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Il decorso storico dello sviluppo industriale in Ticino e le sue prospettive

Intervento del Presidente dell’Associazione Industrie ticinesi all’Assemblea generale ordinaria dei delegati della CATEF

Carissimo Presidente,

carissima Segretaria,

cari ospiti,

sono molto lieto di poter intervenire in occasione dei vostri odierni lavori assembleari, per sottolineare la stima e la fruttuosa collaborazione che unisce l’Associazione industrie ticinesi che presiedo con la CATEF, importante attore del mondo immobiliare cantonale, ma anche ribadire la profonda amicizia che mi lega da decenni al vostro Presidente Gianluigi Piazzini, di cui invidio da sempre il linguaggio vivace e le metafore colorite.

La lettura dei suoi editoriali sulla rivista di Economia Fondiaria sono per me un must, un appuntamento irrinunciabile per rinfrescarmi il delizioso repertorio da lui snocciolato, un ilare antidoto contro le ultime castronerie dei soliti ambientalisti per definizione del tutto privi di buon senso.

In veste di consigliere nazionale, non è certo necessaria una puntualizzazione per riconoscere la mia vicinanza al settore immobiliare, colonna portante della nostra economia, e quindi alla vostra associazione.

Dal mio osservatorio bernese, numerosi sono i temi che ci accomunano, per i quali ho sempre trovato nel vostro Presidente, disponibilità, condivisione e appoggio. Non da ultimo di Gigio ho sempre apprezzato lo spirito di sintesi che coglie all’istante il problema. Una battaglia tra le tante è la campagna del referendum contro la revisione della legge federale sulla pianificazione territoriale (LPT). Purtroppo il responso delle urne del 3 marzo 2013 ci è stato chiaramente sfavorevole.  Ma anche contro l’iniziativa sulle residenze secondarie del 2012 il nostro sodalizio ha avuto poca fortuna. Ci tengo comunque a ribadire che se abbiamo avuto poco seguito su questi temi, altri, come la riforma fiscale, ha registrato maggiori successi.

Il tema della relazione odierna è di quelli che potrebbe farvi piombare in profonda catalessi. Il pericolo invero è reale dal momento che ci situiamo alla fine di una lunga e pesante settimana lavorativa e stando all’ordine del giorno costituisco il vostro ultimo sbarramento all’agognato aperitivo…

Cercerò quindi di affrontare il tema dello sviluppo industriale di questo Cantone partendo dalle ragioni che ne hanno determinato un decollo relativamente tardo, soprattutto se paragonato alla Svizzera.

Ritrovaremo tra queste cause sostanzialmente le stesse che continuano a penalizzarci oggi, e sono:

  1. l’esiguo mercato interno
  2. gli ostacoli creati dalla difficoltà dei trasporti
  3. e dal confine politico con I’ltalia.

Se si osserva quello che era il panorama economico industriale (artigianale) dell’Ottocento ticinese, soprattutto negli anni dell’isolamento precedenti alla realizzazione del traforo deI San Gottardo (1882), non ci si può stupire del fatto che il Ticino assistette pressoché da spettatore agli avvenimenti economici originati dalla rivoluzione industriaIe del 1800.

L’assenza quindi di stimoli reali in grado di originare, ad esempio, la meccanizzazione delle imprese artigianali, fece in modo che il Ticino risultasse assente nel fenomeno di espansione economica che, sostenuto dall’esportazione, fece le sue prime apparizioni in altre regioni svizzere già nel corso della prima meta del XIX secolo.

Dal profilo dell’insediamento attorno alla metà dell’Ottocento si potevano osservare soltanto sporadici e discontinui sintomi di sviluppo, circoscritti a limitati settori quali, ad esempio, quelli del tabacco e della filatura situati soprattutto nel basso Mendrisiotto. Il Ticino economico dell’Ottocento presentava anche qualche mulino, alcuni pastifici, concerie e minuscole officine meccaniche. Tutto qui. Più al nord, una crescita significante caratterizzò invece, e per lungo tempo, l’attività dell’industria del granito.

Per tutto l’Ottocento le attività economiche cantonali vissero periodi di stagnazione tale da non riuscire nemmeno a dare sostentamento a tutta la popolazione. Ne è la prova la lunga tradizione d’emigrazione che dovette affrontare il nostro Cantone, ben descritta in alcune opere letterarie del Novecento ticinese. Erano i tempi in cui su 10 svizzeri costretti ad emigrare nel corso dell’Ottocento, uno era ticinese; un dato significativo se si tiene conto del fatto che la popolazione ticinese di allora, se rapportata a quella nazionale, corrispondeva a circa il 4%.

1882-1914: la svolta

La svolta, anche se attutita dall’enorme ritardo accumulato nei confronti del resto del Paese, si verificò con la realizzazione del traforo del San Gottardo del 1882. Ancora una volta, mi verrebbe da dire, i Confederati, soprattutto svizzeri-tedeschi, ci vennero in soccorso. E non sarà l’ultima… L’allacciamento diretto, regolare e continuo con il Nord, permise la creazione di nuove a

ttività industriali che, affiancate alle esistenti, trovarono una loro ragione d’essere.

Si trattò, per larga parte, di fenomeni insediativi finanziati da capitali svizzero-tedeschi, favoriti dalla numerosa manodopera e dalle abbondanti fonti energetiche (l’acqua!) presenti in Ticino.

Il cambiamento provocato dal potenziamento delle trasversali alpine, impresse notevole sviluppo all’industria estrattiva della pietra e a quelle delle costruzioni ma, quel che più conta, fece propagare in Ticino nuove speranze per un recupero graduale delle potenzialità economiche.

Eccezionale fu lo sviluppo dei rami abbigliamento, metallurgia e alimentare.

Per limitarmi all’industria, nel 1903 nasce la fabbrica di cioccolato Cima Norma a Dangio-Torre in Valle di Blenio. Nel 1908 prendono vita le Officine del Gottardo a Bodio che nel giro di dieci anni, dal 1906 al 1916, sono protagoniste del quadruplicamento del numero degli stranieri domiciliati nel piccolo Comune della Bassa Leventina. Qualche anno prima nel 1905 a Giubiasco nasce anche la Linoleum SA. Correva l’anno 1900 quando Fritz Wullschleger, avviò il suo commercio di materiali edili, cui aggiunse svariati materiali usati nella costruzione, fatto che permise un rapido sviluppo dell’attività aziendale. Tra le aziende metallurgiche si segnala la Tenconi SA di Airolo, nata in concomitanza proprio con la realizzazione del tunnel ferroviario del San Gottardo ma anche le Ferriere Cattaneo di Giubiasco.

A dare lo sperato scossone a quelle che sono oggi le basi della moderna struttura economica ticinese furono il primo e ancora di più il secondo dopoguerra del Novecento, tanto che da 148 fabbriche del 1901 si passò a 714 del 1964. Salvo leggeri regressi constatati dopo lo scoppio della prima e della seconda guerra mondiale, anche l’aumento della manodopera risultò sempre costante. Nel 1900 nel settore industriale ticinese si contavano 9’700 operai, nel 1964 si arrivò a 20’900.

Nel periodo che corre dal 1950 al1963 furano quattro i distretti che registrarono un aumento importante del numero di fabbriche: Lugano ebbe un incremento del 72%, Mendrisio del 48%, Bellinzona del 38%, Locarno del 30%. La maggior parte delle fabbriche, i due terzi del totale, era localizzata nei due distretti del Sottoceneri, mentre il 71% dei Comuni del distretto di Mendrisio contava almeno una fabbrica.

 

1960-1980: esplosione degli impieghi

Dal secondo dopo guerra importante fu l’inversione di tendenza prodotta dal mercato del lavoro ticinese. Mentre durante tutto l’Ottocento ed i primi 40 anni del secolo scorso gran parte dei lavoratori era stata costretta ad emigrare, dopo la seconda guerra mondiale il Ticino diventa una meta ambita, non solo per i lavoratori stranieri, che cercano le loro occasioni di lavoro, ma anche per i residenti. L’espansione di un elevatissimo numero di piccole aziende, fra le quali mi piace annoverare anche la Regazzi, è stata favorita, in gran parte, dalla sicurezza di poter disporre sempre di sufficiente manodopera estera (in maggior parte frontalieri-pendolari).

Se questo, da un lato, ha stimolato la crescita industriale sotto il profilo quantitativo, d’altro canto ha però contribuito, almeno all’inizio, a frenare il processo di razionalizzazione e meccanizzazione delle nostre fabbriche.

 

1980-Oggi: riconversione industriale

La riconversione industriale, attuata in gran parte negli anni ’70 e ’80, ha provveduto comunque a riequilibrare parte degli antichi scompensi. Quella che stiamo vivendo oggi, sta correggendone altri: tra questi mi pare fondamentale poter riequilibrare anche la partecipazione delle donne sul mercato del lavoro, oggi comunque inferiore di quella maschile e con aspirazioni a poter crescere, tema che fra l’altro sarà al centro dell’assemblea AITI di lunedì prossimo.

A tale proposito la rivoluzione tecnologica ci viene in aiuto: se da un lato il lavoro 4.0 impone una preparazione sempre più ampia nelle cosiddette materie STEM (science, technology, engineering and mathematics), fattore critico per le donne che sono, al momento, sottorappresentate in queste discipline. Al tempo stesso prevede criteri di flessibilità, ad esempio di orari e spazi, che invece vanno incontro alle necessità delle lavoratrici, e un’attitudine al lavoro di squadra che spesso caratterizza le competenze femminili.

Questo per dire che il cambiamento in atto amplierà – o quanto meno lo spero – le opportunità professionali e di carriera offerte dal ramo industriale anche all’altra metà del cielo, spezzando antichi stereotipi riguardo una preclusione del nostro settore industriale nei confronti delle lavoratrici femminili.

Siamo un Cantone che fà da ponte tra due delle aree economiche più robuste e dinamiche d’Europa: la Lombardia a sud (con il polo di Milano) e la regione di Zurigo a Nord. Il Ticino, istituzionalmente ben integrato nella Confederazione elvetica, appartiene alla cultura italiana ed è rivolto economicamente sia a nord che a sud.

Negli ultimi anni le oltre 200 industrie dell’AITI esportano più dell’80%, impiegano 19’000 collaboratori, registrano 19 miliardi di fatturato e formano 300 apprendisti ogni anno, concorrendo a generare il 20% del PIL cantonale. Tra i settori che esportano di più figura la metalmeccanica, il tessile e l’abbigliamento, la chimica e la farmaceutica, le materie plastiche e quello delle macchine e dell’elettronica.

Con queste cifre e presupposti credo che il settore industriale cantonale ha tutte le carte in regola per guardare al futuro con ottimismo. Bisogna essere onesti e ammettere che le nostre condizioni quadro sono migliori di Paesi a noi vicini, anche se sicuramente in molti ambiti si dovrebbe fare di più (penso a quello fiscale ma non solo).

Ciò detto è la politica a non voler fare la sua parte. A volte, si adottano misure poco efficaci solo per mostrare ai cittadini che si sta facendo qualcosa, che spesso si rivelano contrarie al diritto superiore generando anche un dannoso aumento della burocrazia (emblematica in tal senso la famosa tassa di collegamento che abbiamo combattuto). Avverto, in generale, poca ragionevolezza; stiamo perdendo la capacità delle passate generazioni di affrontare i temi con misura e un sano buon senso. La capacità di trovare soluzioni concrete dopo discussioni e concessioni reciproche è un elemento di forza della nostra politica. Ecco perché sarebbe auspicabile che in Parlamento sedessero più imprenditori poiché portano un contributo fondamentale alle decisioni politiche.

Grazie dell’invito e buon lavoro a tutti.

 

Post scriptum: per vostra informazione mi ricandido alle prossime elezioni federali del prossimo autunno, nel caso voleste veder riconfermata la presenza di un imprenditore in Parlamento…

 

Fabio Regazzi

Presidente AITI, consigliere nazionale

 

Venerdì 24 maggio 2019

Bellinzona, Auditorium Banca Stato

“Il Ticino è industria: un’Agenda per la crescita dell’economia cantonale”

Relazione all’Assemblea generale ordinaria AITI

 

Egregio Signor Consigliere federale Ignazio Cassis

Signor Consigliere di Stato Christian Vitta

Signor Consigliere di Stato Paolo Beltraminelli

Presidenti e Direttori delle associazioni economiche

Gentili Ospiti

Care e cari Associati

Ringrazio innanzitutto l’assemblea dei soci di AITI che mi ha appena rieletto per un secondo triennio alla Presidenza dell’Associazione industrie ticinesi. Grazie per la fiducia! Sono fiero di essere alla testa di una gloriosa associazione indipendente e dinamica che rappresenta di uno dei settori più importanti dell’economia cantonale.

Vorrei ringraziare il Consigliere federale Ignazio Cassis per avere accettato volentieri l’invito a partecipare alla nostra assemblea annuale. Caro Ignazio la tua presenza qui oggi a Lugano ci onora particolarmente. Sono sicuro – e lo stai già dimostrando concretamente – che la tua presenza in Consiglio federale rappresenta un valore aggiunto non solo per la Svizzera italiana ma anche per il resto della Svizzera. Sei a capo ora di un Dipartimento – gli Affari esteri – molto importante per il nostro paese e per la nostra economia. Noi tutti confidiamo nelle tue indubbie capacità e viviamo con piacere la passione che metti in quello che fai. Una parte del successo della nostra economia dipende anche dalle buone politiche messe in atto dalla Confederazione. Gli imprenditori ne sono consapevoli.

Crediamo anche che la partecipazione dell’economia alla costruzione del benessere collettivo sia nell’interesse generale di tutta la nostra società. Sappi pertanto che gli imprenditori che si battono per un’economia sana e lungimirante saranno sempre a fianco di una politica altrettanto costruttiva che guarda al bene generale del Paese.

Prima di affrontare i temi centrali della mia relazione, mi preme ricordare che questo fine settimana ha luogo un’importante votazione cantonale sul pacchetto fiscale e sociale, che invito tutti a sostenere. Chi non si è ancora espresso per corrispondenza non faccia mancare il proprio voto!

Si tratta infatti di un passo necessario per permettere al Ticino di rientrare nella media nazionale a livello fiscale. Purtroppo il nostro Cantone è scivolato nelle ultime posizioni della competitività fiscale in Svizzera e se non invertiremo la rotta, con l’abbandono dei regimi fiscali speciali a livello cantonale rischiamo di perdere buoni contribuenti che priviligieranno inevitabilmente altri Cantoni o altre nazioni.

La conseguenza sarà un appesantimento della fiscalità generale a carico di chi rimane sul territorio, dunque principalmente le piccole e medie imprese e il ceto medio.

Non si tratta affatto di un regalo ai ricchi come è stato definito impropriamente. Il pacchetto fiscale è il risultato di un patto di paese fra aziende, cittadini e Stato. Il miglioramento della fiscalità sulla sostanza delle persone fisiche e sul capitale delle persone giuridiche è nell’interesse di tutti i contribuenti. Il supporto agli investimenti in aziende innovative risponde all’obiettivo di sostenere sempre più la creazione di posti di lavoro qualificati sul territorio. D’altra parte, con l’entrata in vigore di diverse misure sociali, interamente finanziate dalle aziende, rispondiamo alle esigenze concrete di molte famiglie ticinesi che vogliono meglio gestire la conciliabilità fra lavoro e famiglia. Un’operazione “win win” che non svuota affatto le casse pubbliche, bensì consolida il gettito fiscale e permette allo Stato di continuare a offrire alla collettività servizi pubblici di buon livello.

È per me un piacere potervi dare il benvenuto a questa 56ma Assemblea AITI. Filo conduttore della mia relazione è l’agenda che il mondo economico, le istituzioni e la politica e i cittadini devono mettere in atto per costruire il Ticino del futuro, quale parte integrante della Svizzera ma anche una regione economica importante a livello europeo e internazionale.

La mia sarà una descrizione dell’Agenda per l’industria e la crescita dell’economia cantonale che incentrerò su quattro temi, inevitabilmente legati tra di loro.

  1. L’industria nella trasformazione moderna
  2. Il ruolo degli imprenditori e dei lavoratori
  3. Un nuovo patto fra le parti sociali
  4. I temi che devono essere al centro dell’agenda politica

 

  1. L’industria nella trasformazione moderna

Viviamo un’epoca nella quale alle imprese e agli imprenditori viene richiesto di soddisfare numerose esigenze, ma non dimentichiamoci che lo scopo primario di ogni impresa è rimasto immutato nei secoli: fare profitto.

Il guadagno è infatti linfa essenziale di ogni azienda ed è la premessa per realizzare altri importanti obbiettivi: investimenti, creazione e mantenimento dei posti di lavoro, utilizzo delle nuove tecnologie, ricerca nell’ambito dei prodotti e dei processi produttivi, espansione verso nuovi mercati, gettito fiscale con il quale lo Stato eroga servizi essenziali a favore della collettività.

Di fronte all’ondata di populismo e di ipocrisia di chi considera il profitto come una sorta di delitto, vorrei ricordare Olof Palme, un socialista riformista, che diceva “Bisogna combattere la povertà non la ricchezza”. Parole di grande saggezza che sembrano però molto lontane dal pensiero di molti esponenti della sinistra nostrana tutt’oggi ancorati a schemi di lotta di classe di stampo marxista.

L’industria è entrata in una fase di profonde trasformazioni strutturali, legate prima di tutto alla globalizzazione e ai processi di digitalizzazione. Il progresso tecnologico detta le scelte economiche ma anche quelle politiche e sociali.

La storia delle nostre imprese è preziosa. Da essa deriva la loro capacità moderna d’innovare e trovare una collocazione adeguata nei mercati.

La storia è fatta di saperi tramandati da una generazione all’altra, di intuizioni che sono il frutto di competenze ma anche della capacità di guardare oltre il proprio orizzonte locale e nazionale. Nell’impresa dobbiamo dunque fare tesoro della storia, ma soprattutto come base di partenza e non quale vincolo per lo sviluppo stesso dell’azienda.

D’altra parte non possiamo affrontare la globalizzazione acriticamente. Se si ha però l’onestà di andare a leggere i dati e le situazioni si vedrà che la globalizzazione ha permesso di ridurre le disparità e sta facendo crescere economicamente continenti e nazioni rimaste in passato nel gruppo dei paesi poveri. Probabilmente però abbiamo davvero bisogno di gestire meglio la globalizzazione, per quanto possibile, creando il giusto mix di competitività, mercati e frontiere aperte, sostenendo le fasce più deboli della popolazione e rafforzando anche le loro competenze professionali.

Nella nostra società v’è chi pone le imprese in contrapposizione ai lavoratori e alla popolazione. In una realtà fatta quasi integralmente da piccole e medie aziende questa idea è completamente sbagliata, oltre che controproducente.

Aziende, lavoratori e cittadini sono tutti dalla stessa parte e tocca a ognuno di loro saper governare la globalizzazione. L’industria dell’era moderna è dunque quel luogo privilegiato dove si fa impresa, dove si innova, dove le persone fanno squadra, dove si anticipano i tempi e le tendenze che nuovi prodotti e processi produttivi andranno a creare. Ma oggi effettivamente l’azienda non è più solo quell’entità che dà un lavoro e un salario; è un attore sociale a pieno titolo e anche da questo punto di vista l’azienda è guardata e giudicata. Le collaboratrici e i collaboratori sono al centro del funzionamento dell’impresa. Non è tanto per dirlo ma perché le competenze delle persone diventano sempre più importanti e quelle aziende che sanno valorizzare queste competenze sanno anche imporsi rispetto alla concorrenza.

 

  1. Il ruolo degli imprenditori e dei lavoratori

“Se avessi chiesto ai miei clienti cosa avessero voluto, mi avrebbero risposto un cavallo più veloce”. Così si esprimeva l’imprenditore americano Henry Ford prima della fine del Novecento. Mentre Antoine de Saint-Exupery, famoso scrittore e aviatore francese diceva che “se vuoi costruire una nave, non radunare uomini solo per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”.

L’imprenditore ha l’obiettivo di far crescere la propria azienda e di trasmetterla nelle migliori condizioni alle future generazioni. Egli esprime dei valori che derivano sicuramente dalla proprietà e che sono coniugati nel lungo termine. L’imprenditore sa che il successo non è una vincita alla lotteria, immediata quanto effimera.

Egli non riversa la sua soddisfazione nel soddisfacimento contingente bensì nella crescita giorno dopo giorno della forza della propria azienda. Egli sa ascoltare il cliente e gli fornisce il bene o il servizio che richiede, tuttavia con la propria interpretazione del risultato.

L’imprenditore è il capitano di una squadra e come tale deve comportarsi. Sa mostrare la via e i mezzi per percorrerla ma anche essere ricettivo ai cambiamenti e al parere dei propri collaboratori. Oggi le imprese sono definite da reti di decisori; l’imprenditore è infine solo nelle decisioni ma non è solo nella loro determinazione e nella loro realizzazione. L’imprenditore è colui che sa vestire lo scopo e gli obiettivi dell’impresa con la sua visione del mondo, dei mercati e dei competitori. L’imprenditore ha un sogno e di esso deve fare partecipi i suoi collaboratori.

E’ possibile questo nel contesto di trasformazioni descritto al punto precedente? Si è possibile, è ancora possibile, perché la passione per la propria azienda e il proprio lavoro non può ancora – e aggiungo io fortunatamente – essere sostituita da un robot o da una macchina super intelligente. Certo, l’intelligenza artificiale darà ai robot capacità umane e forse noi umani potremmo un giorno fonderci con le macchine. Una prospettiva che può spaventare e che se del caso andrà governata. Nessuno sa dire con precisione dove ci porterà questa rivoluzione digitale, ma quello che è certo è che il cammino è tracciato e che lo sviluppo tecnologico non si fermerà.

La responsabilità sociale delle aziende da parte sua assegna un ruolo accresciuto alle collaboratrici e ai collaboratori delle imprese. Un buon clima di lavoro rafforza l’esercizio di espressione delle competenze delle persone. Il personale qualificato e i talenti, bene sempre più ricercato dalle imprese, sono attirati e mantenuti da aziende che sono capaci di avere una accresciuta sensibilità anche sociale e non più solo economica. Attenzione tuttavia a non voler cadere nella tentazione di regolare eccessivamente questi comportamenti virtuosi tramite leggi, lasciando invece tale compito alla responsabilità delle aziende stesse in un autentico spirito liberale.

 

3) Un nuovo patto fra le parti sociali

In Svizzera la rappresentanza delle parti sociali vive una situazione molto diversificata. In molte imprese esiste un rapporto diretto fra l’azienda e i lavoratori senza intermediazione e le cose funzionano senza particolari problemi e a piena soddisfazione di tutti. In altri contesti invece le parti sociali si sono affidate a contratti collettivi di lavoro, che non regolano solo gli aspetti salariali bensì molto di più.

Non possiamo non notare che il mondo del lavoro in Svizzera è percorso da tensioni crescenti.

Da un lato certamente vi possono essere motivi oggettivi dettati dal comportamento delle aziende che devono pur fare fronte alla competitività e alla globalizzazione con le armi a disposizione. Dall’altro lato notiamo però che una parte del sindacato assume un ruolo sempre più politico.

L’opinione pubblica viene istigata a considerare l’imprenditore come una sorta di criminale senza scrupoli; le distinzioni fra la buona imprenditoria (la gran parte) e la cattiva imprenditoria (la netta minoranza) sono sussurrate appena se non negate da chi cavalca una visione negativa dell’azienda.

In simili condizioni diventa difficile promuovere il dialogo. Eppure sarebbe più logico considerare imprenditori, aziende e lavoratori sulla medesima barca nel mare della globalizzazione. Non vince solo uno o l’altro: qui vincono o perdono tutti.

Giustamente, lo abbiamo già detto, all’impresa si chiede di avere anche un ruolo sociale. Ma anche ai lavoratori e a chi a volte li rappresenta ci permettiamo di chiedere qualcosa: comprendere le ragioni dell’impresa. Non ci può essere futuro in un mondo globalizzato senza entrare nel merito della flessibilità.

Alle imprese si chiede d’introdurre tutele crescenti dei lavoratori, ma in un mercato dove si deve soddisfare una produzione sempre più personalizzata non si può restare ancorati alle leggi e alle regole del passato. Flessibilità è per i sindacati un termine quasi tabù, per le aziende è invece un’esigenza imprescindibile.

Siamo e saremo sempre più una società digitale e interconnessa dove il lavoro sta conoscendo profonde trasformazioni. Il rifiuto di entrare in materia sulla flessibilità è un atteggiamento perdente che non solo non porterà alcun beneficio alle lavoratrici e ai lavoratori, ma che si rivelerà addirittura controproducente.

I sindacati ne prendano atto e abbadonino la visione della lotta di classe e dell’antagonismo verso le imprese. Colpire tutti per sanzionare (giustamente) gli abusi è un atteggiamento miope e poco lungimirante: la classica vittoria di Pirro.

 

4) I temi al centro dell’agenda politica ed economica

Al primo posto fra i temi che devono fare parte dell’agenda politica ed economica si pone l’innovazione. Essa è compito prima di tutto delle imprese. L’innovazione necessita di un ambiente favorevole e predisposto ad essa. Le aziende più abili nell’innovare sono quelle che le riservano un ruolo centrale nella strategia aziendale. Il compito degli imprenditori è dunque quello di cogliere per tempo questa necessità e di adoperarsi affinché tutta l’azienda sia un ambiente ricettivo all’innovazione.

Un altro fattore di successo della Svizzera è la cooperazione fra aziende e istituti accademici. Ne abbiamo un esempio in Ticino in particolare con la Supsi che è una scuola molto ricettiva all’innovazione e che lavora a stretto contatto con molte imprese industriali ticinesi per sviluppare progetti operativi promettenti a livello svizzero e internazionale. Questa soluzione della collaborazione fra aziende e scuole deve essere ulteriormente rafforzata.

Ma anche lo Stato ha un ruolo a sostegno dell’innovazione. Prima di tutto sostiene la ricerca fondamentale a livello universitario e la ricerca applicata nelle scuole universitarie professionali. Qui si tratta semmai di favorire ulteriormente la rapida trasmissione alle aziende dei risultati delle ricerche. Lo Stato ha pure il ruolo di sostenere tutti quegli enti sul territorio nazionale che hanno appunto il compito di trasferire le tecnologie e il sapere alle imprese. Ancora oggi circa la metà delle aziende svizzere ignora l’esistenza di Innosuisse, l’Agenzia svizzera per la promozione dell’innovazione, già denominata CTI (Commissione per la tecnologia e l’innovazione).

Dobbiamo tutti promuovere maggiormente la conoscenza di questi importanti gremi a sostegno dell’innovazione nelle aziende.

Non meno importante dell’innovazione è anche il tema della digitalizzazione. Anche questo è prima di tutto un compito delle imprese. Attraverso la digitalizzazione si creano nuovi modelli di business perché essa permette di ottimizzare i processi produttivi lungo tutta la catena di creazione del valore e soprattutto risponde alla domanda di produzione personalizzata, anche sulla scala più piccola delle PMI elvetiche sempre più rivolte ai mercati internazionali.

Il compito dello Stato è quello di favorire i processi aziendali di digitalizzazione. Due essenzialmente gli obiettivi: costituire un’infrastruttura informatica leader a livello mondiale, in quanto lo scambio di una mole di dati sempre maggiore a velocità sempre più elevate è la chiave del successo per la piena implementazione delle nuove tecnologie.

E creare altrettanto rapidamente le condizioni quadro giuridiche per quanto concerne la protezione dei dati, allo scopo di fare della Svizzera un luogo privilegiato nel mondo dello sviluppo delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione.

Un terzo tema centrale dell’Agenda politica ed economica è quello della formazione. La Svizzera, come sappiamo tutti, conosce un sistema tradizionale della formazione professionale duale che rappresenta ancora oggi la struttura portante di moltissime imprese svizzere. Se la Svizzera è un paese campione dell’innovazione nel mondo lo deve anche al fatto di avere sviluppato una formazione scolastica di base, una formazione professionale a livello secondario e terziario e una formazione accademica di ottimo livello. Occorre consolidare questa situazione aprendo tuttavia maggiormente la formazione ai processi di apprendimento dell’innovazione e della digitalizzazione. Qualche preoccupazione a questo proposito sorge. In Ticino assistiamo a continue polemiche politiche sull’evoluzione della scolarità obbligatoria che non lasciano presagire nulla di buono. Nell’ambito della formazione professionale scontiamo un decennale squilibrio fra formazioni più gettonate e formazioni che ogni anno presentano diversi posti di apprendistato liberi. Anche la suddivisione fra i sessi delle scelte professionali resta solidamente immutata a poche professioni.

Inoltre, le formazioni di livello terzario, quelle che portano all’ottenimento dei diplomi federali delle diverse professioni sono ancora troppo poco conosciute in Ticino.

Se la formazione svizzera vuole continuare a primeggiare nel mondo deve rapidamente adeguarsi alle esigenze formative dettate dalle nuove tecnologie. Anche per quanto concerne la formazione continua perché sempre più adulti sono confrontati alla necessità di aggiornare le proprie conoscenze professionali. La scuola oramai da tempo non ha più termine con il conseguimento di un attestato di capacità professionale, con un diploma federale o con una laurea. La scuola ci accompagna oramai durante tutte le fasi della vita.

Un quarto e ultimo tema che vorrei affrontare, ma ce ne sarebbero molti altri, è quello dell’accesso ai mercati, approfittando naturalmente anche della gradita presenza del nostro Ministro degli affari esteri. Come sappiamo e sovente ripetiamo, siamo un paese che guadagna 1 franco su 2 all’estero. Per le aziende svizzere la possibilità di accedere ai mercati esteri è fondamentale, così come lo è per le numerose aziende svizzere che nel tempo si sono internazionalizzate e producono pure all’estero.

La Svizzera ha sviluppato negli anni una rete capillare di accordi di libero scambio con una quarantina di paesi essenziali per la nostra economia.

La Svizzera è pure un paese che vede crescere l’importanza di mercati quali gli Stati Uniti, l’area asiatica e l’America del sud, senza dimenticare alcuni paesi dell’Est europeo. Ma l’Unione europea continua a restare il nostro principale partner politico e commerciale. Attendiamo di sentire dalle parole del Consigliere federale Ignazio Cassis il suo pensiero sull’impostazione della politica europea del Consiglio federale. Finalmente, e lo dico con sincero sollievo, il popolo svizzero sarà chiamato entro pochi anni a esprimersi sul quesito decisivo.

L’Unione democratica di centro dopo molte titubanze, si è infine decisa a chiedere in modo chiaro alle cittadine e ai cittadini svizzeri se vogliono mantenere oppure abbandonare il sistema degli accordi bilaterali che regolano le relazioni far la Svizzera e l’Unione europea. Per noi imprenditori la risposta è chiara, perché gli accordi bilaterali hanno portato più vantaggi che svantaggi, anche all’economia e alla popolazione ticinese nonostante i molti pareri contrari, tuttavia mai suffragati dalla realtà delle cifre.

Dal Consiglio federale anche le imprese ticinesi si attendono pertanto ogni sforzo tangibile e intangibile per mantenere l’apparato degli accordi bilaterali.

Gli imprenditori svizzeri e stranieri che investono in Svizzera hanno bisogno di stabilità. Quella stabilità tipicamente elvetica – delle norme giuridiche, politica, economica e monetaria e non ultimo sociale – che è un fattore d’attrazione per gli investimenti esteri nel nostro paese.

Al Consiglio federale gli imprenditori ticinesi chiedono una politica estera e una politica economica esterna moderne e orientate ai nuovi paradigmi di crescita economica e sociale a livello mondiale: tutela degli interessi economici elvetici nel mondo; sviluppo delle relazioni economiche e politiche anche al di fuori dell’Europa verso le nuove economie emergenti; garanzia dell’approvvigionamento energetico del paese; sostegno ai processi d’innovazione anche in un’ottica di collaborazione a livello internazionale fra imprese e fra istituzioni accademiche.

Tutto questo mantenendo naturalmente al centro dell’attenzione le nostre relazioni con l’Unione europea. Non esistono alternative credibili agli accordi bilaterali.

Diffidiamo dagli apprendisti stregoni e da chi preconizza un’autarchia della Svizzera, che farebbe scomparire in men che non si dica quanto di buono il nostro paese ha costruito nei secoli e nei decenni e che ha fatto la nostra fortuna. Dietro il “Made in Switzerland” non c’è chiusura, non c’è protezionismo. C’è invece il successo di un piccolo paese che è una delle potenze economiche del mondo, non per disgrazia altrui bensì per capacità proprie.

Gli imprenditori sono abituati a fare impresa con le regole a loro disposizione. Ma ciò non significa che si sia disposti ad accettare di tutto. Il vento della congiuntura volge al bello in questo 2018 anche se gli strascichi delle crisi economiche degli ultimi anni e del rafforzamento del franco svizzero non ci hanno abbandonato. Il contributo dell’industria nell’economia elvetica è importante e tutti devono adoperarsi per rafforzare la base produttiva nel nostro paese.

Se abbiamo superato tutti i momenti difficili dopo l’avvento degli accordi bilaterali Svizzera-UE lo dobbiamo a molti fattori, ma una buona parte del merito va riconosciuta agli imprenditori. Ma anche a uno splendido paese, la Svizzera, che continua a rappresentare nel mondo un grande laboratorio di esperienze, di convivenza fra religioni e culture differenti, di capacità professionali e innovative straordinarie. Signore e signori, questa è la Svizzera che vogliamo per cui adoperiamoci tutti affinché tale rimanga.

Buon lavoro, buoni affari e grazie dell’attenzione.

 

Fabio Regazzi, Presidente AITI