Domanda – Parchi nazionali che non saranno più nazionali?

Testo

Il Consiglio federale ha messo in consultazione una revisione dell’ordinanza sui parchi che prevede sostanzialmente che in futuro i parchi nazionali potranno essere anche transfrontalieri. Una proposta per lo meno anomala e potenzialmente problematica.

Chiedo al Consiglio federale:

1. Non ritiene che sia contraddittorio definire “nazionali” dei parchi che si possono estendere anche all’estero?

2. Non ritiene che in questo modo vi potrebbero essere problemi di applicazione della legislazione svizzera e di controllo del rispetto dei vincoli?

Risposta della consigliera federale Doris Leuthard

II termine “parchi nazionali” definisce una categoria di aree protette. È comunemente usato per definire dei territori aventi una zona a carattere essenzialmente naturale nei quali i processi naturali non vengono ostacolati e dove sono sostenute le attività educative e ricreative della popolazione. Questa definizione è stata ripresa nella revisione della legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio del 1° dicembre 2007 che ha permesso la creazione di parchi d’importanza nazionale.

Visto che esistono delle norme comuni internazionali in questo ambito, è possibile che delle aree protette si protraggano al di là di una frontiera mantenendo lo stesso livello di protezione. I paesi limitrofi alla Svizzera infatti hanno tutti delle legislazioni che permettono di assicurare il rispetto dello stesso livello di protezione di una zona centrale di un parco nazionale seconde la legge federale sulla protezione della natura e del paesaggio e l’ordinanza sui parchi d’importanza nazionale. Per questo la creazione di un parco transfrontaliere è possibile grazie all’applicazione sul territorio di ogni State della propria legislazione.

Domanda – Militante dell’ISIS. In Turchia considerato pericoloso, e in Svizzera?

Testo

Uno dei 3 iracheni condannati nel 2016 dal TPF per sostegno all’ISIS aveva accettato di lasciare la Svizzera. Giunto ad Istanbul in luglio, gli è stato negato l’ingresso e ha dovuto riprendere il volo per la Svizzera, chiedo:

1. per quale motivo la Turchia ha negato l’entrata?

2. se, come appare probabile, lo ha considerato pericoloso, quali misure di sicurezza ha adottato la Svizzera al suo rientro?

3. la Svizzera accoglierebbe jihadisti condannati, che hanno scontato la pena in altri paesi?

 

Risposta della Consigliera federale Simonetta Sommaruga
1. Ciascun paese può, in virtù delle proprie basi legali, rifiutare l’entrata a cittadini stranieri. Tuttavia non vi è nessun obbligo di comunicare al paese di partenza i divieti d’entrata né d’indicarne le motivazioni. Pertanto si possono fare soltanto supposizioni sulla ragione precisa del divieto d’entrata.
2. Le autorità competenti sono in contatto con la persona in questione. Le autorità di sicurezza adempiono il loro compito ricorrendo ai mezzi messi a loro disposizione dalla legge. Le concrete misure adottate non sono rese note dal Consiglio federale. II diritto in materia di stranieri prevede la possibilità di disporre un’espulsione. A tale proposito, la Svizzera è in contatto con diversi paesi di origine, tra cui anche l’Iraq. In tale contesto, occorre trovare una soluzione che salvaguardi la sicurezza interna ed esterna della Svizzera, rispettando al contempo i principi dello Stato di diritto sanciti dalla Costituzione federale e risultanti dagli obblighi internazionali.
3. Con un divieto d’entrata è possibile negare, nel rispetto degli obblighi internazionali, l’accesso al territorio nazionale a cittadini stranieri che perpetrano reati di matrice jihadista se vi sono motivi di ritenere che possano mettere a repentaglio la sicurezza interna o esterna della Svizzera.

Domanda – Colonne al portale sud del San Gottardo. In aumento nonostante Alptransit?

Durante il periodo estivo, il bollettino di infotraffico aggiorna regolarmente sulla lunghezza delle colonne al portale Sud. La percezione è di un aumento del volume di traffico rispetto agli anni precedenti.

Chiedo al Consiglio federale:

– Come è evoluta la situazione (in termini di giorni/ore di coda) nei mesi giugno-agosto (compresi) fra il 2015 e il 2017?

– In caso di aumento, come spiega il Consiglio federale questa tendenza, ritenuto che con l’apertura di Alptransit è aumentata la capacità ferroviaria sullo stesso asse?

Risposta

Poiché non si dispone ancora dei dati per il 2017, le informazioni che seguono sono limitate agli anni 2015 e 2016. Nel periodo da giugno ad agosto, il numero dei giorni di coda al portale sud del San Gottardo è passato da 69 nel 2015 a 78 nel 2016, corrispondenti a un aumento del 13 per cento. Negli stessi mesi, le ore di coda sono aumentate da 662 nel 2015 a 703 nel 2016, evidenziando un incremento del 6 per cento. Al momento non sono possibili affermazioni vincolanti in merito agli effetti sul traffico stradale al San Gottardo derivanti dell’apertura della galleria di base della NTFA.

Interpellanza – La politica di investimenti della Confederazione attraverso le sue aziende para-pubbliche: quale responsabilità sociale?

Testo

Chiedo al Consiglio federale di:

1. indicare l’evoluzione degli ordinativi di acquisti di prodotti (escluso il nuovo materiale rotabile) delle FFS nei confronti delle aziende elvetiche negli ultimi 5 anni e in particolare in quelle con sede in Ticino?

2. se da questi dati, come ci risulta da alcune verifiche effettuate presso alcune aziende che intrattengono da anni rapporti commerciali con le FFS, dovesse risultare una diminuzione degli acquisti da parte delle stesse, come spiega questa evoluzione?

3. conferma che è in atto un processo di insourcing di talune attività da parte delle FFS, ossia il trasferimento di settori produttivi al suo interno, e risp. di sostituzione di fornitori svizzeri con aziende estere? Se sì, quali sono le ragioni che giustificano questo trend?

4. se non ritiene che la responsabilità sociale d’impresa, tema oggetto di un recente rapporto del CF, non debba anche includere, per quanto possibile, una politica di acquisti presso aziende elvetiche?

Motivazione

Nel recente rapporto intermedio del Consiglio federale sull’avanzamento del piano d’azione 2015-2019 sulla responsabilità d’impresa, si legge che “La Confédération montre l’exemple en adoptant un comportement d’entreprise responsable dans ses propres activités, que ce soit dans son rôle d’employeur, d’investisseur, d’acquéreur ou de propriétaire d’entreprises (entreprises liées à la Confédération)”. Nel medesimo documento vengono citati diversi obiettivi sociali tra cui il diritto al lavoro, la parità salariale, la conciliabilità lavoro e famiglia, ecc. Sarebbe pertanto auspicabile che questi principi venissero in primis applicati dalle aziende detenute dalla Confederazione, come le FFS, che sono un importante datore di lavoro nonché un cliente strategico per molte aziende elvetiche, soprattutto nelle zone periferiche. Invece, da dati assunti, si osserva una progressiva quanto importante diminuzione delle ordinazioni da parte delle FFS presso diverse aziende. Sorge la domanda a sapere se le FFS non stiano sostituendo i loro fornitori elvetici con aziende estere o se non stiano operando l’insourcing, trasferendo al suo interno compiti sinora svolti da aziende locali. Il ruolo della Confederazione nella tanto declamata responsabilità sociale dovrebbe contemplare da parte di aziende para-pubbliche un occhio di riguardo rivolto alle aziende elvetiche attraverso una politica di acquisti sostenibile e responsabile.

Postulato – Incentivo per i conducenti che a partire da 70 anni consegnano volontariamente la patente di guida

Testo

Il Consiglio federale è invitato a studiare la possibilità di prevedere un incentivo per coloro che a partire da 70 anni consegnano spontaneamente la patente di guida. La valutazione dovrebbe in particolare approfondire l’ipotesi di una partecipazione finanziaria ai costi dell’abbonamento generale FFS tenendo presente i seguenti aspetti: – percentuale della partecipazione (ad es. 50% o 100%) – durata dell’incentivo (una tantum oppure per alcuni anni) – impatto finanziario delle varie ipotesi.

Motivazione

Nel recente dibattito parlamentare che ha condotto alla decisione di elevare da  70 à 75 anni il limite d’età per il primo esame attitudinale alla guida, è emersa la preoccupazione legata al tema della sicurezza nella circolazione stradale. In questo contesto il Consiglio federale si è detto pronto ad adottare misure di accompagnamento volte a sensibilizzare ed incoraggiare le persone anziane a sottoporsi a maggiori controlli preventivi, rispettivamente a consegnare la patente. Tra queste misure, la soluzione migliore sarebbe di introdurre un incentivo per agevolare la persona che a partire dai 70 anni rinuncia di sua spontanea volontà alla patente d’auto/moto: tale incentivo potrebbe ad esempio ammontare a una partecipazione compresa fra il 50% e il 100% sull’abbonamento generale di II. classe delle FFS. La decisione sulla quota dell’incentivo, sulla durata (solo il primo anno, oppure per un periodo più lungo) dovrà essere presa dal Consiglio federale previa valutazione dell’impatto finanziario della misura.

NO all’iniziativa popolare per l’abolizione del canone radiotelevisivo

Ritengo non solo importante, ma addirittura indispensabile poter discutere senza pregiudizi del ruolo del servizio pubblico – inteso nell’accezione più ampia del termine – nel nostro paese, dei suoi compiti, delle risorse messe a disposizione e delle modalità di attribuzione e di utilizzo di queste risorse. Cambiano i tempi, cambiano le aspettative degli utenti, e anche il servizio pubblico deve saper adattare la propria offerta. In questa discussione, del resto, non ho mai nascosto le mie perplessità riguardo a alcune scelte sull’impiego delle risorse messe a disposizione dai cittadini attraverso il versamento del canone radio-TV, meglio noto come Billag.
È però di fondamentale importanza capire e far comprendere, anche se di questi tempi è tutt’altro che facile, che il giudizio sull’esistenza di un servizio pubblico, non può limitarsi a considerare gli aspetti prettamente economici: il cittadino deve riconoscere che l’esistenza del servizio pubblico è giustificata dal perseguimento di obiettivi di interesse generale, per loro natura non necessariamente monetizzabili.
Questo vale, in generale, per ogni servizio pubblico, e in particolare per quello radiotelevisivo chiamato a operare in un ambito estremamente delicato per il funzionamento di una società pluralistica, democratica e federalista come la Svizzera!
Il federalismo appunto. Dal punto di vista di una minoranza, come lo è la regione da cui provengo, dovesse essere cancellata la SSR per effetto dell’accoglimento dell’iniziativa “No Billag”, è ipotizzabile che possa nascere nella Svizzera tedesca un’azienda privata – ma una sola! – di dimensioni relativamente importanti, ma certamente non libera e men che meno indipendente. È invece escluso che ciò possa accadere nelle altre regioni del Paese, quelle minoritarie della Svizzera francese e della Svizzera italiana: lo spazio lasciato libero dalla SSR e dalle sue emittenti regionali, RTS e RSI, verrebbe principalmente occupato da competitori esteri, che già oggi godono di discreto seguito in tutte le regioni del paese. Una situazione che nessuno – oso sperare – auspica!
Quanto fin qui detto dovrebbe però bastare per capire che il confronto sul futuro del servizio pubblico radiotelevisivo ha tutte le caratteristiche di un dibattito sui fondamenti della Svizzera. Il mantenimento del canone radiotelevisivo è di vitale importanza non solo per la SSR ma per la Svizzera e le sue variegate componenti regionali e linguistiche, soprattutto in un periodo di forte cambiamento tecnologico del mercato della comunicazione, che influenza le abitudini dei consumatori, fra i quali anche molti giovani. Per non parlare del mercato pubblicitario.
Se è vero che il canone radiotelevisivo permette di garantire un buon servizio pubblico in tutte le regioni linguistiche, è altrettanto vero che una parte di queste risorse sono a beneficio della diversificazione del panorama mediatico e quindi della pluralità delle opinioni: a questo proposito è importante ricordare che alle 21 radio locali private e alle 13 televisioni regionali viene devoluto il 5 per cento dei proventi del canone, pari rispettivamente a circa 25 milioni e 42 milioni di franchi. Ricordo, per inciso, che qualora dovesse essere accolta anche dal Consiglio degli Stati la mozione Darbellay, ripresa da chi vi parla, questo importo aumenterà di ulteriori circa 13 milioni di franchi. Appare pertanto a tutti evidente che in caso di accettazione dell’iniziativa “No Billag” anche queste piccole realtà regionali verrebbero di fatto spazzate via.
Discorso analogo vale per il controprogetto proposto da una minoranza della Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni, che propone di plafonare il canone radio-tv a 200 franchi all’anno, ciò che porterebbe di fatto ad un dimezzamento delle risorse finanziarie a disposizione della SSR. Anche in questa ipotesi le conseguenze non sarebbero molto diverse da quelle che ho appena descritto, con tutte le conseguenze del caso di un simile ridimensionamento, sia in termini di offerta di servizio pubblico come pure sul piano della comunicazione.
Tutto bene dunque? Non proprio. Non è un mistero, che sono sempre stato piuttosto critico riguardo talune scelte operative, di contenuti e di personale della SSR, soprattutto dell’emittente di Comano che ovviamente conosco meglio. Sarebbe a mio avviso un errore mettere la testa sotto la sabbia e ignorare, magari con malcelato fastidio, un innegabile disagio che si respira a sud delle Alpi, emerso per altro in modo chiaro in occasione della votazione sul referendum contro la revisione della legge federale sulla radiotelevisione avvenuta nel 2015.
Confido pertanto che una volta superato lo scoglio dell’iniziativa popolare che mira a limitare il raggio d’azione della SSR, si ri-apra, ma questa volta per davvero, una discussione soprattutto sui contenuti dell’offerta dell’ente radiotelevisivo, inclusa la RSI. Per farlo bisognerà comunque accettare un confronto franco e aperto, abbandonando i toni a volte autoreferenziali che spesso caratterizzano ancora l’atteggiamento della nostra emittente regionale. Proprio perché ho a cuore il futuro della SSR e della sua costola RSI, ritengo questo dibattito necessario.
Con queste considerazioni, a nome del gruppo PPD vi invito pertanto a respingere l’iniziativa popolare “Sì all’abolizione del canone radiotelevisivo” e il relativo controprogetto diretto.

Intervento al Consiglio nazionale, il 14 settembre 2017