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Quell’economia verde ci mette in ginocchio

La Svizzera è già ai vertici delle principali classifiche sulla sostenibilità ambientale, il che è di per sé un onore, ma anche una missione per un’economia e una società avanzate come la nostra. Un dovere – e diciamocelo – anche una grande opportunità che ci porta ad investire nelle cosiddette cleantech, le energie pulite, alternative, innovative che alle nostre latitudini sono all’origine di un numero di brevetti depositati per persona…, ormai lo intuirete, tra i più alti al mondo.

È dunque più che lecito chiedersi dove trovi posto nel panorama politico l’iniziativa popolare “Economia verde”, oggetto in votazione il prossimo 25 settembre, che chiede che la Svizzera riduca la sua impronta ecologica entro il 2050 da 3 a 1 pianeta, o in altre parole riduca il consumo di risorse di quasi due terzi (-65%). Non ci vuole un luminare per capire che questo obiettivo è assurdo e irrealistico. Basti pensare che oggi solo economie sottosviluppate, che vivono di una produzione appena sufficiente per il paese stesso, come il Togo o le Filippine, raggiungono l’impronta ecologica auspicata dall’iniziativa.

Ancora una volta ci troviamo a dibattere di un’iniziativa irrealizzabile che prevede ampi spazi di delega alla politica per ogni sorta di soluzione qualora gli obiettivi troppo ambiziosi, per altro mai applicati in altre nazioni del mondo, non venissero raggiunti nei tempi prefissati.

La proposta è folle sotto diversi punti di vista, ma soprattutto per quanto riguarda le conseguenze che potrebbe avere per l’economia svizzera in generale, e per le aziende in particolare, soprattutto le piccole e medie, quelle che tutti a parole dicono di voler difendere.

L’obiettivo generale posto dall’iniziativa riguardo una gestione efficiente delle risorse è legittimo e non pone alcun problema. La maggior parte delle aziende hanno questa preoccupazione di preservare le risorse. Il guaio è semmai che gli obiettivi dell’iniziativa toccheranno le imprese a prescindere dagli sforzi che faranno in maniera spontanea per abbattere il loro impatto ambientale, poiché come detto gli scopi dell’iniziativa sono irrealizzabili nei tempi imposti, ossia il 2050. Bisognerà giocoforza adottare misure drastiche per diminuire i consumi, che andranno inevitabilmente ad incidere in modo importante nella nostri abitudini di vita. Lo Stato dovrà emettere prescrizioni severe che causeranno una nuova impennata della burocrazia, già asfissiante, e introdurre nuove tasse per ridurre la cosiddetta impronta ecologica di cui molti si sciacquano oggi la bocca senza sapere bene cosa sia. Si tratta invero di un lungo calcolo teorico, molto discutibile, che ci dice dove ci situiamo in termini di risorse consumate rispetto a quelle a disposizione del pianeta: oggi consumiamo come 3 pianeti, nel 2050 dovremmo consumare come uno. Un concetto – come spesso capita –  in voga quando l’iniziativa è stata lanciata, ma che nel frattempo ha perso slancio. Purtroppo però in caso di accettazione della proposta dei Verdi, la Svizzera sarebbe il primo paese a iscrivere la nozione questo concetto fumoso di impronta ecologica nella sua Costituzione e a dover di conseguenza ridurre industrie, impieghi, e conseguentemente anche il benessere che abbiamo faticosamente creato.

La politica energetica elvetica, come quella in altri settori, avrà successo anche in futuro se riuscirà a conciliare la protezione e l’utilizzo delle risorse con le esigenze dell’economia. È da quest’ultima che giunge il progresso tecnologico che negli ultimi anni ha permesso passi da gigante di cui approfitta non solo la Svizzera ma tutti i paesi industrializzati. Ed è in questo modo che la Svizzera sta contribuendo più di molti altri alla protezione del clima, ma smettiamola di pensare di assumere il ruolo di salvatori del pianeta come qualcuno vorrebbe lasciare intendere!

Il resto appartiene ad una politica ideologica e dogmatica che mi auguro il Popolo svizzero il prossimo 25 settembre saprà confinare al rango di esercizio di dialettica.

Per tutte queste ragioni voterò contro l’iniziativa popolare per “un’economia verde” e vi invito a fare altrettanto.

 

Fabio Regazzi, consigliere nazionale, presidente Associazione industrie ticinesi

Corriere del Ticino, 15 settembre 2016

Intervento in Consiglio nazionale sull’Iniziativa popolare per un’economia verde

Signor Presidente

Signora Consigliera federale

Care colleghe, cari colleghi

Cosa accomuna l’Environmental Performance Index 2013 della Yale e della Columbia University, il Word Energy Council Sustainability Index 2013, il Sustainbale Competitiveness Report del WEF 2013/2014 o il Decoupling Report dell’UNEP 2011?

Tutti questi indicatori issano la Svizzera al primo posto in classifica per quel che riguarda la protezione dell’ambiente, l’utilizzo parsimonioso delle risorse o la conciliazione tra crescita economica ed efficienza delle risorse.

Possiamo dunque sederci sui nostri allori (e che allori!) e lasciare agli altri gli sforzi in materia di protezione dell’ambiente e delle risorse?

Guai! Figurare ai vertici delle principali classifiche sulla sostenibilità ambientale non è solo un onore, ma una missione per un’economia e una società avanzata come la nostra. O perlomeno è un dovere – e diciamocelo, anche una grande opportunità – investire nelle cosiddette cleantech, le energie pulite, che alle nostre latitudini sono all’origine di un numero di brevetti depositati per persona…, ormai lo intuirete, tra i più alti al mondo.

È dunque più che lecito chiedersi dove trovi posto nel panorama politico l’iniziativa popolare “Economia verde”, oggetto dell’odierna discussione, che chiede che la Svizzera riduca la sua impronta ecologica (…) entro il 2050 ad 1, o in altre parole riduca il consumo di risorse di quasi due terzi (-65%). Non ci vuole un luminare per capire che questo obiettivo è assurdo e irrealistico. Basti pensare che oggi solo economie sottosviluppate, che vivono di una produzione appena sufficiente per il paese stesso, come il Togo o le Filippine, raggiungono l’impronta ecologica auspicata dall’iniziativa. Per raggiungere l’obbiettivo, va da sé, l’iniziativa esige misure straordinarie, mai discusse o applicate in altre nazioni del mondo. Si parla infatti di divieti di produzione e consumo, nuovi ostacoli commerciali e limitazioni della concorrenza che danneggerebbero l’economia cancellando migliaia di posti di lavoro. La proposta è folle sotto diversi punti di vista, ma soprattutto quello delle conseguenze che potrebbe avere per l’economia svizzera in generale, e per le aziende in particolare, soprattutto le piccole e medie, quelle che tutti a parole dicono di voler difendere.

Del resto il controprogetto indiretto del Consiglio federale che doveva essere più “moderato” ha suscitato malumori e parecchie critiche negli ambienti economici per diversi motivi, che riassumo brevemente perché sono a maggior ragione validi per l’iniziativa oggi in discussione, che come detto è ancor più radicale:

  • gli oneri per l’economia e le aziende aumenteranno a causa di nuove prescrizioni sulle informazioni sui prodotti, degli obblighi di garantire la rintracciabilità e il riutilizzo dei materiali, e altre disposizioni ancora.
  • La libertà decisionale di imprese e consumatori sarebbero state limitate, i costi amministrativi, soprattutto per le PMI, drasticamente aumentati, e – dulcis in fundo – la burocrazia avrebbe continuato la sua inarrestabile avanzata.

La nota positiva: il Consiglio nazionale ha respinto, seppur di misura, il controprogetto.

La nota negativa: le preoccupazioni in relazione a questa iperattività di regolamentare rimangono e questa iniziativa popolare ed il relativo controprogetto, ne sono solo l’ennesima riprova.

Regolarmente sento in quest’aula preoccupazioni per imprese e impieghi di fronte al franco forte e la situazione economica dalle molte incertezze.

Ma poi, nella pratica, da questi banchi, e anche dallo stesso Consiglio federale, escono iniziative o proposte con conseguenze poco trasparenti e con una certezza sola: per il loro corollario di prescrizioni, oneri e divieti andranno a gravare pesantemente sulle nostre aziende sempre più confrontate con una burocrazia invadente e asfissiante (e ve lo dice uno che nella sua attività di imprenditore lo vive quotidianamente).

La politica energetica elvetica, come quella in altri settori, avrà successo anche in futuro se riuscirà a conciliare la protezione e l’utilizzo delle risorse con le esigenze dell’economia. È da quest’ultima che giunge il progresso tecnologico che negli ultimi anni ha permesso passi da gigante di cui approfitta non solo la Svizzera ma tutti i paesi industrializzati. Ed è in questo modo che la Svizzera sta contribuendo più di molti altri alla protezione del clima.

Il resto appartiene ad una politica ideologica e dogmatica che mi auguro questo Parlamento sappia confinare al rango di esercizio di dialettica, evitando di perdere tempo con proposte utopiche e irrealistiche.

Per tutte queste ragioni voterò contro l’iniziativa popolare per “un’economia verde” e vi invito a fare altrettanto.

 

Berna, 2 dicembre 2015