L’MPS preferisce creare disoccupati

Ho appena appreso dell’interpellanza presentata da quei buontemponi del Movimento per il socialismo (MPS), che di questi tempi devono sicuramente avere ancora meno da fare del solito. Sergi e il suo fido Pronzini (la citazione è di Corrado Mordasini) non hanno trovato di meglio che rivolgere al Consiglio di Stato alcune domande che riguardano la mia azienda, il tutto condito con una serie di affermazioni false e di attacchi personali livorosi che potrebbero tranquillamente essere oggetto di una querela penale alla quale tuttavia rinuncio anche per non dare eccessiva importanza a simili personaggetti (questa volta cito Crozza). Ho pertanto pensato di rispondere direttamente e in anteprima ai quesiti posti dal Gatto e dalla Volpe del MPS, anche perché in questo momento il Consiglio di Stato e i suoi funzionari hanno ben altre priorità che rispondere a domande farlocche e demagogiche di chi è in perenne campagna elettorale con l’impiego assicurato (non uso volutamente il termine “posto di lavoro” che mi sembra nel caso specifico inappropriato) e lo stipendio garantito al 100% dai contribuenti, risp. dai lavoratori. Tanto più che la risposta arriverà, nella migliore delle ipotesi, fra alcuni mesi quando, ed è la speranza di tutti, avremo superato la crisi sanitaria ma saremo probabilmente confrontati con una grave crisi economica e occupazionale, che ovviamente non riguarderà i nostri impavidi combattenti per il socialismo con i piedi (e non solo quelli…) ben al caldo.

Ecco dunque le risposte alle domande poste dal MPS:

Ad 1) Sì, la mia ditta ha chiesto un’autorizzazione straordinaria, possibilità peraltro contemplata dalla Risoluzione del Consiglio di Stato del 27 marzo.

Ad 2) L’autorizzazione è stata chiesta per motivi di urgenza e riguarda unicamente il reparto di produzione delle avvolgibili in alluminio. Questo settore si rivolge per la quasi totalità a una clientela di rivenditori presente nel resto della Svizzera, dove nei cantieri si continua a lavorare, seppure a ritmo ridotto, e dove pure i concorrenti della Regazzi SA sono tuttora attivi. In queste settimane si sono accumulati diversi ordini che devono essere consegnati ai rivenditori che a loro volta hanno preso degli impegni con dei clienti finali che reclamano le consegne. Non evadere gli ordini in questione esporrebbe l’azienda al rischio di pagare delle penali e risp. di perdere questi rivenditori che sarebbero costretti a rivolgersi ad altre aziende fornitrici presenti in Svizzera. Preciso che le collaboratrici e i collaboratori coinvolti sono una decina su 135 e che operano solo previo il loro accordo e nel rigoroso rispetto di tutte le disposizioni igienico-sanitarie previste dal SECO (in particolare le distanze minime, l’uso della mascherina per chi ne fa richiesta, ecc.). Tale autorizzazione è stata per altro concessa ad altre aziende che si trovano in analoghe condizioni, anche con il consenso dei rappresentanti sindacali.

Ad 3) Gli interpellanti dovrebbero sapere che gli aiuti in questione vengono rilasciati dalla Confederazione per cui non sono di competenza cantonale. Confermo comunque che anche le ditte che fanno capo al Gruppo Regazzi ne hanno fatto richiesta in vista dell’inevitabile crisi di liquidità che andrà a breve a colpire la maggior parte delle piccole e medie aziende ticinesi. Senza questi aiuti, che si aggiungono all’introduzione dell’orario ridotto, il rischio di fallimenti a catena è del tutto reale con un impatto devastante per l’occupazione. Se per l’MPS è questo lo scenario privilegiato, me lo facciano sapere che informerò i nostri collaboratori, invitandoli a rivolgersi al duo Sergi-Pronzini per trovare un posto di lavoro qualora dovessero perderlo.

Per rispondere a queste insulse domande ho impiegato ca. 1 ora. Ora torno ad occuparmi della mia azienda e dei nostri collaboratori per accertarmi che possano operare in condizioni in sicurezza e anche per adoperarmi affinché in futuro abbiano ancora un posto di lavoro, nonostante l’MPS…

Fabio Regazzi, imprenditore, presidente AITI, e consigliere nazionale

Legge CO2: qualcuno si è chiesto quanto costeranno queste misure e chi pagherà?

Dopo che in prima battuta, grazie al solito gioco dei veti incrociati, PS e Verdi da un lato e UDC dall’altro avevano affossato al Consiglio nazionale la revisione della legge sul CO2, la stessa è approdata al Consiglio degli Stati che nel corso della recente sessione ha elaborato una versione decisamente più incisiva rispetto a quella proposta dal Consiglio federale. Non nascondo che il progetto di legge che ne è scaturito mi lascia perplesso, anche se è stato probabilmente condizionato dal clima di campagna elettorale che deve avere contagiato parecchi senatori, soprattutto dell’area borghese. Prima di vedere più in dettaglio le singole misure proposte, vale la pena fare qualche premessa sul tema del CO2. La questione appare decisamente complessa e controversa. Personalmente ritengo che atteggiamenti estremi come la negazione dei cambiamenti climatici e l’isteria che è nata attorno ai medesimi siano fuori luogo. Io credo che, con un minimo di onestà intellettuale, dobbiamo riconoscere che un cambiamento a livello del clima non possa essere negato e lo stesso sia in buona parte imputabile alle attività umane. Le preoccupazioni della popolazione, e non solo dei giovani, sono quindi legittime e la situazione ci impone di affrontare seriamente questo tema cruciale. La prima considerazione da fare è che siamo di fronte a un problema globale, che richiede quindi risposte globali. Basti infatti pensare che le emissioni di CO2 emesse dalla Svizzera, rappresentano lo 0,1% (cioè 1/1000) di quelle di tutti i Paesi del mondo (mentre la Cina da sola incide per il 25%!). Detto in altri termini, anche nell’ipotesi in cui da domani riuscissimo ad azzerare le emissioni di CO2, l’impatto complessivo sarebbe praticamente nullo e quindi impercettibile. Questo dato di fatto non deve tuttavia diventare un pretesto per non fare nulla, anzi! Giusto dunque che anche la Svizzera dia il proprio contributo e sia anche da esempio per gli altri, ma senza la pretesa di voler salvare da sola il pianeta, come invece molti vorrebbero far credere. Fatto sta che al di là dei grandi proclami, alla fine con queste misure fatte di un mix di divieti e restrizioni da un lato e da tasse e balzelli dall’altro ad essere chiamati alla cassa saranno soprattutto il ceto-medio (e in particolare chi vive nelle zone periferiche come il Ticino) e ovviamente anche le aziende. Ma vediamo allora di capire concretamente di cosa stiamo parlando, prendendo solo tre dei provvedimenti decisi dagli Stati. Innanzitutto l’aumento del prezzo della benzina di 12 cts. al litro a partire dal 2025 comporterà un incremento di costi annuo di ca. 200-250 fr./anno (per un auto che percorre 20-25’000 km/anno); l’aumento pure previsto con la tassa sulla nafta da riscaldamento verrebbe a costare 54 cts al litro più di oggi, che per un appartamento di 100 mq equivale a maggior costi di riscaldamento di oltre 1’000 fr./anno; non da ultimo la prospettata tassa sui biglietti aerei da 30 a 120 fr. per una famiglia di 4 persone che ad esempio vola a Londra, comporterebbe un supplemento di spesa compreso fra 200 e 400 fr. E questi nuovi oneri sono solo una parte di quelli che ricadrebbero sulla popolazione, senza contare che a seguire ne arriveranno altri. Personalmente sono convinto che sia giusto pretendere che la Svizzera faccia la sua parte e che cittadini e aziende debbano assumersi degli oneri ma a due precise condizioni: la prima è che vi sia una strategia condivisa almeno a livello europeo, mentre la seconda è che tali oneri siano ragionevoli e sostenibili per l’economia, in particolare per l’industria d’esportazione già in difficolta per il franco forte e soprattutto per il ceto medio, che risulta la categoria in assoluto più tartassata. Per affrontare questa sfida epocale ci vuole sì coraggio, ma anche un sano realismo, buon senso e ragionevolezza se vogliamo evitare che questo difficile esercizio si trasformi in un boomerang come successo in Francia con i gilet jaunes.

Fabio Regazzi, Consigliere nazionale PPD e Presidente AITI

 

In: La Regione, 8 ottobre 2019

Tutte le strade (per il Ticino) portano alla Berna federale

La politica federale è senza dubbio appassionante. Trovare la quadratura del cerchio su questioni di varia natura assieme ad Appenzellesi, Bernesi, Giuriassiani o Ginevrini è un esercizio complesso ma nel contempo intrigante. Il confronto diventa tanto più acceso quando l’oggetto del contendere riguarda la politica dei trasporti e dunque opere da centinaia di milioni franchi se non miliardi, che generano regionalmente ricadute importanti in termini di impieghi, mobilità e nuove opportunità.

Non sorprende quindi che la politica dei trasporti divida gli animi più di altri temi. Quando si tratta di mobilità, ognuno ha una sua opinione precisa su chi va chiamato alla cassa, chi beneficia, chi ne approfitta. La politica dei trasporti, in uno stato federale, composto da un parlamento con rappresentanti di 26 entità diverse, è tipicamente una competizione tra cantoni e tra regioni per convincere che le infrastrutture realizzate sul proprio territorio sono indispensabili e prioritarie rispetto ad altri progetti (in tedesco si parla di “Verteilungskampf”).

In un mio precedente contributo apparso su questo giornale mi ero occupato di infrastrutture ferroviarie. Ma anche a livello di quelle stradali negli ultimi anni il Ticino è riuscito a portare a casa risultati significativi. Unita, coordinata e con i migliori argomenti, la Deputazione ticinese ha sventato negli scorsi anni la minaccia di una lunga chiusura della Galleria autostradale del San Gottardo e la cementificazione di Airolo e Biasca con infrastrutture provvisorie di un’ampiezza di svariati campi di calcio; lo ha fatto convincendo dapprima il Consiglio federale, poi il Parlamento e in ultima analisi il popolo che una seconda canna avrebbe generato molteplici vantaggi, tra cui un aumento della sicurezza. Nel medesimo contesto si inserisce anche il nuovo centro di controllo dei mezzi pesanti di Bodio, importante per l’economia della Leventina con il suo investimento di 250 milioni di franchi. Oltre a maggior sicurezza sull’asse stradale, il nuovo centro garantirà non pochi impieghi in una regione costretta da sempre a lottare per disporre delle risorse necessarie.

Sul piatto però restano altri filetti che il nostro Cantone non deve lasciarsi sfuggire. Attualmente è in fase di progettazione la terza corsia autostradale tra Lugano e Mendrisio, un tassello fondamentale per risolvere gli ormai quotidiani ingorghi nella zona più popolata del Ticino e che al contempo permette di mettere una pezza anche da un punto di vista dell’impatto visivo che nel anni ‘60 – al momento della costruzione delle prime due corsie – non pare essere propriamente stata una priorità. Nei prossimi anni si gioca anche partita relativa al collegamento A2-A13, progetto irrinunciabile per il Locarnese se vuole restare competitivo in termini di attrattività turistica ed economica e che al contempo prevede una serie di compensi ecologico-ambientali in una regione, quella del Piano di Magadino, particolarmente sensibile.

Le tempistiche della realizzazione di queste opere primordiali per il Ticino dipenderanno dall’abilità degli attori del nostro cantone, dalla capacità di allacciare i contatti più opportuni e creare le alleanze più promettenti, dalla complicità e dalla coordinazione nel creare il consenso e argomentare costruttivamente e con fatti inequivocabili in contesti che vedono altri cantoni rivendicare opere e infrastrutture della medesima natura. Queste importanti decisioni vengono prese a Berna ed è per questo che è fondamentale essere presenti nei gremii che contano per far sentire le voce del Ticino. E uno di questi è la Commissione dei trasporti di cui faccio parte da 8 anni e dove mi piacerebbe poter continuare a lavorare nella prossima legislatura se ne avrò ancora la possibilità. Nella politica dei trasporti si determinano oggi le sorti delle prossime generazioni. La responsabilità è grande, la posta in palio alta e io sono pronto e motivato a continuare a lottare per il nostro Cantone.

Fabio Regazzi, Consigliere nazionale PPD, membro della Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni

 

In: Corriere del Ticino,

Ambiente ed economia: un circolo virtuoso

Il primo condizionatore d’aria che ho visto lo installarono i miei genitori nella nostra casa di famiglia a Gordola. Erano i primi anni Settanta. Lo ricordo un oggetto ingombrante, rumoroso e riservato a pochi. Da neolaureato, negli anni ’90, per la prima volta negli USA per un viaggio di studio, mi colpì subito la diffusione dei condizionatori. Lì praticamente tutte le case della classe media e gli uffici ne erano dotati. Trent’anni dopo, con il riscaldamento climatico e le estati divenute torride, siamo passati dal condizionatore al climatizzatore diffusi pressoché ovunque. Bastano piccoli aneddoti come questi per capire come il nostro modello di consumo è cambiato. Molte conseguenze concrete non sono per domani, ma bisogna affrontarle oggi.

Azioni efficaci richiedono un duplice cambio di prospettiva: anzitutto non vanno considerate come un argomento di nicchia, ma riorientare alla sostenibilità tutti gli ambiti di vita, dalla nostra vita privata, sino alla politica. Occorre un’alleanza tra settore pubblico e privato: il primo dispone delle necessarie risorse, il secondo ha la visione per proporre delle iniziative. Per chi investe le aspettative sul futuro sono fondamentali. Nel concreto occorrono leggi, incentivi, garanzie pubbliche che mitighino il rischio. In tal modo anche l’economia privata investe e si attiva un circolo virtuoso trasversale. Ecco perché gli impegni presi anche dalla Svizzera con l’Accordo di Parigi sul clima del 2015 sono importanti. La Svizzera ha già da tempo iniziato questo percorso inserendo in ogni riforma legislativa e finanziaria delle valutazioni di sostenibilità.  Tra il 1990 e il 2017 le emissioni di gas serra in Svizzera sono così diminuite del 12 per cento. L’obiettivo di ridurle del 20 per cento entro il 2020 potrebbe non essere raggiunto. Inoltre, la Svizzera non genera emissioni solo all’interno del suo territorio, ma anche e soprattutto all’estero, con l’importazione di merci. A livello politico è quindi in corso nel nostro Paese, ma non solo, il grande dibattito sulle emissioni di CO2 dove si scontrano visioni contrapposte, apparentemente inconciliabili. Sono convinto che la Svizzera debba dare il buon esempio, adottando soluzioni incisive dal profilo ambientale ma che siano nel contempo sopportabili per i cittadini e l’economia, nella consapevolezza che da soli non potremo comunque salvare il pianeta.

Pubblicato in TicinoManagement, agosto-settembre 2019

Infrastrutture ferroviarie: investire di più per il Ticino

Con l’approvazione da parte del popolo svizzero nel 2014 della nuova impostazione delle infrastrutture ferroviarie, lo sviluppo delle medesime viene ora deciso dal Parlamento federale per le cosiddette fasi ampliamento (FA), ogni 4-8 anni, considerando un orizzonte di realizzazione di 15-20 anni. Ma è nel corso del processo per l’allestimento delle FA, condotto dall’Ufficio federale dei trasporti (UFT), che si operano le decisioni più importanti per lo sviluppo delle infrastrutture ferroviarie. Dando seguito a questa nuova procedura, nella recente sessione delle Camere federali è stato approvato il messaggio relativo al Programma di sviluppo strategico dell’infrastruttura ferroviaria, fase di ampliamento 2035 (PROSSIF FA 2035). Alla fine il Parlamento ha deciso lo stanziamento di quasi 13 miliardi di franchi, aumentando di circa 1 miliardo la somma originariamente proposta dal Consiglio federale. Grazie a questo importante pacchetto di investimenti, sarà possibile migliorare rapidità, qualità, stabilità, affidabilità e puntualità del traffico viaggiatori, mentre per il traffico merci si prevede un potenziamento sull’asse est-ovest e tracce supplementari destinate al settore cargo su diverse linee, tra cui la Zurigo-Lugano. Nell’ambito di questi finanziamenti miliardari, sono previsti anche alcuni investimenti per il Ticino: ne fanno parte il progetto della rete tram-treno del Luganese, la nuova fermata ferroviaria Bellinzona-piazza Indipendenza, il potenziamento della linea FART fra Locarno e Intragna e, non da ultimo, l’ampliamento dello scalo merci di Cadenazzo, che vanno ad aggiungersi ad alcune opere già in fase di realizzazione come il potenziamento della linea fra Contone e Tenero. Fin qui bene. Tuttavia sul tavolo rimane un tema fondamentale al quale non è purtroppo stata data una risposta soddisfacente. Mi riferisco al completamento di Alptransit sul territorio del nostro cantone, segnatamente la circonvallazione di Bellinzona e soprattutto la prosecuzione a sud di Lugano. Per la prima, un’opera originariamente prevista che consentirebbe di deviare il traffico merci evitando il passaggio lungo la tratta densamente abitata fra Bellinzona e Giubiasco, i tempi si prospettano ancora molto lunghi. Per la seconda invece, che non sembrava rientrare fra le priorità dell’UFT, in occasione del dibattito agli Stati c’è stata una dichiarazione della consigliera federale Simonetta Sommaruga, che confermava che gli studi per il completamento di Alptransit a sud di Lugano sarebbero iniziati subito. Nella mia qualità di membro della Commissione dei trasporti del Consiglio nazionale ho cercato di capire, sia in commissione sia durante il dibattito in aula, la reale portata di questa dichiarazione, che a dire il vero aveva sorpreso un po’ tutti. Da questi approfondimenti è in realtà emerso che se da un lato il Consiglio federale ritiene questa opera molto importante e di valenza nazionale, dall’altro non ci sono ancora elementi che lasciano intendere un sostanziale cambiamento rispetto a quanto già stabilito non prima del 2022, quando si potrà disporre di un quadro più preciso e attendibile. Non si tratta certamente di una buona notizia per il Ticino, che legittimamente ritiene che il completamento di Alptransit a sud di Lugano debba essere messo in cantiere al più presto per consentire un aumento della capacità di trasporto passeggeri (sia sull’asse Milano-Zurigo sia per quello regionale) ma anche delle merci. Occorrerà in ogni caso tenere alta la pressione politica su questo dossier affinché le tempistiche di realizzazione vengano significativamente accorciate rispetto a quanto inizialmente previsto. A fronte di questa nota negativa, merita di essere segnalata una piccola consolazione a beneficio delle Tre Valli: grazie ad un emendamento che avevo presentato in Commissione dei trasporti, il Consiglio federale ha incluso nella citata lista dei progetti anche il cosiddetto Salto del Montone in località Giustizia a Osogna, chiesto fra le altre cose in occasione del dibattito sull’ubicazione delle Nuove Officine e pure oggetto di una petizione promossa dai Comuni della Bassa Leventina. Insomma, per il Ticino bene ma non benissimo. C’è dunque ancora parecchio lavoro che ci attende per difendere gli interessi del nostro cantone; per farlo bisogna bussare alle porte giuste, ai piani alti dell’amministrazione federale e tessere le giuste alleanze politiche. È anche questo il ruolo di un parlamentare di lungo corso.

In, Corriere del Ticino, 31 agosto 2019

Cambiamento e opportunità industriali per il Ticino: NO all’iniziativa Giù le mani dall’Officina

In un periodo di grandi turbolenze come quello che stiamo vivendo, il cambiamento è la norma. Certo, è doloroso e rischioso, e soprattutto richiede una mole enorme di impegno e di apertura. Ma se non ci si pone come obiettivo quello di dirigere il cambiamento, qualunque organizzazione – amministrazione cantonale, comunale, azienda, università, ospedale, etc. – non sopravvivrà.

Appare quindi evidente dal punto di vista imprenditoriale che l’opzione indicata dall’iniziativa “Giù le mani dall’Officina” si pone in antitesi alle necessità di cambiamento che riguarda tutti i settori economici, incluso quello industriale. Già solo per la sua proposta che il Cantone si faccia promotore della creazione di una società pubblica che rilevi le attuali attività delle Officine FFS di Bellinzona: si tratta di una richiesta antistorica, anacronistica e profondamente sbagliata. Sarebbe infatti impensabile che lo Stato si spinga oltre al suo ruolo di promotore economico sino a diventarne attore in un settore, quello industriale, che deve continuare ad ispirarsi ai principi di un’economia basata su valori liberali.

Al di là del mantenimento dei 200-230 impieghi come assicurato dalle FFS, elemento d’importanza fondamentale, mi preme sottolineare le nuove prospettive di trasformazione che il nuovo stabilimento FFS aprirebbe per l’intero Cantone. Prospettive che sono sinonimo di nuove opportunità che consentirebbero a questa realtà economica di affrontare con strumenti moderni e più adeguati le trasformazioni in atto.

Sul piano finanziario, l’investimento prefigurato dell’ordine di 360 milioni di franchi è certamente un’opportunità più unica che rara e che trova pochi (e forse nessun altro) esempio in Svizzera.

Dal profilo più strettamente economico, invece, questi investimenti genereranno un indotto importante. Già oggi, l’elettronica e la meccanica rivestono un ruolo trainante nell’industria ticinese e raggruppano settori ad alta tecnologia che riescono a competere a livello internazionale. Vorrei a tal proposito ricordare che in questo settore in Ticino sono attive oltre 200 aziende con oltre 6’800 addetti, e che lo stesso rappresenta il più grande comparto industriale del cantone.

Quindi l’innesto di un nuovo stabilimento d’avanguardia nel Sopraceneri non potrà che creare ulteriori sinergie con la produzione industriale esistente: dalla componentistica elettronica alle macchine ma anche alle apparecchiature elettriche e meccaniche, ecc.

Anche per chi come me avrebbe visto di buon occhio l’insediamento dello stabilimento FFS nell’area industriale dismessa della Bassa Leventina, la costruzione delle nuove Officine di Bellinzona costituisce indubbiamente un’occasione irripetibile per il mantenimento di questa importante infrastruttura e per realizzare un nuovo sito produttivo moderno, che sul medio-lungo termine assicurerà al Ticino posti di lavoro qualificati in un settore innovativo e con prospettive interessanti per il futuro.

D’altro lato, si potrà contestualmente procedere al recupero dell’attuale area occupata dalle Officine FFS e consentire la realizzazione di un parco tecnologico, nonché di altri contenuti d’interesse pubblico nel quadro di uno sviluppo urbanistico di qualità in una zona particolarmente pregiata della Città di Bellinzona.

Non da ultimo va ribadito forte e chiaro che in caso di approvazione dell’iniziativa “Giù le mani dall’Officina”, si ritornerà alla casella di partenza, con tutti i problemi e le incognite che ne deriveranno e soprattutto senza sicurezza alcuna di riuscire a presentare in tempi ragionevoli un progetto concreto e sostenibile. Uno scenario quest’ultimo sottaciuto dagli iniziativisti, ma che se si profilasse significherebbe per assurdo condannare a morte certa proprio lo stabilimento che si vorrebbe salvare.

Pur riconoscendo i meriti del movimento che ha promosso questa iniziativa, ora occorre guardare avanti con realismo e lungimiranza. Siamo di fronte a un bivio: cogliere questa opportunità nell’interesse dell’intero Cantone e a beneficio delle prossime generazioni, analogamente a quanto avvenne alla fine del 1800 con la realizzazione delle attuali Officine FFS di Bellinzona? Oppure fare un salto nel buio senza nessuna certezza? Se vogliamo evitare di imboccare un binario morto non dobbiamo quindi lasciarci scappare questo treno, che passa una volta sola. Da qui il mio appello alle cittadine e ai cittadini ticinesi a voler respingere l’iniziativa popolare “Giù le mani dall’Officina”.

 

Fabio Regazzi, Consigliere nazionale

Una riforma a favore di chi crea impieghi

Il prossimo 19 maggio la posta in gioco è alta. In un colpo solo – un compromesso forse un po’ azzardato ma frutto del pragmatismo tipicamente svizzero – si possono cogliere i classici due piccioni con una fava. Approvando il progetto RFFA (Riforma fiscale e finanziamento dell’AVS) diamo un contributo al necessario e urgente risanamento dell’AVS e parallelamente riusciamo a mantenere anche in futuro l’attrattività fiscale della nostra nazione, che continuerà a rimanere competitiva in un contesto internazionale sempre più difficile. Questa attrattività è sempre stata uno dei principali assi nella manica nella concorrenza fiscale, ma da qualche tempo è invisa a UE e OCSE a causa dei regimi fiscali privilegiati di cui beneficiano determinate società estere con sede in Svizzera.

Sotto la spada di Damocle di una nuova lista nera, Consiglio federale e Parlamento hanno concepito una riforma fiscale che non solo ci preserva da pericolose ritorsioni, ma rafforza ancor di più la competitività della Svizzera nell’attirare imprese in grado di generare investimenti e soprattutto impieghi. Ma la riforma non si orienta solo a chi potenzialmente può insediare la propria attività in Svizzera; essa è primordiale soprattutto per le 500’000 PMI presenti sul nostro territorio, molte delle quali giornalmente sono in concorrenza con tutto il mondo per piazzare i propri prodotti sui mercati più interessanti. Solo raramente si tratta di imprese dai nomi altisonanti e conosciuti, ma costituiscono la colonna vertebrale della nostra economia: il 99,8% di tutte le imprese elvetiche e dunque dei datori di lavoro sono infatti piccole medie imprese che garantiscono posti di lavoro, formazione per i nostri giovani, entrate fiscali, ecc.: in poche parole contribuiscono in modo fondamentale al benessere del nostro Paese.

Pensare ad una riforma fiscale ignorando questa importante realtà sarebbe stato assurdo e fortunatamente questo errore non è stato fatto: la prevista possibilità di ridurre il tasso dell’imposta sulle persone giuridiche va infatti a vantaggio di tutte le imprese, anche e soprattutto le PMI. Queste ultime approfitterebbero a più livelli dalla riforma in votazione: infatti se a livello cantonale verranno abbassate le aliquote sugli utili, ecco che aumentano le possibilità di investimento e di sviluppo per le PMI. Le stesse beneficeranno anche di altre misure, ad esempio della possibilità di dedurre le spese per la ricerca, ciò che rafforza la capacità innovatrice del nostro tessuto economico.

La riforma fiscale si prefigge dunque di mantenere in Svizzera le 24’000 imprese a statuto speciale (che fra l’altro occupano circa 150’000 persone e generano circa la metà delle entrate fiscali delle persone giuridiche) nonostante che queste ultime perderanno la tassazione privilegiata di cui esse beneficiano attualmente. Non facendo nulla, rispettivamente bocciando la riforma, queste imprese rischiano di trasferirsi, almeno in parte, all’estero. Oltre agli impieghi e alle conseguenti perdite fiscali, alla ricerca e agli investimenti ad esse direttamente connesse, ne soffrirebbero anche le PMI. Queste beneficiano della presenza di grandi imprese, spesso in qualità di fornitori. Tendenzialmente il carico fiscale delle imprese oggi a statuto speciale aumenterà, mentre quello della PMI si ridurrà, a dipendenza delle politiche cantonali. Ma il vero punto forte del progetto è quello di essere riusciti a considerare e ponderare gli interessi di tutti gli attori in gioco, grazie a un pacchetto equilibrato che consente di dare una risposta concreta a due problemi urgenti.

Determinante per le PMI sarà anche il ruolo dei cantoni, ai quale viene fornito l’assist per concepire nuovi strumenti per attirare imprese, competenze, ricerche e in ultima analisi impieghi. Su questo fronte il Ticino ha già iniziato a fare i suoi compiti e si sta preparando per il passo successivo. Ma affinché questo possa realizzarsi è determinante votare Sì alla Riforma fiscale e al finanziamento dell’AVS il prossimo 19 maggio.

Fabio Regazzi, Consigliere nazionale PPD e Presidente AITI

 

La “stangata” del nuovo canone televisivo per le piccole e medie imprese

In queste settimane le imprese e aziende svizzere hanno ricevuto la fattura concernente i canoni radiotelevisivi. Per chi ha una piccola attività è una vera e propria “stangata”! Infatti il nuovo canone radiotelevisivo sarà addebitato alle imprese a partire da una cifra d’affari minima di 500’000 franchi, somma corrispondente al fatturato, ossia al volume d’affari, di un piccolo artigiano. In altre parole, per le aziende il canone non viene calcolato in base al reddito o ai ricavi, ma in base alle vendite. Nel concreto un macellaio di paese, un artigiano o il titolare di un piccolo commercio, tutte categorie che solitamente lavorano con margini molto bassi, deve versare un canone in base alla sua cifra d’affari che può andare dai 365 ai 910 franchi.

Una situazione per nulla soddisfacente e che ha giustamente suscitato reazioni indispettite da parte dei piccoli e medi imprenditori toccati da questo ennesimo balzello. La prima obiezione è perché prelevare il canone radio-tv da un’azienda? Sfido chiunque infatti a trovare il vostro macellaio di fiducia davanti alla TV a trastullarsi con l’ultimo programma di varietà mentre affetta le bistecche. Invece, la realtà purtroppo è che macellai, artigiani e aziende pagano due volte: il canone aziendale in base al fatturato che si assomma a quello di 365 franchi per la ricezione a domicilio. Una doppia imposizione iniqua e ingiustificata.

La seconda obiezione riguarda invece il criterio per calcolare questa tassa (che in realtà è un’imposta), ovvero la cifra d’affari. E’ in effetti un parametro molto discutibile, che non tiene minimamente conto dell’andamento economico di un’azienda rispetto ad un’altra. Per non parlare poi della scala che è stata adottata nella relativa ordinanza, che penalizza manifestamente – tanto per cambiare – le PMI. Per far capire quanto sia iniquo questo metodo di imposizione, la Cooperazione Migros, che nel 2017 ha registrato 28,1 miliardi di franchi di fatturato, con una crescita dell’1,2% rispetto all’anno precedente (!), dovrà versare quest’anno 35’590 franchi di canone, di sole 39 volte di più del nostro macellaio che si barcamena con una cifra d’affari di ca. 30’000 volte inferiore e magari con un andamento degli affari in calo. Il principio del pagamento della tassa di ricezione a carico delle aziende era in realtà stato inserito nella legge radio-tv, contro la quale nel 2014 era stato lanciato un referendum promosso dall’USAM e che è passata in votazione popolare per soli 3’649 voti; se già il principio è a mio avviso di per sé discutibile, purtroppo l’applicazione dello stesso nella relativa ordinanza lo è stato ancora di più e venne fatto solo nel 2017, in vista fra l’altro  del voto sull’iniziativa per la No Billag: il giochetto fu quello di proporre la diminuzione da 451 a 365 franchi, ovvero un franco al giorno, per le economie domestiche, andando a compensare i minori introiti con la tassa a carico delle aziende (che notoriamente non votano…), grazie alla quale dovrebbero venir garantiti introiti per ca. 200 mio. di franchi. Un’operazione indubbiamente astuta, ma che penalizza in modo inammissibile le imprese, e in particolare le piccole e le medie. A ragion veduta riconosco, e mi cospargo il capo di cenere, che fu un errore non sostenere il referendum contro la nuova legge radio-tv, ma ora bisogna cercare di porvi rimedio. Una prima opportunità ci viene data dall’iniziativa parlamentare del collega Gregor Rutz (UDC/ZH) che chiede tout court la soppressione del canone per le aziende. La proposta ha il vantaggio di risolvere il problema alla radice ed è stata da me sostenuta con convinzione nel novembre scorso davanti alla Commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale, che ha approvato l’iniziativa parlamentare in modo piuttosto chiaro. Ora la palla passa nella commissione gemella degli Stati e vedremo cosa verrà deciso, anche se non ho molti motivi per essere fiducioso. In ogni caso, qualora tale proposta dovesse essere rifiutata presenterò una mozione per correggere questa stortura che ha suscitato grande malumore e giustificare rimostranze in molte piccole e medie aziende.

Pubblicato sul Corriere del Ticino, 16 marzo 2019

Lo “Stop agli insediamenti” colpisce soprattutto noi

«Cementificazione incontrollata», «sviluppo scriteriato degli insediamenti» o «scomparsa progressiva di aree verdi»: con questi toni apocalittici i giovani verdi tentano in queste settimane di mobilitare i cittadini svizzeri in vista della votazione sulla loro iniziativa “Contro la dispersione degli insediamenti”. Sono affermazioni molto forti che fanno coppia con un’iniziativa rigida e radicale; ma soprattutto sono affermazioni che non trovano riscontro nelle cifre degli uffici di statistica: a livello svizzero gli insediamenti coprono meno dell’8% del territorio, a livello ticinese addirittura meno del 6%(!).

La proposta di bloccare, per sempre, la superficie delle zone edificabili nel nostro Paese non solo è anacronistica e sottintende un divieto di progresso e sviluppo per la nostra società, ma colpisce tutta la Svizzera e soprattutto, tanto per cambiare, le regioni periferiche come la nostra. Infatti, azzerando le possibilità di sviluppare le zone per gli insediamenti – anche in modo ordinato e coerente come prevede la nuova legge sulla pianificazione del territorio – i prezzi dei terreni (e conseguentemente degli affitti) aumenteranno ulteriormente. Questo va a scapito di tutti – soprattutto del ceto medio elvetico – ma per il Ticino si traduce almeno in un triplice problema supplementare.

Primo, l’aumento dei prezzi dei terreni e degli affitti toccherà soprattutto i settori economici con margini inferiori la media. Tra questi vi è il turismo, già confrontato con la concorrenza estera e un franco forte dal quale non può fuggire. Lo stop alla creazione di nuove zone su cui edificare strutture turistiche ha la logica conseguenza di rafforzare la pressione su quelle esistenti e spingere verso un problematico rialzo dei costi fissi degli operatori. La competitività del settore verrà quindi ulteriormente ridotta.

Secondo, i prezzi maggiorati incidono di più sulle attività economiche che necessitano di maggior spazio. Tra queste spiccano le imprese industriali che concorrono ad oltre il 20% del PIL cantonale e che costituiscono il settore numericamente più importante in Ticino e con un potenziale di innovazione molto alto. Penalizzare l’industria significa penalizzare quasi decine di migliaia di impieghi, la maggior parte dei quali occupati da residenti.

Terzo, le conseguenze del rincaro colpiscono, più di altre, le regioni di confine in concorrenza in molti ambiti – pensiamo ad esempio al commercio al dettaglio o all’artigianato – con l’estero. Il caso più emblematico è proprio il nostro: già oggi il livello di costi e prezzi tra il Ticino e la vicin(ssim)a Italia è importante. I terreni oltre confine costano da 10 a 20 (!) volte meno rispetto ai nostri. Un aumento di questi ultimi a causa dell’iniziativa penalizza ancora una volta chi si sforza quotidianamente a contrastare la concorrenza d’oltre confine.

Non lasciamoci trarre in inganno! Le conseguenze della radicale proposta dei giovani verdi toccheranno tutti i ceti, tutte le attività economiche e tutte le regioni, soprattutto quelle che sono già meno favorite. Anche se il menu di votazioni il prossimo 10 febbraio non appare molto carico, la posta in palio è importante: evitiamo salti nel buio, votando NO all’iniziativa “contro la dispersione degli insediamenti”.

 

Fabio Regazzi, Consigliere nazionale PPD e Presidente AITI

Sorvegliare è anche proteggere Sì alla base legale per la sorveglianza degli assicurati

Le spese per le prestazioni sociali in Svizzera ammontano oramai a 170 miliardi di franchi ogni anno (20’300 franchi pro capite). Registrano globalmente una tendenza al rialzo sin dal 1900, tant’è che sono più che raddoppiate negli ultimi 20 anni (ammontavano a 71 miliardi nel 1990). Nel 2016 questa spesa incideva nella misura del 26% sul PIL nazionale, una cifra enorme! Questa crescita inesorabile attesta la costruzione del sistema sociale svizzero ma anche l’evoluzione degli stili di vita della popolazione. Da un anno all’altro, l’aumento delle spese sociali può rivelarsi più o meno pronunciato anche a seconda delle fluttuazioni della congiuntura economica (disoccupazione), della crescita demografica ed economica del Paese. Insomma, vantiamo il sistema di aiuto sociale migliore al mondo, ma per finanziarlo abbiamo bisogno di persone attive, in salute, che versano gli oneri sociali.

Ancora nel corso del dibattito sulla riforma dell’AVS, è stato da più parti ribadito come le risorse non siano infinite e richiedano un impiego oculato e parsimonioso, per evitare abusi o sperperi. In tal caso a risentirne saremmo tutti, in particolare chi di queste risorse ha bisogno.

Le nuove disposizioni previste nella base legale per la sorveglianza degli assicurati, cui è stato opposto il referendum in votazione il 25 novembre, riguardano soprattutto l’assicurazione infortuni (SUVA) e invalidità (AI), le sole che ricorrevano alle cosiddette osservazioni segrete. In futuro si applicheranno anche alle altre assicurazioni sociali, disoccupazione, malattia, prestazioni complementari, AVS, perdita di guadagno, maternità e assegni familiari. Il Presidente della Confederazione Alain Berset ha ribadito l’efficacia di  queste verifiche: dal 2010, la lotta agli abusi ha permesso all’assicurazione invalidità di risparmiare circa 10 milioni di franchi all’anno, 1.6 dei quali grazie alle misure di sorveglianza degli assicurati di cui si è avuto il sospetto che abusassero della rendita. Dato che, di regola, una rendita viene versata per più anni, l’importo effettivamente risparmiato è nettamente più elevato. Secondo una stima prudente, il valore delle rendite così risparmiate tra il 2010 e il 2016 supera il miliardo di franchi, di cui 170 milioni sono ascrivibili alle osservazioni. Una cifra che serve quindi a finanziare i bisogni in prestazioni sempre in crescita della popolazione.

Il tema non è quindi tanto la tutela dei dati sensibili, quanto piuttosto la protezione della maggioranza degli assicurati che hanno bisogo di queste risorse. Del resto non stiamo votando sull’istituzione o meno di uno Stato poliziesco, quanto piuttosto di dotare le assicurazioni sociali degli strumenti per svolgere verifiche sulla veridicità delle informazioni fornite da coloro che richiedono sussidi e prestazioni. Osservazioni svolte a partire dalla loro presenza negli spazi pubblici e non di certo per filmare persone nelle loro case, cosa che rimarrà severamente proibita. La maggioranza di noi consentiamo oramai senza tanti patemi d’animo a supermercati e negozianti di tracciare i i nostri comportamenti anche più personali e delicati, in cambio di sconti e punti. A maggior ragione si dovrebbe cogliere l’importanza di poter monitorare il comportamento di coloro che dietro la tutela della privacy si spacciano per malati ed invalidi. Si tratta in definitiva di un modo rispettare e usare con parsimonia quelle risorse versate da cittadini e aziende tramite premi e oneri sociali, affinché quelli più bisognosi ne possano beneficiare.  Per questi motivi vi invito a sostenere la modifica della base legale per la sorveglianza degli assicurati il prossimo 25 novembre.