento della diplomazia umanitaria, il dialogo con gli Stati e altre parti in causa per far rispettare il diritto internazionale e il consolidamento dell’azione umanitaria grazie all’innovazione e a nuove collaborazioni.

Senza ombra di dubbio abbiamo tra di noi un grandissimo imprenditore visto che presiede un’organizzazione internazionale, ramificata in 80 paesi, con un budget di 1,6 miliardi di franchi nel 2015…!

Con la sua presenza, Aiti ha voluto quest’anno dedicare parte della sua assemblea alle grandi questioni internazionali, in particolare ai conflitti e alle loro conseguenze più pesanti, ai flussi migratori, che preoccupano giustamente Stati e opinione pubblica. Alcune forze politiche cavalcano i timori dei cittadini agitando lo spettro di una vera e propria invasione capace di alterare l’identità culturale e sociale del Vecchio continente.

In questo quadro, compito della Svizzera deve essere – non solo quello di dare assistenza ai richiedenti l’asilo che ottengono il permesso di rimanere – ma anche di trovare un quadro normativo e una strategia politica capaci di offrire risposte a fenomeni stratificati e complessi, non da ultimo rispondere alla necessità di integrazione di gruppi di persone con un retroterra culturale, sociale, economico estremamente complesso e diverso dal nostro.

Un dato non banale per noi: il Vecchio continente è vecchio davvero e la Svizzera ancor di più. E avrà bisogno, nei prossimi anni, di una crescita demografica tale da sostenere sistemi previdenziali e assistenziali sempre più costosi. Per questo è facile immaginare che i migranti giocheranno un ruolo vieppiù importante nella nostra società. So che è un discorso difficile quanto impopolare da sostenere, ma un nuovo modello di integrazione e inserimento economico-sociale può e deve essere immaginato e la Svizzera nel tempo ha sviluppato buone pratiche, da aggiornare certo, ma che hanno dimostrato di saper accogliere le persone e valorizzarne professionalità e talenti. Vincendo così una sfida difficile e dimostrando che, se governata, anche l’immigrazione può diventare un’opportunità per i paesi che ne sono destinatari.

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Relazione tenuta davanti all’Assemblea generale ordinaria AITI

 

Signor Presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa Peter Maurer

Signor Presidente del Gran Consiglio Fabio Badasci

Signor Consigliere di Stato Christian Vitta

Cari colleghi del Consiglio nazionale Ignazio Cassis e Marco Chiesa

Granconsiglieri

Presidenti e Direttori delle associazioni economiche

Membri del Comitato internazionale della Croce Rossa

Gentili ospiti e soci

In questa mia relazione riservata alla parte pubblica della nostra assemblea generale non parlerò della situazione congiunturale ed economica che sta attraversando il comparto industriale. A questo tema abbiamo dedicato settimana scorsa la tradizionale conferenza stampa in cui abbiamo illustrato le difficoltà e le sfide del nostro settore e ne ho riferito nella relazione riservata ai soci. Ho quindi deciso di dare un taglio diverso al mio odierno intervento che ho suddiviso in 4 capitoli in cui toccherò alcune questioni di fondo ma anche temi di stretta attualità.

 

  1. Il ruolo dello Stato, il ruolo degli imprenditori

“In una battaglia tra la forza e un’idea, quest’ultima prevale sempre.” “Che un fatto sia considerato vero dalla maggioranza non prova la sua verità. Che una politica sia considerata opportuna dalla maggioranza non prova la sua opportunità.”

Queste frasi dell’economista Ludwig Von Mises, capofila della scuola degli economisti austriaci, scampato all’orrore del nazismo e riparato negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, mi permettono d’introdurre qualche riflessione sul ruolo dello Stato e degli imprenditori nella società moderna e in particolare nel contesto del cantone Ticino.

Quali sono le idee degli imprenditori? E quanto sono in grado oggi di prevalere? Siamo ancora capaci noi imprenditori di farci ascoltare? Perché il consenso e il riconoscimento nei confronti di chi fa impresa sembra scemare?

L’idea dell’imprenditore non ha perso legittimità e validità, semmai è diventato più difficile sostenerla e apprezzarla. Noi imprenditori parliamo soprattutto attraverso le nostre azioni e i nostri comportamenti, ma nell’epoca della globalizzazione della comunicazione siamo pure costretti a fronteggiare il conformismo con il quale parti sempre più ampie della politica e dell’opinione pubblica giudicano in maniera negativa e persino sprezzante chi fa impresa, cioè chi combatte ogni giorno per dare un futuro alla propria azienda e ai propri collaboratori. Tuttavia appare chiara l’importanza di far conoscere i nostri problemi per superare lo scetticismo dilagante, che a volte si trasforma addirittura in ostilità, nei confronti di chi fa impresa.

A questo proposito saluto con favore l’iniziativa del Consigliere di Stato Christian Vitta di visitare, in collaborazione con AITI, le aziende per toccare con mano sfide e difficoltà con le quali il mondo imprenditoriale ticinese è confrontato. Un piccolo ma importante passo per cogliere la varietà del tessuto industriale, le sue aspirazioni, il suo impegno a favore del benessere di questo Cantone. Ho avuto il piacere di partecipare ad alcune di esse da cui ho ricavato lo spirito positivo e la sensibilità di questo mondo, il nostro mondo, nel cercare di superare le numerose e impegnative sfide che oggi ci frappongono i mercati ma anche, purtroppo, la politica. Tra queste l’eccessiva burocrazia, il già citato tasso di cambio sfavorevole, la concorrenza con prodotti dei paesi dell’est e/o asiatici che hanno abbassato notevolmente gli utili da reinvestire nell’azienda, una perdita di prestigio dello swiss made e le note difficoltà nel reperire personale adeguatamente formato sul territorio. Temi sui quali tornerò puntualmente nel corso di questa mia relazione.

Prendendo spunto da queste esperienze, mi sento di poter dire che il mondo imprenditoriale è caratterizzato da un lato dalla correttezza e dall’altro dalla consapevolezza che l’impresa è immersa in un mare sconfinato dove essere e restare competitivi diventa sempre più difficile. E’ qui che sovente molti giudicano sbagliate decisioni imprenditoriali – ad esempio una pur dolorosa ristrutturazione – che invece servono proprio a salvaguardare l’esistenza dell’azienda.

Gli imprenditori devono assumere le buone pratiche del fare impresa, il senso etico di intraprendere. Ciò anche perché essere azienda virtuosa diventa fattore di competitività. I clienti sempre più sceglieranno quelle imprese che ai loro occhi si comportano correttamente, lo stesso avverrà con i collaboratori e la competizione fra le imprese si giocherà anche sulla capacità di attrarre i talenti migliori. Il personale qualificato si muoverà prima di tutto verso quelle aziende che gestiscono in maniera attiva la loro responsabilità sociale. Annuncio a questo proposito che AITI si farà interprete di queste esigenze in termini di servizi e formazione alle aziende sul tema della responsabilità sociale. D’intesa con l’Unione svizzera degli imprenditori e con altre organizzazioni nazionali che si occupano di temi come ad esempio la conciliazione fra lavoro e famiglia o l’impiego del personale più anziano, intendiamo diffondere anche in Ticino modalità e approcci che nel resto della Svizzera raccolgono un’attenzione e un successo crescenti.

Se dal lato delle imprese è chiaro che la sopravvivenza e la crescita si gioca sia sulla capacità innovativa sia sulla trasformazione dell’azienda in un luogo aperto e virtuoso verso le collaboratrici e i collaboratori, dall’altro lato non possiamo non guardare con una certa preoccupazione all’involuzione del contesto in cui operiamo, sia dal punto di vista politico che istituzionale. A cominciare dal ruolo assunto dallo Stato e penso in particolare anche alle sue aziende autonome, para-statali, che vieppiù si stanno muovendo secondo logiche a volte all’opposto di quanto chiesto a noi imprenditori dalla politica stessa.

Da qui il mio appello: è buona e giusta cosa chiedere al nostro mondo imprenditoriale di agire con senso di responsabilità. Se tanto mi da tanto lo Stato deve manifestare dal canto suo rispetto analogo nei confronti delle nostre aziende e dei nostri prodotti. Negli ultimi mesi sono più volte intervenuto presso la Confederazione con inviti all’uso del buon senso nelle procedure di appalto, non per introdurre corsie preferenziali, ma per chiedere rispetto delle stesse regole che vengono chieste a noi.

Della minore comprensione verso chi fa impresa rispetto al passato ho già detto in precedenza. Oggi però assistiamo sia a una crescita pericolosa della burocrazia che investe la vita delle imprese, sia a proposte e scelte politiche che vanno nella direzione contraria rispetto a uno sviluppo economico lungimirante. La burocrazia non deve essere confusa con il giusto controllo del rispetto delle leggi e dei regolamenti, ma abbinata al venir meno del buon senso nella sua applicazione diventa di fatto una condizione penalizzante per il fare impresa in Ticino. Più volte abbiamo ad esempio denunciato il fatto che una richiesta di licenza di costruzione per un semplice cambio di destinazione d’uso deve attendere parecchi mesi prima di essere soddisfatta. Gli esempi di pastoie burocratiche si sprecano e potremmo pertanto farne molti altri.

I tempi della burocrazia non sono per nulla allineati ai tempi delle decisioni economiche! Allora chiedo anche ai politici: non stiamo forse segando il ramo sul quale siamo tutti seduti? Non credete forse che sarebbe il caso di aiutare invece che ostacolare chi si dà la briga ogni giorno di fare impresa e mantenere posti di lavoro e sviluppare benessere soprattutto per chi abita nel nostro Cantone? E’ chiaro per noi che dal Governo ma anche dai Municipi deve giungere un segnale forte verso l’amministrazione pubblica affinché quantomeno le imprese non siano ostacolate nel fare azienda come purtroppo avviene.

Quanto alla politica abbiamo sotto gli occhi in questi ultimi anni troppi esempi di proposte sballate – contro le imprese, contro i lavoratori esteri contro chi in generale immagina uno sviluppo economico che presuppone l’interazione con l’estero – che si limitano a parlare alla pancia degli elettori ma che non propongono assolutamente nulla di concreto e realizzabile per lo sviluppo economico del cantone Ticino. Il fatto che parte della politica sostenga proposte accattivanti ma poco perspicaci che raccolgono una maggioranza dei pareri, per rifarmi alla frase di Ludwig von Mises citata all’inizio, non significa ancora che le scelte che ne derivano siano quelle opportune. Se questo Cantone vuole davvero percorrere questa strada – suscitando a volte perplessità e ilarità nel resto della Svizzera – allora è meglio dire subito alle cittadine e ai cittadini che il declino è programmato. Noi, sia chiaro, ci opponiamo a questo declino con tutte le nostre forze.

 

  1. La tassa di collegamento: spia di uno Stato che sa agire solo a colpi di balzelli e imposte

Perché il mondo economico si batte tanto contro l’introduzione di una cosiddetta tassa di collegamento, in votazione il 5 giugno e perché invitiamo la popolazione a respingerla? Beh, c’è in gioco molto di più del pagamento di un’imposta sui parcheggi. Intanto dobbiamo ribadire che l’economia di questo Cantone non si è mai opposta all’introduzione di una vera tassa causale come del resto già prevista dal 1994 con la legge sui trasporti pubblici. Una tassa cioè definita come controprestazione in termini di trasporto pubblico al traffico generato dai lavoratori e dai consumatori. In altre parole, tu azienda paghi allo Stato una tassa e io Stato in cambio collego con il trasporto pubblico la zona dove tu sei insediata e dove i lavoratori vengono a lavorare. Purtroppo la discussione fra noi e lo Stato per trovare delle soluzioni praticabili e efficaci per fronteggiare i problemi di mobilità di questo Cantone, che non escludono l’adozione di una tassa causale, è sfociata in nulla e di fronte alla pervicace volontà di introdurre una vera e propria imposta sui parcheggi, che nessun altro Cantone della Svizzera conosce, siamo stati addirittura costretti a lanciare il referendum, del resto coronato da ampio successo se pensiamo che siamo riusciti a raccogliere oltre 24’000 firme, cosa in passato mai riuscita a nessuno. Ma, come dicevo, il prossimo 5 giugno la posta in gioco è ben superiore all’introduzione di un’imposta che, a scanso di equivoci, qualora venisse approvata andrà a carico dei lavoratori e consumatori. Il 5 giugno dobbiamo infatti decidere come cittadini se vogliamo consegnare allo Stato la libertà d’introdurre tasse e imposte ad ogni occasione per finanziare compiti ordinari, come ad esempio il trasporto pubblico. In tutto il resto della Svizzera lo Stato deve utilizzare convenientemente le imposte ordinarie che i cittadini contribuenti pagano per finanziare i servizi dello Stato. In Ticino si vorrebbe invece sovvertire questa buona regola istituendo la regola che in caso di una necessità, definita beninteso unilateralmente sempre dallo Stato, il cittadino verrà chiamato alla cassa, secondo il principio noto come “tassa e spendi”. Sarà infine il cittadino elettore a decidere se vuole accettare o meno questo cambio di paradigma e noi che combattiamo la tassa di collegamento ci adegueremo beninteso alla volontà popolare. Ma oltre che invitare le cittadine e i cittadini a deporre un convinto NO nell’urna il 5 giugno alla modifica della legge sui trasporti pubblici invitiamo le elettrici e gli elettori a riflettere seriamente se vogliamo ancora vivere in uno Stato liberale – nel senso ampio del termine – oppure se vogliamo che lo Stato si occupi a modo suo di noi cittadini dalla culla alla tomba. La vera soluzione ai problemi del traffico non sta nella creazione di nuove imposte o nell’aumento delle tasse esistenti, bensì nella creazione insieme alle aziende di un vero e proprio sistema di mobilità aziendale, organizzato magari per comparti regionali. Non è possibile chiamare alla cassa lavoratori e consumatori se prima non si fanno i compiti, cioè se prima non si permette ai cittadini di lasciare le auto nei pressi delle stazioni del treno, anche oltre confine, o se si sviluppa una rete di trasporti pubblici che soddisfa anche quelle regioni densamente popolate da imprese e lavoratori da dove oggi il trasporto pubblico è del tutto assente. Il mondo economico, lo voglio ribadire, è pronto a collaborare con l’ente pubblico e a fare la sua parte per contribuire a trovare soluzioni praticabili e efficaci. Se invece lo scopo è solo quello di fare cassa non ci stiamo e ci batteremo per contrastare questa deriva di stampo statalista e illiberale.

 

  1. Partenariato sociale: sì al dialogo costruttivo, no alla demonizzazione delle imprese

Ancora nel recente passato abbiamo stigmatizzato un certo comportamento ideologico dei sindacati che fa astrazione dalle difficoltà congiunturali e strutturali delle imprese per rivendicare situazioni che in conclusione rischiano di trasformarsi in riduzioni dell’occupazione. Subito dopo la decisione della Banca nazionale svizzera del gennaio 2015 di togliere la soglia minima di cambio di 1.20 franchi per euro, abbiamo comunicato a tutte le imprese l’importanza di non prendere decisioni affrettate sui livelli salariali, pur comprendendo la difficile situazione causata dal rafforzamento del franco. Con i sindacati già nel mese di gennaio 2015 abbiamo avviato un tavolo di discussione che si è riunito regolarmente e che in diversi casi ci ha visto intervenire insieme come parti sociali per disinnescare potenziali conflitti o situazioni conflittuali già in essere. Verso la fine dello scorso anno, consapevoli che la situazione del cambio franco-euro rimaneva del tutto insoddisfacente ma si era di fatto stabilizzata, abbiamo fatto un passo ulteriore discutendo con i due sindacati principali, OCST e UNIA, quali temi ci potevano vedere su un versante più collaborativo e meno conflittuale. Ad esempio quello della formazione professionale dei giovani. Su questo come su altri temi costruttivi per lo sviluppo economico del paese intendiamo proseguire la discussione e il confronto. Se questi sono gli aspetti più positivi del partenariato sociale restano tuttavia sul tappeto anche gli aspetti più negativi che noi intendiamo continuare a denunciare.

Alcune frange sindacali, soprattutto di UNIA, si ostinano a demonizzare gli imprenditori e non fanno distinzioni fra chi si comporta correttamente, la stragrande maggioranza, e quella minoranza che invece non rispetta le regole. Tutti gli imprenditori ai loro occhi sono colpevoli. Parlano, a mio giudizio a sproposito, di mercato del lavoro senza regole e allo sbando, di far west imprenditoriale senza fare alcun distinguo. Signori, in Ticino abbiamo oltre 200’000 posti di lavoro, ma gli abusi certificati dall’ufficio dell’ispettorato del lavoro e dalla commissione tripartita sono una frazione infinitesimale. Smettiamola una buona volta con questo gioco al massacro a scapito dei nostri imprenditori. Se c’è qualche mela marcia, come per altro le ritroviamo in tutte le categorie, giusto denunciare e sanzionare ma si abbia l’onestà di riconoscere che la maggior parte di loro opera in modo corretto e responsabile per il bene della propria azienda e delle maestranze.

Quello che è certo è che così non si può andare avanti. Decidano questi sindacalisti barricadieri se intendono continuare a condurre battaglie di retroguardia, che in nazioni a noi vicine non hanno portato ad alcun risultato in termini di occupazione e crescita economica, oppure se vogliono contribuire con noi alla crescita del paese. Da noi la porta è sempre aperta, ma per collaborare ma occorre essere almeno in due.

Con questo auspicio, posso solo salutare positivamente la decisione coraggiosa del sindacato OCST di non appoggiare la tassa di collegamento e di tutto sommato considerare la libertà di voto, per quanto difficilmente comprensibile, lasciata da UNIA come il male minore.

 

  1. Di quale sviluppo economico abbiamo bisogno?

Per noi industriali è chiara la strada che il paese deve intraprendere per generare uno sviluppo economico duraturo. Aziende, lavoratori, Stato e opinione pubblica devono marciare nella medesima direzione. Dobbiamo rafforzare i processi innovativi nelle aziende e migliorare il più possibile l’allineamento fra i profili professionali necessari nelle imprese e la formazione professionale e accademica impartita nelle nostre scuole. Qualcuno si è chiesto seriamente come mai il cantone Ticino accusa un ritardo salariale rispetto a diversi altri Cantoni? Una parte della risposta può stare nel differente costo della vita, ma in realtà la differenza potrebbe stare piuttosto nella composizione del tessuto economico. Scordiamoci che sia l’imposizione di salari minimi a modificare la situazione. Quello che dobbiamo fare come sistema-paese è piuttosto favorire lo sviluppo delle aziende esistenti e delle nuove aziende verso prodotti e processi produttivi in grado di generare valore aggiunto nel tempo. Anche in ambito salariale è il mercato che detta le sue regole, non un’imposizione dello Stato. Quanto più il tessuto economico di una regione è caratterizzato dalla presenza di aziende innovative e quanto più è disponibile personale specializzato tanto più questo personale avrà un maggior valore sul mercato e i salari si adegueranno conseguentemente.

Dobbiamo essere in chiaro sul fatto che lo sviluppo economico non può realizzarsi nell’autarchia che qualcuno ha in mente, in un Ticino chiuso da muri alle frontiere e reso impenetrabile agli stranieri. Del resto a due settimane dall’apertura di AlpTransit possiamo solo attenderci a un cambiamento epocale. Per il Ticino, le opere di grande ingegneria ferroviaria hanno sempre segnato una svolta storica. Con i suoi 57 chilometri di lunghezza, l’arteria principale del nuovo collegamento ferroviario nord-sud attraverso le Alpi è anche l’immagine di una nuova politica dei trasporti sostenibile, accorciando distanze e aumentando il trasporto delle merci.

Questo fatto dovrebbe aprire una sana riflessione sulla tentazione di voler controllare le frontiere e regolamentare l’accesso della manodopera al mercato del lavoro. Se svolta intelligentemente ha un senso, ma se vogliamo percorrere fino in fondo la sfida dello sviluppo economico e dunque la crescita del nostro territorio in termini di benessere economico e sociale dobbiamo accettare anche la sfida della competitività e delle frontiere permeabili. Se vogliamo accogliere aziende sane e innovative sul territorio dobbiamo accettare che queste aziende ma anche le nostre università si confrontino con il resto del mondo e dunque sia data la possibilità anche al personale estero e ai ricercatori provenienti dal resto del mondo di interagire con le aziende in Ticino.

Solo dal dialogo e dal confronto con realtà diverse e variegate nasce e si sviluppa la forza innovativa di un paese. “Il Ticino ai ticinesi” è uno slogan comprensibile se immaginato per dare una risposta credibile alle preoccupazioni dei nostri cittadini, lo è molto meno se pensato per illudere che il nostro Cantone ce la possa fare da solo, contando esclusivamente sulle proprie forze in una sorta di dorata autarchia.

Vorrei infine ringraziare tutti gli imprenditori e in generale tutta la popolazione ticinese e svizzera che lo scorso mese di febbraio ha votato a chiara maggioranza SÌ alla costruzione di una seconda galleria autostradale del Gottardo. Una risposta lungimirante del paese che ha visto impegnate le organizzazioni economiche per molti mesi su questo fronte, con un dispendio finanziario e un impegno personale non indifferenti.

Grazie ancora e buon lavoro a tutti in vista di nuove impegnative sfide, a cominciare da quella contro la tassa di collegamento il prossimo 5 giugno!

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Pro servizio pubblico o fine di un servizio?

Il servizio pubblico deve far fronte a numerose sfide difficili e complesse, ma per affrontarle bisogna prendere atto che la visione idealistica secondo cui esso deve essere sottratto alle regole del mercato ne danneggerebbe irrimediabilmente lo sviluppo. Proporre che il servizio pubblico potrebbe crescere vivendo al di fuori dal mondo, può essere considerato una nuova fiaba metropolitana, una delle tante con cui siamo sempre più spesso confrontati, come ad esempio il reddito di base incondizionato pure in votazione. Sarebbe invece un azzardo che minaccerebbe delle prestazioni molto importanti per la coesione regionale e la prosperità economica del nostro paese.
In altre parole metterebbe a repentaglio un modello di servizio pubblico che altri paesi ci invidiano. Lo standard del servizio universale in Svizzera è elevatissimo e questo emerge chiaramente nel confronto internazionale.
Per sua entità̀ il servizio universale della Posta Svizzera è unico al mondo. I treni circolano puntali, con qualche eccezione sull’asse del Gottardo anche se le FFS stanno lavorando e investendo per ovviare a questo problema; la corrispondenza spedita da Gordola affrancata in A viene distribuita l’indomani a Zurigo. La maggiornaza dei nuclei famigliari può contare su un allacciamento internet e di una copertura telefonica pressoché completa.
La Svizzera è il paese più competitivo al mondo grazie alle infrastrutture. Proibire alle aziende del servizio pubblico di creare un utile, come proposto dagli iniziativisti, significa impedire loro d’investire nelle nuove tecnologie e in nuovi prodotti interessanti per i suoi abitanti. Non potranno così adattarsi ai bisogni della loro clientela e al mercato.
Non poteva poi mancare nell’iniziativa una proposta per limitare i salari dei manager, un tema alla moda su cui gli svizzeri si sono già espressi in altre occasioni. È stato più volte dimostrato che le limitazioni nei salari comporta una diminuzione d’attrattiva per l’azienda stessa. Le tre aziende Posta, FFS e Swisscom occupano complessivamente 106’000 persone e formano ogni anno circa 4’300 apprendisti, ai quali assicurano ottime condizioni d’impiego a ogni livello. Limitare i salari dei manager, è dimostrato, abbassa anche i salari ai livelli inferiori: non a caso questa iniziativa è combattuta anche da Travail.Suisse, uno dei maggiori sindacati svizzeri.
Non da ultimo la Confederazione perderebbe un’importante entrata. Nel 2015, i dividendi della Posta hanno portato 200 milioni di franchi alla Confederazione e le partecipazioni agli utili di Swisscom hanno consentito di incassare 580 milioni alle casse federali.
L’iniziativa comporta quindi anche pesanti conseguenze per l’intera economia nazionale svizzera. Non poter garantire un servizio universale di qualità e competitivo sarebbe per la piazza economia elvetica un duro colpo nel quadro della concorrenza internazionale. Bisogna infatti ricordare l’importante ruolo per l’economia svizzera degli investimenti effettuati dalle imprese del servizio pubblico: la Posta ad esempio ogni anno acquista prestazioni per 3,3 miliardi di franchi da oltre 12’000 fornitori, l’85% dei quali opera in Svizzera. Non è da meno Swisscom, che ogni anno acquista prestazioni da fornitori svizzeri per 2,8 miliardi di franchi.
Negli ultimi anni gli Svizzeri hanno potuto beneficiare di un servizio pubblico di alta qualità, che è addirittura riuscito a diminuire i prezzi grazie alla sua capacità di adattamento al mercato. Sarebbe un peccato gettare alle ortiche un modello interessante sia per la qualità delle prestazioni, sia per il servizio offerto in tutte le regioni del Paese.
Per tutti questi motivi vi invito a non lasciarvi ingannare dal titolo fuorviante dell’iniziativa, che – se accolta – avrebbe esattamente l’effetto opposto, ovvero un indebolimento del servizio pubblico. Pertanto votiamo NO!