Saluto in occasione dell’inaugurazione dell’esposizione Andy Rocchelli

Monte Carasso, Spazio Reale, 19 settembre 2014

 

–        Fa stato il discorso pronunciato –

Gentile famiglia di Andy

amiche e amici di Andy e di Spazio Reale

tra i numerosi discorsi, interventi e saluti che ho portato nella mia trentennale carriera politica, questo è il primo che rivolgo all’inaugurazione di un’esposizione fotografica.

Ho quindi raccolto l’invito con grande piacere ma anche con un sentimento frammisto di rispetto e umiltà.

Rispetto perché esprimersi di fronte alle immagini e al lavoro che ci ha lasciato un giovane fotografo ucciso dalle schegge di un mortaio all’età di appena 30 anni, ci dovrebbe invitare al silenzio o quanto meno  a soppesare ogni parola per evitare di svilirne la memoria e la testimonianza che ci lascia.

Provo anche un sentimento di umiltà di fronte alle immagini, ai pezzi di storia che Andy Rocchelli ha colto attraverso il suo obiettivo. Sono foto dure, alcune violente, ma maledettamente vere. Sono foto crude perché la guerra che raccontano è brutale, e deprecabili sono la violazione dei diritti umani e le ingiustizie soprattutto quando compiuti contro i più deboli.

Del resto, come è stato ricordato, il fotografo è colui che racconta le storie senza ricorrere alle parole, ma solo attraverso alle immagini. Non ho perciò la presunzione di formulare un giudizio sulle fotografie, ma desidero esprimere alcune mie considerazioni personali suggerite dalla visione di questa esposizione. Pensieri che mi colgono durante i toccanti reportages di Gianluca Grossi. Mi chiedo sempre se un reporter quando guarda attraverso l’obiettivo e scruta per fissare l’inquadratura migliore pensa alla morte. Alla morte che potrebbe coglierlo di sorpresa mentre svolge la sua missione, una missione di vita come lo era per Andy.

Nel confort del nostro vivere quotidiano, quale forza della passione può muovere un giovane uomo a rischiare la vita per raccontarci un pezzo di storia?

Eppure questo bisogno di testimoniare la verità tramite le immagini riveste un immenso valore per noi che ci muoviamo in condizioni di vita privilegiate, e di cui a volte e senza motivo ci lamentiamo.

Non possiamo quindi rimanere indifferenti di fronte a chi rischia la propria vita per delle sequenze che ritraggono violenza, isteria, degrado e desolazione umana.

Il valore di queste immagini risiede infatti nella loro capacità di aprirci agli altri, di parlarci e di comunicare a noi cose, luoghi e situazioni che crediamo lontanissime dalla nostra realtà e che invece non lo sono. Sloviansk, la località dove Andy Rocchelli è stato ucciso, è a una trentina di ore di auto da qui (circa 2800km, la medesima distanza tra Monte Carasso-Madrid e ritorno), nel centro dell’Europa.

Per noi politici, concentrati sui problemi del nostro Paese, il che non è di per sé sbagliato, queste immagini ci smuovono, sollecitano la nostra immaginazione e sensibilizzano di fronte a un fenomeno grave. Aiutano ad inquadrare una tragedia ed agire con gli strumenti che abbiamo a disposizione, invero non molti.

Ad esempio, presentando atti parlamentari al Governo federale per chiedere chiarimenti, invitarlo a una presa di posizione e agire stanziando aiuti umanitari. Purtroppo i pregi e i limiti della nostra democrazia non ci consentono margini manovra più ampi, ma è già qualcosa.

Recentemente, dopo aver visto immagini e reportages riguardo la sofferenza delle minoranze cristiane nel Medio Oriente, ho presentato un’interpellanza per chiedere al nostro Governo cosa ha intrapreso per aiutare queste popolazioni così duramente colpite. Questo per dire che le testimonianze di voi fotoreporter (rivolgendoti a Gianluca) contribuiscono a svelare una realtà a noi ignota, e inducono noi politici ad agire con gli strumenti democratici a disposizione.

 

Più in generale la forza delle fotografie ha anche un carattere simbolico. Chi non ricorda la foto che ritrae un piccolo uomo cinese in mezzo a Piazza Tiananmen che ferma la fila di carri armati? Questo scatto è diventato un’icona, un simbolo dell’uomo che sfida uno Stato dispotico e protesta contro la corruzione e la mancanza di libertà di espressione in Cina.

Questa è cari amici la forza del fotogiornalismo: quella di poter cambiare la percezione di un problema e di darle una lettura più universale.

Voglio concludere con un dilemma che mi ha tormentato riordinando questi pensieri: nel bombardamento mediatico cui siamo sottoposti, in cui le immagini arrivano a centinaia, migliaia, all’interno delle nostre sicurezze, qual è la differenza tra le fotografie di questa esposizione e quelle che ci impongono sino alla nausea i telegiornali della sera?

A mio modesto giudizio la linea sottile che li separa è la loro capacità di risvegliare le nostre coscienze: quelle del TG scivolano come l’acqua sui sassi, quelle viste stasera ci spingono a fareciò che davvero dovremmo fare: porre e porci delle domande!

Se il mondo mediatizzato rischia di anestetizzare le nostre coscienze queste fotografie hanno il pregio di risvegliarle.  Più le guardo più queste immagini mi si appiccicano addosso e fanno male, perché lasciano una memoria.

Allo stesso tempo occorre però riconoscere che il fotoreporter da solo non riesce a risolvere i conflitti. Tocca ai politici intervenire, e in questo la piccola Svizzera ha uno spazio di manovra limitato, se non quello di invitare al dialogo o apportare aiuti per alleviare le sofferenze.

In tal senso, le foto aiutano le coscienze di noi politici a rimanere vigili sui drammi che accadono a qualche centinaia di chilometri alle nostre frontiere. Dopotutto i fotoreporter sono persone che per noi vanno attivamente a caccia di storie, e le storie raramente accadono fuori dalla finestra.

Un augurio sincero a tutti voi di poter apprezzare questa esposizione e di fare tesoro di tutte le domande che sollevano affinché il sacrificio di Andy Rocchelli assuma quel valore simbolico ed universale che giustamente gli spetta.

 

Fabio Regazzi

Consigliere nazionale

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