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“Il Ticino è industria: un’Agenda per la crescita dell’economia cantonale”, relazione all’Assemblea generale ordinaria AITI

Egregio Signor Consigliere federale Ignazio Cassis

Signor Consigliere di Stato Christian Vitta

Signor Consigliere di Stato Paolo Beltraminelli

Signor Giovanni Merlini, Consigliere nazionale

Signor Roberto Badaracco, Municipale della città di Lugano

Signore e Signori Granconsiglieri

Presidenti e Direttori delle associazioni economiche

Gentili Ospiti

Care e cari Associati

Ringrazio innanzitutto l’assemblea dei soci di AITI che mi ha appena rieletto per un secondo triennio alla Presidenza dell’Associazione industrie ticinesi. Grazie per la fiducia! Sono fiero di essere alla testa di una gloriosa associazione indipendente e dinamica che rappresenta di uno dei settori più importanti dell’economia cantonale.

Vorrei ringraziare il Consigliere federale Ignazio Cassis per avere accettato volentieri l’invito a partecipare alla nostra assemblea annuale. Caro Ignazio la tua presenza qui oggi a Lugano ci onora particolarmente. Sono sicuro – e lo stai già dimostrando concretamente – che la tua presenza in Consiglio federale rappresenta un valore aggiunto non solo per la Svizzera italiana ma anche per il resto della Svizzera. Sei a capo ora di un Dipartimento – gli Affari esteri – molto importante per il nostro paese e per la nostra economia. Noi tutti confidiamo nelle tue indubbie capacità e viviamo con piacere la passione che metti in quello che fai. Una parte del successo della nostra economia dipende anche dalle buone politiche messe in atto dalla Confederazione. Gli imprenditori ne sono consapevoli.

Crediamo anche che la partecipazione dell’economia alla costruzione del benessere collettivo sia nell’interesse generale di tutta la nostra società. Sappi pertanto che gli imprenditori che si battono per un’economia sana e lungimirante saranno sempre a fianco di una politica altrettanto costruttiva che guarda al bene generale del Paese.

Prima di affrontare i temi centrali della mia relazione, mi preme ricordare che questo fine settimana ha luogo un’importante votazione cantonale sul pacchetto fiscale e sociale, che invito tutti a sostenere. Chi non si è ancora espresso per corrispondenza non faccia mancare il proprio voto!

Si tratta infatti di un passo necessario per permettere al Ticino di rientrare nella media nazionale a livello fiscale. Purtroppo il nostro Cantone è scivolato nelle ultime posizioni della competitività fiscale in Svizzera e se non invertiremo la rotta, con l’abbandono dei regimi fiscali speciali a livello cantonale rischiamo di perdere buoni contribuenti che priviligieranno inevitabilmente altri Cantoni o altre nazioni.

La conseguenza sarà un appesantimento della fiscalità generale a carico di chi rimane sul territorio, dunque principalmente le piccole e medie imprese e il ceto medio.

Non si tratta affatto di un regalo ai ricchi come è stato definito impropriamente. Il pacchetto fiscale è il risultato di un patto di paese fra aziende, cittadini e Stato. Il miglioramento della fiscalità sulla sostanza delle persone fisiche e sul capitale delle persone giuridiche è nell’interesse di tutti i contribuenti. Il supporto agli investimenti in aziende innovative risponde all’obiettivo di sostenere sempre più la creazione di posti di lavoro qualificati sul territorio. D’altra parte, con l’entrata in vigore di diverse misure sociali, interamente finanziate dalle aziende, rispondiamo alle esigenze concrete di molte famiglie ticinesi che vogliono meglio gestire la conciliabilità fra lavoro e famiglia. Un’operazione “win win” che non svuota affatto le casse pubbliche, bensì consolida il gettito fiscale e permette allo Stato di continuare a offrire alla collettività servizi pubblici di buon livello.

È per me un piacere potervi dare il benvenuto a questa 56ma Assemblea AITI. Filo conduttore della mia relazione è l’agenda che il mondo economico, le istituzioni e la politica e i cittadini devono mettere in atto per costruire il Ticino del futuro, quale parte integrante della Svizzera ma anche una regione economica importante a livello europeo e internazionale.

La mia sarà una descrizione dell’Agenda per l’industria e la crescita dell’economia cantonale che incentrerò su quattro temi, inevitabilmente legati tra di loro.

  1. L’industria nella trasformazione moderna
  2. Il ruolo degli imprenditori e dei lavoratori
  3. Un nuovo patto fra le parti sociali
  4. I temi che devono essere al centro dell’agenda politica

 

  1. L’industria nella trasformazione moderna

Viviamo un’epoca nella quale alle imprese e agli imprenditori viene richiesto di soddisfare numerose esigenze, ma non dimentichiamoci che lo scopo primario di ogni impresa è rimasto immutato nei secoli: fare profitto.

Il guadagno è infatti linfa essenziale di ogni azienda ed è la premessa per realizzare altri importanti obbiettivi: investimenti, creazione e mantenimento dei posti di lavoro, utilizzo delle nuove tecnologie, ricerca nell’ambito dei prodotti e dei processi produttivi, espansione verso nuovi mercati, gettito fiscale con il quale lo Stato eroga servizi essenziali a favore della collettività.

Di fronte all’ondata di populismo e di ipocrisia di chi considera il profitto come una sorta di delitto, vorrei ricordare Olof Palme, un socialista riformista, che diceva “Bisogna combattere la povertà non la ricchezza”. Parole di grande saggezza che sembrano però molto lontane dal pensiero di molti esponenti della sinistra nostrana tutt’oggi ancorati a schemi di lotta di classe di stampo marxista.

L’industria è entrata in una fase di profonde trasformazioni strutturali, legate prima di tutto alla globalizzazione e ai processi di digitalizzazione. Il progresso tecnologico detta le scelte economiche ma anche quelle politiche e sociali.

La storia delle nostre imprese è preziosa. Da essa deriva la loro capacità moderna d’innovare e trovare una collocazione adeguata nei mercati.

La storia è fatta di saperi tramandati da una generazione all’altra, di intuizioni che sono il frutto di competenze ma anche della capacità di guardare oltre il proprio orizzonte locale e nazionale. Nell’impresa dobbiamo dunque fare tesoro della storia, ma soprattutto come base di partenza e non quale vincolo per lo sviluppo stesso dell’azienda.

D’altra parte non possiamo affrontare la globalizzazione acriticamente. Se si ha però l’onestà di andare a leggere i dati e le situazioni si vedrà che la globalizzazione ha permesso di ridurre le disparità e sta facendo crescere economicamente continenti e nazioni rimaste in passato nel gruppo dei paesi poveri. Probabilmente però abbiamo davvero bisogno di gestire meglio la globalizzazione, per quanto possibile, creando il giusto mix di competitività, mercati e frontiere aperte, sostenendo le fasce più deboli della popolazione e rafforzando anche le loro competenze professionali.

Nella nostra società v’è chi pone le imprese in contrapposizione ai lavoratori e alla popolazione. In una realtà fatta quasi integralmente da piccole e medie aziende questa idea è completamente sbagliata, oltre che controproducente.

Aziende, lavoratori e cittadini sono tutti dalla stessa parte e tocca a ognuno di loro saper governare la globalizzazione. L’industria dell’era moderna è dunque quel luogo privilegiato dove si fa impresa, dove si innova, dove le persone fanno squadra, dove si anticipano i tempi e le tendenze che nuovi prodotti e processi produttivi andranno a creare. Ma oggi effettivamente l’azienda non è più solo quell’entità che dà un lavoro e un salario; è un attore sociale a pieno titolo e anche da questo punto di vista l’azienda è guardata e giudicata. Le collaboratrici e i collaboratori sono al centro del funzionamento dell’impresa. Non è tanto per dirlo ma perché le competenze delle persone diventano sempre più importanti e quelle aziende che sanno valorizzare queste competenze sanno anche imporsi rispetto alla concorrenza.

 

  1. Il ruolo degli imprenditori e dei lavoratori

“Se avessi chiesto ai miei clienti cosa avessero voluto, mi avrebbero risposto un cavallo più veloce”. Così si esprimeva l’imprenditore americano Henry Ford prima della fine del Novecento. Mentre Antoine de Saint-Exupery, famoso scrittore e aviatore francese diceva che “se vuoi costruire una nave, non radunare uomini solo per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”.

L’imprenditore ha l’obiettivo di far crescere la propria azienda e di trasmetterla nelle migliori condizioni alle future generazioni. Egli esprime dei valori che derivano sicuramente dalla proprietà e che sono coniugati nel lungo termine. L’imprenditore sa che il successo non è una vincita alla lotteria, immediata quanto effimera.

Egli non riversa la sua soddisfazione nel soddisfacimento contingente bensì nella crescita giorno dopo giorno della forza della propria azienda. Egli sa ascoltare il cliente e gli fornisce il bene o il servizio che richiede, tuttavia con la propria interpretazione del risultato.

L’imprenditore è il capitano di una squadra e come tale deve comportarsi. Sa mostrare la via e i mezzi per percorrerla ma anche essere ricettivo ai cambiamenti e al parere dei propri collaboratori. Oggi le imprese sono definite da reti di decisori; l’imprenditore è infine solo nelle decisioni ma non è solo nella loro determinazione e nella loro realizzazione. L’imprenditore è colui che sa vestire lo scopo e gli obiettivi dell’impresa con la sua visione del mondo, dei mercati e dei competitori. L’imprenditore ha un sogno e di esso deve fare partecipi i suoi collaboratori.

E’ possibile questo nel contesto di trasformazioni descritto al punto precedente? Si è possibile, è ancora possibile, perché la passione per la propria azienda e il proprio lavoro non può ancora – e aggiungo io fortunatamente – essere sostituita da un robot o da una macchina super intelligente. Certo, l’intelligenza artificiale darà ai robot capacità umane e forse noi umani potremmo un giorno fonderci con le macchine. Una prospettiva che può spaventare e che se del caso andrà governata. Nessuno sa dire con precisione dove ci porterà questa rivoluzione digitale, ma quello che è certo è che il cammino è tracciato e che lo sviluppo tecnologico non si fermerà.

La responsabilità sociale delle aziende da parte sua assegna un ruolo accresciuto alle collaboratrici e ai collaboratori delle imprese. Un buon clima di lavoro rafforza l’esercizio di espressione delle competenze delle persone. Il personale qualificato e i talenti, bene sempre più ricercato dalle imprese, sono attirati e mantenuti da aziende che sono capaci di avere una accresciuta sensibilità anche sociale e non più solo economica. Attenzione tuttavia a non voler cadere nella tentazione di regolare eccessivamente questi comportamenti virtuosi tramite leggi, lasciando invece tale compito alla responsabilità delle aziende stesse in un autentico spirito liberale.

 

3) Un nuovo patto fra le parti sociali

In Svizzera la rappresentanza delle parti sociali vive una situazione molto diversificata. In molte imprese esiste un rapporto diretto fra l’azienda e i lavoratori senza intermediazione e le cose funzionano senza particolari problemi e a piena soddisfazione di tutti. In altri contesti invece le parti sociali si sono affidate a contratti collettivi di lavoro, che non regolano solo gli aspetti salariali bensì molto di più.

Non possiamo non notare che il mondo del lavoro in Svizzera è percorso da tensioni crescenti.

Da un lato certamente vi possono essere motivi oggettivi dettati dal comportamento delle aziende che devono pur fare fronte alla competitività e alla globalizzazione con le armi a disposizione. Dall’altro lato notiamo però che una parte del sindacato assume un ruolo sempre più politico.

L’opinione pubblica viene istigata a considerare l’imprenditore come una sorta di criminale senza scrupoli; le distinzioni fra la buona imprenditoria (la gran parte) e la cattiva imprenditoria (la netta minoranza) sono sussurrate appena se non negate da chi cavalca una visione negativa dell’azienda.

In simili condizioni diventa difficile promuovere il dialogo. Eppure sarebbe più logico considerare imprenditori, aziende e lavoratori sulla medesima barca nel mare della globalizzazione. Non vince solo uno o l’altro: qui vincono o perdono tutti.

Giustamente, lo abbiamo già detto, all’impresa si chiede di avere anche un ruolo sociale. Ma anche ai lavoratori e a chi a volte li rappresenta ci permettiamo di chiedere qualcosa: comprendere le ragioni dell’impresa. Non ci può essere futuro in un mondo globalizzato senza entrare nel merito della flessibilità.

Alle imprese si chiede d’introdurre tutele crescenti dei lavoratori, ma in un mercato dove si deve soddisfare una produzione sempre più personalizzata non si può restare ancorati alle leggi e alle regole del passato. Flessibilità è per i sindacati un termine quasi tabù, per le aziende è invece un’esigenza imprescindibile.

Siamo e saremo sempre più una società digitale e interconnessa dove il lavoro sta conoscendo profonde trasformazioni. Il rifiuto di entrare in materia sulla flessibilità è un atteggiamento perdente che non solo non porterà alcun beneficio alle lavoratrici e ai lavoratori, ma che si rivelerà addirittura controproducente.

I sindacati ne prendano atto e abbadonino la visione della lotta di classe e dell’antagonismo verso le imprese. Colpire tutti per sanzionare (giustamente) gli abusi è un atteggiamento miope e poco lungimirante: la classica vittoria di Pirro.

 

4) I temi al centro dell’agenda politica ed economica

Al primo posto fra i temi che devono fare parte dell’agenda politica ed economica si pone l’innovazione. Essa è compito prima di tutto delle imprese. L’innovazione necessita di un ambiente favorevole e predisposto ad essa. Le aziende più abili nell’innovare sono quelle che le riservano un ruolo centrale nella strategia aziendale. Il compito degli imprenditori è dunque quello di cogliere per tempo questa necessità e di adoperarsi affinché tutta l’azienda sia un ambiente ricettivo all’innovazione.

Un altro fattore di successo della Svizzera è la cooperazione fra aziende e istituti accademici. Ne abbiamo un esempio in Ticino in particolare con la Supsi che è una scuola molto ricettiva all’innovazione e che lavora a stretto contatto con molte imprese industriali ticinesi per sviluppare progetti operativi promettenti a livello svizzero e internazionale. Questa soluzione della collaborazione fra aziende e scuole deve essere ulteriormente rafforzata.

Ma anche lo Stato ha un ruolo a sostegno dell’innovazione. Prima di tutto sostiene la ricerca fondamentale a livello universitario e la ricerca applicata nelle scuole universitarie professionali. Qui si tratta semmai di favorire ulteriormente la rapida trasmissione alle aziende dei risultati delle ricerche. Lo Stato ha pure il ruolo di sostenere tutti quegli enti sul territorio nazionale che hanno appunto il compito di trasferire le tecnologie e il sapere alle imprese. Ancora oggi circa la metà delle aziende svizzere ignora l’esistenza di Innosuisse, l’Agenzia svizzera per la promozione dell’innovazione, già denominata CTI (Commissione per la tecnologia e l’innovazione).

Dobbiamo tutti promuovere maggiormente la conoscenza di questi importanti gremi a sostegno dell’innovazione nelle aziende.

Non meno importante dell’innovazione è anche il tema della digitalizzazione. Anche questo è prima di tutto un compito delle imprese. Attraverso la digitalizzazione si creano nuovi modelli di business perché essa permette di ottimizzare i processi produttivi lungo tutta la catena di creazione del valore e soprattutto risponde alla domanda di produzione personalizzata, anche sulla scala più piccola delle PMI elvetiche sempre più rivolte ai mercati internazionali.

Il compito dello Stato è quello di favorire i processi aziendali di digitalizzazione. Due essenzialmente gli obiettivi: costituire un’infrastruttura informatica leader a livello mondiale, in quanto lo scambio di una mole di dati sempre maggiore a velocità sempre più elevate è la chiave del successo per la piena implementazione delle nuove tecnologie.

E creare altrettanto rapidamente le condizioni quadro giuridiche per quanto concerne la protezione dei dati, allo scopo di fare della Svizzera un luogo privilegiato nel mondo dello sviluppo delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione.

Un terzo tema centrale dell’Agenda politica ed economica è quello della formazione. La Svizzera, come sappiamo tutti, conosce un sistema tradizionale della formazione professionale duale che rappresenta ancora oggi la struttura portante di moltissime imprese svizzere. Se la Svizzera è un paese campione dell’innovazione nel mondo lo deve anche al fatto di avere sviluppato una formazione scolastica di base, una formazione professionale a livello secondario e terziario e una formazione accademica di ottimo livello. Occorre consolidare questa situazione aprendo tuttavia maggiormente la formazione ai processi di apprendimento dell’innovazione e della digitalizzazione. Qualche preoccupazione a questo proposito sorge. In Ticino assistiamo a continue polemiche politiche sull’evoluzione della scolarità obbligatoria che non lasciano presagire nulla di buono. Nell’ambito della formazione professionale scontiamo un decennale squilibrio fra formazioni più gettonate e formazioni che ogni anno presentano diversi posti di apprendistato liberi. Anche la suddivisione fra i sessi delle scelte professionali resta solidamente immutata a poche professioni.

Inoltre, le formazioni di livello terzario, quelle che portano all’ottenimento dei diplomi federali delle diverse professioni sono ancora troppo poco conosciute in Ticino.

Se la formazione svizzera vuole continuare a primeggiare nel mondo deve rapidamente adeguarsi alle esigenze formative dettate dalle nuove tecnologie. Anche per quanto concerne la formazione continua perché sempre più adulti sono confrontati alla necessità di aggiornare le proprie conoscenze professionali. La scuola oramai da tempo non ha più termine con il conseguimento di un attestato di capacità professionale, con un diploma federale o con una laurea. La scuola ci accompagna oramai durante tutte le fasi della vita.

Un quarto e ultimo tema che vorrei affrontare, ma ce ne sarebbero molti altri, è quello dell’accesso ai mercati, approfittando naturalmente anche della gradita presenza del nostro Ministro degli affari esteri. Come sappiamo e sovente ripetiamo, siamo un paese che guadagna 1 franco su 2 all’estero. Per le aziende svizzere la possibilità di accedere ai mercati esteri è fondamentale, così come lo è per le numerose aziende svizzere che nel tempo si sono internazionalizzate e producono pure all’estero.

La Svizzera ha sviluppato negli anni una rete capillare di accordi di libero scambio con una quarantina di paesi essenziali per la nostra economia.

La Svizzera è pure un paese che vede crescere l’importanza di mercati quali gli Stati Uniti, l’area asiatica e l’America del sud, senza dimenticare alcuni paesi dell’Est europeo. Ma l’Unione europea continua a restare il nostro principale partner politico e commerciale. Attendiamo di sentire dalle parole del Consigliere federale Ignazio Cassis il suo pensiero sull’impostazione della politica europea del Consiglio federale. Finalmente, e lo dico con sincero sollievo, il popolo svizzero sarà chiamato entro pochi anni a esprimersi sul quesito decisivo.

L’Unione democratica di centro dopo molte titubanze, si è infine decisa a chiedere in modo chiaro alle cittadine e ai cittadini svizzeri se vogliono mantenere oppure abbandonare il sistema degli accordi bilaterali che regolano le relazioni far la Svizzera e l’Unione europea. Per noi imprenditori la risposta è chiara, perché gli accordi bilaterali hanno portato più vantaggi che svantaggi, anche all’economia e alla popolazione ticinese nonostante i molti pareri contrari, tuttavia mai suffragati dalla realtà delle cifre.

Dal Consiglio federale anche le imprese ticinesi si attendono pertanto ogni sforzo tangibile e intangibile per mantenere l’apparato degli accordi bilaterali.

Gli imprenditori svizzeri e stranieri che investono in Svizzera hanno bisogno di stabilità. Quella stabilità tipicamente elvetica – delle norme giuridiche, politica, economica e monetaria e non ultimo sociale – che è un fattore d’attrazione per gli investimenti esteri nel nostro paese.

Al Consiglio federale gli imprenditori ticinesi chiedono una politica estera e una politica economica esterna moderne e orientate ai nuovi paradigmi di crescita economica e sociale a livello mondiale: tutela degli interessi economici elvetici nel mondo; sviluppo delle relazioni economiche e politiche anche al di fuori dell’Europa verso le nuove economie emergenti; garanzia dell’approvvigionamento energetico del paese; sostegno ai processi d’innovazione anche in un’ottica di collaborazione a livello internazionale fra imprese e fra istituzioni accademiche.

Tutto questo mantenendo naturalmente al centro dell’attenzione le nostre relazioni con l’Unione europea. Non esistono alternative credibili agli accordi bilaterali.

Diffidiamo dagli apprendisti stregoni e da chi preconizza un’autarchia della Svizzera, che farebbe scomparire in men che non si dica quanto di buono il nostro paese ha costruito nei secoli e nei decenni e che ha fatto la nostra fortuna. Dietro il “Made in Switzerland” non c’è chiusura, non c’è protezionismo. C’è invece il successo di un piccolo paese che è una delle potenze economiche del mondo, non per disgrazia altrui bensì per capacità proprie.

Gli imprenditori sono abituati a fare impresa con le regole a loro disposizione. Ma ciò non significa che si sia disposti ad accettare di tutto. Il vento della congiuntura volge al bello in questo 2018 anche se gli strascichi delle crisi economiche degli ultimi anni e del rafforzamento del franco svizzero non ci hanno abbandonato. Il contributo dell’industria nell’economia elvetica è importante e tutti devono adoperarsi per rafforzare la base produttiva nel nostro paese.

Se abbiamo superato tutti i momenti difficili dopo l’avvento degli accordi bilaterali Svizzera-UE lo dobbiamo a molti fattori, ma una buona parte del merito va riconosciuta agli imprenditori. Ma anche a uno splendido paese, la Svizzera, che continua a rappresentare nel mondo un grande laboratorio di esperienze, di convivenza fra religioni e culture differenti, di capacità professionali e innovative straordinarie. Signore e signori, questa è la Svizzera che vogliamo per cui adoperiamoci tutti affinché tale rimanga.

Buon lavoro, buoni affari e grazie dell’attenzione.

 

Fabio Regazzi, Presidente AITI

Relazione tenuta davanti all’Assemblea generale ordinaria AITI

 

Signor Presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa Peter Maurer

Signor Presidente del Gran Consiglio Fabio Badasci

Signor Consigliere di Stato Christian Vitta

Cari colleghi del Consiglio nazionale Ignazio Cassis e Marco Chiesa

Granconsiglieri

Presidenti e Direttori delle associazioni economiche

Membri del Comitato internazionale della Croce Rossa

Gentili ospiti e soci

In questa mia relazione riservata alla parte pubblica della nostra assemblea generale non parlerò della situazione congiunturale ed economica che sta attraversando il comparto industriale. A questo tema abbiamo dedicato settimana scorsa la tradizionale conferenza stampa in cui abbiamo illustrato le difficoltà e le sfide del nostro settore e ne ho riferito nella relazione riservata ai soci. Ho quindi deciso di dare un taglio diverso al mio odierno intervento che ho suddiviso in 4 capitoli in cui toccherò alcune questioni di fondo ma anche temi di stretta attualità.

 

  1. Il ruolo dello Stato, il ruolo degli imprenditori

“In una battaglia tra la forza e un’idea, quest’ultima prevale sempre.” “Che un fatto sia considerato vero dalla maggioranza non prova la sua verità. Che una politica sia considerata opportuna dalla maggioranza non prova la sua opportunità.”

Queste frasi dell’economista Ludwig Von Mises, capofila della scuola degli economisti austriaci, scampato all’orrore del nazismo e riparato negli Stati Uniti durante la seconda guerra mondiale, mi permettono d’introdurre qualche riflessione sul ruolo dello Stato e degli imprenditori nella società moderna e in particolare nel contesto del cantone Ticino.

Quali sono le idee degli imprenditori? E quanto sono in grado oggi di prevalere? Siamo ancora capaci noi imprenditori di farci ascoltare? Perché il consenso e il riconoscimento nei confronti di chi fa impresa sembra scemare?

L’idea dell’imprenditore non ha perso legittimità e validità, semmai è diventato più difficile sostenerla e apprezzarla. Noi imprenditori parliamo soprattutto attraverso le nostre azioni e i nostri comportamenti, ma nell’epoca della globalizzazione della comunicazione siamo pure costretti a fronteggiare il conformismo con il quale parti sempre più ampie della politica e dell’opinione pubblica giudicano in maniera negativa e persino sprezzante chi fa impresa, cioè chi combatte ogni giorno per dare un futuro alla propria azienda e ai propri collaboratori. Tuttavia appare chiara l’importanza di far conoscere i nostri problemi per superare lo scetticismo dilagante, che a volte si trasforma addirittura in ostilità, nei confronti di chi fa impresa.

A questo proposito saluto con favore l’iniziativa del Consigliere di Stato Christian Vitta di visitare, in collaborazione con AITI, le aziende per toccare con mano sfide e difficoltà con le quali il mondo imprenditoriale ticinese è confrontato. Un piccolo ma importante passo per cogliere la varietà del tessuto industriale, le sue aspirazioni, il suo impegno a favore del benessere di questo Cantone. Ho avuto il piacere di partecipare ad alcune di esse da cui ho ricavato lo spirito positivo e la sensibilità di questo mondo, il nostro mondo, nel cercare di superare le numerose e impegnative sfide che oggi ci frappongono i mercati ma anche, purtroppo, la politica. Tra queste l’eccessiva burocrazia, il già citato tasso di cambio sfavorevole, la concorrenza con prodotti dei paesi dell’est e/o asiatici che hanno abbassato notevolmente gli utili da reinvestire nell’azienda, una perdita di prestigio dello swiss made e le note difficoltà nel reperire personale adeguatamente formato sul territorio. Temi sui quali tornerò puntualmente nel corso di questa mia relazione.

Prendendo spunto da queste esperienze, mi sento di poter dire che il mondo imprenditoriale è caratterizzato da un lato dalla correttezza e dall’altro dalla consapevolezza che l’impresa è immersa in un mare sconfinato dove essere e restare competitivi diventa sempre più difficile. E’ qui che sovente molti giudicano sbagliate decisioni imprenditoriali – ad esempio una pur dolorosa ristrutturazione – che invece servono proprio a salvaguardare l’esistenza dell’azienda.

Gli imprenditori devono assumere le buone pratiche del fare impresa, il senso etico di intraprendere. Ciò anche perché essere azienda virtuosa diventa fattore di competitività. I clienti sempre più sceglieranno quelle imprese che ai loro occhi si comportano correttamente, lo stesso avverrà con i collaboratori e la competizione fra le imprese si giocherà anche sulla capacità di attrarre i talenti migliori. Il personale qualificato si muoverà prima di tutto verso quelle aziende che gestiscono in maniera attiva la loro responsabilità sociale. Annuncio a questo proposito che AITI si farà interprete di queste esigenze in termini di servizi e formazione alle aziende sul tema della responsabilità sociale. D’intesa con l’Unione svizzera degli imprenditori e con altre organizzazioni nazionali che si occupano di temi come ad esempio la conciliazione fra lavoro e famiglia o l’impiego del personale più anziano, intendiamo diffondere anche in Ticino modalità e approcci che nel resto della Svizzera raccolgono un’attenzione e un successo crescenti.

Se dal lato delle imprese è chiaro che la sopravvivenza e la crescita si gioca sia sulla capacità innovativa sia sulla trasformazione dell’azienda in un luogo aperto e virtuoso verso le collaboratrici e i collaboratori, dall’altro lato non possiamo non guardare con una certa preoccupazione all’involuzione del contesto in cui operiamo, sia dal punto di vista politico che istituzionale. A cominciare dal ruolo assunto dallo Stato e penso in particolare anche alle sue aziende autonome, para-statali, che vieppiù si stanno muovendo secondo logiche a volte all’opposto di quanto chiesto a noi imprenditori dalla politica stessa.

Da qui il mio appello: è buona e giusta cosa chiedere al nostro mondo imprenditoriale di agire con senso di responsabilità. Se tanto mi da tanto lo Stato deve manifestare dal canto suo rispetto analogo nei confronti delle nostre aziende e dei nostri prodotti. Negli ultimi mesi sono più volte intervenuto presso la Confederazione con inviti all’uso del buon senso nelle procedure di appalto, non per introdurre corsie preferenziali, ma per chiedere rispetto delle stesse regole che vengono chieste a noi.

Della minore comprensione verso chi fa impresa rispetto al passato ho già detto in precedenza. Oggi però assistiamo sia a una crescita pericolosa della burocrazia che investe la vita delle imprese, sia a proposte e scelte politiche che vanno nella direzione contraria rispetto a uno sviluppo economico lungimirante. La burocrazia non deve essere confusa con il giusto controllo del rispetto delle leggi e dei regolamenti, ma abbinata al venir meno del buon senso nella sua applicazione diventa di fatto una condizione penalizzante per il fare impresa in Ticino. Più volte abbiamo ad esempio denunciato il fatto che una richiesta di licenza di costruzione per un semplice cambio di destinazione d’uso deve attendere parecchi mesi prima di essere soddisfatta. Gli esempi di pastoie burocratiche si sprecano e potremmo pertanto farne molti altri.

I tempi della burocrazia non sono per nulla allineati ai tempi delle decisioni economiche! Allora chiedo anche ai politici: non stiamo forse segando il ramo sul quale siamo tutti seduti? Non credete forse che sarebbe il caso di aiutare invece che ostacolare chi si dà la briga ogni giorno di fare impresa e mantenere posti di lavoro e sviluppare benessere soprattutto per chi abita nel nostro Cantone? E’ chiaro per noi che dal Governo ma anche dai Municipi deve giungere un segnale forte verso l’amministrazione pubblica affinché quantomeno le imprese non siano ostacolate nel fare azienda come purtroppo avviene.

Quanto alla politica abbiamo sotto gli occhi in questi ultimi anni troppi esempi di proposte sballate – contro le imprese, contro i lavoratori esteri contro chi in generale immagina uno sviluppo economico che presuppone l’interazione con l’estero – che si limitano a parlare alla pancia degli elettori ma che non propongono assolutamente nulla di concreto e realizzabile per lo sviluppo economico del cantone Ticino. Il fatto che parte della politica sostenga proposte accattivanti ma poco perspicaci che raccolgono una maggioranza dei pareri, per rifarmi alla frase di Ludwig von Mises citata all’inizio, non significa ancora che le scelte che ne derivano siano quelle opportune. Se questo Cantone vuole davvero percorrere questa strada – suscitando a volte perplessità e ilarità nel resto della Svizzera – allora è meglio dire subito alle cittadine e ai cittadini che il declino è programmato. Noi, sia chiaro, ci opponiamo a questo declino con tutte le nostre forze.

 

  1. La tassa di collegamento: spia di uno Stato che sa agire solo a colpi di balzelli e imposte

Perché il mondo economico si batte tanto contro l’introduzione di una cosiddetta tassa di collegamento, in votazione il 5 giugno e perché invitiamo la popolazione a respingerla? Beh, c’è in gioco molto di più del pagamento di un’imposta sui parcheggi. Intanto dobbiamo ribadire che l’economia di questo Cantone non si è mai opposta all’introduzione di una vera tassa causale come del resto già prevista dal 1994 con la legge sui trasporti pubblici. Una tassa cioè definita come controprestazione in termini di trasporto pubblico al traffico generato dai lavoratori e dai consumatori. In altre parole, tu azienda paghi allo Stato una tassa e io Stato in cambio collego con il trasporto pubblico la zona dove tu sei insediata e dove i lavoratori vengono a lavorare. Purtroppo la discussione fra noi e lo Stato per trovare delle soluzioni praticabili e efficaci per fronteggiare i problemi di mobilità di questo Cantone, che non escludono l’adozione di una tassa causale, è sfociata in nulla e di fronte alla pervicace volontà di introdurre una vera e propria imposta sui parcheggi, che nessun altro Cantone della Svizzera conosce, siamo stati addirittura costretti a lanciare il referendum, del resto coronato da ampio successo se pensiamo che siamo riusciti a raccogliere oltre 24’000 firme, cosa in passato mai riuscita a nessuno. Ma, come dicevo, il prossimo 5 giugno la posta in gioco è ben superiore all’introduzione di un’imposta che, a scanso di equivoci, qualora venisse approvata andrà a carico dei lavoratori e consumatori. Il 5 giugno dobbiamo infatti decidere come cittadini se vogliamo consegnare allo Stato la libertà d’introdurre tasse e imposte ad ogni occasione per finanziare compiti ordinari, come ad esempio il trasporto pubblico. In tutto il resto della Svizzera lo Stato deve utilizzare convenientemente le imposte ordinarie che i cittadini contribuenti pagano per finanziare i servizi dello Stato. In Ticino si vorrebbe invece sovvertire questa buona regola istituendo la regola che in caso di una necessità, definita beninteso unilateralmente sempre dallo Stato, il cittadino verrà chiamato alla cassa, secondo il principio noto come “tassa e spendi”. Sarà infine il cittadino elettore a decidere se vuole accettare o meno questo cambio di paradigma e noi che combattiamo la tassa di collegamento ci adegueremo beninteso alla volontà popolare. Ma oltre che invitare le cittadine e i cittadini a deporre un convinto NO nell’urna il 5 giugno alla modifica della legge sui trasporti pubblici invitiamo le elettrici e gli elettori a riflettere seriamente se vogliamo ancora vivere in uno Stato liberale – nel senso ampio del termine – oppure se vogliamo che lo Stato si occupi a modo suo di noi cittadini dalla culla alla tomba. La vera soluzione ai problemi del traffico non sta nella creazione di nuove imposte o nell’aumento delle tasse esistenti, bensì nella creazione insieme alle aziende di un vero e proprio sistema di mobilità aziendale, organizzato magari per comparti regionali. Non è possibile chiamare alla cassa lavoratori e consumatori se prima non si fanno i compiti, cioè se prima non si permette ai cittadini di lasciare le auto nei pressi delle stazioni del treno, anche oltre confine, o se si sviluppa una rete di trasporti pubblici che soddisfa anche quelle regioni densamente popolate da imprese e lavoratori da dove oggi il trasporto pubblico è del tutto assente. Il mondo economico, lo voglio ribadire, è pronto a collaborare con l’ente pubblico e a fare la sua parte per contribuire a trovare soluzioni praticabili e efficaci. Se invece lo scopo è solo quello di fare cassa non ci stiamo e ci batteremo per contrastare questa deriva di stampo statalista e illiberale.

 

  1. Partenariato sociale: sì al dialogo costruttivo, no alla demonizzazione delle imprese

Ancora nel recente passato abbiamo stigmatizzato un certo comportamento ideologico dei sindacati che fa astrazione dalle difficoltà congiunturali e strutturali delle imprese per rivendicare situazioni che in conclusione rischiano di trasformarsi in riduzioni dell’occupazione. Subito dopo la decisione della Banca nazionale svizzera del gennaio 2015 di togliere la soglia minima di cambio di 1.20 franchi per euro, abbiamo comunicato a tutte le imprese l’importanza di non prendere decisioni affrettate sui livelli salariali, pur comprendendo la difficile situazione causata dal rafforzamento del franco. Con i sindacati già nel mese di gennaio 2015 abbiamo avviato un tavolo di discussione che si è riunito regolarmente e che in diversi casi ci ha visto intervenire insieme come parti sociali per disinnescare potenziali conflitti o situazioni conflittuali già in essere. Verso la fine dello scorso anno, consapevoli che la situazione del cambio franco-euro rimaneva del tutto insoddisfacente ma si era di fatto stabilizzata, abbiamo fatto un passo ulteriore discutendo con i due sindacati principali, OCST e UNIA, quali temi ci potevano vedere su un versante più collaborativo e meno conflittuale. Ad esempio quello della formazione professionale dei giovani. Su questo come su altri temi costruttivi per lo sviluppo economico del paese intendiamo proseguire la discussione e il confronto. Se questi sono gli aspetti più positivi del partenariato sociale restano tuttavia sul tappeto anche gli aspetti più negativi che noi intendiamo continuare a denunciare.

Alcune frange sindacali, soprattutto di UNIA, si ostinano a demonizzare gli imprenditori e non fanno distinzioni fra chi si comporta correttamente, la stragrande maggioranza, e quella minoranza che invece non rispetta le regole. Tutti gli imprenditori ai loro occhi sono colpevoli. Parlano, a mio giudizio a sproposito, di mercato del lavoro senza regole e allo sbando, di far west imprenditoriale senza fare alcun distinguo. Signori, in Ticino abbiamo oltre 200’000 posti di lavoro, ma gli abusi certificati dall’ufficio dell’ispettorato del lavoro e dalla commissione tripartita sono una frazione infinitesimale. Smettiamola una buona volta con questo gioco al massacro a scapito dei nostri imprenditori. Se c’è qualche mela marcia, come per altro le ritroviamo in tutte le categorie, giusto denunciare e sanzionare ma si abbia l’onestà di riconoscere che la maggior parte di loro opera in modo corretto e responsabile per il bene della propria azienda e delle maestranze.

Quello che è certo è che così non si può andare avanti. Decidano questi sindacalisti barricadieri se intendono continuare a condurre battaglie di retroguardia, che in nazioni a noi vicine non hanno portato ad alcun risultato in termini di occupazione e crescita economica, oppure se vogliono contribuire con noi alla crescita del paese. Da noi la porta è sempre aperta, ma per collaborare ma occorre essere almeno in due.

Con questo auspicio, posso solo salutare positivamente la decisione coraggiosa del sindacato OCST di non appoggiare la tassa di collegamento e di tutto sommato considerare la libertà di voto, per quanto difficilmente comprensibile, lasciata da UNIA come il male minore.

 

  1. Di quale sviluppo economico abbiamo bisogno?

Per noi industriali è chiara la strada che il paese deve intraprendere per generare uno sviluppo economico duraturo. Aziende, lavoratori, Stato e opinione pubblica devono marciare nella medesima direzione. Dobbiamo rafforzare i processi innovativi nelle aziende e migliorare il più possibile l’allineamento fra i profili professionali necessari nelle imprese e la formazione professionale e accademica impartita nelle nostre scuole. Qualcuno si è chiesto seriamente come mai il cantone Ticino accusa un ritardo salariale rispetto a diversi altri Cantoni? Una parte della risposta può stare nel differente costo della vita, ma in realtà la differenza potrebbe stare piuttosto nella composizione del tessuto economico. Scordiamoci che sia l’imposizione di salari minimi a modificare la situazione. Quello che dobbiamo fare come sistema-paese è piuttosto favorire lo sviluppo delle aziende esistenti e delle nuove aziende verso prodotti e processi produttivi in grado di generare valore aggiunto nel tempo. Anche in ambito salariale è il mercato che detta le sue regole, non un’imposizione dello Stato. Quanto più il tessuto economico di una regione è caratterizzato dalla presenza di aziende innovative e quanto più è disponibile personale specializzato tanto più questo personale avrà un maggior valore sul mercato e i salari si adegueranno conseguentemente.

Dobbiamo essere in chiaro sul fatto che lo sviluppo economico non può realizzarsi nell’autarchia che qualcuno ha in mente, in un Ticino chiuso da muri alle frontiere e reso impenetrabile agli stranieri. Del resto a due settimane dall’apertura di AlpTransit possiamo solo attenderci a un cambiamento epocale. Per il Ticino, le opere di grande ingegneria ferroviaria hanno sempre segnato una svolta storica. Con i suoi 57 chilometri di lunghezza, l’arteria principale del nuovo collegamento ferroviario nord-sud attraverso le Alpi è anche l’immagine di una nuova politica dei trasporti sostenibile, accorciando distanze e aumentando il trasporto delle merci.

Questo fatto dovrebbe aprire una sana riflessione sulla tentazione di voler controllare le frontiere e regolamentare l’accesso della manodopera al mercato del lavoro. Se svolta intelligentemente ha un senso, ma se vogliamo percorrere fino in fondo la sfida dello sviluppo economico e dunque la crescita del nostro territorio in termini di benessere economico e sociale dobbiamo accettare anche la sfida della competitività e delle frontiere permeabili. Se vogliamo accogliere aziende sane e innovative sul territorio dobbiamo accettare che queste aziende ma anche le nostre università si confrontino con il resto del mondo e dunque sia data la possibilità anche al personale estero e ai ricercatori provenienti dal resto del mondo di interagire con le aziende in Ticino.

Solo dal dialogo e dal confronto con realtà diverse e variegate nasce e si sviluppa la forza innovativa di un paese. “Il Ticino ai ticinesi” è uno slogan comprensibile se immaginato per dare una risposta credibile alle preoccupazioni dei nostri cittadini, lo è molto meno se pensato per illudere che il nostro Cantone ce la possa fare da solo, contando esclusivamente sulle proprie forze in una sorta di dorata autarchia.

Vorrei infine ringraziare tutti gli imprenditori e in generale tutta la popolazione ticinese e svizzera che lo scorso mese di febbraio ha votato a chiara maggioranza SÌ alla costruzione di una seconda galleria autostradale del Gottardo. Una risposta lungimirante del paese che ha visto impegnate le organizzazioni economiche per molti mesi su questo fronte, con un dispendio finanziario e un impegno personale non indifferenti.

Grazie ancora e buon lavoro a tutti in vista di nuove impegnative sfide, a cominciare da quella contro la tassa di collegamento il prossimo 5 giugno!