Ecopop: No a un’iniziativa estrema e neocolonialista!

Mancano poche settimane e per la seconda volta quest’anno siamo chiamati ad esprimerci alle urne sul tema dell’immigrazione. Il 9 febbraio ha però mischiato, e non poco, le carte sul tavolo. Così anche l’iniziativa Ecopop, lanciata da un manipolo di persone che credono di salvare il mondo riducendo drasticamente l’immigrazione in Svizzera (fra l’altro anche con la pretesa di intervenire nella pianificazione familiare dei paesi del terzo mondo!) assume un significato del tutto diverso da quanto si poteva immaginare non troppo tempo fa.

Il risultato di febbraio e i primi sondaggi in vista della votazione del 30 novembre confermano qualcosa che in Ticino sappiamo da tempo: l’immigrazione, la sovrappopolazione, ma soprattutto i problemi collaterali ad essi connessi sono più al centro che mai delle preoccupazioni degli Svizzeri. Per noi a Sud delle Alpi – in una situazione comunque piuttosto differente rispetto al resto del paese – questa non è una notizia negativa. Fino a non poco tempo nella Berna federale gli accenni a potenziali scompensi dovuti all’immigrazione venivano sistematicamente negati o, nella migliore delle ipotesi, ignorati. Oggi invece sembrano essere in cima alla lista delle questioni da risolvere di ogni politico a livello nazionale. I grattacapi per l’economia, per le relazioni con l’UE, per quelle tra i diversi Cantoni sono numerosi e complessi, ma vanno pragmaticamente e celermente risolti. Il segnale in relazione all’iniziativa contro l’immigrazione di massa è stato, seppure di strettissima misura, uno di quelli forti, di cui si dovrà tener conto. Come verrà messo in atto questo testo votato dal popolo? È presto per dirlo, anche se alcuni elementi sono da tempo molto chiari: si dovrà regolare sia l’immigrazione sia il frontalierato, così come previsto dall’iniziativa. La quadratura del cerchio, ovvero come rispettare la volontà popolare e nel contempo salvaguardare gli accordi bilaterali, appare estremamente difficile. Ancora una volta, trasporre in legge un simile testo costituzionale sarà un esercizio che richiede doti di grande equilibrismo e dubito fortemente che il risultato finale troverà il consenso dei suoi promotori. Non a caso l’iniziativa stessa prevede un termine di tre anni per la sua attuazione.

Ma torniamo ad Ecopop. Come si inserisce questa iniziativa in un simile contesto? Il minimo che si possa dire è che ci troviamo davanti a un testo dai contenuti estremi, con rigurgiti che non esito a definire di stampo colonialista. È difficile dare infatti un’interpretazione diversa alla proposta di destinare 200 milioni di franchi ogni anno per la pianificazione familiare nei paesi sottosviluppati. La domanda che bisognerebbe porsi è la seguente: ma chi siamo noi per imporre o limitare le nascite di altre nazioni? Vi è poi un altro problema che i ticinesi farebbero bene a considerare: l’iniziativa Ecopop regola sì in modo concreto, e per altro drastico, l’immigrazione ma non spende una sola parola sullo spinoso problema del frontalierato. Insomma, secondo gli inziativisti il traffico e l’inquinamento sono problematici solo se causati da chi risiede in Svizzera, non da chi giorno per giorno vi giunge per lavorare. A dirla proprio tutta, alcuni loro esponenti si sono addirittura azzardati a rimarcare che il frontalierato possa costituire una buona soluzione per adattarsi alle necessità sociali ed economiche.

Proprio ora che oltr’alpe non è passata inosservata la proporzione con cui in febbraio ci siamo espressi per una regolamentazione dell’immigrazione – vedi frontalierato – posizione che come Deputazione ticinese abbiamo spiegato nelle sue ragioni ad ogni occasione che si presentava, accettare Ecopop in Ticino ci squalificherebbe completamente. Infatti, chi crede che con un sì ad Ecopop giunga un’ulteriore segnale a Berna sbaglia fortemente: le votazioni non sono fatte per dare segnali ma per prendere decisioni. Stiamo dunque attenti a non scherzare con il fuoco perché prima o poi arrischiamo di bruciare quello che, con tanta fatica e con molti sacrifici, abbiamo costruito negli ultimi decenni. La politica delle maniere forti, quella che privilegia i toni urlati al dialogo e alla ricerca del compromesso non ha mai risolto anche un solo un solo problema. A maggior ragione oggi quando la priorità è proprio quella di dare risposte pragmatiche e praticabili alle sfide con le quali siamo confrontati.

Fabio Regazzi, Consigliere nazionale PPD e imprenditore

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