Discorso presso la Società Svizzera di Milano, in vista dei festeggiamenti del 1° di agosto 2013

L’Italia, la Svizzera e il Ticino

 

Signor Console generale, Massimo Baggi,

Signor Presidente della Società Svizzera di Milano, Jean Pierre Hardegger,

Gentili signore, egregi signori,

e soprattutto care e cari Concittadini residenti a Milano e nel milanese,

 

Sono per me un grande onore e un privilegio, ma soprattutto un piacere personale, poter festeggiare con voi il Primo di Agosto e vi sono grato per questa opportunità. È la prima volta che vengo invitato a commemorare l’anniversario della nostra Patria con due settimane di anticipo e per di più all’estero.

Il giorno della Festa nazionale è comunque sempre un momento di riflessione.

È un giorno speciale perché è il momento di ravvivare le tradizioni e rinnovare i legami con il Paese natale. È il giorno in cui dare spazio all’orgoglio, all’amore per la Patria e magari a un po’ di nostalgia.

“La patria degli altri va rispettata, ma la propria bisogna amarla!” recita una massima che mi ha accompagnato durante la mia formazione e ora anche nella mia carriera politica di eletto a Berna.

Come ben sapete, la Svizzera vive da sempre dei propri scambi con altri Paesi. Numerosi sono gli Svizzeri che con una grande capacità di adattamento si sono trasferiti e hanno portato il loro bagaglio di conoscenze e di capacità in altre realtà. A Milano i nostri antenati sono emigrati per motivi economici, dove ancora oggi esercitano mestieri diversi.

Nel corso dei decenni il cantone Ticino, il lembo di Svizzera più vicino a voi, tra errori e ritardi, ha saputo emanciparsi dalle pesanti gabbie della tradizione ed agganciare i suoi vagoni alle due locomotive che sbuffavano alle sue porte: quella svizzero-tedesca e quella lombarda. Basti pensare al passaggio dalle mulattiere alla ferrovia, poi all’autostrada e alla linea superveloce di AlpTransit.

La Svizzera intrattiene relazioni con l’Italia da 150 anni. È stato il secondo paese, dopo la Gran Bretagna, a riconoscere lo Stato italiano. In questo rapporto il Ticino ha sempre avuto una posizione centrale, fungendo da ponte tra i due paesi grazie alla sua identità linguistica e culturale. Il Ticino per lungo tempo periferia, nella seconda metà del XX secolo è diventato una regione integrata e raccordata a Zurigo e Milano.
Particolarmente intenso è lo scambio lungo il confine in comune, dove più di 63’000 transfrontalieri dall’Italia vanno a lavorare quotidianamente in Svizzera, di cui 55’000 in Ticino. Questo piccolo esercito di lavoratori dà un contributo importante all’economia cantonale, ma pone anche qualche problema di mobilità, di dumping salariale e alimenta forti tensioni politiche.

Questo fenomeno sta assumendo – per l’effetto di sostituzione della manodopera indigena e per la diffusione di falsi indipendenti (i cosiddetti “padroncini”) –  delle proporzioni inquietanti, alimentando nel Cantone la paura nei confronti di una frontiera diventata troppo permeabile a seguito degli accordi di libera circolazione.

Non faccio mistero del fatto che i rapporti del Ticino con l’Italia siano nell’ultimo decennio improntati a una grande diffidenza da parte ticinese.

Negli ultimi anni sono infatti affiorate delle ruggini: i negoziati sulla revisione dell’accordo sulla fiscalità tra Svizzera e Italia sono sempre in stallo, così come la questione dei ristorni dei frontalieri. Dal canto suo l’Italia mantiene le black list nei confronti delle aziende elvetiche. Mentre l’Expo 2015, il fiore all’occhiello della cooperazione transfrontaliera, fatica a darsi un’identità chiara, per lo meno agli occhi del Cantone Ticino.

Accanto a queste difficoltà, impressionano però altre cifre che denotano una realtà diversa, sempre viva e operosa.

Oggi l’Italia è il secondo partner commerciale della Confederazione, dopo la Germania, con uno scambio di oltre 30 miliardi di franchi e con un saldo di quasi 3 miliardi a favore della Penisola nel 2011. Si tratta di cifre enormi che vanno poi affiancate ad altri dati altrettanto importanti: con investimenti diretti per 20 miliardi di franchi, la Svizzera, nono paese investitore in ordine di importanza, ha creato oltre 76’000 posti di lavoro in Italia nel 2010. Nello stesso anno, l’Italia ha investito cinque miliardi di franchi occupando 14’000 persone in Svizzera.
Questa intensa collaborazione tra i due paesi proseguirà nei prossimi anni, soprattutto nel settore dei trasporti, ambito che rientra tra le mie competenze di Consigliere nazionale dal momento che siedo nella commissione parlamentare dei trasporti e delle telecomunicazioni.

Non intendo soffermarmi sul progetto Stabio-Arcisate, che dovrebbe collegare il Ticino all’aeroporto di Malpensa con un  investimento complessivo di ca. 220 milioni di euro[1]. La fine dei lavori fissata per il 2013, slitterà al 2014 o addirittura 2015, probabilmente dopo l’Expo… (nonostante le rassicurazioni di questi giorni) ed è facile presumere che le polemiche non siano ancora terminate.

Cito invece un altro progetto più importante per noi, ma forse meno conosciuto da voi amici svizzeri all’estero e italiani: si tratta della politica di trasferimento delle merci dalla strada alla rotaia perseguita dalla Confederazione da alcuni decenni. Con la costruzione in Svizzera della nuova linea di base del San Gottardo e il tunnel ferroviario più lungo del mondo (Nuova trasversale ferroviaria alpina, meglio nota come Neat), che sarà inaugurato nel 2016, la Svizzera punta infatti a trasferire gran parte del traffico pesante d’Europa dalla strada alla ferrovia. O almeno questo è l’auspicio. Infatti, sia a nord, in Germania, sia a sud, in Italia, i cantieri di collegamento alla grande arteria languono con il rischio che la Neat, una volta in funzione rimanga un’opera monca.

Permane dunque la necessità – che ha oramai assunto contorni preoccupanti – di prolungare la linea sul territorio italiano, e di assicurare dei terminali di carico merci nel Nord Italia per concretizzare la politica di trasferimento su rotaia della Confederazione.

A tale scopo, il Consiglio federale ha chiesto al Parlamento svizzero di stanziare quasi un miliardo di franchi per l’ampliamento delle gallerie sulla tratta del Gottardo; un quarto della somma è destinato ad eliminare i colli di bottiglia in territorio italiano, lungo la tratta Chiasso – Milano, e quella di Luino, tra Ranzo e Gallarate/Novara. Secondo le previsioni, il nuovo corridoio allargato dovrebbe permettere il trasferimento dalla strada alla rotaia di 160’000 semirimorchi in più all’anno.

Nei prossimi mesi, se tutto va bene, il Parlamento svizzero dovrà autorizzare il Consiglio federale a concludere con l’Italia un corposo accordo per il finanziamento degli ampliamenti e consentire il transito di merci sino ai terminali di carico citati. Non faccio mistero che questo aspetto del finanziamento su territorio italiano sta facendo storcere il naso a diverse persone, poco favorevoli a stanziare fondi per progetti all’estero, anche alla luce delle acredini di cui dicevo.

Non posso poi non parlare di politica dei trasporti senza menzionare un altro progetto fondamentale e controverso: il risanamento della galleria autostradale del San Gottardo. Sapete che dopo 23 anni di onorato servizio il tunnel abbisogna di un importante risanamento che potrebbe causarne la chiusura totale per almeno tre anni!

Dopo lunghe discussioni il Consiglio federale, lo scorso anno, si è espresso favorevolmente alla costruzione della seconda canna, motivando tale scelta con l’esigenza di risanare il tunnel attuale, e garantire il collegamento nord-sud senza azzardare delle alternative ben peggiori e più problematiche della costruzione di una nuova galleria. Ricordo che la nostra Costituzione non consente un aumento della capacità di transito attraverso le Alpi, per cui il traffico sarà unidirezionale per ogni tubo.

Va altresì considerato che per le relazioni nord-sud, quella del completamento della galleria autostradale del San Gottardo è la soluzione migliore affinché i nostri traffici e scambi non subiscano interruzioni.

Con ogni probabilità, nel 2015 il popolo svizzero, qualora il Parlamento approvasse la proposta del CF, dovrà quasi certamente esprimersi sul risanamento del Gottardo e il suo completamento. In tal senso ritengo che anche questa questione sia paradigmatica per le pesanti ripercussioni che avrà sul futuro del cantone Ticino e sul tenore delle relazioni con l’Italia.

 

Care concittadine, cari concittadini,

la storia insegna che gli Stati hanno generalmente problemi con i vicini. Perché è con i vicini che ci sono i legami, le transazioni, gli scambi più stretti. E perché questo? Perché, anche se può apparire paradossale, “quando ci si capisce, nascono i problemi”. La quantità e l’intensità degli scambi tra la Svizzera e l’Italia è tale da produrre inevitabilmente delle aree di attrito. Noi siamo in Europa fra i paesi che hanno i contatti più intensi. La metà delle cose che la Svizzera fa, in qualsiasi ambito, le fa con i suoi vicini. Ben due terzi con l’Unione Europea, e il rimanente con il resto del mondo. Più si lavora insieme, più crescono le questioni da risolvere. Ciò ci obbliga ad essere attenti al modo in cui trattare i nostri vicini, e lo dico come Svizzero che nel 2002 si è espresso contro l’entrata del mio paese nell’ONU. Perché a mio parere non sono tanto le relazioni multilaterali a fare la qualità di una politica estera, quanto la cura con la quale si impostano le proprie relazioni bilaterali, soprattutto con i nostri vicini. E su questo punto il nostro Paese non fa abbastanza!

Trovo sorprendente ad esempio che nel Dipartimento degli esteri si dispongano forse di cinque diplomatici per le relazioni di vicinato, e sono quasi caduto dalla sedia quando ho letto in un’intervista[2] all’allora Segretario di Stato a capo delle diplomazia elvetica, Peter Maurer, che solo uno di questi si dedica ai rapporti con l’Italia, a fronte dei circa trecento impiegati che si occupano delle relazioni con gli altri paesi. Questo squilibrio va corretto perché non possiamo mantenere le nostre relazioni con uno dei nostri migliori vicini, come quelle che abbiamo con qualunque altro Stato delle Americhe o dell’Indocina.

Dobbiamo lavorare di più per farlo e investire più energie, più attenzione e anche più personale. E non solo nel senso di migliorare la nostra immagine come Svizzera, ma per concretizzare progetti come quelli che vi ho illustrato, fondamentali per il nostro destino.

La maggior parte degli svizzeri percepisce l’Italia come luogo di ferie, e forse anche viceversa. Noi nuotiamo in Italia, molti italiani sciano in Svizzera. La sfida per il futuro è rendere noi svizzeri e gli italiani consapevoli della necessità di riconoscersi come importanti partner economici, politici e culturali. È infatti fondamentale risolvere i problemi prima che diventino troppo grandi.

Sono del parere che la politica elvetica ha colpevolmente trascurato i rapporti con l’Italia: è venuto il momento di riprendere un dialogo forte, costruttivo, con i nostri vicini e amici più prossimi. E in quanto deputato al Parlamento svizzero intendo operare in tal senso: di recente ho infatti presentato una proposta al Consiglio federale per istituire la figura di Segretario di Stato della politica dei trasporti con il preciso compito di occuparsi dei progetti di mobilità con i nostri vicini, in particolare l’Italia. Un’altra proposta su cui sto riflettendo riguarda la creazione di una piattaforma italo-svizzera permanente che si occupi di tutti gli aspetti economici, commerciali che interessano i nostri due Paesi.

 

Caro Console,

cari concittadine e concittadini,

nei primi 150 anni di relazioni diplomatiche italo-svizzere i rapporti sono stati all’insegna della cordialità, seppur con inevitabili momenti di tensione.

Per il futuro occorre da subito rilanciare le nostre relazioni privilegiate con l’Italia, soprattutto sulle questioni importanti che ci dividono. E questo nell’interesse di tutti.
Grazie dell’attenzione, buon Primo d’Agosto a tutti, e viva la Svizzera!

 

Milano, Centro Svizzero, 18 luglio 2013.



[1] Fonte: comunicato stampa delle Ferrovie dello Stato del 24.7.2009. La Svizzera finanzia con 184 mio. di franchi, 95 mio. a carico del Cantone.

[2] In: “L’importanza di essere Svizzera”, Limes, rivista italiana di geopolitica,  anno 3, n. 3, dicembre 2011

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