Requiem per i rustici ticinesi?

Lo scorso fine settimana il popolo svizzero ha accettato con una risicatissima maggioranza (50.4%) l’iniziativa popolare denominata “Basta con la costruzione sfrenata di abitazioni secondarie”.

La mappa del voto indica chiaramente che su questo tema si è formato un “Gotthardgraben”, con i cantoni alpini e quelli della svizzera centrale contrari all’iniziativa, mentre gli altri (in particolare quelli maggiormente urbanizzati) favorevoli.

Premesso che la volontà popolare va rispettata, ci si potrebbe legittimamente domandare se iniziative come quella promossa da Franz Weber, che impongono a livello federale regole uniformi per tutto il territorio nazionale, quindi senza tenere conto delle importanti diversità regionali, siano compatibili con lo spirito federalistico svizzero.

Obblifare tutti i cantoni ad adottare un limite di residenze secondarie massimo del 20% rappresenta una forzatura che fa strame dell’autonomia cantonale e comunale, che la Costituzione federale dichiara comunque di voler tutelare. Un segnale preoccupante, soprattutto se consideriamo che a far pendere la bilancia a favore dell’iniziativa siano stati i cantoni più popolosi (di fatto non toccati – o solo in misura minima – dal tema posto in votazione) senza che in realtà fossero chiare le implicazioni per quelli a maggiore vocazione turistica o con situazioni particolari.

Fra questi ultimi rientra ovviamente anche il Ticino: come se non bastavano i problemi legati al franco forte e alla prospettata chiusura del Gottardo ecco che all’orizzonte si profila un’altra mannaia che si abbatterà sul settore turistico, ma anche su quello legato all’edilizia e all’artigianato.

Fra le molte questioni che questa iniziativa lascia aperte, una riguarda il destino  dei nostri rustici. A ben guardare il tenore dell’iniziativa non prevede eccezioni di sorta: i rustici sono a tutti gli effetti residenze secondarie, per cui a rigore in quei Comuni in cui la quota del 20% è già stata superata (in sostanza tutti quelli delle nostre valli!) non potranno più essere riattati. Lo scorso 11 marzo, dopo alcuni decenni di battaglie politiche e giudiziali con l’autorità federale (che per altro non sono ancora concluse) potremmo quindi aver recitato il requiem per i rustici ticinesi.

La preoccupazione, in particolare nelle nostre valli, è in effetti palpabile ed è innegabile che questo sia un colpo durissimo inferto all’economia delle regioni di montagna e – non da ultimo – alle nostre tradizioni.

I sostenitori dell’iniziativa si sono subito affrettati ad assicurare che nell’ambito della legge di applicazione si dovrà tenere conto delle specificità regionali.

Difficile dire quale sia il margine di manovra per trovare una soluzione che possa salvaguardare la possibilità di riattare i rustici, sempre che venga risolto l’annoso contenzioso con l’amministrazione federale. Personalmente non nascondo una certa preoccupazione, corroborata dalle esperienze fatte in questi anni (e non solo in materia di rustici!).

La frittata oramai è fatta per cui a questo punto non ci rimane che impegnarci su tutti i fronti, sia a livello della politica federale che di quella cantonale, per ottenere degli allentamenti rispetto al rigido principio approvato dal popolo svizzero.

Per i rustici  il De profundis  sembra purtroppo intonato: apprestiamoci quindi ad affrontare una nuova difficile battaglia nella quale, mi auguro, il nostro Cantone saprà presentarsi compatto a difendere gli interessi dei ticinesi!

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale PPD

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