Terminali sulla Piana del Vedeggio? No grazie!

Settimana scorsa il Consiglio nazionale ha approvato, allineandosi agli Stati, il messaggio sul corridoio 4 metri, grazie al quale verranno investiti 990 mio. di franchi lungo gli assi ferroviari del Gottardo e del Sempione (di cui 280 mio. in Italia), per adattare a un’altezza di 4 metri appunto, i profili dei tunnel (ma anche altre infrastrutture) e consentire il transito dei semi-rimorchi e container. Si tratta, a non averne dubbio, di una decisione importante per la politica dei trasporti svizzera, che avrà ripercussioni positive anche per il nostro Cantone. La realizzazione di un corridoio di 4 metri rappresenta infatti un tassello fondamentale nell’ottica di trasferimento delle merci dalla strada alla ferrovia (grazie a questo investimento si stima che ca. 160’000 veicoli pesanti potranno essere caricati sui treni), fortemente voluto dal popolo svizzero. Accanto a questi interventi di allargamento delle gallerie, se vogliamo almeno in parte sfruttare l’enorme potenziale delle traversali alpine, ed evitare che Alptransit – costato alla Svizzera oltre 20 miliardi di franchi – rimanga una sorta di cattedrale nel deserto, dobbiamo anche creare le premesse affinché venga completato lo sbocco in Italia e in particolare verso i terminali di trasbordo di Busto-Arsizio, Gallarate e quelli nei dintorni di Milano. Pur avendo qualche dubbio sulla reale volontà dell’Italia di realizzare queste infrastrutture, soprattutto lungo la linea Ranzo-Luino, dove per altro non mancano le opposizioni da parte delle autorità locali, va ribadito come il Ticino abbia tutto l’interesse a sostenere il prefinanziamento dei terminali in Italia. Questa soluzione non è tra l’altro nuova poiché già nel passato abbiamo collaborato con i nostri vicini a sud, prefinanziando opere di grande interesse per il nostro Paese. Agirono nello stesso modo anche gli italiani e i tedeschi quando nell’Ottocento sostennero e finanziarono la galleria ferroviaria del San Gottardo.

E’ infatti evidente che se il corridoio di 4 metri dovesse fermarsi al confine, l’ipotesi di vedere realizzati dei terminali di carico di TIR sul nostro territorio diventerebbe molto concreta. Questa soluzione, non solo violerebbe il principio costituzionale secondo cui il trasferimento delle merci dalla strada alla ferrovia deve avvenire da frontiera a frontiera, ma sarebbe deleteria per il nostro Cantone, e questo per diversi motivi. Immaginiamoci cosa significherebbe realizzare un terminale di trasbordo ad esempio sulla piana del Vedeggio per il carico di container e semirimorchi che proseguiranno sulla linea di Alptransit in direzione del Gottardo! Proprio per evitare questa eventualità, nel corso del dibattito parlamentare ho presentato un emendamento che chiedeva di escludere l’adattamento a 4 metri delle sagome delle gallerie lungo la vecchia linea del Ceneri, per scongiurare il collegamento con un eventuale terminale sul Vedeggio. La risposta della Consigliera federale Leuthard è stata rassicurante: ha ammesso che lo scenario di un terminale in Ticino è una soluzione difficilmente praticabile, una ultima ratio, e per questo terrà in conto le preoccupazioni formulate dal Cantone Ticino e dalle autorità locali in questi ultimi mesi. A fronte di queste sue dichiarazioni ho pertanto deciso di ritirare l’emendamento. Per il momento possiamo dunque lasciare da parte i “forconi del nonno” invocati da Savoia, ma sarà tuttavia importate rimanere molto vigili e seguire con attenzione e fermezza gli sviluppi attorno a questo progetto, soprattutto per quanto attiene alle trattative in corso con l’Italia.

Il presente è per il rinnovabile, ma il futuro rimane incerto

La Svizzera uscirà gradualmente dal nucleare entro il 2034 e fino ad allora investirà ancor più in una svolta fondamentale della politica energetica. Con questa decisione adottata due settimane fa dalle Camere federali si vuole fare un scelta a lungo termine ed irreversibile per un approvvigionamento energetico pulito, sostenibile ed anche sicuro. La via che ci porterà a questo traguardo è fatta d’ingenti investimenti nella ricerca tecnologica e nell’economia.

Tutto bene? Non proprio. Personalmente comprendo questa nuova tendenza, approvo la decisione delle nostre autorità politiche, ma avrei preferito tempistiche più flessibili e modalità più realistiche rispetto a quanto imposto.

Basti pensare che attualmente in Svizzera il 60% dell’energia elettrica utilizzata è di produzione idroelettrica, mentre il restante 40% deriva da centrali nucleari, prodotte dalle cinque funzionanti. Tre di queste verranno smantellate nel 2020. L’obiettivo della politica federale è di giungere entro il 2030 a produrre un 10% di energie elettrica grazie a nuove fonti rinnovabili. Per il resto dell’energia (ca. 30%) di cui avremo assolutamente bisogno per comprire il fabbisogno dei cittadini e delle nostre industrie non sappiamo ancora dove trovarlo, per non parlare di costi.

Anche gli antichi romani dicevano che l´uva arrivava da Cartagine. E noi da dove importeremo l’energia? La decisione non è di poco conto e pone quesiti complessi a sapere da chi dipenderemo e da quali fonti. Un’opzione ad esempio è quella di realizzare nuove centrali a gas, un’altra fonte poco rispettosa dell’ambiente. Oppure sfruttare il sole, una fonte inesauribile, creando grosse installazioni in Marocco, Libia e Tunisia. Ma per il momento lo sfruttamento di questa risorsa è molto limitato in Svizzera.

Il futuro del rinnovabile presuppone un’accelerazione della ricerca e dello sviluppo di alternative energetiche a lungo termine: l’energia solare, da biomassa, eolica e geotermica e nei metodi più avanzati per incrementare l’efficienza energetica. Ma anche con l’auspicato progresso tecnico, queste alternative diventeranno plausibli, nella migliore delle ipotesi, solo tra il 2035 e il 2050.

Dobbiamo essere realistici e pragmatici: anche nei prossimi anni, capacità nuove e all’avanguardia, una migliore gestione del sistema ed una maggiore efficienza energetica, sarà estremamente difficile compensare l’ammanco dovuto dalla chiusura delle centrali nucleari, tanto più che il consumo viene dato sempre in aumento (+ 2% in media all’anno per il Ticino dal 2000 ad oggi).

La Germania sta puntando sulle centrali a gas povere di biossido di carbonio che sostituiranno gradualmente la tecnologia nucleare. Ma quest’opzione dimostra in modo inequivocabile come le centrali fossili si rendono ancora necessarie quale tecnologia ponte per un periodo transitorio. E Fukushima insegna, i pericoli legati a centrali, che siano nucleari o a gas, non si fermano alle frontiere nazionali.

Il risparmio energetico come “fonte di energia” sarà dunque decisivo, ma anche questo non basterà a coprire il nostro fabbisogno.

La svolta energetica dovrebbe aprire la porta ad un’architettura energetica efficiente, sostenibile, economica e sicura. Per il momento siamo a livello di auspici e di buone intenzioni. Solo il futuro ci dirà se saremo in grado di vincere questa enorme sfida.

Chiusura del Gottardo: migliaia di posti di lavoro a rischio!

La chiusura del tunnel autostradale del San Gottardo avrà effetti devastanti per il Cantone Ticino e la sua economia mettendo a rischio migliaia di impieghi. Ora abbiamo anche i dati per ribadirlo forte e chiaro. Su questa minaccia mi sono peraltro già espresso a più riprese in occasione di alcuni dibattiti cui ho preso parte in vista delle prossime elezioni federali. Dagli stessi è emerso che sul fronte degli oppositori alla realizzazione del secondo tubo troviamo chi è consapevole che la chiusura prolungata provocherà dei disagi al Ticino e chi invece parla addirittura di opportunità per il nostro Cantone. I primi confidano che con l’apertura di Alptransit, abbinata alla realizzazione delle infrastrutture per i treni navetta (che dovrebbero sorgere a Biasca e Erstfeld) in un modo o nell’altro riusciremo ad ovviare ai problemi che ne deriveranno. Dai secondi aspettiamo ancora che spieghino ai ticinesi quali sarebbero queste opportunità di cui parlano, perché fino ad oggi nessuno (e probabilmente nemmeno loro) lo ha capito.
Il Comitato di sostegno a favore del completamento del Gottardo, di cui sono uno dei co-presidenti, da tempo si batte per lanciare un ampio dibattito sulla proposta di chiusura del tunnel per almeno 900 giorni prospettata dall’oramai famoso rapporto dell’USTRA presentato dal Consiglio federale lo scorso mese di dicembre. La nostra tesi è semplice: il Ticino non può rimanere isolato dal resto della Svizzera e dal nord Europa per quasi tre anni senza un collegamento stradale sicuro e affidabile. La soluzione che noi e il mondo economico ticinese prospettiamo è la costruzione di un secondo traforo prima di iniziare i lavori di risanamento di quello attuale, in modo che, una volta ultimati i lavori, alla fine avremo due canne con scorrimento unidirezionale del traffico, senza quindi aumento della capacità. Non si tratta dunque in nessun modo di accrescere la capacità del tunnel, nel rispetto di quanto prevede la Costituzione federale ma anche di tutti coloro che giustamente con un raddoppio delle corsie temerebbero un aumento del traffico parassitario di transito, poco interessante per il nostro Cantone.

 

Gli oppositori al raddoppio vogliono illuderci che la loro soluzione è rappresentata da Alptransit, un’infrastruttura ciclopica costata ben oltre 20 di miliardi di franchi. Purtroppo ad oggi i presupposti per il trasferimento del traffico pesante non sono minimamente dati: da un lato perché Alptransit si fermerà a Lugano e dall’altro perché l’Italia (e del resto nemmeno la Germania) prevedono di realizzare le indispensabili rampe di accesso per il trasbordo su rotaia dei camion. Per quanto riguarda invece il traffico indigeno dei mezzi pesanti, sarebbe una forzatura gravida di conseguenze costringere la aziende ticinesi, rispettivamente quelle a nord delle Alpi che operano con il nostro Cantone, a dover caricare i camion sui treni. Infatti i trasporti inferiori ai 400-500 chilometri – dunque proprio quelli relativi al traffico interno – non permettono per più motivi di essere trasferiti sulla rotaia, per non parlare della mancanza di flessibilità di questa modalità di trasporto, fattore estremamente importante per molte aziende.
Non prendiamo per il naso la popolazione ticinese lasciando intendere che possiamo tranquillamente chiudere l’asse stradale nord-sud per diversi anni senza che vi siano pesanti contraccolpi per la nostra economia. Lo abbiamo di recente dimostrato attraverso un sondaggio – presentato alla stampa – al quale hanno risposto ben 515 imprese interpellate in tutti i settori (edilizia, industria, commercio, trasporti, servizi e turismo), dal quale sono emerse indicazioni molto chiare. Il dato più eloquente e preoccupante, è che il 90% delle ditte ritengono che saranno toccate da questa chiusura e che per fronteggiare le ripercussioni ipotizzate (calo della cifra d’affari, aumento dei costi di fornitura, ecc.) esse prevedono un taglio degli impieghi mediamente del 20%, corrispondente a ca. 2’000 posti di lavoro.

 

Questo sondaggio non ha ovviamente la pretesa di essere scientifico, ma testimonia in modo inconfutabile le legittime preoccupazioni del mondo economico. Non scherziamo con il fuoco! Potrebbe essere molto pericoloso.

I rustici sono la nostra identità!

Della questione rustici si parla oramai da una trentina d’anni, durante i quali non si è voluto o saputo affrontarla con il dovuto pragmatismo, rimandando continuamente una problematica che presto o tardi era chiaro che ci avrebbe causato dei grossi problemi. Ancora ultimamente ha sollevato un accesso dibattito nella popolazione, in relazione all’ordine di demolizione di un fabbricato e soprattutto per l’opposizione sistematica della Confederazione alle domande di costruzione, che da troppo tempo penalizza il Ticino. Il danno è difficilmente calcolabile, ma certamente cospicuo, considerato che anche le imprese e gli artigiani delle zone periferiche vivono soprattutto grazie a questa importante fonte di reddito. Se questo assurdo tira e molla dovesse continuare, potremmo avere un grave problema economico e sociale, proprio nelle zone più in difficoltà e svantaggiate del Cantone dove molti posti di lavoro saranno a rischio.

Durante la trasmissione Falò delle scorse settimane sono emersi aspetti interessanti, che meritano senz’altro di essere tenuti in considerazione dalle autorità cantonali. Le nuove norme di attuazione, approvate nella primavera del 2010 dal Gran Consiglio, sono certamente abbastanza restrittive, ma hanno il pregio di perlomeno iniziare a fare un po’ di chiarezza in un contesto giuridico che, purtroppo, ha reso difficile una confronto costruttivo tra Cantone e Confederazione. Personalmente ritengo assolutamente inaccettabile il ricatto della Confederazione nei confronti dei ticinesi, che li obbliga ad attendere anni prima di vedersi (forse) approvata la licenza per la ristrutturazione del proprio rustico, anche quando rispetta pienamente i criteri di conservazione e di doveroso rispetto per quanto ci hanno lasciato i nostri avi. L’edificio rurale rappresenta per noi ticinesi non solo una possibilità per realizzare un rifugio in cui ritirarci a riposare o a passare momenti di tranquillità a contatto con la natura e con lo splendido territorio delle nostre valli. Il rustico è a tutti gli effetti l’essenza stessa della nostra identità che ci ricorda le fatiche e le sofferenze delle generazioni che ci hanno preceduto, che si sono guadagnate il pane sulle nostre aspre montagne. Relegare all’abbandono anche solo un fabbricato, perché non ritenuto degno di conservazione (sic!), è una pura assurdità oltre che un oltraggio alla storia e alle nostre tradizioni, che non possiamo accettare e neppure sopportare. Mi chiedo fino a che punto nell’Amministrazione federale vi sia la consapevolezza delle peculiarità della nostra realta, che non è paragonabile con quella, ad esempio, dell’altopiano: l’impressione è che non siamo stati in grado (o non abbiamo avuto la volontà) di spiegare agli uffici preposti e ai politici che se ne occupano, cosa rappresenta il rustico per noi. La questione è molto seria e va al più presto risolta, adottando i correttivi del caso. È quindi imperativo che la futura rappresentanza ticinese a Berna si impegni subito, con convinzione e determinazione e in collaborazione con il Governo, per risolvere in modo definitivo questa che per noi non è solo una questione di prassi giuridica, ma rappresenta, appunto, una parte fondamentale della nostra identità, della nostra cultura e della nostra storia.

Iniziativa 1:12 – inutile, costosa e controproducente!

Fra i temi in votazione il prossimo 24 novembre vi è anche l’iniziativa popolare lanciata dai giovani socialisti che chiede si sancire nella Costituzione federale un rapporto massimo di 1:12 fra il salario più basso e quello più altro all’interno di un’azienda. La proposta si iscrive in un disegno più ampio, di cui la sinistra cerca di farsi interprete, che vorrebbe abbattere, o per lo meno attenuare, le diseguaglianze sociali. Se l’obiettivo è sicuramente nobile, lo strumento scelto è non solo completamente sbagliato, ma addirittura controproducente per le stesse categorie che l’iniziativa vorrebbe difendere. Ma vediamo perché. La prima domanda che si potrebbe porre è a sapere se è giusto che la politica salariale delle aziende debba sottostare a delle regole imposte dallo Stato, la cui applicazione creerebbe oltretutto ulteriore inutile burocrazia. Personalmente continuo a credere che questo sia un tema che deve rimanere di competenza dei partner sociali, modello che fino ad oggi ha comunque dato dei buoni risultati, come lo dimostra il fatto che la Svizzera è uno dei Paesi con il maggior benessere e con una disoccupazione fra le più basse in Europa. La verità è che il tema delle remunerazioni salariali è troppo complesso per poter essere ingabbiato in regole schematiche e semplicistiche come quelle proposte. Ci sono in effetti aziende in cui questo rapporto è superato e i collaboratori con i salari più bassi sono soddisfatti, mentre altre che non sarebbero toccate dall’iniziativa dove invece vi sono delle situazioni deplorevoli, che non verrebbero comunque risolte. Ma il vero paradosso di questa iniziativa è che ad essere colpiti non saranno solo i dirigenti con salari elevati. Aggirare la normativa sarà relativamente semplice: le imprese potrebbero trasferire i dirigenti con i salari più elevati all’estero, rispettivamente delocalizzare i settori della produzione meno retribuiti, investire nell’automazione o ancora dare in outsourcing determinati servizi. Il risultato sarà in ogni caso la perdita di posti di lavoro. Ma ciò che è ancora più grave è che a pagarne le conseguenze sarà la stragrande maggioranza delle piccole e medie aziende ma soprattutto i dipendenti delle stesse. E’ noto a tutti che i salari più elevati contribuiscono in maniera decisiva a finanziare le assicurazioni sociali e le casse pubbliche a tutti i livelli istituzionali. Secondo uno studio dell’Università di San Gallo, in caso di accettazione dell’iniziativa ai fondi dell’AVS e dell’imposta federale diretta verrebbero a mancare ca. 500 milioni e rispettivametne 1,5 miliardi di franchi, con perdite ovviamente anche per Cantoni e Comuni (a livello federale il 10% dei contribuenti versa il 75% delle imposte!). Si può discutere all’infinito se questa stima è corretta. Rimane il fatto la limitazione degli alti salari comporterà inevitabilmente importanti minori entrate al fisco e alle assicurazioni sociali che dovranno essere colmate. Da chi? Ovviamente chiamando alla cassa le cittadine e i cittadini, ma anche le aziende, che si vedranno aumentare il carico fiscale e il prelievo degli oneri sociali sui salari. Un vero e proprio boomerang, con effetti potenzialmente devastanti per la nostra piazza economica. Nel contesto internazionale la Svizzera viene guardata con ammirazione e anche con malcelata invidia per le condizioni economiche e sociali che ha saputo creare. Se non vogliamo, in nome di una presunta giustizia retributiva, mettere a repentaglio questo modello di successo diciamo un chiaro NO all’iniziativa 1:12.

Misure più efficaci in favore dell’economia e dell’occupazione!

In questi ultimi mesi chiunque tra di noi in un modo o nell’altro ha sentito parlare delle
difficoltà dell’economia svizzera dovute all’apprezzamento del franco sull’euro e sul dollaro,
riconducibile alla crisi del debito di alcune Nazioni europee e degli Stati Uniti. L’impressione
però è che, al di là delle tante parole, pochi abbiano realmente detto quali potrebbero
essere nei prossimi mesi le ripercussioni per il tessuto economico ed occupazionale del
nostro Paese.
Albergatori, ristoratori e tutti gli operatori nel settore del turismo stanno subendo gli
svantaggi valutari della nostra moneta che favorisce altre mete turistiche. Non
dimentichiamoci che ad un certo punto durante l’estate il franco si stava avvicinando
pericolosamente alla parità 1 a 1 con l’euro.
Nel commercio, la grande distribuzione sta mostrando dei risultati negativi, mentre molti
piccoli commercianti al dettaglio lamentano perdite a due cifre percentuali; addirittura c’è
chi già ha dovuto cessare l’attività o si appresta a farlo.
Nel comparto industriale a soffrire ovviamente è soprattutto chi opera con l’estero. Infatti,
in un contesto valutario globale, sono soprattutto le aziende esportatrici ad essere in gravi
difficoltà visto che si trovano a produrre con margini di guadagno ridottissimi o addirittura
devono lavorare in perdita pur di rispondere alla domanda dei clienti esteri che altrimenti si
rivolgerebbero altrove.
Una parte rilevante dell’economia elvetica è dunque sotto pressione con il rischio di
contraccolpi gravi sull’occupazione e sugli investimenti. Senza fare di ogni erba un fascio,
non dimentichiamoci che in maniera rapida e non sempre razionale durante i momenti più
difficili le aziende tendono a tagliare su costi quali il personale, la formazione ed il marketing.
In questo contesto i margini di manovra per la politica non sono ampissimi visto che i
mercati monetari seguono le proprie regole. Tuttavia, è lecito domandarsi se la politica può
e deve fare di più, se il tempismo degli interventi è quello giusto, ma soprattutto se sono
state avanzate le proposte più adeguate.
Escludendo a priori una politica statale di sussidi ad innaffiatoio, considerando anche
l’autonomia e l’indipendenza della Banca nazionale svizzera ed accogliendo positivamente
ogni forma di intervento cantonale, ritengo che la Confederazione – almeno per il momento
– si sia mossa in maniera timida e poco efficace, per lo meno sul breve termine. Le misure
promosse di per sé potrebbero anche essere valutate con favore, ma purtroppo non vanno
per buona parte a colpire il giusto bersaglio. Provo a spiegarmi con esempio concreto:
attualmente non c’è un problema generalizzato di licenziamenti legati al contesto valutario e
perciò un’estensione del lavoro ridotto è poco efficace nell’immediato, anche se in
prospettiva potrà esplicare effetti positivi soprattutto per evitare licenziamenti. Quindi, per
sostenere al meglio l’economia e per garantire l’occupazione oggi piuttosto che sostenerla
domani, rimango dell’opinione che il Consiglio federale avrebbe dovuto osare di più, ad
esempio proponendo una riduzione temporanea dell’imposta sul valore aggiunto (IVA),
riducendo il costo dei carburanti (soprattutto quella parte composta da tasse statali) ed
intervenendo più chiaramente in una revisione dell’assicurazione svizzera contro i rischi
dell’esportazione includendo anche i rischi di cambio. Queste misure sarebbero certamente
considerate più eque, efficaci immediatamente e mirate a fronteggiare un problema
valutario.
Concludo con l’auspicio che la situazione valutaria possa migliorare a beneficio del nostro
Paese, ma vista la fragile situazione in cui versano certi Paesi europei e del resto del mondo,
nutro forti dubbi che il contesto internazionale possa ritornare velocemente ad una
situazione normale per la Svizzera. Nel prossimo futuro dovremo essere pronti ad ogni
scenario e la politica dovrà essere capace di rispondere con tempestività e coraggio, ma
soprattutto in modo efficace.

Fabio Regazzi

Gottardo: un chiaro NO all’isolamento del Ticino!

Risanamento, raddoppio, isolamento: la discussione sulla prospettata chiusura del tunnel autostradale del San Gottardo – che nei piani della Confederazione incomberebbe tra meno di 10 anni – sta sollevando in Ticino una serie di interrogativi che una parte del mondo politico tenta maldestramente di risolvere con risposte in parte manifestamente impraticabili, per non dire ingannevoli. Senza ripercorre tutta la serie di argomenti inerenti ad una questione dai mille risvolti, è tuttavia importante ritenere alcuni elementi che troppo spesso vengono dimenticati.
Contrariamente a quanto molti sono portati a pensare, degli oltre 6 milioni di veicoli che annualmente transitano attraverso il tunnel del San Gottardo, la gran parte è traffico con destinazione e/o partenza svizzera. Il traffico in transito rappresenta infatti soltanto il 27% (!). Chiudere il San Gottardo significa dunque ostacolare giornalmente quasi 17’000 veicoli che in massima parte sono legato, in un modo o nell’altro, all’economia svizzera e ticinese.
Il discorso si può estendere anche al trasporto delle merci. Sebbene la ferrovia sia all’origine di circa 2/3 del totale dei trasporti di merci attraverso le Alpi, è sulla strada che scorrono la maggior parte delle spedizioni necessarie all’economia locale: sono complessivamente 3,6 milioni le tonnellate di merci con destinazione e/o partenza elvetica all’anno. Sulla ferrovia per contro si trasportano “solo” 2,7 milioni di tonnellate. Chiudere il San Gottardo significherebbe dunque ostacolare l’economia ticinese, lei cui sorti dipendono da collegamenti stradali affidabili ed efficienti con il resto della Svizzera e del nord dell’Europa.
Queste poche cifre dimostrano quanto la tematica sia delicata e decisiva per le sorti del nostro Cantone, della nostra economia e dei nostri posti di lavoro. La discussione non deve assolutamente prestarsi a giochi politici e men che meno finalizzata ad imporre modelli ideologici avulsi dalla realtà.
In questo contesto le proposte della Confederazione per far fronte alla chiusura di almeno 900 giorni (!) non sono altro che fumo negli occhi che di certo non contribuiscono a rassicurare gli operatori economici ticinesi di tutti i settori (industria, turismo e commerci) comprensibilmente preoccupati. Deviare il traffico sulle vie alternative – in primis sulla tratta del San Bernardino – è improponibile e non costituisce un’opzione, come hanno ampiamente dimostrato le diverse chiusure della tratta del Gottardo nell’ultimo decennio. Non solo la Mesolcina vedrebbe confluire il traffico sulle sue strade strette, in pendenza e soggette a importanti nevicate, ma anche altri passi attraverso le Alpi grigionesi e vallesane diverrebbero attrattivi sia per il traffico merci che per i turisti. Alpi che, paradossalmente, dovrebbero essere al centro delle attenzioni di stampo ambientalistico dei contrari al raddoppio.
Cosa dire poi delle misure fiancheggiatrici con cui si intenderebbe limitare i disagi della prospettata chiusura della galleria. Con l’ausilio di piattaforme di interscambio ai portali dei tunnel ferroviari (Biasca e Erstfeld) ci vorrebbero far credere che è possibile trasferire merci e persone su treni-navetta tra nord e sud delle alpi. Senza entrare nel merito di questa palese utopia – oggi con la galleria in funzione si accodano regolarmente oltre 10 km di veicoli davanti ai portali, facile immaginare cosa succederebbe se questi dovessero essere anche caricati ad uno ad uno su un treno – sono fuori da ogni contesto del buon senso le proporzioni che emergono se si analizzano i costi di queste misure. A dipendenza delle varianti si passa dai 650 milioni di franchi (per la variante che prevede la chiusura per due anni e mezzo consecutivi) a oltre un miliardo (!) per varianti che suddividerebbero su più momenti i lavori di risanamento. Costi, beninteso, non per risanare il traforo esistente ma unicamente per la messa in piedi di un sistema provvisorio di misure che mitigherebbero (in modo del tutto marginale) i gravissimi danni a cui il Ticino e la Svizzera andrebbero comunque incontro. Cifre folli se si ricorda che la Confederazione ha stimato, solo pochi anni fa, i costi per la costruzione di una seconda galleria a 1,1 miliardi (poi stranamente lievitati a 2 miliardi).
Mi auguro che questi pochi spunti di riflessione possano bastare per inquadrare la situazione. L’evidenza permette legittimamente di affermare che i politici ticinesi che oggi si oppongono ad una soluzione pragmatica per evitare l’isolamento – perché di isolamento si tratterebbe – del nostro Cantone non solo difettano di buon senso (e uso un eufemismo), ma non tutelano gli interessi né dei cittadini, né della nostra economia e dei posti di lavoro ma nemmeno, in ultima analisi, della tanto osannata protezione delle Alpi. Per quanto mi concerne, non esiterò dunque a continuare a battermi con vigore per la realizzazione del secondo tubo della galleria della San Gottardo, unica soluzione seria e praticabile per evitare l’isolamento del Ticino.

Fabio Regazzi

Forza del franco e opportunità nascoste

L’inarrestabile ascesa del franco continua ad alimentare grandi preoccupazioni nei settori economici e bancari elvetici. In questi giorni il franco ha toccato nuovi record, sia nei confronti dell’euro che del dollaro, sfiorando la soglia psicologica della parità con la prima moneta.
Un livello drammatico per l’economia svizzera, il cui svantaggio principale sta nel possibile crollo delle esportazioni, un punto chiave del prodotto interno lordo.
Stando al presidente della Swissmem (organizzazione che riunisce l’industria metalmeccanica ed elettrica nonché i settori affini orientati alla tecnologia), citato in una nota stampa di economiesuisse del 15 luglio scorso, un terzo delle imprese dell’industria dell’elettronica, delle macchine e del metallo è confrontata a perdite operative ed è costretta a ricorrere
alla propria sostanza, senza avere margini per investimenti nel futuro. Ma del franco forte soffrono anche numerosi fornitori, il turismo così come l’intera attrattività della piazza economica svizzera. Anche se i meccanismi sembrano sfuggire al controllo delle autorità di controllo dei mercati monetari internazionali, ciò non significa che politica ed economia non possano fare nulla. Le autorità politiche svizzere e cantonali sono anzi chiamate a trovare ricette per mettere in campo una politica economica di crescita coerente, sul lungo termine, in un momento in cui gli altri Stati stanno vivendo una delle peggiori crisi economiche e sociali degli ultimi 80 anni.
Tra queste misure, mi preme ricordare una proposta molto semplice che avevo formulato con l’allora collega in Gran Consiglio Rinaldo Gobbi nel 2009, che chiedeva di rifinanziare l’oramai esaurito credito destinato alla partecipazione a fiere specialistiche quale misura certamente interessante dal punto di vista del sostegno alle attività imprenditoriali e della promozione del territorio, soprattutto in un periodo di difficoltà economica. Dopo un primo scoglio opposto dal governo, la mozione è stata accolta dal parlamento e implementata.
Tuttavia, il successo riscontrato da questa misura è stato molto ampio tant’è che le richieste superano la dotazione del fondo. La congiuntura attuale dovrebbe perciò indurre il governo a intervenire rimpolpando i finanziamenti messi a disposizione delle aziende.
La partecipazione a fiere specialistiche, nazionali e internazionali, relative al proprio settore di attività è infatti da sempre un elemento basilare per lo sviluppo delle imprese perché consente alle aziende interessate di far conoscere i propri prodotti e nel contempo di allacciare altrove rapporti commerciali nel proprio settore. Non vi è quindi dubbio che questa misura sia da rafforzare soprattutto in un periodo di rapide trasformazioni tecnologiche come quella che stiamo vivendo, con ripercussioni positive, in un secondo tempo, anche per l’intera piazza economica ticinese. Un’ apertura verso il mondo mi sembra a maggior ragione vitale in questo periodo allo scopo di orientare le esportazioni ticinesi oramai in flessione verso mercati emergenti quali la Cina, l’India, il Brasile meno toccati dall’attuale crisi. Questo provvedimento non offre di certo la soluzione a una crisi economica di portata globale, ma costituisce un’opportunità molto efficace, a costi contenuti per il Cantone, che consente alle aziende di partecipare a manifestazioni o eventi focalizzati sulle esportazioni, in un momento di grave contrazione dei mercati.

Fabio Regazzi