Rustici e residenze secondarie: quo vadis?

Con l’accettazione da parte del popolo svizzero dell’iniziativa popolare denominata “Basta con la costruzione sfrenata di abitazioni secondarie” è stata accolta una nuova disposizione costituzionale che dall’11 marzo vieta nuove abitazioni secondarie in quei comuni in cui la quota del 20% è già esaurita.

Ci si può chiedere se una tale norma valida per tutto il territorio nazionale, che non tiene quindi conto delle importanti diversità regionali, sia compatibile con il federalismo. Obbligare tutti i cantoni ad adottare un limite di residenze secondarie massimo del 20% rappresenta a mio parere una forzatura che fa strame dell’autonomia cantonale e comunale, che la Costituzione federale dichiara comunque di voler tutelare. Un segnale preoccupante, soprattutto se consideriamo che a far pendere la bilancia a favore dell’iniziativa siano stati i cantoni più popolosi (di fatto non toccati – o solo in misura minima – dal tema posto in votazione) senza che in realtà fossero chiare le implicazioni per quelli a maggiore vocazione turistica o con situazioni particolari.

Fra questi ultimi rientra ovviamente anche il Ticino: come se non bastavano i problemi legati al franco forte e alla prospettata chiusura del Gottardo ecco che all’orizzonte si profila un’altra mannaia che si abbatterà sul settore turistico, ma anche su quello legato all’edilizia e all’artigianato.

Fra le molte questioni che questa iniziativa lascia aperte, una riguarda il destino dei nostri rustici. A ben guardare il tenore dell’iniziativa non prevede eccezioni di sorta: i rustici sono a tutti gli effetti residenze secondarie, per cui a rigore in quei Comuni in cui la quota del 20% è già stata superata (in sostanza tutti quelli delle nostre valli!) non potranno più essere riattati. Lo scorso 11 marzo, dopo alcuni decenni di battaglie politiche e giudiziali con l’autorità federale (che per altro non sono ancora concluse) potremmo quindi aver recitato il requiem per i rustici ticinesi.

La preoccupazione, in particolare nelle nostre valli, è in effetti palpabile ed è innegabile che questo sia un colpo durissimo inferto all’economia delle regioni di montagna e – non da ultimo – alle nostre tradizioni. A ciò si aggiunge la decisione – a mio parere discutibile – del Dipartimento federale dell’ambiente, dei trasporti, dell’energia e delle comunicazioni di mettere in vigore dall’11 marzo la nuova disposizione e di conseguenza di sospendere da subito il rilascio le licenze edilizie per le abitazioni secondarie nei Comuni.

Sembra pertanto chiaro a questo stadio che il margine di manovra a disposizione delle autorità cantonali per trovare una soluzione che renda compatibile il nuovo vincolo costituzionale con le esigenze locali sarà molto ridotto.

La frittata oramai è fatta per cui a questo punto non ci rimane che impegnarci su tutti i fronti, sia a livello della politica federale che di quella cantonale, per ottenere degli allentamenti rispetto al rigido principio approvato dal popolo svizzero. In questo senso auspico che il Dipartimento del territorio del Cantone Ticino – d’intesa con la Deputazione alle Camere federali – si attivi subito presso il Dipartimento federale affinché sul piano concreto dell’attuazione siano garantiti il diritto alla proprietà e alla libertà economica, entrambi alla base di una politica di tutela di quel patrimonio culturale rappresentato dai nostri rustici.

Per i rustici il De profundis potrebbe purtroppo essere stato intonato: apprestiamoci quindi ad affrontare una nuova difficile battaglia nella quale, mi auguro, il nostro Cantone saprà presentarsi compatto a difendere gli interessi dei ticinesi!

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale PPD

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