Partenariato pubblico-privato in sanità: come per il CICR è una necessità!

Nel corso dell’ultima assemblea di AITI, abbiamo avuto il grande privilegio di ospitare il presidente del CICR Peter Maurer, una grande personalità, che si sta prodigando in prima linea nelle situazioni di guerra più difficili per portare soccorso alle popolazioni colpite: dalla Siria, all’Afghanistan, senza dimenticare l’Africa.
Nel suo intervento tenuto davanti a una gremita aula magna dell’USI, ha pure affermato che il futuro della cooperazione internazionale umanitaria è nelle mani del partenariato pubblico e privato, ossia dell’unione delle forze tra Stati, enti pubblici e imprenditori privati.
Da alcune brevi ricerche risulta che questa logica di allargamento a tali sinergie, il presidente del CICR la sta portando avanti da qualche tempo presso le più alte sfere mondiali, per cercare di creare reti di collaborazioni estese anche ai privati in grado di influenzare lo scambio di dati ed esperienze in materia di assistenza, di protezione e di rafforzamento dell’aiuto alle popolazioni più vulnerabili nel mondo.
Un approccio che condivido in toto ma che mi ha sorpreso, soprattutto pensando al dibattito in corso in Ticino contro queste forme di alleanza tra sanità pubblica e privata. Azzardando un parallelo non mi risulta che Peter Maurer sia stato nel frattempo tacciato dalla sinistra locale (quella internazionale fortunatamente non esiste più da tempo) di privatizzare o svendere il CICR. Del resto nemmeno dalle grandi ONG attive nel settore si sono levate critiche o preoccupazioni in tal senso. Se la più grande organizzazione umanitaria del pianeta, indiscussa autorità morale, promuove il partenariato pubblico privato come un’opportunità per migliorare il supporto alle persone, non si capisce perché un discorso analogo non possa funzionare nel cantone Ticino, per una riforma del sistema sanitario di impatto infinitesimamente inferiore rispetto alle grandi sfide umanitarie. Come mai, mi sono chiesto, il partenariato è utile e persino giudicato virtuoso laddove la sanità è pressoché inesistente, si muore di fame, di malattie o di guerre, ma nel nostro bel fazzoletto di terra è additata dai suoi detrattori come se fosse il demonio? Vuoi vedere che i nostri grassi fastidi offuscano i reali benefici ricavati dalla collaborazione tra le forze della sanità pubblica con quella privata, che senza troppi contorsionismi ideologici consentirebbe alle strutture e ai medici attivi sul nostro territorio di migliorare qualitativamente il loro operare attorno a progetti comuni?
Che problema c’è mi chiedo, nel voler lo sviluppo del partenariato fra un soggetto pubblico e un partner privato, con a capo l’Ente ospedaliero cantonale, previo accordo del Gran Consiglio, che detta le regole riguardo i contratti di lavoro, la gestione degli staff medici, la formazione…? Fosse realmente una privatizzazione, pensate che la regia dell’operazione rimarrebbe in mano pubblica? Che colpa è mai quella di voler sfruttare il proprio potenziale, peraltro già esistente, visto che nel cantone Ticino il 40% dei letti è in mano a privati?
Che imperizia sarebbe quella di voler conseguire obiettivi sanitari, riunendo i pazienti secondo casistiche più estese, punto di partenza secondo le linee guida internazionali per una presa a carico specialistica?
Come in altri ambiti, ad esempio nella cooperazione umanitaria promossa dal CICR, che fortunatamente rispetto al MPS e accoliti vanta esperienze e orizzonti ben più ampi, le collaborazioni pubblico e privato costituiscono un grosso potenziale per riunire risorse e arricchire il know-how con progetti innovanti, che per il Ticino potrebbero declinarsi nel futuro master in medicina umana.
Vi è anche un ultimo vantaggio non sufficientemente rilevato: queste collaborazioni, appunto perché mirano a migliorare le specializzazioni e consentono alla nostra medicina di restare al passo con l’evoluzione tecnologica e dei processi, eviteranno che i pazienti ticinesi vengano dirottati – a spese del Cantone – verso le cliniche private di altri cantoni, da qualche tempo molto attive nell’autopromozione.
Spiace purtroppo constatare che coloro che combattono la riforma della legge sull’EOC con ragioni perlopiù ideologiche stanno facendo gli interessi proprio di quei gruppi mossi dalle logiche del mero profitto, e che hanno radici oltre Gottardo. Proprio perché a differenza di loro ho a cuore la qualità del sistema sanitario ticinese, pubblico e privato, vi invito a votare il prossimo 5 giugno, Sì alla LEOC e no all’iniziativa popolare “giù le mani dagli ospedali”.

Sì alla legge sull’Ente ospedaliero cantonale

In: Corriere del Ticino, 1 giugno 2016

Pro servizio pubblico o fine di un servizio?

Il servizio pubblico deve far fronte a numerose sfide difficili e complesse, ma per affrontarle bisogna prendere atto che la visione idealistica secondo cui esso deve essere sottratto alle regole del mercato ne danneggerebbe irrimediabilmente lo sviluppo. Proporre che il servizio pubblico potrebbe crescere vivendo al di fuori dal mondo, può essere considerato una nuova fiaba metropolitana, una delle tante con cui siamo sempre più spesso confrontati, come ad esempio il reddito di base incondizionato pure in votazione. Sarebbe invece un azzardo che minaccerebbe delle prestazioni molto importanti per la coesione regionale e la prosperità economica del nostro paese.
In altre parole metterebbe a repentaglio un modello di servizio pubblico che altri paesi ci invidiano. Lo standard del servizio universale in Svizzera è elevatissimo e questo emerge chiaramente nel confronto internazionale.
Per sua entità̀ il servizio universale della Posta Svizzera è unico al mondo. I treni circolano puntali, con qualche eccezione sull’asse del Gottardo anche se le FFS stanno lavorando e investendo per ovviare a questo problema; la corrispondenza spedita da Gordola affrancata in A viene distribuita l’indomani a Zurigo. La maggiornaza dei nuclei famigliari può contare su un allacciamento internet e di una copertura telefonica pressoché completa.
La Svizzera è il paese più competitivo al mondo grazie alle infrastrutture. Proibire alle aziende del servizio pubblico di creare un utile, come proposto dagli iniziativisti, significa impedire loro d’investire nelle nuove tecnologie e in nuovi prodotti interessanti per i suoi abitanti. Non potranno così adattarsi ai bisogni della loro clientela e al mercato.
Non poteva poi mancare nell’iniziativa una proposta per limitare i salari dei manager, un tema alla moda su cui gli svizzeri si sono già espressi in altre occasioni. È stato più volte dimostrato che le limitazioni nei salari comporta una diminuzione d’attrattiva per l’azienda stessa. Le tre aziende Posta, FFS e Swisscom occupano complessivamente 106’000 persone e formano ogni anno circa 4’300 apprendisti, ai quali assicurano ottime condizioni d’impiego a ogni livello. Limitare i salari dei manager, è dimostrato, abbassa anche i salari ai livelli inferiori: non a caso questa iniziativa è combattuta anche da Travail.Suisse, uno dei maggiori sindacati svizzeri.
Non da ultimo la Confederazione perderebbe un’importante entrata. Nel 2015, i dividendi della Posta hanno portato 200 milioni di franchi alla Confederazione e le partecipazioni agli utili di Swisscom hanno consentito di incassare 580 milioni alle casse federali.
L’iniziativa comporta quindi anche pesanti conseguenze per l’intera economia nazionale svizzera. Non poter garantire un servizio universale di qualità e competitivo sarebbe per la piazza economia elvetica un duro colpo nel quadro della concorrenza internazionale. Bisogna infatti ricordare l’importante ruolo per l’economia svizzera degli investimenti effettuati dalle imprese del servizio pubblico: la Posta ad esempio ogni anno acquista prestazioni per 3,3 miliardi di franchi da oltre 12’000 fornitori, l’85% dei quali opera in Svizzera. Non è da meno Swisscom, che ogni anno acquista prestazioni da fornitori svizzeri per 2,8 miliardi di franchi.
Negli ultimi anni gli Svizzeri hanno potuto beneficiare di un servizio pubblico di alta qualità, che è addirittura riuscito a diminuire i prezzi grazie alla sua capacità di adattamento al mercato. Sarebbe un peccato gettare alle ortiche un modello interessante sia per la qualità delle prestazioni, sia per il servizio offerto in tutte le regioni del Paese.
Per tutti questi motivi vi invito a non lasciarvi ingannare dal titolo fuorviante dell’iniziativa, che – se accolta – avrebbe esattamente l’effetto opposto, ovvero un indebolimento del servizio pubblico. Pertanto votiamo NO!

Con l’apertura di Alptransit inizia il futuro

 

Il 1. giugno 2016, 17 anni dopo la prima esplosione nel cunicolo principale, la galleria ferroviaria più lunga del mondo sarà inaugurata ufficialmente. La Svizzera ha un buon motivo per festeggiare e lo farà invitando ospiti d’onore elvetici e internazionali all’evento di inaugurazione così come l’intera popolazione a un’indimenticabile festa per gravare negli annali l’opera del secolo.

 

Ferrovia e sviluppo economico

Per il Ticino, le opere di grande ingegneria ferroviaria hanno sempre segnato una svolta storica. Per l’economia ticinese, confrontata con molti problemi, hanno rappresentato un’opportunità straordinaria, lo sbocco verso Nord a lungo agognato. Si pensi all’industria del granito, che poteva fornire la pietra agli agglomerati del Mittelland in pieno sviluppo. Ma si pensi anche al turismo, all’“industria dei forestieri”, come si diceva allora. Dalle carrozze della Gotthardbahn scendevano frotte di confederati, di tedeschi e di inglesi sedotti da questa incatevole regione che era ed è il Ticino. Si parlò allora di un Ticino delle belle speranze. Quindi, dal lato economico, un significato evidente, e senz’altro benefico.

 

Ferrovia e coesione nazionale

Ma la ferrovia ebbe anche un impatto politico e simbolico. Politico: l’integrazione del cantone nella Confederazione come membro a pieno titolo; simbolico perché col treno arrivavano la modernità, la tecnologia, la scienza. Credo che si possa affermare che il treno mise definitivamente fine all’ “Ancien Régime” al sud delle Alpi.

L’apertura di AlpTransit segna dunque un altro passo epocale. Con i suoi 57 chilometri di lunghezza, l’arteria principale del nuovo collegamento ferroviario nord-sud attraverso le Alpi è anche l’immagine di una nuova politica dei trasporti sostenibile. I treni passeggeri sfrecceranno a una velocità fino 250 km orari attraverso questa galleria più lunga del mondo, accorciando distanze e aumentando il trasporto delle merci.

Unico neo, con l’apertura di AlpTransit il futuro della vecchia tratta di montagna appare incerto. Per la manutenzione di questa tratta alpina occorreranno una cinquantina di milioni franchi all’anno e il rischio di diventare un binario morto non è peregrina. Ma di questo dovrà ovviamente occuparsi la politica.

 

In La Politique 6/2016

Sosteniamo la Squadra PPD !

Care e cari concittadini,

Care amiche e cari amici

 

in vista della prossima campagna per il rinnovo del Municipio e Consiglio comunale del nostro Comune abbiamo la grande responsabilità di onorare la democrazia nella forma più concreta, immediata e vissuta: quella che unisce il cittadino ai suoi rappresentanti diretti, i quali una volta eletti prenderanno le decisioni che toccheranno direttamene noi, le nostre famiglie, i nostri giovani, i nostri anziani, le aziende e le associazioni in cui ci impegniamo.

Dobbiamo anzitutto dire GRAZIE al nostro Sindaco Armando Züellig e al nostro Municipale Claudio Rossi che dopo 2 e rispettivamente 8 anni di grande impegno e passione lasciano le redini del Comune. Un segno di riconoscenza per il lavoro svolto lo rivolgo anche ai consiglieri comunali che non si ricandidano: Mauro Matasci, Andrea Simoni e Mattia Tami.

 

In un clima di generale diffidenza nei confronti della politica, di elusione dalle responsabilità personali e collettive, di delusione per lo scadimento di toni e modi del fare politica, la disponibilità della nostra nuova Squadra PPD presentata in questo volantino merita rispetto e sostegno. Significa anche che se si vuole, si può lavorare per il bene della comunità.

Dunque se vogliamo anche riflettere sul futuro del nostro Comune e avere un ruolo nelle scelte che ne determineranno le sorti, dobbiamo il prossimo aprile sostenere e far sostenere i nostri candidati, soprattutto in vista della riconferma del sindacato, cui il partito guarda e punta con fiducia grazie alla disponibilità di Giorgio Carrara e Nicola Domenighetti.

 

Care e cari Amici, se vogliamo quindi continuare ad essere attori e non essere relegati nel ruolo di semplici comparse, per il futuro e di Gordola e per il bene del nostro amato Comune vale la pena andare a votare e sostenere la lista PPD sia per il Municipio che per il Consiglio comunale.

 

Conto su tutti voi!

 

 

In: App PPD di Gordola, marzo 2016

La politica è (anche) concretezza: bilancio di una sessione

La Danimarca è il nuovo paese più felice al mondo, secondo uno studio internazionale pubblicato l’altro ieri a New York. La Svizzera perde quest’anno il titolo che le aveva soffiato lo scorso anno. La Confederazione si colloca al secondo rango, l’Islanda al terzo. La Top 10 è completata da Norvegia, Finlandia, Canada, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Australia e Svezia. I 10 paesi più felici sono i medesimi dello scorso anno, salvo qualche avvicendamento al loro interno. L’Austria guadagna un posto, la Germania ben 10 (dal 26 al 16mo. rango). Da notare invece come gli altri nostri vicini non sono messi molto bene: la Francia retrocede dal 29 al 32, l’Italia rimane al palo (50). Per il resto, non sorprende che 25 dei 30 ultimi posti sono occupati da paesi africani.

Per arrivare a queste conclusioni i ricercatori dell’Università della Columbia hanno analizzato la speranza di vita, il PIL per abitante, il sostegno sociale, la libertà nelle scelte di vita, la generosità, e la fiducia misurata nella percezione di un’assenza di corruzione politica o negli affari. Insomma non tutti i criteri sono facilmente misurabili.

Mi soffermo sull’ultimo riguardante la fiducia nella politica. Personalmente, fatta salva quelle del campionato di hockey…, le graduatorie non mi interessano molto, e da parte mia cerco di dimostrare agli elettori la concretezza e l’efficacia del mio lavoro politico attraverso i risultati ottenuti. Che poi questi contribuiscano ad accrescere il grado di fiducia dei cittadini verso la politica è solo la conseguenza, ma non il fine del mio lavoro.

Durante questa ultima sessione del Consiglio nazionale mi sono impegnato su diversi fronti e ottenuto anche qualche successo importante per il Ticino.

Nell’ambito della revisione della Legge federale concernente l’imposizione alla fonte, grazie ad un mio emendamento accolto dal plenum, che chiedeva di fissare la percentuale di commissione a favore del datore di lavoro a un massimo del 2% delle imposte trattenute, Cantone e Comuni risparmieranno quasi 1 milione e rispettivamente 800’000 franchi. Altro successo: è stato approvato (con 125 voti contro 66) un mio postulato che incarica il governo di esaminare e calcolare le conseguenze, dirette e indirette, per l’economia svizzera nel caso in cui venissero a cadere gli accordi bilaterali conclusi con l’UE.

Nell’ambito della politica dei trasporti, è stato accolto un mio emendamento che ha affossato una mozione del Consigliere agli Stati basilese Janiak (PS) volta ad impedire ai terminali vicini alla frontiera il rimborso della tassa sul traffico pesante.

Un aspetto appassionante del fare politica è il nostro dovere di verifica critica delle attività del Governo e dell’amministrazione federale. Nelle scorse settimane ho avuto modo di sollevare diverse problematiche nel funzionamento di taluni uffici, che ho puntualmente ripreso in alcuni atti parlamentari.

L’infausta decisione da parte delle FFS, su indicazione di uno scarsamente illuminato studio di architettura ticinese, di privilegiare un marmo italiano anziché quello prodotto dalle nostre cave di granito, è stato oggetto di un’interpellanza al Consiglio federale. Altro schiaffo al Ticino è stata la decisione di attribuire a una ditta lucernese l’organizzazione del catering per l’inaugurazione di Alptransit nel prossimo mese di giugno. Al riguardo ho interpellato il Consiglio federale per chiedere di rendere conto del trattamento iniquo riservato al Ticino. Il persistente disservizio nei treni sulla linea ferroviaria del Gottardo, combinato ai frequenti ritardi, sono stati oggetto di due domande al Consiglio federale, cui le risposte mi hanno peraltro lasciato insoddisfatto.

Anche i recenti fatti di violenza al centro della Reitschule di Berna, e il conseguente ferimento di 11 poliziotti, hanno portato alla ribalta l’inefficacia dell’attuale dispositivo penale nella tutela delle autorità e delle forze di polizia. Ho di conseguenza interrogato il Consiglio federale per chiedere se intende inasprire le pene minime e massime, e quali altre misure intende adottare a tutela delle forze di polizia e dei funzionari pubblici.

L’azione politica, se portata avanti nell’interesse della collettività, è a mio modo di vedere una delle esperienze umane più appassionanti. Sarò sempre grato a voi per avermi consentito ogni giorno di aggiungere un tassello a questa mia esperienza, per la fiducia che mi accordate, ma anche per quella che spero di poter accrescere in voi nei confronti della politica.

Il raddoppio del Gottardo è un’opportunità 

Al di là di alcune meritevoli seppur sporadiche iniziative, come la cartiera di Tenero, alcune filande dedite alla lavorazione della seta, poche fabbriche di orologi e alcune industrie del granito, fu solo quando venne inaugurato nel 1882 il primo traforo ferroviario attraverso il San Gottardo e quindi furono abbattuti in un istante gli elevati costi di trasporto verso la Svizzera interna, che la struttura economica ticinese riuscì col tempo a svilupparsi e a sostenere non solo se stessa, ma anche la società e la popolazione del nostro Cantone. Terminato il lungo isolamento, grazie all’allacciamento diretto, regolare e continuo con il Nord, s’instaurarono infatti quasi immediatamente importanti relazioni commerciali con il resto della Svizzera che permisero la creazione di nuove e importanti attività industriali. Se ho voluto fare un salto all’indietro di tali proporzioni, tornando addirittura al 1800, è perché sono convinto che senza il mantenimento di un collegamento sicuro, veloce e al passo con i tempi (economici) verso il resto della Svizzera, come quello scaturito per fortuna dall’esito del voto dello scorso 28 febbraio sul risanamento della galleria autostradale del San Gottardo, l’attuale economia ticinese tornerebbe tranquillamente indietro dicento anni, ripiombando al buio e alle difficoltà del 1800, quando il nostro Cantone era conosciuto solo per essere una terra di emigrazione e si potevano osservare soltanto sporadici e discontinui sintomi di sviluppo, circoscritti a limitati settori.

Assi di collegamento necessari per il territorio
Oggi come ieri, se si vuole permettere alle imprese ticinesi di continuare la loro attività e di espandersi, contribuendo al benessere e alla ricchezza del nostro Cantone, si devono garantire una complementarietà di assi di collegamento e trasporto che consideri la rete ferroviaria, ma anche la strada che oggi è ancora il principale vettore di trasporto per i viaggiatori e le merci e quindi rappresenta la chiave di volta dei trasporti in Svizzera. Le imprese industriali ticinesi esportano oltre l’80 per cento della produzione e hanno pure molti clienti nella Svizzera interna. Gli incidenti ferroviari che purtroppo accadono con regolarità e i danni causati dalla natura dimostrano che il solo collegamento ferroviario fra il nord e il sud delle Alpi non è affidabile. Se vogliamo raggiungere i nostri clienti, gli aeroporti per spostare le merci all’estero e i porti marittimi del nord e del sud dobbiamo poter contare su un collegamento stradale sicuro e garantito. Sono in gioco molti posti di lavoro e le aziende competono duramente contro una congiuntura non favorevole. Un San Gottardo a due gallerie senza aumento della capacità di traffico e rispettoso della protezione delle Alpi aiuterà senz’altro l’economia ticinese a crescere.

Fabio Regazzi, Presidente Aiti e Consigliere nazionale

Gottardo: i cinque errori capitali!

Perché? Perché giocare sui destini sociali ed economici di un Cantone strumentalizzando un progetto con scenari bucolici riguardo la necessità di preservare le Alpi, facendo leva sulla salute dei cittadini, e mescolando argomenti e dati quando si tratta di sicurezza?  Il progetto di completamento del tunnel del San Gottardo non è in antitesi con questo patrimonio naturalistico e neppure con la salute dei ticinesi. Ecco brevemente la lista dei principali ostacoli ideologici che potrebbero essere fatali al Gottardo.

Errore numero 1 – Chiudere costa meno di completare

Quanti di voi spenderebbero 1 milione di franchi per l’acquisto di una casa sapendo che tra 30 anni sarebbe da rifare? Nessuno. Per la soluzione prospettata dagli avversari del completamento del Gottardo si propone l’assurdità di spendere poco meno di 1 miliardo di franchi per una soluzione provvisoria, senza valore aggiunto, oltremodo complessa e rischiosa, da rifare ogni 30 anni. Il fatto che in tutto il resto della Svizzera ci si fa in quattro durante i risanamenti di strade nazionali per evitare anche il minimo intralcio al traffico (ultimo esempio in ordine di tempo il tunnel del Belchen che collega i cantoni di Soletta e Basilea) non sembra per nulla toccare chi osteggia la proposta in votazione il prossimo 28 febbraio, che in caso di rifiuto comporterebbe la chiusura per ben 3 anni del collegamento stradale che lega il Ticino alla Svizzera e all’Europa mettendo in ginocchio un’economia cantonale già confrontata con molti problemi.

Errore numero 2 – L’inquinamento nel Sottoceneri

Veniamo alle altre strumentalizzazioni, che chiamano in causa l’ambiente e la salute.

Gli oppositori al tunnel, mettendo giustamente in evidenza la situazione preoccupante del Sottoceneri e in particolare del Mendrisiotto, indicando che le soglie di guardia dell’inquinamento vengono regolarmente superate soprattutto in periodi secchi come quello degli ultimi mesi. Non sorprende, se guardiamo un po’ di cifre vediamo che ogni giorno a Grancia passano quasi 70’000 veicoli a Mendrisio quasi 60’000, sulla strada cantonale a Quartino circa 30’000, ad Arbedo Castione 22’000, sul nuovo ponte della Maggia 34’000 e tra Agno e Ponte Tresa 27’000. Gli oppositori dimenticano di dire che sotto il Gottardo circolano solo 17’000 veicoli al giorno (transiti che negli ultimi 15 anni si sono ridotti del 7%!), meno che in via Stazione a Muralto. E sapendo che solo poco più un quarto del traffico al Gottardo è in transito, possiamo dire solo con certezza che dei 70’000 veicoli che inquinano a Grancia, forse 4’500 passano anche dal Gottardo. Dunque, del traffico nel Sottoceneri possiamo mediamente ricondurre solo il 6% al Gottardo.

Errore numero 3 – Aumento di capacità

Per corroborare il loro scenario apocalittico, gli oppositori devono ovviamente supporre che la galleria di risanamento contribuisca al raddoppio delle corsie, malgrado la Costituzione lo vieti e Berna ha creato leggi apposite per ancorare il concetto in modo ancor più chiaro e inequivocabile. Con questi presupposti, insinuare che si potrà tranquillamente derogare a tale disposizione rappresenta un maldestro processo alle intenzioni che non fa onore agli iniziativisti. A scanso di equivoci solo il popolo potrà modificare le regole del gioco e, per quanto mi riguarda, non sosterrò in ogni caso proposte volte ad aumentare la capacità.

Errore numero 4 – Già oggi la galleria del Gottardo è sicura

Con grande disinvoltura gli oppositori affermano che la galleria del Gottardo è sicura. Che dire allora del bilancio di 37 morti dal 1980 contro i 9 morti del tunnel bidirezionale del Seelisberg aperto lo stesso anno? Per non parlare del numero di chiusure per panne e incendi, ben 176 solo nel 2013. Basterebbe che un solo di questi eventi riproduca le modalità dell’incendio del 2001 e sarà di nuovo tragedia. Con 385 milioni di incroci all’anno il Gottardo è una bomba ad orologeria! Non è macabro terrorismo ma semplice calcolo delle probabilità.

Errore numero 5 – Il ritornello di Alptransit

Termino con il ritornello trito e ritrito – e molto ideologico – sull’”occasione di Alptransit”. Ci mancherebbe che non lo sia, ma come più volte dimostrato Alptransit, oltre a non disporre di capacità infinite, non è in grado di rispondere a un certo tipo di esigenze (traffico su brevi distanze, lotti di trasporti piccoli e imprevedibilità del trasporto) garantito oggi dalla strada. Con una quota di mercato nel traffico merci transalpino del 74% la ferrovia la fa già da padrona (in Austria e Francia questa quota è del 31, rispettivamente del 7%!). Dunque, con il risanamento del tunnel del Gottardo Alptransit proprio non c’entra, se non in misura marginale.

Concludo. E’ lecito opporsi ad una galleria di risanamento del Gottardo, ma non argomentare con processi alle intenzioni e con queste falsità, somministrate a palate ai cittadini. La speranza è che l’onestà argomentativa prevalga in occasione del responso popolare il 28 febbraio prossimo. Una decisione da cui dipenderà il futuro del nostro collegamento con la Svizzera interna, e con esso anche il futuro di tutta la nostra economia e dei numerosi posti di lavoro che essa assicura.

di Fabio Regazzi, imprenditore, consigliere nazionale e presidente di AITI

Quanto costerebbe l’abbandono dei bilaterali all’economia svizzera?

Lo scorso mese di settembre ho inoltrato un postulato (15.4009) con cui chiedevo di esaminare e calcolare le conseguenze, dirette e indirette, per l’economia svizzera nel caso in cui venissero a cadere gli accordi bilaterali conclusi con l’UE. Gli stessi sono in effetti a rischio a seguito della votazione del 9 febbraio 2014 sull’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa” perché, come noto, se dovesse cadere l’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’UE, in virtù della cosiddetta clausola ghigliottina, verrebbero automaticamente annullati anche gli altri accordi conclusi nel 1999.

Al di là dei pregiudizi e della diffidenza che si percepisce attorno a questo tema, è bene ricordare che i bilaterali non sono un obiettivo fine a se stesso, bensì degli strumenti di politica estera volti a difendere i nostri interessi. Tale principio era stato per altro evocato anche nel Rapporto sulla politica estera 2009 del Consiglio federale. In altre parole, i bilaterali sono positivi nella misura in cui sono utili ai cittadini e alle imprese svizzere. Per questo risulta importante, ed è questo il senso e lo scopo del mio atto parlamentare, definire ulteriormente e quantificare concretamente il valore di questi strumenti in termini macro-economici.

L’11 novembre il Consiglio federale ha accolto il mio postulato, riconoscendo quindi esplicitamente la necessità di poter disporre di queste indicazioni. Il caso ha voluto che, quasi in contemporanea, autorevoli istituti di ricerca come Ecoplan e BAKBASEL hanno pubblicato i dati di due studi che erano stati loro commissionati proprio su questo tema. I risultati sono chiari: la caduta dei bilaterali avrebbe ripercussioni negative e significative per la nostra economia. Stando ai citati studi, un ipotetico abbandono dei bilaterali dal 2018 significherebbe una diminuzione del PIL del 5-7% ca. entro il 2035. Concretamente ciò significa che – cumulativamente – andrebbe perduto in tale lasso di tempo un intero PIL svizzero annuo! Anche se non esplicitamente indicato negli studi, ciò comporterebbe anche la scomparsa di migliaia di posti di lavoro.

Ora, ho accennato ai rapporti attualmente complicati che intratteniamo con Bruxelles. Non è quindi escluso che nel prossimo futuro saremo chiamati ad esprimerci nuovamente su questioni legato ai nostri rapporti con l’Europa. In tal caso, qualora in discussione ci fossero proprio i bilaterali, per poter esprimere un giudizio con cognizione di causa ritengo sia indispensabile disporre anche di questi dati.

Sono cosciente che si tratta di un tema complesso e delicato e che gli accordi bilaterali non hanno portato solo benefici al nostro Paese.

Quale presidente dell’AITI sono tuttavia convinto che rinunciare a tali accordi rappresenterebbe un azzardo con conseguenze difficilmente valutabili, ma di certo molto pesanti per la nostra economia, come del resto lo riconoscono molti fra coloro che hanno sostenuto l’iniziativa contro l’immigrazione di massa. Per il momento, e in attesa che le trattative entrino nel vivo, in virtù delle ricadute economiche negative evocate, non ci resta che confidare in una soluzione che riesca a conciliare i principi sanciti con l’esito del voto del 9 febbraio con la salvaguardia degli accordi bilaterali. Un obiettivo difficile ma non impossibile!

di Fabio Regazzi, consigliere nazionale

Il San Gottardo è di destra o di sinistra?

Il San Gottardo è di destra o di sinistra? È la domanda che si sarebbe certamente posto Giorgio Gaber leggendo ad inizio settimana la seguente notizia: “Il Comitato progressista si schiera in favore del Gottardo al fine di scongiurare l’isolamento del Ticino”.

Il tema del completamento del tunnel del San Gottardo, sul quale il popolo svizzero sarà chiamato ad esprimersi il 28 febbraio 2016, ha sempre diviso i fronti secondo luoghi comuni: i favorevoli di destra, asfaltatori impenitenti, anti-ecologici, fanatici dell’auto, amanti del gas di scarico e paladini del capitalismo sfrenato e di tutto quanto gira attorno alle quattro ruote; i contrari di sinistra, ecologisti e verdi sino al midollo, sostenitori del trasporto pubblico, dell’economia verde, amanti di colline e alpeggi verdeggianti, dell’uso e consumo a km zero e del tutto slow, dal cibo alla mobilità, alla cultura.

Insomma sino a questa settimana essere pro o contro al completamento del Gottardo era uno spartiacque, l’ultimo baluardo per segnalare la propria appartenenza, alla destra o alla sinistra, appunto. Una chiara distinzione politica un po’ come lo era la cortina di ferro che tracciava e separava l’ovest dall’est: due sistemi ideologici, due culture politiche antinomiche, ordinamenti economici inconciliabili, società distinte, modi di essere opposti. I primi con cravatta o jeans, i secondi con rigidi costumi grigi o colletti alla cinese.

A scompaginare queste granitiche certezze ci ha pensato pure Dimitri con l’intervista rilasciata il 20 novembre scorso al Corriere del Ticino. Chi pensava che la clownistica fosse di sinistra, ha visto andare in frantumi anche quest’ultima certezza. E nel Comitato progressista, oltre all’artista vi sono numerose personalità del mondo politico e non, tra cui l’ex consigliera di Stato Patrizia Pesenti, l’ex consigliere di Stato landamano Alberik Ziegler, il già chimico cantonale Mario Jäggli, i sindacalisti Renzo Ambrosetti e Rolando Lepori, l’arch. Gianpiero Storelli, l’ex giocatore dell’HCAP Filippo Celio, il delegato cantonale per i rapporti confederali Jörg De Bernardi e l’ex collaboratore personale del consigliere di Stato Manuele Bertoli, Michele De Lauretis. Insomma esponenti dell’intelligenzia di sinistra e militanti della base che si schierano a favore del completamento del Gottardo, contravvenendo ai vertici del PS. Un cambiamento di paradigma che dunque pone il Gottardo non più appannaggio della sola destra e questa è già di per sé una notizia. Del resto che fosse in atto una sorta di rivoluzione copernicana lo avevamo intuito da tempo, ossia da quando girare con la Porsche non era più considerato di destra vista la lunga militanza tra i contrari al Gottardo dello scoppiettante e battagliero avv. Renzo Galfetti, non di certo un esponente della classe proletaria.

Vuoi dunque vedere che la sinistra assomiglia sempre più alla destra? Un dubbio amletico che deve aver angosciato la dirigenza del PS cantonale e che la stessa ha voluto prontamente sciogliere nella nota stampa in risposta al Comitato progressista: “Non c’entrano né la destra né la sinistra. C’entrano solo il buon senso…”. Come non dar loro torto!

PS: sabato scorso l’Assemblea dei delegati del PPD svizzero, con la presenza di una folta delegazione ticinese, ha approvato a larghissima maggioranza (179 voti favorevoli; 48 contrari) il completamento del Gottardo. Domanda: ma allora il PPD è di destra o di sinistra? In questo caso direi semplicemente che ha prevalso il buon senso…

di Fabio Regazzi, consigliere nazionale

L’economia verde senza economia

Cosa accomuna l’Environmental Performance Index 2013 della Yale e della Columbia University, il Word Energy Council Sustainability Index 2013, il Sustainbale Competitiveness Report del WEF 2013/2014 o il Decoupling Report dell’UNEP 2011? Tutti questi indicatori issano la Svizzera al primo posto in classifica per quel che riguarda la protezione dell’ambiente, l’utilizzo parsimonioso delle risorse o la conciliazione tra crescita economica ed efficienza delle risorse.
Possiamo dunque sederci sui nostri allori (e che allori!) e lasciare agli altri gli sforzi in materia di protezione dell’ambiente e delle risorse? Guai! Figurare ai vertici delle principali classifiche sulla sostenibilità ambientale non è solo un onore, ma una missione per un’economia e una società avanzata come la nostra. O perlomeno è un dovere – e diciamocelo, anche una grande opportunità – investire nelle cosiddette cleantech, le energie pulite, che alle nostre latitudini sono all’origine di un numero di brevetti depositati per persona…, ormai lo intuirete, tra i più alti al mondo.
È dunque più che lecito chiedersi dove trovi posto nel panorama politico l’iniziativa popolare “Economia verde”, pendente alle Camere federali, che chiede che la Svizzera riduca la sua impronta ecologica (…) entro il 2050 ad 1, o in altre parole riduca il consumo di risorse di due terzi (-65%). Non ci vuole un luminare per capire che questo obiettivo è assurdo e irrealistico. Basti pensare che oggi solo economie sottosviluppate, che vivono di una produzione appena sufficiente per il paese stesso, come il Togo o le Filippine, raggiungono l’impronta ecologica auspicata dall’iniziativa. Per raggiungere l’obbiettivo, va da sé, l’iniziativa esige misure straordinarie, mai discusse o applicate in altre nazioni del mondo. Si parla infatti di divieti di produzione e consumo, nuovi ostacoli commerciali e limitazioni della concorrenza che danneggerebbero l’economia cancellando migliaia di posti di lavoro. La proposta è talmente folle che quest’articolo potrebbe anche concludersi qui.
Non fosse che il Consiglio federale ha deciso di opporle un controprogetto. Di regola quest’ultimo ha motivo di essere messo in campo quando l’iniziativa ha possibilità di essere accolta – e questo assolutamente non è il caso – oppure vi è una reale necessità di intervenire, ipotesi chiaramente smentita dagli indicatori che ho ricordato.
Ciò nonostante, dopo aver esternato quasi settimanalmente la sua preoccupazione per imprese e impieghi di fronte al franco forte e la situazione economica dalle mille incertezze, il Governo ha invece elaborato un controprogetto indiretto nell’ambito della revisione della legge sulla protezione dell’ambiente, dalle conseguenze poco trasparenti e con una certezza sola: i costi per l’economia e le aziende aumenteranno a causa di nuove prescrizioni sulle informazioni sui prodotti, obblighi di garantire la rintracciabilità e il riutilizzo, e altre disposizioni ancora. La libertà decisionale di imprese e consumatori sarebbero state limitate, i costi amministrativi, soprattutto per le PMI, drasticamente aumentati, e la burocrazia avrebbe continuato la sua inarrestabile avanzata.
La nota positiva: il Consiglio nazionale ha respinto, seppur di misura, il controprogetto, che ora passa agli Stati nella speranza che gli venga riservato lo stesso destino. La nota negativa: le preoccupazioni in relazione a questa iperattività di regolamentare rimangono. In campagna elettorale più che mai ognuno propone una nuova ricetta per salvaguardare i posti di lavoro e aumentarne anche la retribuzione, ma poi, appena se ne presenta l’occasione, non si arrossisce nemmeno quando si tratta di imporre divieti, tassare o proporre tutta una serie di misure sproporzionate e straordinarie per raggiungere un determinato – e spesso ingiustificato – scopo.
La politica energetica elvetica, come quella in altri settori, avrà successo anche in futuro se riuscirà a conciliare la protezione e l’utilizzo delle risorse con quelle che sono le esigenze dell’economia. È da quest’ultima che giunge il progresso tecnologico che negli ultimi anni ha permesso passi da gigante di cui approfitta non solo la Svizzera ma tutti i paesi industrializzati. Ed è in questo modo che la Svizzera sta contribuendo più di molti altri alla protezione del clima. Il resto appartiene ad una politica ideologica e dogmatica che è urgente mettere da parte senza se e senza ma.

Fabio Regazzi, Consigliere nazionale, imprenditore e Presidente AITI