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Allocuzione del Consigliere nazionale Fabio Regazzi in occasione dei festeggiamenti per il Primo di Agosto a Caslano

“Rosso e bianco, i colori della Svizzera, e altri simboli”

 

Stimato Sindaco di Caslano, Emilio Taiana,

Spettabili autorità politiche, religiose e militari,

care e cari concittadini di Calsano,

 

è per me un grande piacere, oltre che un onore personale, esprimermi davanti a voi in occasione del Natale della Nostra Patria. Desidero pertanto ringraziare il Sindaco Emilio Taiana e il Municipio di Caslano, per questo invito che ho accolto con grande piacere e che considero come un’attestazione di amicizia anche da parte di tutta la popolazione.

Da quando sono diventato Consigliere nazionale i festeggiamenti del Primo di Agosto sono un’occasione privilegiata per riflettere sui valori fondanti del nostro Paese in un’ottica contemporanea, esercizio tutt’altro che facile per il rischio di apparire scontati. Ed è con questa preoccupazione che inizierò la mia allocuzione con una domanda che vi rivolgo: quando parlate della Svizzera ai vostri amici o conoscenti, che cosa vi evoca?

Ognuno di noi porta dentro di sè immagini del nostro Paese, e sono sicuro che non sono tutte uguali. Stasera, ho deciso di svelarvi alcuni dei miei simboli preferiti, in un gioco di confronto con voi, cercando di coglierne, laddove possibile, anche la valenza economica e sociale.

 

SIMBOLO SVIZZERO #1: IL CIOCCOLATO

Ah, il cioccolato! Citare a Caslano il cioccolato come primo simbolo nazionale mi sembra un atto dovuto, vista la vicinanza con una nota ditta che qui ha la sua sede. Un’azienda a carattere internazionale grazie alla sua produzione distribuita in quattro Paesi europei. Da qui sono usciti nuovi prodotti, buone idee e tante prelibatezze che hanno portato il nome di Caslano in tutto il mondo.

Personalmente, e qui vi deluderò, non sono un divoratore di cioccolato a differenza dei nostri compatrioti che ne hanno mangiato ben 11 chili a testa nel solo 2016. Le statistiche segnalano tuttavia una diminuzione delle vendite interne, ma non per quelle all’estero, a riprova di come questo nostro simbolo sia gradito fuori dai confini nazionali. L’attività di esportazione indica quindi una dinamica positiva. In Europa sono progredite soprattutto verso Belgio e Paesi Bassi. Nei maggiori mercati non europei, in Australia, Singapore, Emirati Arabi Uniti e Giappone hanno segnato significativi tassi di crescita. Il fatturato è quindi aumentato (+2,5%), attestandosi a 843 milioni di franchi lo scorso anno.

Il cioccolato al latte è un dunque a pieno titolo un emblema del nostro Paese. E i turisti sembrano essere d’accordo. Basta guardare le scatole di cioccolato nei nostri supermercati. Le hit sono i cioccolatini avvolti nell’immagine dei nostri simboli nazionali: la stella alpina, il Cervino, i laghi blu, gli jodler, per non citare che qualche esempio.

Del resto a chi non è capitato di portare una scatola di cioccolato a un qualche conoscente residente all’estero?

 

SIMBOLO SVIZZERO #2: LE MONTAGNE & HEIDI

Le montagne sono certamente un altro nostro simbolo, che fa rima anche con  “turismo”, un’attività economica che a livello mondiale riveste un ruolo di prima importanza, con potenzialità di ulteriore crescita. Secondo un rapporto sul settore, la Svizzera resta fra le migliori destinazioni in termini di attrattiva turistica e rimane una meta molto ambita. Un aspetto che occorrerà in futuro migliorare, oltre alla qualità del servizio non sempre all’altezza delle aspettative, è quello relativo ai prezzi delle prestazioni alberghiere e della ristorazione, oggettivamente più elevati rispetto alle nazioni europee. Il Ticino turistico risente della crisi economica, ma meno rispetto ad altre destinazioni elvetiche, anche se comunque si intravvedono segnali di ripresa.

Anche Caslano è conosciuto come meta turistica cantonale: perché si specchia nel lago, per la sua prossimità con Lugano, e perché è la porta del Malcantone, pure regione molto nota per la sua bellezza. Per non parlare del monte a forma di penisola, il monte di Caslano o Sassalto, che domina il villaggio ed è conosciuto per le sue caratteristiche geologiche, botaniche e faunistiche che ne fanno un luogo naturale protetto dalla Confederazione Svizzera.

Questo territorio insomma, grazie alla situazione privilegiata e anche al fatto di essere ben amministrato, offre una vasta gamma di attività: dal turismo pedestre attraverso i sentieri panoramici tra le montagne e il lago, al turismo culturale sul filo della storia presente sotto forma di monumenti religiosi e di costruzioni antiche. Per non parlare del museo della pesca che ben conosco.

Quando però parlo delle montagne ticinesi con i colleghi confederati, constato che alcuni di loro ci immaginano in chalets bucolici, attorniati da allegre caprette e bambine con le trecce stile Heidi. Per confutare questi stereotipi mi spendo in descrizioni riguardo l’architettura spartana delle nostre cascine, e la dura vita di montagna, ben più rude dei luoghi raffigurati sulle cartoline.

Nemmeno i nostri monti sono quelli delle tanto declamate piste da sci, ma sono perlopiù gruppi di stalle che se prima venivano spesso trasformate in rustici, per altro non facendo sempre onore al retaggio architettonico del passato, oggi sono altrettanto vittime di una regolamentazione che prevede limitazioni assurde e per certi versi ridicole, riducendo chi si avventura nell’impervio percorso del risanamento di una cascina a doversi infine adattare a condizioni di abitabilità peggiori a quella delle mucche. E quest’ultimo riferimento mi porta al terzo simbolo.

 

SIMBOLO SVIZZERO #3: LA MUCCA

Qui è divertente. Personalmente preferirei lo stambecco, il camoscio o il cervo, più attinenti alla mia nota passione per l’arte venatoria, ma occorre arrendersi all’evidenza. La mucca è il simbolo svizzero per eccellenza. Salvo per i francesi che non lo sanno, forse perché dopo il loro gallo ritengono impossibile che altri popoli cedano allo charme di una mucca. Ma che dire di loro che stentano sempre a credere che produciamo anche il vino: « mais comment faites-vous? Il doit faire trop froid ! Et la vigne ne pousse pas dans les montagnes … ».

Confesso che ho un certa simpatia per le mucche. Una bella foto del panorama svizzero deve giocoforza mostrare una mucca da una qualche parte….

Per chi poi come me ha l’abitudine di girovagare per le nostre montagne sa di doversi prima o poi  imbattere in questi simpatici e placidi ruminanti. E come non ricordare il loro ruolo di fonte di nutrimento primario dei nostri antenati quando il Ticino era ancora un Cantone rurale. Nei periodi di carestia, mentre nei campi si produceva poco, rimanevano loro a sfamare intere famiglie ticinesi con latte, formaggio e a volte, anche se raramente, con la carne…

Oggi le ritroviamo agghindate come delle miss in taluni concorsi, o nel merchandising dal gusto discutibile servito ai turisti nelle versioni più inverosimili, dal cinese all’arabo, dal formato gigante alla miniatura. Ma come svizzeri abbiamo una certa responsabilità per queste rivisitazioni del nostro simbolo nazionale, soprattutto da quando l’abbiamo proposta in una discutibile variante viola su una tavoletta di cioccolato di un nota marca svizzera o intenta destreggiarsi in improbabili palleggi da far invidia a Lionel Messi…

 

SIMBOLO SVIZZERO #4: I GERANI

Lo so, il fiore svizzero per eccellenza è ufficialmente la stella alpina. Ma a parte gli alpinisti più intraprendenti, quanti di voi l’hanno già vista nei prati ? Pochi, immagino.

Ecco perché il vero fiore nazionale svizzero è il geranio! Ne vediamo ovunque: sui balconi, sulle fontane, nelle fattorie. Per non parlare della frustrazione risentita come ticinesi quando raffrontiamo i nostri gerani, con quelli lussureggianti, quasi come i frutti di una foresta tropicale, che sbocciano sui balconi delle fattorie dell’Emmental bernese, al punto che vien da chiedersi: “ma come fanno con il clima da lupi che si ritrovano”? Non avendo un pollice particolarmente verde, abbandono un terreno per me ostico, e passo al simbolo successivo.

 

SIMBOLO SVIZZERO #5: GLI OROLOGI… E LA PUNTUALITÀ

Gli orologi sono un altro simbolo della Svizzera, e a differenza della mucca per i francesi, questo è arci-noto! La Svizzera è conosciuta soprattutto per le sue marche di lusso, dai meccanismi finemente assemblati, ma anche per gli orologi più casual, e non da ultimo per quello splendido oggetto divenuto oramai patrimonio mondiale del design che campeggia in tutte le stazioni elvetiche, e che è persino stato oggetto del contendere in una nota causa legale tra il gigante Apple e le nostre FFS. L’ha spuntato il “Davide” svizzero ottenendo un versamento plurimilionario per autorizzarne la riproduzione sui prodotti della “mela”.

Il frutto di queste conoscenze storiche del settore orologiero lo ritroviamo oggi nei quasi 20 miliardi di franchi di esportazioni elvetiche (dato 2016) e nei 60’000 impieghi che l’industria orologiera vanta, oltre ai 1’000 apprendisti che forma. Il settore orologiero non ha sempre vissuto tempi tranquilli e anche oggi sta affrontando un periodo in chiaro e scuro. In Ticino occupa 3’000 addetti e raggiunge un fatturato di oltre 200 milioni. Che dire, averne di settori industriali del genere!

Ma non solo gli orologi sono un simbolo nazionale. Anche la puntualità lo è, forse più in Svizzera interna che da noi, vittime come siami noi ticinesi della nostra inclinazione più latina e che ci porta al cronico ritardo di 15 minuti in pressoché tutte le situazioni.

Ciò detto, gli abitanti dei Paesi a noi vicini, e in particolari gli italiani, ammirano con occhi lucidi la puntualità dei nostri treni. Al che noi, alla luce di recenti fatti, saremmo tentati di replicare: “ma no, non è più come una volta, anche i treni svizzeri sono oggi spesso in ritardo”. Ma in fondo parliamo di alcuni minuti, magari anche 10, quando altrove si toccano medie dai 30 minuti alle 2 ore 45.

 

Eccovi cari amici di Caslano, i miei 5 simboli svizzeri che scelto di illustrarvi, magari anche con un  pizzico di ironia, in questa mia breve allocuzione. Adesso potete aggiungere o commentare i vostri, raccontarvi l’un l’altro le reazioni che suscita la Svizzera nei contatti con conoscenti che non abitano da noi, o, se non siete svizzeri, dire come ci percepite.

Questi o altri simboli, per quanto belli e ameni, non avrebbero tuttavia lo stesso valore senza il nostro caldo, e per me molto emozionante inno nazionale che canteremo fra poco con orgoglio.

 

E allora, care e cari concittadini, buon 1° di Agosto a tutti.

Grazie Caslano e viva la Svizzera.

 

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale

 

Caslano, 1 agosto 2017

 

Allocuzione del Consigliere nazionale Fabio Regazzi in occasione dei festeggiamenti per il Primo di Agosto

Stimati Sindaci di Balerna, Chiasso e Vacallo

Spettabili autorità comunali

care e cari concittadini del Mendrisiotto,

è per me un grande piacere, oltre che un onore personale, esprimermi davanti a voi in occasione del Natale della Nostra Patria. Da quando sono diventato Consigliere nazionale i festeggiamenti del Primo di Agosto sono un’occasione privilegiata per riflettere sui valori fondanti del nostro Paese in un’ottica contemporanea. Ed è per questo che ho accolto con entusiasmo il vostro invito, per il quale vi ringrazio.

Visto dal Locarnese, da dove provengo, i “momò” passano per essere cordiali, socievoli e aperti di vedute. Il Mendrisiotto può dunque ben dirsi una piccola e vivace comunità regionale. Del resto non esistono svizzeri, ma esistono “gli Svizzeri”, “i Ticinesi” e quindi anche “i Momò”. Oggi questi tratti variegati sono più difficili da riconoscere. Le carte si sono mescolate, il particolarismo ha lasciato il posto ai “non luoghi”, alla mobilità delle persone, del sapere, delle mentalità e delle culture. Ma “i Momò”, come comunità caratteristica continuano ad esistere e resistere, un po’ come gli irriducibili Galli del piccolo villaggio dell’Armorica nella famosa storia del fumetto francese Asterix.

Rivolgendomi alle cittadinanze di Balerna, Chiasso e Vacallo mi rendo conto di parlare alla parte più a sud della Confederazione elvetica, quindi a una realtà di frontiera che, per definizione, ha peculiarità e caratteristiche diverse dal resto del Paese.

È indubbio che il Mendrisiotto vive i mutamenti del nostro tempo prima di altre regioni: porta principale del Ticino e della Svizzera verso l’Italia, primo avamposto per l’arrivo di rifugiati alla nostra frontiera, ma anche confrontato con diverse altre problematiche dettate dalla vicinanza con l’Italia. Penso in particolare ai noti problemi del traffico, generato quotidianamente dai pendolari che dall’Italia vengono da noi a lavorare e da quello di transito lungo l’asse nord-sud.

Lo svincolo di Mendrisio contribuirà indubbiamente a migliorare la situazione, ma evidentemente non basterà. Il congestionamento da e verso Lugano nelle ore di punta è riconducibile ad un’autostrada sovraccarica, al limite della saturazione. Inutile farsi illusioni: un aumento della capacità è irrealizzabile a corto-medio termine. Occorre quindi puntare – come già si fa in altre regioni svizzere – su di un potenziamento del trasporto pubblico e, dove è possibile, su di una gestione diversa degli spostamenti (orari di lavoro, telelavoro e carpooling/sharing). Ma ci vogliono soprattutto nettamente più posteggi park and ride alle stazioni vicino alla frontiera e vanno migliorati i collegamenti verso le stazioni ferroviarie. Più gente sui treni, meno sulla strada, ma per raggiungere questo obiettivo bisogna ampliare l’offerta di trasporto pubblico e non punire chi usa l’automobile, spesso senza disporre di alternative.

Consentitemi a questo punto, cari amici e concittadini Momò, di spendere due parole riguardo la tassa di collegamento, accolta di stretta misura in votazione popolare lo scorso 5 giugno ed entrata in vigore proprio oggi, Primo di Agosto. So che il Mendrisiotto, per le note difficoltà viarie che ho appena ricordato, si è espresso a favore di questa tassa, che in realtà è un’imposta. Tuttavia, pur nel pieno rispetto della volontà popolare e in attesa di una decisione riguardo i preannunciati ricorsi al TF, continuo a contestare queste modalità di chiamare alla cassa lavoratori e consumatori senza contropartita. Ero e resto convinto che l’equazione tassa di collegamento = meno traffico è sbagliata e illusoria! Il lavoratore-consumatore pagherà la tassa ma il traffico non diminuirà, e quel che è peggio lo Stato non avrà fatto i compiti. Da un lato ci tassa chiedendoci di lasciare a casa l’auto, dall’altro non offre le necessarie alternative che ho già citato: park and ride nei pressi delle stazioni del treno, anche oltre confine, o sviluppare una rete di trasporti pubblici che soddisfi anche quelle regioni densamente popolate da imprese e lavoratori da dove oggi il trasporto pubblico è quasi del tutto assente. Per questo motivo in qualità di presidente dell’Associazione Industrie ticinesi mi sono opposto alla tassa, ribadendo nel contempo la nostra disponibilità a collaborare con le autorità cantonali e a fare la nostra parte per contribuire a trovare soluzioni praticabili ed efficaci. Se invece lo scopo è – come in questo caso – solo quello di fare cassa noi non ci stiamo e ci batteremo sempre per contrastare questa e altre derive di stampo statalista e illiberale.

“Ci vuole un villaggio per crescere un bambino” recita un preverbio africano, ripreso di recente da Hillary Clinton nel suo discorso per la nomination democratica. In un’Europa attraversata dai venti mortali di una nuova utopia impregnata dal fanatismo sanguinario, questo semplice proverbio ci ricorda l’importanza della famiglia e della solidarietà sociale. A noi svizzeri, appartenenti a 26 cantoni, riuniti in un’alleanza confederale “al fine di rafforzare la libertà e la democrazia, l’indipendenza e la pace, in uno spirito di solidarietà e di apertura al mondo” come recita il preambolo della nostra Costituzione, l’appartenere ad una piccola comunità, incastonata nel cuore dell’Europa, posizione a prima vista vulnerabile, si rivela invece una grandissima opportunità, grazie ai nostri valori fondanti. Dobbiamo quindi continuare sulla strada  delle collaborazioni e degli accordi internazionali, quella della neutralità e dei buoni uffici per la pacificazione dei conflitti. Ebbene sì, la nostra storia si muove in questa direzione, grazie a generazioni di svizzere e svizzeri che alla chiusura a riccio preferisce quella del dialogo e del confronto. Una scelta lungimirante, decisiva per il nostro benessere, anche sul piano economico.

Nella mia veste di imprenditore voglio qui sottolineare con forza che lo sviluppo non può realizzarsi nell’autarchia che qualcuno ha in mente, in un Ticino chiuso da muri alle frontiere e reso impenetrabile agli stranieri. Del resto a due mesi dall’apertura di Alp Transit possiamo solo attenderci a un cambiamento epocale. Per il Ticino, le opere di grande ingegneria ferroviaria hanno sempre segnato una svolta storica e dopo l’apertura della Galleria del Ceneri nel 2019, il Ticino diventerà ancor più l’intersezione tra lo spazio economico compreso fra Zurigo e Basilea e la vicina Lombardia.

Questo fatto dovrebbe aprire una sana riflessione sulla tentazione di voler rendere ermetiche le frontiere e regolamentare in modo eccessivamente rigido l’accesso della manodopera al mercato del lavoro. Se svolta intelligentemente ha un senso, ma se vogliamo continuare sulla via dello sviluppo e dunque della crescita del nostro territorio in termini di benessere economico e sociale dobbiamo accettare anche la sfida della competitività che non si combatte con la chiusura. Ed è proprio su questi due fronti che si gioca la sfida dell’applicazione dell’iniziativa del 9 febbraio 2014: la quadratura del cerchio appare difficile anche se il Ticino una possibile via d’uscita l’ha indicata. La palla è ora nel campo della politica federale per cui seguiremo da vicino gli sviluppi nei prossimi mesi.

Non posso non terminare la mia allocuzione del Primo di Agosto senza rivolgere una riflessione anche al protagonista di questa giornata: l’Inno nazionale, noto anche come Salmo Svizzero.

Ogni tanto, qualche buontempone, torna alla carica con la proposta di sostituire il nostro Salmo Svizzero. La motivazione? È brutto, stantio, non più aderente alla realtà… È come dire: “la bandiera con la croce non è estetica, sostituiamola con una a quadretti”, idea invero già balenata nella mente di del solito benpensante, più preoccupato a non urtare la sensibilità di talune minoranze religiose o agnostiche che della salvaguardia dei nostri valori e delle nostre tradizioni.

Quindi anche l’Inno Nazionale non è rimasto al riparo da questo sforzo creativo e ci ha pensato – sebbene nessuno glielo avesse chiesto – la Società svizzera di utilità pubblica, che immagino pochi di voi conoscono, a lanciare un concorso e a decretarne il vincitore. Per la cronaca l’ha spuntata tale Werner Widmer, con l’Inno dal titolo “Rosso-bianco in unità”, mantenendo – a quanto pare – invariata la musica.

Vorrei comunque tranquillizzarvi: non ho nessuna intenzione di cantarvi il nuovo testo, e non solo perché non sono particolarmente intonato. Permettermi invece di soffermarmi sul senso di questa bislacca iniziativa di “restyling”.

La musica e le parole di un inno nazionale hanno un significato simbolico. Ma non solo: rappresentano il nostro Paese a tutti gli effetti, come il nome “Svizzera”, come la bandiera a croce bianca su sfondo rosso. Le categorie bello, brutto, moderno e vecchio non si applicano ai simboli.

I simboli servono per richiamare alla mente dei concetti, un passato storico comune, dei valori condivisi, e non per appagare il gusto di qualche illuminato mosso da criteri estetici pur sempre soggettivi e individuali. Non si canta il Salmo Svizzero per ascoltare della buona musica, ma per far presente a chi lo ascolta che qualcuno sta rappresentando la nostra Patria, il suo popolo, le sue istituzioni.

Forse nel 1981, data dell’ufficializzazione dell’attuale Salmo, si sarebbe potuto scegliere un inno più bello e già allora il testo poteva essere aggiornato. Ma la decisione del Consiglio federale è stata di confermare come inno il canto che veniva intonato nelle manifestazioni sin dal 1841!

Da allora, non si contano più gli alzabandiera accompagnati dalle note del Salmo Svizzero e dalle parole cantate, spesso solamente mormorate, da cittadini, politici, militari, sportivi (seppur con qualche difficoltà come abbiamo ancora constatato ai recenti Europei di calcio…) nelle più svariate manifestazioni.

Ecco perché sono contrario a sostituire il nostro inno, e anzi sono favorevole a insegnare in tutte le scuole elvetiche il significato esatto delle sue parole, come saggiamente deciso dal Gran Consiglio ticinese qualche anno fa.

Quindi ringrazio la Società svizzera di utilità pubblica per aver contribuito in modo costruttivo al dibattito riguardo il nostro inno, ma della nuova proposta non saprei francamente cosa fare. Non si baratta un inno nazionale, simbolo della nostra identità, con altre parole, perché l’inno e quelle parole vecchie oramai di 175 anni (1841) sono cariche di storia, di orgoglio, di emozioni: sono, in altri termini, un consolidato riferimento per un intero paese. Il nostro Paese. E ciò non è poco considerate le differenze che ci dividono e nel contempo, grazie alla nostra storia, ci uniscono. Altre parole, o altri inni, per quanto più moderni siano non ci porteranno mai quella dote di valori che suscita in noi il nostro caldo, e per me molto bello “Quando bionda Aurora il mattin c’indora, l’alma mia t’adora, Re del ciel…”

E allora, care e cari concittadini, buon 1° di Agosto a tutti.

Grazie Mendrisiotto e viva la Svizzera.

 

Fabio Regazzi,

consigliere nazionale

 

Chiasso, 1 agosto 2016