Una nuova imposta federale sulle successioni? Iniqua e pericolosa per le imprese familiari

Andremo a votare il prossimo 14 giugno sull’iniziativa “Tassare le eredità milionarie per finanziare la nostra AVS”, presentata – manco a dirlo – dall’area rosso-verde. Sulla proposta mi sono già espresso negativamente come presidente dell’Associazione industrie ticinesi soprattutto per le conseguenze che potrebbe avere per le nostre aziende, soprattutto per le imprese familiari: realtà che mi è più vicina e che ritengo di conoscere bene.
Da un punto di vista generale, premetto che sono dell’opinione che non solo sia dannoso introdurre un’imposta federale sulle successioni, ma che andrebbero addirittura eliminate le imposte di successione ancora in vigore in taluni cantoni, poiché in un Paese che già prevede l’imposta annuale sulla sostanza (una delle più elevate in Europa), sulla quale viene per altro pagata anche l’imposta sul reddito, prevedere un’imposta di successione si traduce nel tassare per la terza volta la stessa ricchezza.
Nello specifico, l’imposta di successione penalizza in particolare le imprese familiari, che rappresentano il 78% delle aziende svizzere e il 62% di quelle ticinesi. Stando a talune ricerche, nei prossimi 4-5 anni una quota rilevante pari al 20-25% delle imprese familiari affronterà il passaggio generazionale. Si tratta di aziende che operano in quasi tutti i settori dell’economia con prevalenza dell’edilizia, dell’industria manifatturiera, del commercio e del turismo, e sono state in genere fondate tra il secondo dopoguerra e la fine degli anni Sessanta del secolo scorso. Quello dell’introduzione di una nuova imposta sulle successioni è quindi un tema che interessa non poche grandi imprese ma moltissime imprese, soprattutto piccole e medie, tra cui quella della nostra famiglia, fondata nel 1946 dal nonno e sviluppata da mio padre Efrem e che l’anno prossimo raggiungerà, con la terza generazione, il traguardo di 70 anni di esistenza. Credo quindi di poter parlare con piena cognizione di causa se affermo che la successione in un’impresa familiare è un processo delicatissimo, un momento che richiede la conciliazione del ricambio generazionale con la continuità dell’impresa e che l’espone a sfide strategiche, organizzative, finanziarie oltre che alla necessità di dover risolvere o quanto meno regolare anche delle possibili tensioni tra i membri della famiglia. È dimostrato come spesso purtroppo l’esito di questo processo è negativo, soprattutto quando riguarda il passaggio dalla seconda alla terza generazione.
L’estrema difficoltà della successione, o meglio del passaggio da padre a figlio o figlia, e la successiva ripartizione di ruoli tra fratelli dovrebbe indurre lo Stato e la politica in generale a introdurre misure di sostegno o quantomeno evitare gli ostacoli a un processo che come ricordato è già di per sé irto di difficoltà. Questa iniziativa popolare invece va nel senso esattamente opposto: un’imposta sulle successioni graverebbe infatti come un macigno sugli azionisti membri della famiglia che verrebbero colpiti con una tassazione straordinaria alla quale potrebbero difficilmente far fronte senza pregiudicare la continuità dell’azienda.
Il problema non riguarda però solamente l’aliquota d’imposta (del 20%), ma anche il calcolo del valore venale dell’imponibile sulla massa ereditaria che supera i 2 milioni di franchi, soglia facilmente raggiungibile per un’azienda dotata di un minimo di beni immobili (lo stabilimento in cui viene esercitata l’attività) e mobiliari (i macchinari).
Chiudo con una riflessione che mi è stata suggerita dalla lettura di un articolo del prof. Gianluca Colombo, professore di management e imprenditorialità all’USI, che spero aiuti a comprendere bene il fenomeno delle imprese familiari e la natura delle sfide che affrontano. Un’impresa familiare è controllata da azionisti che intendono investire nell’impresa con una prospettiva di lungo periodo (spesso oltre la durata della generazione). E’ una situazione simile a quella delle fondazioni che non pongono limiti temporali alle proprie strategie. Come le fondazioni, le famiglie hanno visioni di lungo periodo, anche per quanto riguarda i propri investimenti. Questo spiega anche perché le imprese familiari siano più longeve delle imprese non familiari e siano un elemento fondamentale per la stabilità economica e sociale di un paese. Ora, mentre un’impresa controllata da una fondazione non va mai in successione, un’impresa controllata da una famiglia va in successione ogni volta che vi è trapasso di beni, azioni e responsabilità da una membro all’altro all’interno della famiglia. Le differenze di trattamento, precisa il prof. Colombo, sono comprensibili a livello giuridico (la fondazione è un ente morale, la famiglia no) ma non lo sono dal profilo economico e sociale. Per questo le conseguenze, in caso di adozione dell’imposta sulle successioni, saranno pesanti e inique, perché se per le fondazioni la transizione non implicherà il versamento di un’imposta, per le aziende di famiglia sì, mettendo a repentaglio il loro destino poiché non saranno in grado si versare l’imposta dovuta se non prelevando importanti risorse all’interno della stessa azienda, ipotecando così probabilmente irrimediabilmente il futuro.
Per tutte queste ragioni vi invito a votare di NO il prossimo 14 giugno a una nuova imposta sulle successioni, iniqua, sbagliata e soprattutto pericolosa per le aziende a conduzione famigliare e quindi per i posti di lavoro che offrono.

di Fabio Regazzi, consigliere nazionale PPD e presidente Aiti

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