Imprese familiari, un tesoro

Ci avviciniamo alle elezioni federali. I candidati e i partiti cercano di profilarsi in modo da far presa sull’opinione pubblica. Tra i temi economici mi pare tuttavia che poca attenzione sia data al ruolo che le imprese familiari svolgono in Svizzera, alle loro esigenze e preoccupazioni.
Sono familiari quelle imprese il cui capitale è posseduto, spesso da più generazioni, da una famiglia; si tratta in maggioranza di piccole e medie imprese, anche se esistono imprese familiari di grandi dimensioni, talvolta quotate in borsa. In Svizzera e nel Ticino rappresentano circa il 70% delle imprese; sono presenti in tutti i settori dell’economia, offrendo occupazione stabile e contribuendo in misura rilevante alla fiscalità federale, cantonale e comunale. Probabilmente pochi sanno che ad esempio in Ticino le imprese familiari sono il principale contribuente. Questi dati sarebbero di per sé sufficienti a porre le imprese familiari al centro del dibattito politico; ma così purtroppo non è, almeno apparentemente, visto che il dibattito sui temi economici è incentrato sul dumping salariale, i frontalieri, i capannoni industriali, ecc. Vi sono invece altre caratteristiche che rendono le imprese familiari attori preziosi della società e dell’economia del nostro Paese. Le famiglie che controllano queste imprese (spesso da molte generazioni) considerano la continuità del rapporto famiglia-impresa un valore essenziale. Esse investono quindi lungo orizzonti temporali estesi non facendosi abbagliare da immediati profitti. In gergo questi investitori sono definiti “capitali pazienti”. Il loro ruolo è essenziale nei processi d’innovazione, che, richiedono appunto la disponibilità degli azionisti a investire in progetti imprenditoriali di ampio respiro. D’altronde la longevità delle imprese familiari dipende proprio dalla loro capacità di innovare in modo sistematico e continuo.
L’altra caratteristica importante è il forte attaccamento delle imprese familiari al territorio, che si manifesta anche grazie alla partecipazione attiva alla vita della comunità. Anche se talune hanno forte presenza internazionale, non dimenticano le proprie radici e sono quindi interessate allo sviluppo equilibrato del territorio in cui operano. Infine, sono imprese tendenzialmente meno indebitate delle aziende non familiari; contano sull’autofinanziamento proprio perché investono con gradualità e lungimiranza nel lungo periodo. Il minor indebitamento rende quindi le imprese familiari più resistenti in tempi di crisi.
Una ricerca condotta da studenti del Master di management ha ad esempio dimostrato che le imprese familiari ticinesi hanno mantenuto più stabile l’occupazione durante gli anni della recente crisi. Oggi però, la crescente burocrazia rende purtroppo meno competitive le nostre imprese familiari. L’imposta sui redditi avvantaggia le imprese più indebitate perché il costo del capitale proprio non è deducibile e penalizza così le imprese familiari. Se si dovesse ridurre la percentuale di sconto fiscale sul pagamento dei dividendi alle persone fisiche, nuovamente sarebbero penalizzate proprio le imprese familiari che hanno spesso come azionisti i membri di una famiglia. Infine il metodo con cui si calcola il valore venale delle azioni colpisce gli azionisti aumentando di molto l’imposta sulla sostanza per rapporto ad un valore che non è sostanza inattiva ma è invece espressione di un investimento durevole nell’impresa familiare così da assicurare la sua continuità e contribuire allo sviluppo economico e sociale del territorio.
Se non vogliamo minare le basi del nostro benessere, è importante che il tema delle aziende famigliari venga messo al centro dell’agenda politica non solo federale ma anche cantonale. Anche per queste ragioni recentemente è stata costituita in Ticino, in collaborazione con USI, l’Associazione della Imprese Famigliari Ticino che si prefigge di sensibilizzare l’opinione pubblica sul ruolo delle aziende di famigliari.
In un contesto in cui troppo facilmente politica e sindacati accusano le imprese ticinesi, indistintamente, di non rispettare il territorio e la manodopera locale mescolando mele marce a quelle buone, ecco che le imprese di famiglia rappresentano una realtà discreta, ma virtuosa e operosa, che merita maggior rispetto e considerazione.

Fabio Regazzi, Consigliere nazionale, imprenditore, Presidente AITI

Attacchi alle imprese: ma che Ticino vogliamo?

Non bastavano il franco forte e le pesanti conseguenze per le imprese e l’occupazione. Siamo arrivati al punto di vedere deputati al Gran Consiglio esultare per la chiusura di aziende e la conseguente perdita di attività economiche e posti di lavoro. È questo il Ticino che vogliamo per i nostri figli? Un Cantone in costante campagna elettorale, dove fare impresa diventa sempre più arduo a causa del progressivo degrado delle condizioni quadro e la perdita di competitività rispetto ad altri Cantoni e regioni europee? Vogliamo davvero un Cantone avvitato su se stesso, dove la polemica è il pane quotidiano e dove però le forze economiche, politiche e sociali migliori sono distolte dall’impegno di promuovere la crescita economica del Cantone e il benessere della popolazione?
Come imprenditore che ogni giorno lotta insieme ai propri collaboratori per dare un futuro all’azienda di famiglia, e dunque una prospettiva a loro, alle proprie famiglie e pure ai giovani visto che impiega 14 apprendisti (10% degli impieghi), non posso che esprimere sconcerto per come alcune frange della politica e delle istituzioni – purtroppo una fetta sempre più grande dell’opinione pubblica – giudichino con distacco le nostre aziende, a volte persino con disprezzo. Senza per altro nemmeno premurarsi di distinguere fra i numerosi imprenditori e artigiani che si comportano seriamente sul mercato del lavoro e le mele marce che naturalmente non possiamo definire né imprenditori né persone oneste.
Dovremmo forse vergognarci come imprenditori di aspirare a fare utili con le nostre attività perché qualcuno considera ciò un atto disdicevole, quando invece il profitto è la linfa necessaria per investire nell’azienda e dunque garantire sviluppo e quindi posti di lavoro in Ticino? Dovremmo forse chiudere delle aziende perché qualche “professore” e qualche tuttologo, beninteso senza conoscerle, le definisce a scarso valore aggiunto? Ogni azienda che si comporta correttamente a suo modo ha dignità di esistere e crea costantemente prodotti migliori e utilizza modi di produrre più efficienti. La competitività del mercato ci costringe a innovare costantemente. Ma se chi disprezza le imprese presenti sul territorio ticinese fosse corretto con la nostra popolazione, non dovrebbe illuderla facendole credere che fuori dal confine vi sia la fila di multinazionali e aziende altamente innovative pronte a venire ad insediarsi nel nostro Cantone. Purtroppo non è così!
Non solo stiamo scontando i ritardi di una mancata promozione economica del Ticino negli anni, ma dobbiamo pure difenderci da una burocrazia sempre più asfissiante, da funzionari pubblici che non si assumono più responsabilità e da una irreversibile propensione a creare spesa pubblica e a tassare i contribuenti (la proposta tassa di collegamento sui parcheggi che vuole chiamare alla cassa i dipendenti delle aziende e i clienti dei commerci ne è l’ultimo esempio). Vi sembra ad esempio normale che un’azienda debba attendere 9-10 mesi una licenza di costruzione per una banale ristrutturazione dello stabile o un cambio di destinazione d’uso? Sarebbero queste le condizioni quadro che dovrebbero attirare in Ticino le fantasmagoriche aziende ad alto valore aggiunto?
In Ticino più o meno 50’000 persone non pagano imposte, oltre 100’000 persone ricevono un sussidio per pagare la cassa malati. Si aggiungano a ciò le deduzioni fiscali più generose della Svizzera, un sistema di assegni familiari che non ha eguali nel nostro paese, un modello di aiuto alle persone bisognose e agli anziani capillare. Come pensano di finanziare in futuro questa rete di sostegno dello Stato quelle persone che esultano quando un’azienda soccombe sul mercato o per altre ragioni decide di investire in territori più accoglienti? Aspettiamo una risposta, ma dubitiamo fortemente che essa mai arriverà.

Fabio Regazzi

Presidente AITI
Consigliere nazionale

Bob Dylan e la carica dei giovani PPD

In un’intervista Bob Dylan disse che “essere giovani vuol dire tenere aperto l’oblò della speranza, anche quando il mare è cattivo e il cielo si è stancato di essere azzurro”. Una bella citazione che sembra scritta apposta per noi popolari-democratici in questa fase complessa della storia del nostro Partito, dalla quale cerchiamo di uscire anche con il contributo di tutti voi che avete ricevuto il formulario del sondaggio interno al quale vi invito dare seguito.

La campagna elettorale è iniziata. Vogliamo e dobbiamo conseguire un ottimo risultato di Partito e le premesse ci sono: due uscenti, un gruppo di donne davvero preparate e motivate, i PPD che vivono all’estero e soprattutto due liste di giovani.
Vorrei spendere qualche parola riguardo su quest’ultima nota positiva che per dirla con Dylan è l’oblò della speranza aperto sul futuro.
Sono cresciuto a pane e politica dal genitore attivo a diversi livelli, e oggi sono sbalordito dalla freschezza propositiva e dalla cultura politica di spessore del gruppo di giovani che compone la macchina organizzativa di GG.
Per dirla tutta da tempo non vedevo dei giovani ritagliarsi con entusiasmo uno spazio così rilevante nel nostro partito. Chi ha sfogliato l’inserto “Spazio Giovani” dell’ultima edizione del PeL si sarà certamente accorto del fermento che regna nel vivaio popolare-democratico.
Mi limito a citare una proposta che condivido pienamente: l’iniziativa popolare legislativa volta ad agevolare gli orari di apertura degli esercizi che personalmente m’impegnerò attivamente per promuoverla.
Se la forza di un partito la si legge nella qualità dei giovani che lo compongono, la mia fiducia e speranza per il futuro del PPD sono in buone mani!

Forse che l’attuale crisi ha almeno un risvolto positivo poiché permette ai giovani di avere tutto lo spazio di manovra e la disponibilità di noi politici attivi verso una gestione più dinamica e orientata alla società che cambia.
Non v’è dubbio che la presenza di giovani in un’ala più libera di quella del partito è per noi fonte di stimolo per la loro freschezza e libertà a lanciare nuovi temi trattandoli con il linguaggio e la velocità che i tempi odierni ci impongono.

I Giovani PPD rappresentano oramai una parte sostanziale del nostro partito e sono convinto che il prossimo ottobre riusciranno a coinvolgere un segmento di elettori che altrimenti non ci avrebbero votato. Questa è un’ulteriore loro grande forza cui bisognerà dare atto.
Sono del resto certo che apprezzeranno lo spazio di libertà che viene loro lasciato e che peraltro stanno sfruttando in modo molto intelligente per proporre un approccio alla politica più libero, meno istituzionalizzato e a volte – ma non guasta – più impertinente.
Il mio auspicio è dunque che questa esperienza politica e quella che seguirà dopo ottobre servano a loro come trampolino di lancio verso le istanze del partito, purché mantengano il loro ruolo di fucina di idee e quella sana spregiudicatezza che li contraddistingue attualmente. Abbiamo bisogno delle loro proposte, temi o nuovi punti di vista. Solo così il PPD ricaverà gli impulsi necessari per risollevarsi e riprendere quota il 18 ottobre. Grazie GG, grazie giovani!

di Fabio Regazzi, consigliere nazionale

Le mezze verità di Ghisletta

Ho letto con stupore l’articolo di Raoul Ghisletta apparso su questo quotidiano qualche giorno fa. In sostanza il candidato socialista scrive che a meno di un miracolo elettorale del suo partito, non ci sarà alcun rafforzamento delle misure di accompagnamento all’accordo di libera circolazione delle persone, il tutto per colpa di padronato e partiti di centro-destra. I quali, ammonisce l’articolista, devono sapere che i sindacati e una parte crescente della sinistra non sono più disposti a fare concessioni. Se sul primo punto – l’improbabilità del miracolo elettorale socialista – posso anche concordare (anche grazie alle uscite di Ghisletta), ritengo il resto del testo un mero e desolante atto di disinformazione.

Nella cronologia “ghislettiana” – decisamente parziale e strumentale – si omette infatti di dire che il congelamento (non il rifiuto) della decisione di rafforzare le misure di accompagnamento è stata decisa a livello nazionale con l’accordo delle parti sociali rappresentate da Valentin Vogt per le PMI e l’Unione degli imprenditori e sull’altro fronte dal senatore socialista Paul Rechsteiner per l’Unione sindacale (non un Carneade, tanto per intenderci, visto che siede in Parlamento da ben 25 anni e in lizza per un nuovo mandato al Consiglio degli Stati). A dirlo non sono solo io, o la Segreteria di Stato dell’economia (SECO), ma lo stesso ministro dell’economia Johann Schneider-Amman. E che i San Tommaso verifichino pure, ad esempio ripescando l’articolo apparso su questo giornale lo scorso 2 aprile. A pesare sulla decisione, come detto condivisa dalle parti sociali, non è certo la volontà di gabbare i lavoratori, ma la necessità di capire quale sarà l’evolversi del dossier post 9 febbraio e di assorbire gli effetti dell’apprezzamento del franco, che sta penalizzando non pochi settori, basti pensare ai recenti dati sulla forte diminuzione delle esportazioni. Si è invece proceduto – giustamente – a un aumento incisivo delle sanzioni, passate da 5’000 a 30’000 CHF. Tolleranza zero per chi abusa, senza però sparare nel mucchio, colpendo anche chi più che problemi crea lavoro, benessere e ricchezza.

Ma non è tutto. Ghisletta si dimentica anche di dire – sarà la canicola o più probabilmente la campagna elettorale – da dove provengono le proposte per il momento congelate. Giova allora ricordarlo: la maggior parte di quelle proposte sono state formulate dal Consiglio di Stato del Canton Ticino (dove siede un solo socialista, per giunta non a capo del dipartimento competente) con il sostegno della Deputazione ticinese alle Camere federali (dove siede un solo socialista) e fatte proprie da un Gruppo di lavoro misto composto da rappresentanti di Confederazione, Cantoni e parti sociali, dove sono presenti gli stessi sindacati, accanto al padronato. Anche questo può essere verificato dai San Tommaso, rileggendo il Comunicato stampa del Dipartimento finanze ed economia dello scorso primo aprile – e non è uno scherzo – dove si ribadiscono gli sforzi fatti, cito, “grazie alla preziosa collaborazione con la Deputazione ticinese alle Camere”, per proporre misure concrete ed efficaci per contrastare gli effetti perversi della libera circolazione delle persone. Legittimo che Ghisletta, di quella Deputazione, ambisca a farne parte, ma si astenga dal denigrare il lavoro di quella attuale.

Invece di cercare visibilità a tutti i costi per legittimare la sua ennesima candidatura, Raoul Ghisletta si impegni piuttosto – come fa chi scrive insieme a tanti altri – di sensibilizzare le istanze bernesi sui problemi del Ticino Va bene gridare alla luna, ma in questo momento abbiamo bisogno di trovare soluzioni praticabili e possibilmente condivise.

Fabio Regazzi
Consigliere nazionale PPD e Presidente AITI

Chiusura dell’Ufficio dell’orientamento scolastico di Biasca: uno schiaffo alla formazione dei giovani e alle Tre Valli

La recente e incomprensibile decisione di chiudere l’Ufficio orientamento scolastico di Biasca dimostra purtroppo la scarsa attenzione attribuita dalla direzione del Dipartimento educazione e cultura (DECS) a uno dei cardini del nostro sistema economico: la formazione dei nostri giovani, che si declina anche in formazione professionale quale antidoto alla concorrenza di manodopera proveniente dall’estero. Infatti, come peraltro rilevato da Raffaele De Rosa nel suo atto parlamentare, il servizio di orientamento scolastico offerto fino ad oggi a Biasca contribuisce ad ottenere il maggior tasso cantonale di allievi che intraprendono un apprendistato dopo la scuola dell’obbligo. Questo per dire che questa decisione oltre ad essere un vero e proprio schiaffo a una regione periferica, quella delle Tre Valli, appare anche in contraddizione con gli interessi del nostro mercato del lavoro.
La formazione scolastica e professionale dovrebbe infatti essere uno degli investimenti più importanti per le autorità del nostro Cantone, con lo scopo appena ricordato che senza una formazione di qualità e orientata a quei settori interessanti per la nostra economia non sarà possibile combattere la disoccupazione giovanile ma anche quella più generale. Mal si comprendono quindi le ragioni all’origine della chiusura di un servizio che dovrebbe maggiormente contribuire ad orientare i nostri giovani.
Come industriale, presidente di azienda e di AITI ho forse più di altri in mente quanto il rafforzamento del capitale umano sia alla base di uno sviluppo competitivo di un’azienda. Per fare in modo di non disperdere, ma anzi potenziare ogni sforzo nel campo della formazione credo che occorra anzitutto conoscere quali sono i settori economici trainanti e con prospettive di crescita appare se non decisivo, quanto meno fondamentale. Forse sorprenderò ancora qualcuno, dicendo che l’industria è una di questi settori trainanti. Producendo il 21% del Prodotto interno lordo (PIL) cantonale e dando lavoro a 27mila addetti, il settore manifatturiero è infatti il principale creatore della ricchezza prodotta ogni anno in Ticino. Scegliendo ad esempio una delle oltre 40 carriere d’apprendistato presenti nell’industria ticinese è possibile specializzarsi nei settori delle materie plastiche, dell’orologeria, della chimica e della farmaceutica, della metalcostruzione, dell’energia, dell’alimentazione, delle macchine, del tessile e dell’abbigliamento, della logistica, dell’elettronica, della meccanica e dell’industria grafica. Senza contare che optando per l’industria come proprio datore di lavoro è inoltre possibile continuare a studiare, arricchendo il proprio bagaglio formativo e culturale, perché, oltre alle maestrie federali, oggi esistono percorsi formativi che portano alle Scuole specializzate superiori, sino alle Scuole universitarie professionali, passando per le Università e i Politecnici federali.

Questo per dire che se il DECS preferisce perdersi nelle sue riflessioni di economia di scala riguardo degli uffici fondamentali come quelli dell’orientamento scolastico, noi o come AITI ci siamo stati e ci saremo ancora e saremo presenti nelle scuole medie con il progetto “Industria? We Like It!” – volto ad avvicinare i giovani alle professioni dell’industria. Inoltre il prossimo 1° ottobre 2015 organizzeremo una giornata di incontro e formazione con tutti gli orientatori scolastici e professionali del Cantone, confidando di poter contare su una loro massiccia presenza.
La formazione è un investimento troppo importante per essere bistrattata, e prima ancora lo è l’orientamento scolastico che come dice la parola deve “orientare” e non “veicolare” – come purtroppo spesso accade – verso i licei dove poi i nostri giovani si arenano. Decidere come e dove formare ha un impatto non solo sulla nostra economia e sul nostro domani, ma anche sull’occupazione e sul futuro dei nostri giovani. Mondo del lavoro e mondo della scuola devono agire in modo più coordinato e incisivo, valorizzando i talenti, ma anche quelle carriere più tecniche che garantiscono un futuro professionale moderno, tecnologico e d’avanguardia.

Fabio Regazzi, consigliere nazionale, imprenditore e presidente AITI

Sarà solo un sondaggio, ma?

Sarà solo un sondaggio, ma quella pubblicata domenica dalla Sonntagsblick è indubbiamente una buona notizia! La vittoria che per i contrari al completamento della galleria del San Gottardo sembrava essere agevole, adesso appare forse un po’ meno scontata.
Infatti, stando a un sondaggio svolto nella Svizzera tedesca e francese (Ticino al solito assente, sic!) la costruzione di una seconda galleria del Gottardo sembrerebbe raccogliere il parere favorevole della maggioranza dei 1000 intervistati, addirittura il 71%! Si tratta di una prima fotografia, ancorché parziale, dell’opinione che si sta lentamente formando attorno a questo tema. È ovviamente presto per rallegrarsi anche perché la campagna in vista della votazione popolare del giugno 2016 non è ancora entrata nel vivo.
Mi preme tuttavia ricordare che se oggi i favorevoli al completamento del tunnel sembrano essere la maggioranza, noi comitato a favore del Gottardo siamo partiti in netto svantaggio, contro l’allora consigliere federale Moritz Leuenberger, contro l’Iniziativa delle Alpi e contro un fronte rosso-verde pervicacemente ostile e chiuso a qualsiasi confronto. Fino a quando, dopo quattro anni di discussioni e di intensa opera di convincimento presso gli ambienti bernesi (e qui un ruolo importante lo ha indubbiamente giocato la Deputazione ticinese alle Camere, almeno per i 9/10…), il Parlamento ha approvato l’autunno scorso il progetto di tunnel di risanamento al San Gottardo, grazie al voto favorevole di una larga maggioranza dei deputati svizzero tedeschi e romandi del fronte borghese. A dimostrazione che su questo tema la divisione è rimasta puramente ideologica, con l’area rossoverde che ha dato in questa battaglia di retroguardia la riprova della sua ventennale irritante quanto incomprensibile rigidità.
Infatti, negli ultimi anni diversi sono stati i favorevoli che si sono mossi a sostegno del progetto di completamento della galleria del San Gottardo, convinti che per il bene e la sicurezza degli automobilisti, dell’affidabilità del collegamento da e verso il Cantone Ticino, della popolazione e dell’economia occorressero due gallerie unidirezionali.
E soprattutto tutti, ma proprio tutti, dal Consiglio federale, all’Unione europea, ai Paesi vicini, dai partiti borghesi alle due Camere del Parlamento, dagli autotrasportatori alle associazioni automobilistiche, hanno riconosciuto l’importanza di non accrescere il traffico stradale transalpino, per cui il secondo tunnel non potrà portare ad un aumento di capacità. Un impegno che è persino stato ancorato in modo preciso e inequivocabile nella legge e il cui rispetto ci è stato garantito per iscritto dalla Commissione europea.
Che dire allora di queste prime cifre pubblicate domenica? Che noi favorevoli al completamento della galleria autostradale del San Gottardo porteremo davanti al Popolo questo progetto avvallato da Governo e Parlamento, convinti più che mai della sua bontà e necessità. Popolo che a sua volta capirà che il voto del 2016 non è una decisione in contrasto con la protezione delle Alpi, nemmeno è in conflitto con la politica di trasferimento del traffico su rotaia e men che meno aggraverà la delicata situazione viaria del Mendrisiotto, riconducibile invece principalmente al traffico transfrontaliero. Il completamento del Gottardo è invece la soluzione definitiva a un problema di sicurezza degli automobilisti che metterà fine ai drammatici scontri frontali che regolarmente avvengono, con esito sovente letale. È inoltre la soluzione che ci consentirà un collegamento nord-sud affidabile, evitando di buttare al macero i soldi dei cittadini per dei trenini navetta da un miliardo di franchi caricati a Biasca (per la buona pace di parte di gran parte del Ticino che dovrà sorbirsi le colonne dei camion verso la stazione di carico della Riviera) e che dopo tre anni andrebbero smontati.
Ecco perché il sondaggio di domenica è una buona notizia, per il Ticino e per tutta la Svizzera!

di Fabio Regazzi, consigliere nazionale
in: Giornale del Popolo, 21 luglio 2015

Imposta sulle successioni: un’iniziativa pericolosa per le aziende familiari

Voteremo il prossimo 14 giugno prossimo su un’iniziativa popolare al fine di inserire nella Costituzione una disposizione che consenta alla Confederazione la facoltà di prelevare un’imposta federale sulle successioni e le donazioni. Il provento di questa imposta in ragione di 2/3 è destinato al finanziamento dell’AVS; 1/3 è versato ai cantoni.
Questa iniziativa se fosse accolta avrebbe effetti dirompenti sulle aziende di famiglia, ma non solo. Da un lato l’insidia più importante è costituita dalla retroattività riferita alle donazioni effettuate a partire dal 1. gennaio 2012, con un prelievo del 20% su tutte le donazioni effettuate dal 1. gennaio di quell’anno. Dall’altro limitandomi, si fa per dire, alla realtà aziendale e in particolare alle aziende di famiglia che sono la spina dorsale della nostra economia, una tale imposta graverebbe pesantemente sul futuro di migliaia di esse: sono infatti ca. 300’000 le imprese a conduzione familiare in Svizzera; esse valgono spesso molto più di 2 milioni di franchi e sarebbero duramente minacciate nella loro esistenza. In che modo? Perché gli eredi dovranno pagare un’imposta del 20% sul valore venale dell’azienda al momento della successione, prosciugando la liquidità della stessa o indebitandole. Infatti stando a un recente studio l’80% delle 1000 aziende contattate ritiene di non poter pagare l’imposta di successione con le risorse a disposizione. Lo studio mostra anche che l’industria e l’artigianato sono maggiormente toccati dall’iniziativa perché in questi settori, sono le macchine e gli investimenti che fanno il valore dell’impresa. Se il 20% del valore deve essere versato allo Stato ciò non può che ovviamente privare le medesime aziende di importanti risorse, soprattutto sul piano degli investimenti che ne assicurano la vita stessa.
D’altro canto per le aziende e contribuenti più grandi ci si può invece aspettare il trasferimento all’estero con la conseguente perdita di attrattività della Svizzera per persone che hanno un’elevata mobilità.
In definitiva, l’accettazione dell’iniziativa significherebbe per molti eredi un aumento degli oneri fiscali perché attualmente solo pochi i Cantoni assoggettano a imposta i discendenti
del defunto. Per buona pace, ancora una volta del federalismo, cardine della nostra democrazia, probabilmente ancora per poco per colpa di queste proposte pericolose.

Di errori, di sfide passate e future: come ripartire per le Federali 2015

Nell’imminenza dell’importante riunione degli Stati generali del PPD è giunto il momento di raccontare la storia della mia candidatura sulla lista popolare-democratica per il Consiglio di Stato. I risultati di aprile ci hanno molto delusi e qualcuno ha – forse un po’ frettolosamente – concluso che il mio atteggiamento durante la campagna abbia direttamente contribuito a determinare il risultato negativo. Ora, senza nulla anticipare dell’analisi e delle discussioni che ci svolgeranno sabato 6 giugno, desidero chiarire quanto accaduto in questi mesi anche in vista del prossimo appuntamento, fondamentale per il futuro del PPD: le elezioni federali 2015.
Sul finire dell’estate 2014 si era creato attorno al mio nome una mobilitazione come non se ne vedeva da tempo. Diverse persone, in primis il Presidente Giovanni Jelmini ma anche parecchi tenori del Partito, mi hanno avvicinato per invitarmi a candidarmi sulla lista PPD per il Consiglio di Stato, allo scopo di consentire la rielezione dell’uscente Paolo Beltraminelli e consolidare il risultato del Partito. All’inizio ho declinato cortesemente l’invito. Poi, dopo molte insistenze, ho ceduto. Perché? Ero stato contagiato dall’entusiasmo di molti amici attorno al mio nome e avevo percepito che c’era una volontà di rilanciare il Partito. Mi ero quindi convinto che non potevo rifiutare un aiuto e deludere queste aspettative, anche perché il mio impegno politico a 360 gradi riposa su due valori cardini: quello dell’amicizia vera e dell’amore per il Partito. Dopo tanti anni di militanza ho ritenuto che fosse giunto il momento di ripagare gli amici e il Partito del loro incondizionato sostegno nei miei confronti mettendo la mia persona, la mia carriera politica e la mia reputazione professionale a disposizione del PPD. Ho quindi accettato, nella convinzione che la mia candidatura avrebbe consentito al Partito di giocare un ruolo importante nella campagna, scongiurando così il pericolo di assistere da bordo campo alla partita fra PLRT e Lega per la riconquista del secondo seggio.
Era per me tuttavia chiarissimo, e in tali termini mi ero a più riprese espresso davanti alla Presidenza del Partito, dell’Ufficio presidenziale e con il mio entourage, che sarei stato in lista a sostegno dell’uscente Paolo Beltraminelli, senza quindi ambizioni di essere eletto.
Le ragioni sono molteplici, ma mi limito ad evidenziarne tre. Innanzitutto sarebbe per me stato estremamente problematico abbandonare la conduzione della mia azienda di famiglia con 140 collaboratori, oltretutto in un momento non particolarmente facile (è anche una forma di responsabilità sociale). In secondo luogo sono certo che un duello frontale con l’uscente avrebbe creato una spaccatura del partito difficilmente sanabile. E da ultimo ho iniziato anni or sono un’esperienza politica a livello nazionale che mi soddisfa e che vorrei poter continuare a svolgere.
Avevo però sottovalutato il fatto che non essere convinto della mia stessa decisione e di fare campagna con l’obiettivo di sostenere la lista senza mirare all’elezione, cozzavano pesantemente contro la mia natura di attaccante, tramutandomi nell’ombra di me stesso e creando un comprensibile disagio nella nostra base.
“Del senno di poi son colme le fosse”, scriveva Alfredo Pioda. Resta però il fatto che non posso chiudere questa brutto capitolo della mia esperienza politica, senza trarre i giusti insegnamenti e formulare le mie scuse nei confronti di chi si è sentito deluso, o addirittura tradito, dal mio atteggiamento durante la campagna. E’ stato un errore in assoluta buona fede: non era mia intenzione farlo e spero si voglia considerare il coraggio insito in questa ammissione. In fondo gli errori sono consigli: seguirli ci aiuta ad essere migliori.
Come ha ricordato il Consigliere agli Stati Filippo Lombardi “non conta come si cade, ma come ci si rialza”. E ora noi dobbiamo rialzarci perché l’appuntamento elettorale per le elezioni federali è importantissimo e non possiamo correre il rischio di perdere un rappresentante su due al Consiglio Nazionale e/o quello, pure importantissimo, al Consiglio degli Stati. Credo di poter affermare che negli ultimi quattro anni con i colleghi Marco e Filippo abbiamo lavorato sodo e bene, portando avanti progetti e temi a favore del Ticino. Penso in particolare alle questioni legate al mercato del lavoro, al rafforzamento di misure di accompagnamento per favorire i lavoratori indigeni, all’apertura dei negozi, alla mobilità e al suo finanziamento, alla sicurezza dei collegamenti stradali e ferroviari nord-sud, alla promozione e difesa della cultura italiana al nord delle Alpi.
Altri temi sono in cantiere, peraltro sempre con ricadute importanti sul nostro cantone. Mi riferisco alla mia iniziativa che chiede l’introduzione di un’amnistia fiscale federale, all’altra mia proposta di rafforzamento di SBB Cargo, alla stazione AlpTransit a Biasca, tanto per citarne alcuni. Abbiamo quindi dei progetti da chiudere e dei nuovi obiettivi concreti da raggiungere.
In nostro Partito lavora per mantenere al centro del dibattito i bisogni della persona umana e della famiglia, in un contesto economico di costante dialogo tra parti sociali. Il senso di responsabilità verso la nostra idea di Svizzera, passa ora anche dalla nostra capacità di fare politica, che non da ultimo sappia fare fronte comune contro gli attacchi sempre più frequenti al nostro modello di successo economico, che ha generato un benessere diffuso e ha permesso di creare un sistema sociale moderno e solidale e che ci viene invidiato ovunque.
Servono quindi attori politici forti, con esperienza, che sappiano lavorare e farsi ascoltare a Berna. Serve una squadra di Partito determinata, collaudata, capace di proporre, convincere e vincere. Con questo spirito sono quindi pronto a rimettermi in gioco: per il nostro Cantone e per il nostro Partito.

di Fabio Regazzi, consigliere nazionale
[versione del 04.09.2015]

Una nuova imposta federale sulle successioni? Iniqua e pericolosa per le imprese familiari

Andremo a votare il prossimo 14 giugno sull’iniziativa “Tassare le eredità milionarie per finanziare la nostra AVS”, presentata – manco a dirlo – dall’area rosso-verde. Sulla proposta mi sono già espresso negativamente come presidente dell’Associazione industrie ticinesi soprattutto per le conseguenze che potrebbe avere per le nostre aziende, soprattutto per le imprese familiari: realtà che mi è più vicina e che ritengo di conoscere bene.
Da un punto di vista generale, premetto che sono dell’opinione che non solo sia dannoso introdurre un’imposta federale sulle successioni, ma che andrebbero addirittura eliminate le imposte di successione ancora in vigore in taluni cantoni, poiché in un Paese che già prevede l’imposta annuale sulla sostanza (una delle più elevate in Europa), sulla quale viene per altro pagata anche l’imposta sul reddito, prevedere un’imposta di successione si traduce nel tassare per la terza volta la stessa ricchezza.
Nello specifico, l’imposta di successione penalizza in particolare le imprese familiari, che rappresentano il 78% delle aziende svizzere e il 62% di quelle ticinesi. Stando a talune ricerche, nei prossimi 4-5 anni una quota rilevante pari al 20-25% delle imprese familiari affronterà il passaggio generazionale. Si tratta di aziende che operano in quasi tutti i settori dell’economia con prevalenza dell’edilizia, dell’industria manifatturiera, del commercio e del turismo, e sono state in genere fondate tra il secondo dopoguerra e la fine degli anni Sessanta del secolo scorso. Quello dell’introduzione di una nuova imposta sulle successioni è quindi un tema che interessa non poche grandi imprese ma moltissime imprese, soprattutto piccole e medie, tra cui quella della nostra famiglia, fondata nel 1946 dal nonno e sviluppata da mio padre Efrem e che l’anno prossimo raggiungerà, con la terza generazione, il traguardo di 70 anni di esistenza. Credo quindi di poter parlare con piena cognizione di causa se affermo che la successione in un’impresa familiare è un processo delicatissimo, un momento che richiede la conciliazione del ricambio generazionale con la continuità dell’impresa e che l’espone a sfide strategiche, organizzative, finanziarie oltre che alla necessità di dover risolvere o quanto meno regolare anche delle possibili tensioni tra i membri della famiglia. È dimostrato come spesso purtroppo l’esito di questo processo è negativo, soprattutto quando riguarda il passaggio dalla seconda alla terza generazione.
L’estrema difficoltà della successione, o meglio del passaggio da padre a figlio o figlia, e la successiva ripartizione di ruoli tra fratelli dovrebbe indurre lo Stato e la politica in generale a introdurre misure di sostegno o quantomeno evitare gli ostacoli a un processo che come ricordato è già di per sé irto di difficoltà. Questa iniziativa popolare invece va nel senso esattamente opposto: un’imposta sulle successioni graverebbe infatti come un macigno sugli azionisti membri della famiglia che verrebbero colpiti con una tassazione straordinaria alla quale potrebbero difficilmente far fronte senza pregiudicare la continuità dell’azienda.
Il problema non riguarda però solamente l’aliquota d’imposta (del 20%), ma anche il calcolo del valore venale dell’imponibile sulla massa ereditaria che supera i 2 milioni di franchi, soglia facilmente raggiungibile per un’azienda dotata di un minimo di beni immobili (lo stabilimento in cui viene esercitata l’attività) e mobiliari (i macchinari).
Chiudo con una riflessione che mi è stata suggerita dalla lettura di un articolo del prof. Gianluca Colombo, professore di management e imprenditorialità all’USI, che spero aiuti a comprendere bene il fenomeno delle imprese familiari e la natura delle sfide che affrontano. Un’impresa familiare è controllata da azionisti che intendono investire nell’impresa con una prospettiva di lungo periodo (spesso oltre la durata della generazione). E’ una situazione simile a quella delle fondazioni che non pongono limiti temporali alle proprie strategie. Come le fondazioni, le famiglie hanno visioni di lungo periodo, anche per quanto riguarda i propri investimenti. Questo spiega anche perché le imprese familiari siano più longeve delle imprese non familiari e siano un elemento fondamentale per la stabilità economica e sociale di un paese. Ora, mentre un’impresa controllata da una fondazione non va mai in successione, un’impresa controllata da una famiglia va in successione ogni volta che vi è trapasso di beni, azioni e responsabilità da una membro all’altro all’interno della famiglia. Le differenze di trattamento, precisa il prof. Colombo, sono comprensibili a livello giuridico (la fondazione è un ente morale, la famiglia no) ma non lo sono dal profilo economico e sociale. Per questo le conseguenze, in caso di adozione dell’imposta sulle successioni, saranno pesanti e inique, perché se per le fondazioni la transizione non implicherà il versamento di un’imposta, per le aziende di famiglia sì, mettendo a repentaglio il loro destino poiché non saranno in grado si versare l’imposta dovuta se non prelevando importanti risorse all’interno della stessa azienda, ipotecando così probabilmente irrimediabilmente il futuro.
Per tutte queste ragioni vi invito a votare di NO il prossimo 14 giugno a una nuova imposta sulle successioni, iniqua, sbagliata e soprattutto pericolosa per le aziende a conduzione famigliare e quindi per i posti di lavoro che offrono.

di Fabio Regazzi, consigliere nazionale PPD e presidente Aiti

Strategia energetica 2050: iniziata la svolta, ma restano molte incognite!

Dopo un dibattito fiume, il Consiglio nazionale ha infine decretato la svolta energetica voluta dal Consiglio federale, sotto la spinta di Doris Leuthard, che prevede da un lato un abbandono graduale del nucleare e dall’altro importanti investimenti nelle energie rinnovabili. Nel contempo è stata pure respinta in modo abbastanza chiaro l’iniziativa popolare lanciata dagli ambienti rosso-verdi per l’abbandono del nucleare, sulla quale saremo molto probabilmente chiamati ad esprimerci nel 2016. Tutto è partito dal famoso incidente nucleare di Fukushima, avvenuto l’11 marzo 2011, che aveva indotto la maggioranza del Consiglio federale a sancire l’uscita dal nucleare. Una decisione adottata sull’onda dell’emotività di questo tragico evento, che a molti è sembrata piuttosto affrettata, e che ha creato i presupposti per l’elaborazione del messaggio sulla cosiddetta strategia energetica 2050. Un progetto sicuramente ambizioso, attorno al quale si è inevitabilmente sviluppato un confronto molto vivace, a volte anche aspro, durante la sessione che sta per concludersi. Ma ecco quelli che sono i punti salienti di quanto deciso in questi giorni, alcuni dei quali toccano da vicino anche il nostro Cantone, che ovviamente ha seguito con interesse il dibattito al Nazionale. E’ stato innanzitutto stabilito il divieto di costruire nuove centrali nucleari in Svizzera, e questo è indubbiamente uno degli elementi centrali della strategia voluta dal Governo. Per quanto riguarda le centrali esistenti, è stata adottato un approccio differenziato: se per Mühleberg la chiusura per il 2019 è già stata decisa, per le altre due centrali più vecchie (Beznau I e II) è stata concessa una durata di vita massima di 60 anni, mentre che per Gösgen e Leibstadt non sono stati previsti limiti di durata, fermo restando che potranno rinnovare ogni 10 anni la concessione previa presentazione di un piano di sicurezza a lungo termine. Se passiamo invece all’altro pilastro della strategia energetica 2050, il Nazionale ha adottato l’aumento da 1,5 a 2,3 cts/kWh a carico dei consumatori per sostenere la produzione del nuovo rinnovabile, ciò che consentirà di passare da 850 mio. a 1,3 mia. di franchi all’anno da destinare alla produzione indigena di energia elettrica.

La nuova strategia punta molto anche sul risparmio energetico degli immobili e per questo è stato previsto un aumento dei mezzi finanziari da mettere a disposizione, che dovrebbero passare da 300 a 450 mio. di franchi all’anno da parte della sola Confederazione. Infine la tassa sul CO2 a carico dei combustibili è stata confermata a 60 franchi/t. con la possibilità di raddoppiarla se gli obiettivi di riduzione delle emissioni non saranno raggiunti.

Come valutare le decisioni adottate dal Consiglio nazionale? Siamo di fronte al classico compromesso svizzero, che presenta sicuramente alcuni aspetti interessanti e coraggiosi, ma nel contempo lascia aperte delle incognite che la cui portata è al momento difficilmente valutabile. Rispetto all’ipotesi di un’uscita drastica dal nucleare, la Camera bassa ha optato per una strategia modulata, per evitare quello che a tutti gli effetti sarebbe stato un vero e proprio salto nel buio. Rimangono ovviamente ancora alcuni importanti nodi da sciogliere, soprattutto per quanto attiene la dismissione delle centrali nucleari e lo smaltimento delle scorie, come ha ricordato il Presidente di AET Giovanni Leonardi. E’ bene anche essere coscienti che la nuova strategia non sarà a costo zero per i consumatori, che saranno chiamati alla cassa per contribuire a finanziare i nuovi indirizzi di politica energetica: prepariamoci quindi a bollette più onerose, sia per le economie domestiche che per le industrie. Ora la palla passa al Consiglio degli Stati che potrà ancora correggere il tiro e colmare le lacune del progetto uscito dal Nazionale. In ogni caso possiamo senz’altro affermare che con questa decisione la Svizzera ha imboccato con determinazione l’auspicata svolta energetica che la porterà a rinunciare gradatamente al nucleare per puntare maggiormente sulle energie rinnovabili, senza dimenticare il risparmio. Per il Ticino, terzo Cantone svizzero per produzione di energia idroelettrica dopo Vallese e Grigioni, questo nuovo paradigma energetico non costituisce un grande cambiamento. Grazie alla sua già importante quota idroelettrica pari al 40% della produzione ticinese, dopo il riscatto degli impianti delle cosiddette Partnerwerke sarà in grado di coprire più del 100% del fabbisogno cantonale con l’energia pulita delle nostre acque. Caso mai la vera sfida per noi si pone sul piano politico e finanziario, nella misura in cui occorrerà essere pronti per queste scadenze (nel 2034 per gli impianti in Valle Maggia e nel 2042 per gli impianti in Valle di Blenio) programmando gli investimenti necessari.

Inutile aggiungere che la sfida è difficile e che la strada è tutta in salita, sia sul piano cantonale che federale.

Pubblicato da Giornale del Popolo, 10 dicembre 2014