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Intervento al Comitato straordinario cantonale PPD

Care amiche e amici del PPD

è notizia di settimana scorsa la presentazione del rapporto La scuola che verrà – idee per una riforma tra continuità e innovazione, presentato dal capo del DECS, senza, pare, consultare i colleghi di Governo…

In Ticino si torna quindi a parlare di riforma del sistema scolastico per cercare di ridare alla scuola il ruolo che le compete dopo anni di fiacchezza.

Ciò detto, di questo progetto che porta il titolo ambizioso (La scuola che verrà), mi preme sottolineare tre criticità.

Educare oggi per quale società del domani? La sfida  posta alla scuola oggi è quella di tradurre in contenuti e approcci didattici efficaci i pilastri culturali che contraddistinguono la nostra società. Tuttavia, è indubbio che al di là dei contenuti, le modalità con le quali ci confrontiamo oggi sono quelle di una società fortemente mediatizzata, competitiva che ci misura, valuta e confronta tra individui, paesi e continenti. Sono quindi contrario a una riforma che mira nel nome dell’”equità” e della “democrazia” all’appiattimento degli alunni indipendentemente dalle loro capacità e attitudini per promuovere alla classe successiva la totalità degli allievi. La vera democrazia dovrebbe, invece, consistere nel dare a tutti l’opprtunità di sviluppare adeguatamente le proprie capacità in base alle proprie attitudini, anche ricorrendo a delle classi differenziate. Differenziare non significa per niente discriminare!

E vengo alla seconda considerazione:

Il merito. Ristabilire la meritocrazia nella scuola (come peraltro esiste in gran parte dei settori della nostra società), è a parer mio fondamentale: tra gli studenti, ma ancor più tra gli insegnanti. La valutazione dovrebbe continuare a tenere conto degli studenti, in un certo senso i clienti del sistema scuola, misurandone la performance e la crescita sotto la guida di un determinato insegnante. Togliere la licenza elementare e la licenza al termine della scuola dell’obbligo come proposto dal DECS mi sembra assurdo. Già oggi il Ticino ha un grado di liceizzazione altissimo, ma il tasso di bocciatura in prima liceo si aggira attorno al 30%! Non oso immaginare cosa succederà con la decisione di essere meno rigidi nell’accesso ai licei e al secondario II.

Lingue. La scuola ha sete di competenze specifiche, e tra queste figurano pure le lingue nazionali, in particolare il tedesco, fondamentale per una minoranza come la nostra, costretta a interagire con i cantoni a nord delle Alpi. Purtroppo questa lingua, che ci apre al mondo universitario e economico, è del tutto assente dai nostri programmi sino alle scuole medie. Ed è così da sempre, anche se il mondo è cambiato e la nostra dipendenza economica con l’Oltralpe aumentata.

 

Care amiche e amici,

mi fermo qui e volutamente non entro nel merito dello spinoso capitolo della storia delle religioni: osservo però che l’impostazione ideologica alla base della riforma della scuola non è distante da quella che regge la proposta del medesimo dipartimento riguardo l’ora di religione. L’abbandono delle due ore di religione confessionale al mese proposto da Bertoli, denota la medesima tendenza in atto a voler aumentare l’offerta d’insegnamento e nel contempo appiattirne i contenuti, parificando religioni tradizionali e comunità con radici all’estero, come se la nostra tradizione cristiana fosse merce di cambio al pari di confessioni di qualche punto % di adepti tra la popolazione ticinese.

Per concludere, dalla creazione dell’inchiesta PISA il nostro Cantone ha sempre e solo registrato risultati mediocri, tra i peggiori a livello svizzero, e al di sotto della media OCSE. La spiegazione addotta è sempre stata di voler mantenere se non rafforzare nella scuola la sua natura inclusiva per poter al meglio gestire l’eterogeneità e gli allievi che fanno fatica.

A me sembra che alla luce di questi risultati impietosi, una nuova riforma dovrebbe iniziare con il chiedersi se il tanto osannato metodo “inclusivo” non abbia fatto il suo corso.

Sono anch’io favorevole a un sistema scolastico “democratico”, di “pari opportunità”, ma non credo che queste finalità debbano essere perseguite attraverso la soppressione di valutazione e licenze.

La scuola è una priorità, ma non va sempre e continuamente confusa con la società ideale in cui tutti sono uguali e tutti sono in difficoltà.  

Come imprenditore ritengo che il futuro dei nostri giovani, in un mondo del lavoro sempre più competitivo, risieda in una formazione in linea con le esigenze del mercato del lavoro, le attitudini dei giovani che per loro natura non  devono, e per fortuna, essere tutti degli universitari, abituando i nostri giovani agli esami, alla valutazione, al misurarsi con gli altri, tutti strumenti con i quali volens noles ogni adulto di oggi e soprattutto di domani dovrà confrontarsi, in un mercato del lavoro sempre più spietato.

Ma anche insegnando loro a trarre dalle bocciature, dai fallimenti,  la forza per poi rialzarsi. Perché anche dagli errori si impara, e forse anche di più che dalle riuscite.

Solo così potremmo forgiare nuovi apprendisti, operai, impiegati e laureati, facendo leva sulle loro attitudini, e motivandoli nel loro lavoro, forti nel confronto con gli altri.

Steve Jobs nel suo celebre discorso davanti ai neolaureati di Stanford nel 2005 pronunciò le celebri parole “Stay hungry, stay foolish”(”Siate affamati. Siate folli”). Parole che ho fatto mie, e che dovrebbero fungere da motto anche per il futuro dei giovani studenti ticinesi. Concludo augurando a voi, care amiche e cari amici popolari-democratici, buone feste un sereno Natale e un 2015 ricco di soddisfazioni, non solo elettorali.

 

Sant’Antonino, 17 dicembre 2014

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