E se capitasse durante i 900 giorni di chiusura della Galleria?

Una frana nei pressi di Gürtnellen, qualche masso rimasto in sospeso sulla roccia, e voilà per motivi di sicurezza scatta il blocco dei treni sull’asse nord-sud del Gottardo. La perturbazione ha provocato la soppressione dei collegamenti ferroviari ed inevitabili ritardi. I viaggiatori e le merci da e per l’Italia sono stati dirottati verso il Sempione, mentre nel canton Uri è circolato un servizio sostitutivo di autobus. Solo quattro giorni dopo è stato deciso di riaprire la linea. Tornando proprio giovedì scorso da Berna, grazie ad un occasionale passaggio, un’autovettura ferma nel Gottardo per una foratura è bastata per formare lunghe colonne all’interno e all’esterno della galleria. In quei minuti il mio pensiero è andato a un giorno qualunque durante i 900 di prospettata chiusura della galleria stradale per un suo radicale risanamento e ad una frana che si abbatte su un tratto di ferrovia provocandone la chiusura. Che farebbe il Ticino senza quell’unica via di transito? Rimarrebbe tagliato fuori da qualsiasi collegamento con il nord delle Alpi magari per qualche settimana: detti in termini più chiari resteremo completamente isolati dal resto della Svizzera, con un danno enorme alla nostra economia, al commercio e al turismo.

Oggi appare chiaramente che il processo di ristrutturazione della mobilità di merci e persone non può riguardare soltanto la cosiddetta politica di trasferimento su rotaia. I risultati finora ottenuti, dopo investimenti miliardari, sono deludenti: rispetto all’articolo costituzionale che fissa un tetto massimo di 650 mila autotreni in transito da raggiungere nel 2009, il traffico effettivo – come ha confermato la Consigliera federale Leuthard a una mia domanda – è già oggi il doppio e tale da far cadere definitivamente l’obiettivo di contenimento iniziale, e si assesterà nella migliore a 1.3 milioni di convogli l’anno.

Mi pare quindi logico, senza poter entrare nel dettaglio, che il tema di Alptransit e della politica di trasferimento su rotaia non può essere affrontato scartando a priori l’alternativa stradale. Condizionare il destino economico del nostro Cantone, anche per “soli” tre anni, al solo traffico su rotaia (lo abbiamo testato questa settimana e anche in un passato recente), sarebbe una decisione miope ed irresponsabile che condannerebbe la nostra economia alla lenta asfissia. Tanto più che l’evoluzione del traffico europeo è tale da rendere inadeguata qualsiasi scelta che favorisca unicamente un vettore a scapito di un altro.

Ho letto di recente che una neonata coalizione “Per un collegamento Sud-Nord sostenibile e scorrevole” ritiene catastrofiche le implicazioni ambientali di un’eventuale costruzione del secondo traforo, soprattutto per l’impatto che avrebbe sull’inquinamento dell’aria nel Mendrisiotto, mentre giudica interessante la possibilità di mantenere in futuro la piattaforma di trasbordo di Biasca destinata a gestire il sistema delle navette.

Ora, non so se la suddetta coalizione ha mai analizzato la planimetria che illustra la futura piattaforma. A Biasca, una delle quattro previste in zona alpina, dovrebbero snodarsi a lato dell’autostrada A2 sei binari, ognuno dei quali accessibili da più strade, aree di sosta per ca. 75 camion, diverse installazioni tecniche, tre chilometri di aree di attesa sull’A2 per i mezzi pesanti in attesa del trasbordo. La piattaforma sarà illuminata tutta la notte per consentire il transito continuo di 38 locomotive, 38 carri-passeggeri e 400 vagoni di carico. Vi sarà verosimilmente anche un allentamento del divieto di circolazione notturno dei veicoli pesanti sull’autostrada per consentire il transito di camion e treni. Il tutto per la bellezza di quasi 80 mila metri quadrati che di botto sacrificheranno importanti terreni agricoli e forestali d’interesse federale.

Anche nel caso in cui l’impatto paesaggistico della stazione fosse inferiore a quanto descritto, la sua presenza modificherà radicalmente la fisionomia della Riviera, sottraendo spazio per l’insediamento di eventuali nuove industrie in cambio di pochi posti lavoro. Definire da un lato “catastrofica” la costruzione di un secondo traforo sotto il Gottardo, che ricordo ancora una volta, impedirebbe l’isolamento del cantone assicurando nello stesso tempo un collegamento sicuro, e dall’altro salutare l’insediamento permanente d’impianti di carico e scarico, piazzali di attesa degli automezzi pesanti in arrivo dal sud dell’Europa, che verrebbero incolonnati da Biasca in giù, denota di una visione ideologica profondamente schizofrenica della realtà. Non capisco poi il perché di quest’atteggiamento accomodante nei confronti dell’Italia, quando tutti sanno che toccherebbe alla Penisola costruire questi interporti allo scopo di sgravare le vie di transito europee, un obiettivo questo che dovrebbe mettere d’accordo soprattutto gli ambientalisti. Ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

 

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale PPD,

Co-presidente del Comitato per il completamento del San Gottardo

Pubblicato in La Regione, 24 marzo 2012

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