Chiusura del Gottardo: migliaia di posti di lavoro a rischio!

La chiusura del tunnel autostradale del San Gottardo avrà effetti devastanti per il Cantone Ticino e la sua economia mettendo a rischio migliaia di impieghi. Ora abbiamo anche i dati per ribadirlo forte e chiaro. Su questa minaccia mi sono peraltro già espresso a più riprese in occasione di alcuni dibattiti cui ho preso parte in vista delle prossime elezioni federali. Dagli stessi è emerso che sul fronte degli oppositori alla realizzazione del secondo tubo troviamo chi è consapevole che la chiusura prolungata provocherà dei disagi al Ticino e chi invece parla addirittura di opportunità per il nostro Cantone. I primi confidano che con l’apertura di Alptransit, abbinata alla realizzazione delle infrastrutture per i treni navetta (che dovrebbero sorgere a Biasca e Erstfeld) in un modo o nell’altro riusciremo ad ovviare ai problemi che ne deriveranno. Dai secondi aspettiamo ancora che spieghino ai ticinesi quali sarebbero queste opportunità di cui parlano, perché fino ad oggi nessuno (e probabilmente nemmeno loro) lo ha capito.
Il Comitato di sostegno a favore del completamento del Gottardo, di cui sono uno dei co-presidenti, da tempo si batte per lanciare un ampio dibattito sulla proposta di chiusura del tunnel per almeno 900 giorni prospettata dall’oramai famoso rapporto dell’USTRA presentato dal Consiglio federale lo scorso mese di dicembre. La nostra tesi è semplice: il Ticino non può rimanere isolato dal resto della Svizzera e dal nord Europa per quasi tre anni senza un collegamento stradale sicuro e affidabile. La soluzione che noi e il mondo economico ticinese prospettiamo è la costruzione di un secondo traforo prima di iniziare i lavori di risanamento di quello attuale, in modo che, una volta ultimati i lavori, alla fine avremo due canne con scorrimento unidirezionale del traffico, senza quindi aumento della capacità. Non si tratta dunque in nessun modo di accrescere la capacità del tunnel, nel rispetto di quanto prevede la Costituzione federale ma anche di tutti coloro che giustamente con un raddoppio delle corsie temerebbero un aumento del traffico parassitario di transito, poco interessante per il nostro Cantone.

 

Gli oppositori al raddoppio vogliono illuderci che la loro soluzione è rappresentata da Alptransit, un’infrastruttura ciclopica costata ben oltre 20 di miliardi di franchi. Purtroppo ad oggi i presupposti per il trasferimento del traffico pesante non sono minimamente dati: da un lato perché Alptransit si fermerà a Lugano e dall’altro perché l’Italia (e del resto nemmeno la Germania) prevedono di realizzare le indispensabili rampe di accesso per il trasbordo su rotaia dei camion. Per quanto riguarda invece il traffico indigeno dei mezzi pesanti, sarebbe una forzatura gravida di conseguenze costringere la aziende ticinesi, rispettivamente quelle a nord delle Alpi che operano con il nostro Cantone, a dover caricare i camion sui treni. Infatti i trasporti inferiori ai 400-500 chilometri – dunque proprio quelli relativi al traffico interno – non permettono per più motivi di essere trasferiti sulla rotaia, per non parlare della mancanza di flessibilità di questa modalità di trasporto, fattore estremamente importante per molte aziende.
Non prendiamo per il naso la popolazione ticinese lasciando intendere che possiamo tranquillamente chiudere l’asse stradale nord-sud per diversi anni senza che vi siano pesanti contraccolpi per la nostra economia. Lo abbiamo di recente dimostrato attraverso un sondaggio – presentato alla stampa – al quale hanno risposto ben 515 imprese interpellate in tutti i settori (edilizia, industria, commercio, trasporti, servizi e turismo), dal quale sono emerse indicazioni molto chiare. Il dato più eloquente e preoccupante, è che il 90% delle ditte ritengono che saranno toccate da questa chiusura e che per fronteggiare le ripercussioni ipotizzate (calo della cifra d’affari, aumento dei costi di fornitura, ecc.) esse prevedono un taglio degli impieghi mediamente del 20%, corrispondente a ca. 2’000 posti di lavoro.

 

Questo sondaggio non ha ovviamente la pretesa di essere scientifico, ma testimonia in modo inconfutabile le legittime preoccupazioni del mondo economico. Non scherziamo con il fuoco! Potrebbe essere molto pericoloso.

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