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Dalle mie scelte dipendono 130 famiglie

Il punto di partenza sono i festeggiamenti per i 70 anni del Gruppo Regazzi, azienda con sede a Gordola che si occupa di prodotti per l’edilizia. E dalla scelta, per questo compleanno, di mettere in prima fila i suoi apprendisti, cioè i giovani, che sono 15 dei 132 dipendenti: più del 10%.

È la foto della festa a testimoniarlo, con le persone dell’azienda, il Consigliere di Stato Christian Vitta, gli apprendisti e una classe di scuola media invitata per l’occasione. Un messaggio chiaro insomma: 70 anni ma uno spirito giovane.

“I giovani – afferma Fabio Regazzi – sono il nostro futuro, non solo per l’azienda ma anche per il nostro Cantone. Se noi abbiamo giovani formati, e quindi pronti a raccogliere le sfide del futuro, abbiamo un patrimonio sia per l’azienda, sia per la società. Una delle risposte alle iniziative che chiedono un maggior impiego della manodopera locale rispetto a quella estera, principio che condivido, è proprio nella formazione. Sono consapevole che non è l’unica risposta, ma è una delle strade principali che dobbiamo impegnarci sempre di più a percorrere”.

Di cosa si occupano i vostri apprendisti?
“I nostri ragazzi non si occupano solo di commercio ma sono impiegati anche nella produzione. Inoltre, grazie ad un’ottima collaborazione con la Divisione della formazione professionale del DECS, che desidero sottolineare, su nostra spinta abbiamo potuto introdurre in Ticino anche una percorso di apprendistato già esistente oltre Gottardo. Mi riferisco alla figura del policostruttore che, in buona sostanza, è colui che monta finestre e tapparelle sulle facciate degli edifici. La collaborazione tra pubblico e privato ha fornito in questa occasione un risultato apprezzabile”.

Come si pongono i ragazzi di oggi verso il mondo del lavoro?
“Ho l’impressione che oggi molti ragazzi tendono ancora a trascurare le professioni manuali. Un po’ per il condizionamento delle famiglie, che spingono verso lavori apparentemente più prestigiosi, e un po’ per una scarsa conoscenza di questi mestieri percepiti come meno attrattivi. Certi pregiudizi, come quello della fabbrica brutta e sporca, purtroppo non sono ancora stati superati. C’è quindi ancora un lavoro di sensibilizzazione da fare, anche a livello della scuola dell’obbligo”.

Però è chiaro che un giovane, sentendo anche il clima di precarietà che c’è in giro, può pensare che le professioni nel vostro settore saranno sempre quelle più attaccate dalle derive della globalizzazione, sia dal profilo salariale che da quello della sostituzione, con manodopera estera o con la robotica. Cosa risponde?
“Nel nostro settore abbiamo due contratti collettivi e i salari sono più che dignitosi. Certo si tratta di lavori fisicamente abbastanza impegnativi ma le condizioni sono buone. Posso poi assicurarle che nonostante la digitalizzazione e la robotica, ci sarà sempre bisogno del fattore umano. Inoltre l’apprendistato non è più un vicolo cieco come lo era in passato. Oggi, grazie alle passerelle formative, chi ha voglia di impegnarsi ha la possibilità di progredire e di scalare la piramide del lavoro. È un cambiamento importante che a molti ancora sfugge”.

Veniamo a lei. Come si concilia il ruolo di imprenditore che deve mandare avanti un’azienda, con il ruolo in politica e anche di presidente dell’AITI?
“A volte è difficile farli conciliare, è innegabile. Spesso la gestione di un’azienda non è facilmente compatibile con l’attività politica. Io ho la fortuna di avere dei collaboratori affidabili, seri e nei quali ho grande fiducia, che mi permettono di svolgere tutti i miei incarichi al meglio delle mie possibilità. Questa domanda mi permette di ricollegarmi a un appello che ha lanciato Christian Vitta quando è venuto a farci visita in azienda. Il Consigliere di Stato ha detto che ci vorrebbero più imprenditori impegnati nella gestione della cosa pubblica, in modo che sia gli imprenditori che la politica, riescano a capire meglio le rispettive esigenze. Secondo me ha ragione. Infatti, mi capita spesso di portare in azienda e in parlamento l’esperienza frutto del lavoro in questi due settori”.

Le capitano mai dei conflitti fra le due attività?
“Capitano, certo. Tutti sanno che il mio impegno politico è rivolto a sostenere le istanze del mondo da cui provengo, che è quello dell’economia. D’altra parte è naturale: tutte le persone hanno una storia alle spalle, dei valori, delle esperienze, ed è logico che il contributo di ognuno sia ispirato dal bagaglio di vita vissuta. L’importante è farlo in maniera aperta e trasparente. In definitiva comunque non vedo necessariamente una contrapposizione fra le due esigenze: se l’economia funziona bene ne beneficia anche la popolazione”.

Negli ultimi decenni i lavoratori hanno dovuto affrontare dei cambiamenti drastici ed epocali. E voi imprenditori?
“Lo stesso. I cambiamenti sono stati enormi per tutti. La situazione è molto diversa rispetto a quella che avevamo anche solo pochi anni fa. A livello di mercato il punto più difficile da gestire è quello legato alla competitività. Perché, tra i vari concorrenti, sono diverse le condizioni di partenza. In Svizzera abbiamo determinati standard salariali, ambientali, sociali, che ci penalizzano nel confronto internazionale. È un po’ come se in una partita di calcio la squadra avversaria potesse giocare con cinque giocatori in più e con regole diverse. Quando incontro dei clienti che in una trattativa mi fanno vedere l’offerta di un’azienda italiana, se la trattativa dipende solo dal prezzo di solito non abbiamo nessuna chance”.

Però sul mercato ci dovete stare, quindi come sopperite a questa disparità nella competizione?
“Con l’affidabilità, il servizio e anche mettendoci tanta passione e tanta competenza, che possiamo vantare da tre generazioni. Si tratta di valori immateriali ma che hanno un impatto importante sul lavoro e sulla soddisfazione del cliente. Dopodiché bisogna dire la verità: a fine anno non resta attaccato chissà che cosa, si lavora sempre sul filo del rasoio. Non facciamo il nostro lavoro per arricchirci, al contrario di quanto raccontano alcuni. Se facciamo un utile non vengono in ogni caso distribuiti dividendi: ogni franco che guadagniamo a fine anno lo devolviamo alle riserve o lo reinvestiamo in azienda. Questa è la nostra cultura aziendale, comune per altro a molte altre piccole-medie ditte di famiglia “.

Seguendo il suo ragionamento mi pare di poter dire che con la globalizzazione non vi siete arricchiti neppure voi. E allora perché ne difende alcuni principi come la Libera circolazione?
“È vero non ci siamo arricchiti neppure noi piccoli e medi imprenditori. E se lei mi chiedesse se preferirei tornare ai tempi che furono, posso certamente ammettere che un po’ li rimpiango. Ma è irrealistico, utopico. Io non difendo la globalizzazione ma mi rendo conto che l’unico modo per contrastarla è limitarne i danni, cogliendone le opportunità. Bisogna prendere atto che questo fenomeno mondiale c’è e bisogna cercare di gestirlo. Non si può fermare uno tsunami con una mano o illudendo la gente che possiamo vivere in una sorta di autarchia dorata”.

E non le viene mai la preoccupazione che questo tsunami non si possa gestire e che la situazione continui a peggiorare?
“La preoccupazione esiste, non lo nascondo. Anche perché oggi è diventato difficile far previsioni, tutto cambia a una velocità impressionante. Una volta si facevano piani a cinque o dieci anni. Adesso basta che arriva una decisione come quella sul cambio Euro-Franco, e devi stravolgere tutti i programmi. La nostra strategia è quella di mantenere delle basi solide per resistere ai venti e alle mareggiate che arrivano ormai a scadenza regolare.  In futuro non ci saranno più finestre di bel tempo prolungato, bisogna essere realisti, farsene una ragione e affrontare la situazione per quella che è. Alla fine la mia prima preoccupazione resta sempre la stessa: dalle mie scelte dipendono 130 famiglie a cui devo fare avere lo stipendio ad ogni fine del mese”.

Forse un’ancora a cui aggrapparsi è quella legata al territorio. Insistere sul messaggio che è importante dare lavoro alle aziende che operano in Ticino, che formano apprendisti, che svolgono anche un ruolo sociale.
“Questo è un punto dolente e decisivo. Molti oggi si focalizzano sugli imprenditori che sfruttano la manodopera per avere dei profitti. Purtroppo ci sono delle situazioni che corrispondono a questa descrizione e, sia chiaro, io non ho nessuna intenzione di difendere queste persone. Accade fra gli imprenditori come accade in tutte le categorie umane che ci sia gente che voglia lucrare senza avere il minimo scrupolo. Io resto convinto che fra gli imprenditori questa sia una minoranza. Credo invece che chi tra i privati fa capo a ditte che vengono dall’Italia sia più che una minoranza. Penso a chi si fa cambiare i serramenti, o sistemare il giardino, per non parlare della spesa. In Ticino su iniziative protezionistiche si raggiungo spesso maggioranze consistenti quando si tratta di regolare gli altri. Peccato però che poi molti si sentono liberi di rifornirsi anche oltrefrontiera. Ma se questa deve essere la logica, allora dico “Prima i nostri” anche quando si tratta di dare lavoro alle aziende ticinesi, e questo senza bisogno di fare un’iniziativa popolare ma affidandosi semplicemente al senso di responsabilità di ognuno. Nel nostro piccolo cerchiamo di fare passare il concetto di azienda responsabile attaccata al territorio. Non porteremo mai la ditta in Romania per avere vantaggi competitivi. E inoltre cerchiamo di essere attenti dal punto di vista sociale, ad esempio con delle piccole sponsorizzazioni per le varie realtà associative. È chiaro poi che questo discorso di spendere in Ticino va esteso anche e soprattutto all’Ente pubblico”.

Cioè?
“Se l’ente pubblico e le sue aziende non danno il buon esempio, diventa difficile chiedere attenzione alle singole persone. Il caso del travertino romano alla stazione di Bellinzona è emblematico. Rappresenta ciò che lo Stato non dovrebbe mai fare”.

Anche le imprese ticinesi però hanno fatto capo a ditte italiane, contribuendo ad inquinare il mercato.
“Non si può generalizzare. Ci sono competenze che in Ticino, e talvolta anche in Svizzera, non si trovano, perciò forzatamente bisogna far capo all’estero. Ma è vero che in alcuni casi anche il mondo dell’economia ticinese non ha dato il buon esempio. “.

Alla fine quel che ci manca di più oggi è la capacità di fare sistema. C’è una spaccatura sempre più profonda nella società ticinese. Gli imprenditori sono spesso dipinti come spregiudicati affamatori del popolo. Voi vi lamentate di uno Stato che svilisce il vostro ruolo e vi mette i bastoni tra le ruote. E lo Stato a sua volta è lacerato dalle dispute politiche. E alla fine in questa situazione in cui tutti si guardano in “cagnesco”, la comunità si disgrega e in pochi sono disponibili a darsi una mano.
“È esattamente questa la dinamica che ci sta mandando nella direzione sbagliata. In un momento difficile come questo ci sarebbe bisogno di fare esattamente il contrario. Bisognerebbe evitare tensioni, spaccature, pregiudizi. Ci vorrebbe un coraggioso reset totale, anche a costo di ripartire da zero. E dopo questo reset rimettersi a un tavolo – imprenditori, politica, sindacati ma anche singoli cittadini – per trovare il modo di tornare a far squadra e remare nella stessa direzione”.

Intervista su Liberatv, 29 novembre 2016

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