Attacchi alle imprese: ma che Ticino vogliamo?

Non bastavano il franco forte e le pesanti conseguenze per le imprese e l’occupazione. Siamo arrivati al punto di vedere deputati al Gran Consiglio esultare per la chiusura di aziende e la conseguente perdita di attività economiche e posti di lavoro. È questo il Ticino che vogliamo per i nostri figli? Un Cantone in costante campagna elettorale, dove fare impresa diventa sempre più arduo a causa del progressivo degrado delle condizioni quadro e la perdita di competitività rispetto ad altri Cantoni e regioni europee? Vogliamo davvero un Cantone avvitato su se stesso, dove la polemica è il pane quotidiano e dove però le forze economiche, politiche e sociali migliori sono distolte dall’impegno di promuovere la crescita economica del Cantone e il benessere della popolazione?
Come imprenditore che ogni giorno lotta insieme ai propri collaboratori per dare un futuro all’azienda di famiglia, e dunque una prospettiva a loro, alle proprie famiglie e pure ai giovani visto che impiega 14 apprendisti (10% degli impieghi), non posso che esprimere sconcerto per come alcune frange della politica e delle istituzioni – purtroppo una fetta sempre più grande dell’opinione pubblica – giudichino con distacco le nostre aziende, a volte persino con disprezzo. Senza per altro nemmeno premurarsi di distinguere fra i numerosi imprenditori e artigiani che si comportano seriamente sul mercato del lavoro e le mele marce che naturalmente non possiamo definire né imprenditori né persone oneste.
Dovremmo forse vergognarci come imprenditori di aspirare a fare utili con le nostre attività perché qualcuno considera ciò un atto disdicevole, quando invece il profitto è la linfa necessaria per investire nell’azienda e dunque garantire sviluppo e quindi posti di lavoro in Ticino? Dovremmo forse chiudere delle aziende perché qualche “professore” e qualche tuttologo, beninteso senza conoscerle, le definisce a scarso valore aggiunto? Ogni azienda che si comporta correttamente a suo modo ha dignità di esistere e crea costantemente prodotti migliori e utilizza modi di produrre più efficienti. La competitività del mercato ci costringe a innovare costantemente. Ma se chi disprezza le imprese presenti sul territorio ticinese fosse corretto con la nostra popolazione, non dovrebbe illuderla facendole credere che fuori dal confine vi sia la fila di multinazionali e aziende altamente innovative pronte a venire ad insediarsi nel nostro Cantone. Purtroppo non è così!
Non solo stiamo scontando i ritardi di una mancata promozione economica del Ticino negli anni, ma dobbiamo pure difenderci da una burocrazia sempre più asfissiante, da funzionari pubblici che non si assumono più responsabilità e da una irreversibile propensione a creare spesa pubblica e a tassare i contribuenti (la proposta tassa di collegamento sui parcheggi che vuole chiamare alla cassa i dipendenti delle aziende e i clienti dei commerci ne è l’ultimo esempio). Vi sembra ad esempio normale che un’azienda debba attendere 9-10 mesi una licenza di costruzione per una banale ristrutturazione dello stabile o un cambio di destinazione d’uso? Sarebbero queste le condizioni quadro che dovrebbero attirare in Ticino le fantasmagoriche aziende ad alto valore aggiunto?
In Ticino più o meno 50’000 persone non pagano imposte, oltre 100’000 persone ricevono un sussidio per pagare la cassa malati. Si aggiungano a ciò le deduzioni fiscali più generose della Svizzera, un sistema di assegni familiari che non ha eguali nel nostro paese, un modello di aiuto alle persone bisognose e agli anziani capillare. Come pensano di finanziare in futuro questa rete di sostegno dello Stato quelle persone che esultano quando un’azienda soccombe sul mercato o per altre ragioni decide di investire in territori più accoglienti? Aspettiamo una risposta, ma dubitiamo fortemente che essa mai arriverà.

Fabio Regazzi

Presidente AITI
Consigliere nazionale

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