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Domanda – Perché Milano diventa sempre più lontana?

Testo:

Nell’era dell’alta velocità e delle connessioni transfrontaliere, Milano sarà ancora più lontana da Lugano.

Dopo 50 anni e 22 miliardi di investimenti Lugano-Milano dista in treno 76 a 86 minuti, quindi oltre 20 minuti in più rispetto al vecchio Trans Europe Express che assicurava il collegamento in 64 minuti. Un paradosso!

Chiedo al Consiglio federale:

– Come valuta questa situazione?

– Di chi è la colpa dei ritardi?

– Cosa si intende fare per tornare almeno ai tempi di percorrenza degli anni 1960 e magari migliorarli?

Risposta del CF:

L’apertura della galleria di base del San Gottardo, prevista per il dicembre 2016, ridurrà i tempi di viaggio sull’asse nord-sud di una trentina di minuti fra Arth-Goldau e Bellinzona. I tempi di percorrenza fra Bellinzona e Milano non diminuiranno per il momento, mentre quelli dell’Eurocity fra Lugano e Milano aumenteranno da 67 a 76 minuti: ciò è inevitabile poiché non è ancora possibile conciliare al meglio le tracce disponibili sulla tratta del San Gottardo con quelle sulla tratta per Milano. Una sola coppia di treni Eurocity al giorno presenta tempi di percorrenza di 86 minuti: questa coppia, che si aggiunge ai treni Eurocity garantiti ogni due ore in Italia, è in conflitto con i collegamenti suburbani dell’area metropolitana di Milano.

I tempi di percorrenza potranno ridursi solo dopo il cambio d’orario in dicembre 2020, ossia una volta ultimati i lavori di realizzazione del corridoio di 4 metri e aperta la galleria di base del Ceneri. Da quel momento sono previsti per i treni Eurocity tempi di percorrenza di 65 minuti sulla tratta Lugano-Milano; in pratica si eguaglierà cosi il Trans Europe Express.

aiti small

Si urla ormai come nei mercati paesani

Le misure proposte da Norman Gobbi per applicare «Prima i nostri» a livello di contratti di prestazione e mandati pubblici non sono affatto piaciute al presidente dell’Associazione industrie ticinesi (AITI) Fabio Regazzi. Il Corriere del Ticino lo ha intervistato.

La discussione su Prima i nostri è decollata, la Commissione parlamentare oggi terrà la sua seconda seduta, intanto sul tavolo del Governo sono arrivate le prime proposte firmate Norman Gobbi. È soddisfatto di questa partenza da contrario a quell’iniziativa?

“Per niente. Quanto farà questa commissione lo vedremo, mentre le idee di Gobbi sono ormai sul tavolo e di dominio pubblico. Di quella Nota a protocollo non ci piace proprio nulla. Inoltre mi preme ricordare che su quell’iniziativa, avallata sì dal popolo, ma che altro non è che uno slogan, dovrà in principio esserci la garanzia da parte della Confederazione per la modifica costituzionale”.

Ma l’idea di Gobbi si inserisce in un ambito non massicciamente legato al settore industriale che l’AITI rappresenta. Allora dove sta il problema?

“Vero che l’industria non verrebbe investita in prima battuta dato che interessa i contratti di prestazione e le commesse pubbliche. Ma se il Governo dovesse avallare questo modo di agire la diffusione è facile immaginare quali saranno i prossimi passi. Il problema qui è una volta ancora di fondo”.

Significa magari che lei, uscito sconfitto come molti altri da quella votazione, non vuole riconoscere la volontà popolare?

“Questo non l’ho detto e non lo penso. Non mi scaglio contro la volontà del popolo, ma nei confronti dei numerosi venditori di fumo. Ci hanno fatto votare, come sempre più spesso accade (vedi ad es. l’iniziativa sui salari minimi differenziati) uno slogan che di fatto è difficilmente applicabile. Il voto non ha cancellato la contraddizione di fondo tra la realtà e gli obiettivi. Questi signori invece di giocare con la pancia dei cittadini si assumano la responsabilità di far cadere l’acceso che oggi abbiamo al mercato europeo e le conseguenze negative che la nostra economia patirebbe. E’ ora che la smettano di far credere alla gente che possiamo decidere quello che vogliamo e, al contempo, mantenere le intese raggiunte con l’UE”.

È un po’ il ritornello che si ripete dal 9 febbraio 2014. Che senso ha ripeterlo in continuazione?

“Richiamare alla responsabilità chi getta il sasso e nasconde la mano. Forse è bene ricordare che fino ad oggi il popolo ha sempre confermato gli accordi bilaterali, compreso quello sulla libera circolazione. Se non li si vuole più si abbia il coraggio e la coerenza, assumendosene le conseguenze economiche e politiche, di lanciare un’iniziativa per disdirli. Ma fintanto che sono in vigore bisognerebbe finirla di presentare proposte che non sono conciliabili con il diritto superiore e che quindi non possiamo applicare. E a proposito di bilaterali forse è bene ricordare come la Seco lo scorso anno ha incaricato due prestigiosi istituti di ricerca al fine di quantificare l’effetto economico per il nostro paese di un’eventuale caduta degli accordi bilaterali. I risultati di questi studi sono univoci. Senza bilaterali staremmo peggio. Concretamente gli studi mostrano come l’abbandono dei bilaterali avrebbe significative ripercussioni negative per l’economia. L’effetto cumulato fino al 2035 consisterebbe in un’erosione del PIL svizzero di 460-630 miliardi di franchi. In neanche 20 anni, l’abbandono dei bilaterali costerebbe approssimativamente un PIL (o un «reddito annuo») svizzero attuale, con conseguente diminuzione dell’occupazione.”.

Oggi la libertà economica è a rischio?

“Lo è purtroppo. Per convenienza c’è chi dimentica bellamente che la libertà economica, uno dei capisaldi del modello di successo svizzero, è iscritta nella Costituzione federale ed è stata votata dal popolo, ma così si continua a scardinarla. La vera domanda oggi è: chi difende l’economia che crea posti di lavoro, che produce ricchezza e che genera importanti introiti fiscali? Fino a quando a sputare nel piatto in cui mangiano erano comunisti ed esagitati lo capivo, ma se ora ci si mettono anche i partiti di Governo, compresi quelli che si definiscono borghesi, e addirittura l’Esecutivo stesso, dove andremo a finire? Continuiamo pure a mettere paletti e a creare regole ovunque ma avanti di questo passo mi chiedo chi vorrà ancora fare impresa in Ticino?”.

Tornando all’idea di Gobbi, cosa vi sareste attesi dal Governo e dai suoi membri?

“Che dimostrino senso di responsabilità e un minimo di rispetto anche nei confronti dell’economia. Il compito di un Governo è di guidare il Paese non inseguire il consenso ad ogni costo. E invece qui non si capisce più nulla. Sembra che i ruoli istituzionali in Ticino non hanno più alcun valore, ognuno cucina le ricette che più gli gustano all’interno del suo dipartimento, incurante che è parte integrante di un collegio governativo. Inoltre spesso travalica i suoi ruoli e i suoi compiti. Ormai ci facciamo andare bene tutto, ma il fatto è che le invasioni di campo e le uscite nella persistente confusione non fanno altro che generare ulteriore caos. Sono sparate di marketing politico che non contribuiscono a risolvere nessun problema. Siamo oramai arrivati alla logica dei mercati paesani dove chi urla di più pretende di portarsi a casa la vacca”.

Cosa si attende oggi dal Governo?

“Mi è giunta voce che si vorrebbero incamminare lungo la strada delle verifiche e delle perizie giuridiche. Non mi piace l’idea di un Governo azzeccagarbugli. Dall’Esecutivo non mi attendo ulteriore burocrazia e il solito “Alibiübung” ma una chiara presa di posizione di principio. Di fronte a vincoli che violano manifestamente la libertà economica e il diritto superiore, compresi gli accordi internazionali, non si deve nemmeno entrare in materia. Smettiamola con questo gioco perverso dal quale usciremo tutti perdenti. Si vuole strangolare la gallina che fa le uova (non so se d’oro, ma le fa)? Lo si dica in modo chiaro ma ci si assuma anche le responsabilità”.

La discussione su Prima i nostri è decollata, la Commissione parlamentare oggi terrà la sua seconda seduta, intanto sul tavolo del Governo sono arrivate le prime proposte firmate Norman Gobbi. È soddisfatto di questa partenza da contrario a quell’iniziativa?

“Per niente. Quanto farà questa commissione lo vedremo, mentre le idee di Gobbi sono ormai sul tavolo e di dominio pubblico. Di quella Nota a protocollo non ci piace proprio nulla. Inoltre mi preme ricordare che su quell’iniziativa, avallata sì dal popolo, ma che altro non è che uno slogan, dovrà in principio esserci la garanzia da parte della Confederazione per la modifica costituzionale”.

Ma l’idea di Gobbi si inserisce in un ambito non massicciamente legato al settore industriale che l’AITI rappresenta. Allora dove sta il problema?

“Vero che l’industria non verrebbe investita in prima battuta dato che interessa i contratti di prestazione e le commesse pubbliche. Ma se il Governo dovesse avallare questo modo di agire la diffusione è facile immaginare quali saranno i prossimi passi. Il problema qui è una volta ancora di fondo”.

Significa magari che lei, uscito sconfitto come molti altri da quella votazione, non vuole riconoscere la volontà popolare?

“Questo non l’ho detto e non lo penso. Non mi scaglio contro la volontà del popolo, ma nei confronti dei numerosi venditori di fumo. Ci hanno fatto votare, come sempre più spesso accade (vedi ad es. l’iniziativa sui salari minimi differenziati) uno slogan che di fatto è difficilmente applicabile. Il voto non ha cancellato la contraddizione di fondo tra la realtà e gli obiettivi. Questi signori invece di giocare con la pancia dei cittadini si assumano la responsabilità di far cadere l’acceso che oggi abbiamo al mercato europeo e le conseguenze negative che la nostra economia patirebbe. E’ ora che la smettano di far credere alla gente che possiamo decidere quello che vogliamo e, al contempo, mantenere le intese raggiunte con l’UE”.

È un po’ il ritornello che si ripete dal 9 febbraio 2014. Che senso ha ripeterlo in continuazione?

“Richiamare alla responsabilità chi getta il sasso e nasconde la mano. Forse è bene ricordare che fino ad oggi il popolo ha sempre confermato gli accordi bilaterali, compreso quello sulla libera circolazione. Se non li si vuole più si abbia il coraggio e la coerenza, assumendosene le conseguenze economiche e politiche, di lanciare un’iniziativa per disdirli. Ma fintanto che sono in vigore bisognerebbe finirla di presentare proposte che non sono conciliabili con il diritto superiore e che quindi non possiamo applicare.

Oggi la libertà economica è a rischio?

“Lo è purtroppo. Per convenienza c’è chi dimentica bellamente che la libertà economica, uno dei capisaldi del modello di successo svizzero, è iscritta nella Costituzione federale ed è stata votata dal popolo, ma così si continua a scardinarla. La vera domanda oggi è: chi difende l’economia che crea posti di lavoro, che produce ricchezza e che genera importanti introiti fiscali? Fino a quando a sputare nel piatto in cui mangiano erano comunisti ed esagitati lo capivo, ma se ora ci si mettono anche i partiti di Governo, compresi quelli che si definiscono borghesi, e addirittura l’Esecutivo stesso, dove andremo a finire? Continuiamo pure a mettere paletti e a creare regole ovunque ma avanti di questo passo mi chiedo chi vorrà ancora fare impresa in Ticino?”.

Tornando all’idea di Gobbi, cosa vi sareste attesi dal Governo e dai suoi membri?

“Che dimostrino senso di responsabilità e un minimo di rispetto anche nei confronti dell’economia. Il compito di un Governo è di guidare il Paese non inseguire il consenso ad ogni costo. E invece qui non si capisce più nulla. Sembra che i ruoli istituzionali in Ticino non hanno più alcun valore, ognuno cucina le ricette che più gli gustano all’interno del suo dipartimento, incurante che è parte integrante di un collegio governativo. Inoltre spesso travalica i suoi ruoli e i suoi compiti. Ormai ci facciamo andare bene tutto, ma il fatto è che le invasioni di campo e le uscite nella persistente confusione non fanno altro che generare ulteriore caos. Sono sparate di marketing politico che non contribuiscono a risolvere nessun problema. Siamo oramai arrivati alla logica dei mercati paesani dove chi urla di più pretende di portarsi a casa la vacca”.

Cosa si attende oggi dal Governo?

“Mi è giunta voce che si vorrebbero incamminare lungo la strada delle verifiche e delle perizie giuridiche. Non mi piace l’idea di un Governo azzeccagarbugli. Dall’Esecutivo non mi attendo ulteriore burocrazia e il solito “Alibiübung” ma una chiara presa di posizione di principio. Di fronte a vincoli che violano manifestamente la libertà economica e il diritto superiore, compresi gli accordi internazionali, non si deve nemmeno entrare in materia. Smettiamola con questo gioco perverso dal quale usciremo tutti perdenti. Si vuole strangolare la gallina che fa le uova (non so se d’oro, ma le fa)? Lo si dica in modo chiaro ma ci si assuma anche le responsabilità”.

nucleare

No a un’uscita frettolosa e caotica dal nucleare

L’iniziativa popolare “Per un abbandono pianificato dell’energia nucleare” in votazione vuole vietare la costruzione di nuove centrali nucleari e limitare il periodo di attività di quelle esistenti. In caso di sua accettazione, le centrali Beznau 1 e 2 nonché la centrale di Mühlerberg dovrebbero essere spente nel 2017, quella di Gösgen nel 2024 e Leibstadt nel 2029.

Perché votare no all’iniziativa dei Verdi il 27 novembre prossimo? Perché la Svizzera uscirà comunque dal nucleare. Lo hanno deciso Governo e Parlamento nel 2011 dopo l’incidente nucleare di Fukushima, ma a differenza dell’iniziativa, lo farà in modo graduale attraverso la Strategia energetica 2050. Non costruiremo dunque più nuove centrali nucleari in Svizzera con l’attuale tecnologia. Per contro non chiuderemo la porta alle nuove tecnologie, contrariamente all’iniziativa. Finché le nostre centrali sono sicure, le lasciamo in funzione, poi saranno dismesse progressivamente. Anche perché fissare oggi una data limite per il loro funzionamento equivale ad espropriare tali strutture che potranno esigere dei risarcimenti molto elevati.

Il problema della sicurezza delle centrali nucleari, a cui tutti siamo evidentemente sensibili, fa giustamente dibattere molto. A questo riguardo va ricordato che dopo Fukushima le nostre centrali hanno superato gli “stress tests” europei e hanno dimostrato di essere molto sicure indipendentemente dal loro anno di messa in funzione.

Quanto ci costerà l’abbandono rapido del nucleare chiesto dall’iniziativa?

Se l’iniziativa venisse accettata, entro breve la produzione di energia elettrica in Svizzera diminuirebbe considerevolmente. Lo spegnimento di Beznau 1 e 2 e Mühleberg nel 2017 priverebbe la Svizzera di circa un terzo di elettricità prodotta attualmente con il nucleare, senza avere il tempo di sostituire con un’altra energia elettrica prodotta in Svizzera da fonti rinnovabili. La Svizzera dovrebbe così importarne dall’estero, soprattutto dalla Germana e dalla Francia, dove l’energia è prodotta anche da centrali nucleari o a carbone. Appunto.

Del resto per sostituire Mühleberg abbiamo bisogno di 700 pale eoliche, mentre oggi, anche a causa dei numerosi ricorsi (alcuni interposti proprio dalle associazioni che sostengono l’iniziativa…), la Svizzera ne dispone soltanto 32!

Quindi la Svizzera ha già deciso di uscire dal nucleare, anche in caso di rifiuto dell’iniziativa, con la differenza che lo farà in modo pianificato. Bisognerà nel contempo continuare ad investire nelle energie rinnovabili e continuare la ricerca e l’innovazione, dove c’è ancora un potenziale enorme. È uno dei tre punti della strategia energetica 2050 voluta dalla consigliera federale Leuthard e votata dal Parlamento federale, accanto a quelli per una maggiore efficacia energetica e la politica a sostegno del clima. L’iniziativa non porta dunque nulla di nuovo, salvo le forti controindicazioni che ho indicato.

Per questi motivi vi invito a respingere l’iniziativa popolare “per un abbandono pianificato dell’energia nucleare” il prossimo 27 novembre.

 

Fabio Regazzi, consigliere nazionale, presidente Aiti