Ecopop: No a un’iniziativa estrema e neocolonialista!

Mancano poche settimane e per la seconda volta quest’anno siamo chiamati ad esprimerci alle urne sul tema dell’immigrazione. Il 9 febbraio ha però mischiato, e non poco, le carte sul tavolo. Così anche l’iniziativa Ecopop, lanciata da un manipolo di persone che credono di salvare il mondo riducendo drasticamente l’immigrazione in Svizzera (fra l’altro anche con la pretesa di intervenire nella pianificazione familiare dei paesi del terzo mondo!) assume un significato del tutto diverso da quanto si poteva immaginare non troppo tempo fa.

Il risultato di febbraio e i primi sondaggi in vista della votazione del 30 novembre confermano qualcosa che in Ticino sappiamo da tempo: l’immigrazione, la sovrappopolazione, ma soprattutto i problemi collaterali ad essi connessi sono più al centro che mai delle preoccupazioni degli Svizzeri. Per noi a Sud delle Alpi – in una situazione comunque piuttosto differente rispetto al resto del paese – questa non è una notizia negativa. Fino a non poco tempo nella Berna federale gli accenni a potenziali scompensi dovuti all’immigrazione venivano sistematicamente negati o, nella migliore delle ipotesi, ignorati. Oggi invece sembrano essere in cima alla lista delle questioni da risolvere di ogni politico a livello nazionale. I grattacapi per l’economia, per le relazioni con l’UE, per quelle tra i diversi Cantoni sono numerosi e complessi, ma vanno pragmaticamente e celermente risolti. Il segnale in relazione all’iniziativa contro l’immigrazione di massa è stato, seppure di strettissima misura, uno di quelli forti, di cui si dovrà tener conto. Come verrà messo in atto questo testo votato dal popolo? È presto per dirlo, anche se alcuni elementi sono da tempo molto chiari: si dovrà regolare sia l’immigrazione sia il frontalierato, così come previsto dall’iniziativa. La quadratura del cerchio, ovvero come rispettare la volontà popolare e nel contempo salvaguardare gli accordi bilaterali, appare estremamente difficile. Ancora una volta, trasporre in legge un simile testo costituzionale sarà un esercizio che richiede doti di grande equilibrismo e dubito fortemente che il risultato finale troverà il consenso dei suoi promotori. Non a caso l’iniziativa stessa prevede un termine di tre anni per la sua attuazione.

Ma torniamo ad Ecopop. Come si inserisce questa iniziativa in un simile contesto? Il minimo che si possa dire è che ci troviamo davanti a un testo dai contenuti estremi, con rigurgiti che non esito a definire di stampo colonialista. È difficile dare infatti un’interpretazione diversa alla proposta di destinare 200 milioni di franchi ogni anno per la pianificazione familiare nei paesi sottosviluppati. La domanda che bisognerebbe porsi è la seguente: ma chi siamo noi per imporre o limitare le nascite di altre nazioni? Vi è poi un altro problema che i ticinesi farebbero bene a considerare: l’iniziativa Ecopop regola sì in modo concreto, e per altro drastico, l’immigrazione ma non spende una sola parola sullo spinoso problema del frontalierato. Insomma, secondo gli inziativisti il traffico e l’inquinamento sono problematici solo se causati da chi risiede in Svizzera, non da chi giorno per giorno vi giunge per lavorare. A dirla proprio tutta, alcuni loro esponenti si sono addirittura azzardati a rimarcare che il frontalierato possa costituire una buona soluzione per adattarsi alle necessità sociali ed economiche.

Proprio ora che oltr’alpe non è passata inosservata la proporzione con cui in febbraio ci siamo espressi per una regolamentazione dell’immigrazione – vedi frontalierato – posizione che come Deputazione ticinese abbiamo spiegato nelle sue ragioni ad ogni occasione che si presentava, accettare Ecopop in Ticino ci squalificherebbe completamente. Infatti, chi crede che con un sì ad Ecopop giunga un’ulteriore segnale a Berna sbaglia fortemente: le votazioni non sono fatte per dare segnali ma per prendere decisioni. Stiamo dunque attenti a non scherzare con il fuoco perché prima o poi arrischiamo di bruciare quello che, con tanta fatica e con molti sacrifici, abbiamo costruito negli ultimi decenni. La politica delle maniere forti, quella che privilegia i toni urlati al dialogo e alla ricerca del compromesso non ha mai risolto anche un solo un solo problema. A maggior ragione oggi quando la priorità è proprio quella di dare risposte pragmatiche e praticabili alle sfide con le quali siamo confrontati.

Fabio Regazzi, Consigliere nazionale PPD e imprenditore

Abolizione della tassazione forfettaria: abbiamo solo da perderci!

Il prossimo 30 novembre i cittadini svizzeri saranno nuovamente chiamati alle urne per esprimersi su delle iniziative popolari, in particolare “Ecopop” e a “Basta ai privilegi fiscali dei milionari”, che minano la stabilità del nostro Paese e dunque della sua crescita.

Questa volta i promotori dell’iniziativa vogliono abolire l’imposizione forfettaria per i facoltosi stranieri che risiedono nel nostro Paese demonizzandoli, ossia facendo della loro ricchezza un privilegio ingiusto, addirittura una colpa e insinuando che questi ultimi sono favoriti rispetto ai contribuenti svizzeri. È innanzitutto necessario smentire questa falsa tesi: gli svizzeri facoltosi non sono svantaggiati dal nostro sistema di imposizione rispetto ai loro corrispettivi stranieri. Infatti i presupposti sono diversi: i facoltosi stranieri risiedono in Svizzera dove però non esercitano nessuna attività lucrativa e vengono quindi unicamente tassati in ragione del loro dispendio in loco. Per inciso, la soglia minima per godere di questa forma di imposizione è stata ulteriormente aumentata e portata a 400’000 franchi nel 2012 dal Parlamento.

Secondariamente bisogna ricordarsi che nelle decisioni di interesse pubblico è bene restare pragmatici e scegliere ciò che è meglio per il Paese e per la totalità dei suoi cittadini. Per poter creare un benessere generalizzato e dunque per non lasciare che si creino divari enormi tra i diversi cittadini, come spesso accade altrove, lo Stato deve poter contare su entrate adeguate che percepisce in gran parte attraverso le imposte. In un contesto internazionale sempre più difficile e in un momento in cui la spesa pubblica continua ad aumentare, rinunciare a delle entrate stimate annualmente a oltre 1 miliardo di franchi (senza parlare dell’indotto economico originato da questi contribuenti) è un vero e proprio autogoal. Infatti, si andrebbe a creare un ammanco che dovrebbe venir compensato dalle famiglie e dalle piccole e medie imprese che sono già sufficientemente tartassate. Oltretutto, grazie alla presenza di queste persone si garantiscono all’incirca 22’000 posti di lavoro in tutta la Svizzera e si favoriscono le casse pubbliche di quei cantoni di montagna o periferici che già faticano a far quadrare i bilanci. Tra questi vi è il Ticino, in cui nel 2012 i circa 900 facoltosi stranieri hanno versato alle casse cantonali 29 milioni di franchi in imposte e 23 in quelle dei comuni. I benefici generati dalla loro presenza sono ancora più lampanti se si pensa che il finanziamento del trasporto pubblico regionale ammonta a circa 50 milioni e che gli stipendi del corpo di polizia cantonale totalizzano all’incirca anche questa cifra.

Alla luce di queste cifre sorge spontanea la seguente domanda: come neutralizzerà il nostro Cantone, per altro già confrontato con un deficit corrente di centinaia di milioni di franchi, le pesanti perdite fiscali che inevitabilmente si verificheranno qualora l’iniziativa dovesse essere accolta? La risposta è scontata: aumentando le imposte ordinarie e tasse varie a carico dei domiciliati! Anche perché ricordiamoci che in molti altri Paesi, limitrofi e non, un sistema di imposizione simile è già in vigore, e quest’ultimi non aspettano altro che un “sì” all’iniziativa da parte degli svizzeri per attirare da loro gli importanti patrimoni dei facoltosi stranieri.

Non facciamoci dunque male da soli per cui vi invito a respingere l’iniziativa popolare “Basta ai privilegi fiscali dei milionari”.

di Fabio Regazzi, consigliere nazionale PPD

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Non paralizziamo la Banca nazionale: NO all’iniziativa sull’oro!

L’iniziativa popolare “Salvate l’oro della Svizzera” in votazione il prossimo 30 novembre, mira a preservare le riserve auree della Banca nazionale svizzera, obbligandola a detenere almeno il 20% degli attivi (ora ne detiene poco più del 7%) sotto forma di oro. In futuro, oltre all’obbligo di essere depositate esclusivamente in Svizzera, queste riserve non potrebbero più essere vendute.
Leggendo il titolo dell’iniziativa sembrerebbe che il nostro oro sia in pericolo. Un titolo ad effetto per far passare un messaggio sbagliato. Secondo i promotori dell’iniziativa, il mantenimento di 1040 tonnellate di oro è indispensabile per garantire la stabilità del franco svizzero, mentre in realtà la possibilità di acquistare e vendere liberamente degli attivi è cruciale per la gestione di una politica monetaria indipendente. Con le misure proposte si limiterebbe in modo considerevole la capacità di azione della BNS, mettendo in pericolo la stabilità dei prezzi e il benessere economico della Svizzera. La BNS rimarrebbe di fatto paralizzata e in caso di turbolenze economiche, non sarebbe in grado di reagire. Un esempio concreto lo abbiamo ripensando a quanto successo pochi anni fa, durante la crisi economica e la conseguente svalutazione dell’euro sul franco svizzero: la BNS era intervenuta per stabilizzare il livello di cambio, aiutando l’industria di esportazione e salvando diversi migliaia di impieghi.
Nel confronto internazionale la Svizzera detiene la più alta quantità di oro pro capite al mondo. Se l’iniziativa venisse accettata ci ritroveremmo in uno scenario inquietante: avremmo una grandissima quantità depositata nei nostri forzieri. Il paradosso è che questa massa di oro non potrebbe essere nemmeno utilizzata. Inoltre, peggiorerebbe la situazione finanziaria dei cantoni, poiché l’iniziativa abolisce anche l’attuale sistema grazie al quale gli utili della BNS vengono divisi in un terzo alla Confederazione e due terzi ai cantoni, con gravi ripercussioni sulle finanze di questi ultimi.
Per quanto concerne il terzo punto dell’iniziativa, ossia che le riserve di oro siano depositate esclusivamente sul suolo Svizzero, sappiamo che la diversificazione geografica delle riserve d’oro può rilevarsi opportuna in caso di crisi. Per questo motivo il 30% delle nostre riserve d’oro sono depositate presso le banche centrali d’Inghilterra e del Canada, mentre il 70% di esse si trovano in Svizzera. Grazie a questa ripartizione, la Banca nazionale è sicura di poter accedere alle proprie riserve nelle varie piazze immobiliari perfino in caso di crisi, provvedendo così a venderle più rapidamente.
In conclusione ritengo importante mantenere intatta l’indipendenza della BNS nella gestione dell’oro. In caso contrario, dovrebbe acquistare subito 65 miliardi in oro, accumulando grossi quantitativi che rimetterebbero in discussione la sua capacità di realizzare utili a scapito di Confederazione e cantoni.
Il prossimo 30 novembre votiamo dunque No all’iniziativa sull’oro. Preserviamo così l’indipendenza della nostra BNS ed evitiamo di correre rischi inutili minacciando la stabilità dei prezzi in Svizzera.

di Fabio Regazzi, consigliere nazionale

Sì alla riforma del sistema sanitario, no alla cassa malati unica

Vi è un tema ricorrente nella politica sanitaria: la Cassa malati unica. Una proposta sulla quale il popolo si è già espresso chiaramente per il NO per ben tre volte, nel 1994, 2003 e 2007, alla faccia di chi oggi (suppergiù i medesimi ambienti politici a favore della Cassa unica) sostiene che sul completamento del Gottardo non bisogna più votare poiché il popolo si è già espresso, tra l’altro non sullo stesso oggetto.

Ma torniamo alla votazione del 28 settembre, a sapere se abbracciare un cambiamento radicale del sistema sanitario, passando dalle 61 casse attuali a una sola, statale. Tra le argomentazioni avanzate dagli inziativisti, vi è quella che il sistema di concorrenza tra assicuratori malattie è inutile e genera costi superflui, mentre la Cassa unica costituirebbe un eccellente mezzo per il controllo dei costi, soprattutto quelli amministrativi, lasciando così intendere che anche i premi malattia potrebbero diminuire. I medesimi fautori affermano poi che la Cassa unica risolverebbe il problema delle riserve in eccesso, specialmente per il Ticino.

Ora, che il sistema attuale abbia delle pecche non lo nega nessuno. Che le lobbies degli assicuratori malattie siano particolarmente attive lo si è visto ancora recentemente durante il dibattito al Nazionale sulla legge sulla vigilanza degli assicuratori malattie. Che i loro rappresentanti politici nel recentissimo passato si siano strenuamente opposti a qualsiasi riforma che conferisse maggiore potere all’Ufficio federale di salute pubblica (UFSP), lo si intuisce dal continuo rimbalzo subito dalle ultime modifiche legislative. Paradigmatico quello riguardante il ristorno dei premi versati in eccesso da taluni cantoni tra cui il Ticino che sarà finalmente eseguito – dopo anni di tira e molla – il prossimo mese di giugno.

Va riconosciuto che i fautori della Cassa malati unica hanno comunque già vinto su un punto importante. Sono riusciti a costringere il Parlamento a intraprendere una vera e propria via delle riforme nel settore dell’assicurazione malattie, in particolare facendo approvare dal Nazionale durante questa sessione la nuova Legge sulla vigilanza delle casse malati.

Grazie a questa legge è stato compiuto un passo in avanti nella direzione del controllo e della trasparenza dell’attività delle casse malati.  Occorre ora vegliare che dopo la votazione del 28 settembre sulla Cassa unica, in caso di NO popolare, gli ambienti vicini agli assicuratori malattie diano prova della medesima volontà di riformare il sistema sanitario, come più volte sostenuto in questi ultimi mesi.

Ad ogni buon conto respingendo la Cassa unica il cantiere delle riforme nel campo della salute non chiude, anzi. Occorrerà infatti riprendere alcune proposte che al momento non hanno ancora raccolto la maggioranza in Parlamento, come ad esempio reintrodurre adeguati strumenti per correggere i premi pagati in eccesso, in modo da evitare il ripetersi lo psicodramma degli ultimi anni.

Lo stesso Consigliere federale (socialista) Alain Berset ha dichiarato come negli ultimi anni sono state adottate importanti revisioni (vedi anche la legge sulla compensazione dei rischi) che stanno migliorando la trasparenza e l’equità di un sistema sanitario peraltro eccellente (lo attestano i sondaggi sulla qualità percepita dai pazienti), che ha però delle pecche di gioventù da correggere. Non va altresì dimenticato che la LAMal non ha ancora festeggiato i suoi primi 20 anni e sarebbe davvero improvvido abbandonare questo sistema, ancorché perfettibile, per compiere un salto nel buio verso un modello monopolista, le cui esperienze in altri paesi è all’origine di grandi iniquità.

Vi invito pertanto a votare NO il prossimo 28 settembre per poter continuare sulla strada delle riforme nel campo delle assicurazioni malattie, senza dover per questo statalizzare l’intero sistema sanitario svizzero.

Passione di politica e calcio di passione

Quella del calcio è l’unica forma di amore eterno che esiste al mondo. Chi è tifoso di una squadra lo resterà per tutta la vita. Potrà cambiare moglie, amante e partito politico, ma mai la squadra del cuore” scriveva Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista.

Quello del calcio è una passione che mi accompagna sin dall’infanzia e che non mi ha più abbandonato. È nata guardando le meraviglie sul campo dei campioni che giocavano nella mia squadra preferita, e che come una scintilla mi ha dato quell’irresistibile voglia che perdura ancora oggi di emularne le imprese. Molti di quelli che non praticano il calcio o non lo seguono, si chiedono come sia possibile innamorarsi di uno sport in cui bisogna correre dietro una palla. Ma nessuno che non abbia mai provato a giocare o a tifare è in grado di dare giudizi veramente sensati sul calcio, perché solo chi l’ha provato può sapere la contentezza che si prova quando la propria squadra vince o più ancora dopo aver segnato una rete.

Forse solo il politico può aver provato sentimenti simili, quando il partito vince le elezioni, conquista seggi, o quando si è eletti. Queste emozioni si avvicinano a quelle provate per il calcio e similmente rappresentano i momenti più sentiti di tutta una vita.

Anche in questa ultima settimana di sessione parlamentare a Berna, la passione del calcio si è intrecciata in modo del tutto inabituale con quella della politica, così come i diversi modelli di comportamento: cori, strombazzate di auto e bandiere; ma anche leggere i giornali, guardare la tv e discutere animatamente con i colleghi di banco del Consiglio nazionale davanti al caffè.

La febbre del calcio ha contagiato anche i presidenti delle due Camere che in questi ultimi giorni hanno chiuso a gran carriera l’ordine del giorno per consentirci di raggiungere al galoppo i diversi schermi giganti e seguire le partite. In taluni eventi, appunto per evitare la concorrenza con gli esercizi pubblici, si è provveduto ad installare i televisori nel bel mezzo della sala di riunione, liofilizzando le presentazioni sui svariati temi politici a vantaggio di un’improvvisata tifoseria parlamentare capace di indignarsi per un rigore non fischiato e urlare a squarcia gola per un passaggio sbagliato o una rete mancata di qualche giocatore.

Calcio e politica sono dunque due mondi paralleli, in apparenza distanti, in realtà intrecciati. Le relazioni internazionali spesso seguono il barometro dello sport. Ecco perché Angela Merkel non perde una partita della sua Germania, anche a costo di volare in Brasile, per seguirla con occhio vigile serrata nella sua rigida giaccarosso fuoco. Perché sa che c’è di mezzo la politica, il prestigio, la potenza del suo Paese. È la vittoria di Berlino su Lisbona di qualche giorno fa, alla quale ho assistito in compagnia di alcuni colleghi svizzero tedeschi del Consiglio nazionale.

È stato interessante notare che, così come molti ticinesi gufano contro l’Italia, gli svizzeri tedeschi fanno altrettanto nei confronti della Mannschaft. Così come noi per il vicino del sud, pure loro ne rispettano la letteratura, la musica e la filosofia, ma ne temono la potenza e la tendenza ad allargarsi. Il calcio serve anche a questo, a scongiurare pericoli veri o presunti. Forza Svizzera dunque, e non facciamoci problemi a gufare contro i nostri avversari. Nello sport come nella politica… 

Fabio Regazzi, consigliere nazionale

Cambiare il Salmo svizzero? Una panzana!

Ogni tanto, qualche buontempone, torna alla carica con la proposta di sostituire il nostro inno nazionale, il Salmo Svizzero tanto per intenderci. La motivazione? È brutto, stantio, non più aderente alla realtà… È come dire : “il nome Svizzera è brutto, chiamiamola invece Eureka”; oppure “la bandiera con la croce non è estetica, sostituiamola con una a quadretti”, idea invero già balenata nella mente di qualche buonista più preoccupato a non urtare la sensibilità delle minoranze religiose che della salvaguardia della nostra tradizione religiosa.

Tornando al tema dell’inno nazionale è probabilmente sfuggito ai più la notizia risalente lo scorso 1° agosto, con cui la Società svizzera di utilità pubblica, che organizza eventi patriottici come la festa federale sul Rütli, ha deciso di lanciare un grande concorso di idee a partire dal 1. gennaio di quest’anno per la ricerca di un inno alternativo. L’inno nazionale, si legge, dovrà avere un’impostazione più moderna pur attenendosi a regole severe e “il testo deve rispecchiare il significato e lo spirito del preambolo della Costituzione federale, i suoi valori. La giuria dovrà anche stabilire se la musica dell’inno nazionale può essere rivisitata restando comunque riconoscibile”. Ma stiamo perdendo la bussola?

La musica e le parole di un inno nazionale hanno un significato simbolico. Ma non solo: quella melodia rappresenta il nostro Paese a tutti gli effetti, come il nome “Svizzera”, come la bandiera a croce bianca su sfondo rosso. Le categoria bello, brutto, moderno e vecchio non si applicano ai simboli. I simboli servono per richiamare alla mente dei concetti, un passato storico comune, dei valori condivisi, e non per appagare il gusto di qualche illuminato mosso da criteri estetici pur sempre soggettivi e individuali. Non si suona il Salmo Svizzero per ascoltare della buona musica, ma per far presente a chi ci ascolta che qualcuno sta rappresentando la nostra Patria, il suo popolo, le sue istituzioni.

Ogni tanto alcune nazioni cambiano la bandiera e così persino il nome. Per esempio l’Italia, quando è diventata una Repubblica, ha tolto lo stemma sabaudo dalla bandiera e ha modificato la propria denominazione ufficiale da “Regno d’Italia” a “Repubblica Italiana”. Quindi, di regola, quando una nazione cambia nome o bandiera cambia anche il proprio inno nazionale, come è successo per l’Italia. Ma ancora una volta, questi cambiamenti di denominazione e simboli non si fanno per motivi estetici o per rimanere al passo con i tempi. Si fanno per rispecchiare radicali cambiamenti nella struttura stessa della nazione.

Forse nel 1981, data dell’ufficializzazione dell’attuale Salmo, si sarebbe potuto scegliere un inno più bello. Ma la decisione del Consiglio federale è stata di confermare come inno il canto che veniva intonato nelle manifestazioni sin dal 1841, da centoquarant’anni. Non aveva più senso cambiarlo, in quanto non si era di fronte a un radicale cambiamento istituzionale, ma semplicemente davanti all’esigenza di dotarsi di un canto patriottico per le cerimonie ufficiali. Da allora, non si contano più gli alzabandiera accompagnati dalle note del Salmo Svizzero e dalle parole cantante, spesso solamente mormorate, da cittadini, sportivi, politici, militari, nelle più svariate manifestazioni. Invece di indire concorsi non richiesti per sostituire il nostro inno, si dovrebbe piuttosto insegnare nelle scuole il significato esatto delle parole del Salmo, come saggiamente deciso dal Gran Consiglio ticinese lo scorso 6 maggio, perché ho l’impressione che la stragrande maggioranza degli svizzeri non le conosca.

Sono quindi contrario all’idea di dare nuovo slancio all’inno del 1841. La melodia e il testo del cantico svizzero, costituiscono un’unica entità che conserva ancor oggi intatta la propria identità. Quindi il Salmo Svizzero non si tocca!

La Trincea di Massagno guarda al futuro

È fatto raro, anche per chi è attivo a livello nazionale, poter affrontare un progetto che coniuga politiche della formazione, di rilancio delle città e delle economie urbane, attraverso due partner di prestigio che conferiscono allo stesso una valenza cantonale e federale: un’alta scuola universitaria e le Ferrovie federali svizzere.
Dal progetto di Campus universitario SUPSI Città Alta, che ho avuto l’occasione di visionare, ne ho ricavato il convincimento che agisce sulla qualità dell’abitare, dei servizi, della mobilità, del tempo libero e non da ultimo della formazione e della ricerca. Un progetto dunque dalle rare e grandi potenzialità, che se fossi cittadino di Massagno sosterrei senza esitazioni perché assicura lo sviluppo qualitativo, economico e universitario di Massagno e anche di Lugano. Senza entrare nei dettagli del progetto, rilevo i suoi aspetti più interessanti che risiedono nel garantire un ampliamento della SUPSI, realizzando il tanto auspicato campus universitario quale elemento centrale della riqualifica urbanistica del comparto Città Alta. Completa poi l’edificazione con interventi insediativi di tipo residenziale e terziario, rispettando l’urbanistica del contesto esistente, ma soprattutto ricucendo la ferita attuale, la cosiddetta “trincea”, per definizione un elemento che divide – per un tratto anche lungo – il territorio.
Il progetto di nuovo Campus universitario SUPSI Città Alta permetterà quindi da un lato la riunione di una zona, e nel contempo si spera pure della sua comunità, attraverso la riqualifica di un comparto problematico come lo sono di regola gli spazi circostanti alle stazioni ferroviarie. Dall’altro, crea nuovi spazi grazie alla copertura della trincea. Il recupero di nuove superfici in un Cantone dove i terreni sono diventati un bene pregiato e raro, rappresenta a mio modo di vedere un ulteriore plusvalore del progetto. Tanto è vero che dall’alto dei miei cinquantuno anni non ricordo iniziative di questa portata che sono riuscite a creare nuovi spazi anziché toglierne.

La riqualifica delle zone circostanti le stazioni, in genere caratterizzate da tantissime potenzialità, è un tema attualissimo oggi in tutta Europa, che tocca pure la Svizzera (basti pensare ai progetti in corso a Losanna). Massagno e Lugano si iscrivono quindi in questa nuova tendenza di riqualifica di aree urbane preesistenti e sarebbe un peccato non coglierne lo slancio pionieristico. Siamo di fronte ad un’opportunità unica e probabilmente irripetibile: la chiamata alle urne concede alla popolazione la possibilità di confermare il sostegno a questo progetto importante e lungimirante, sia per i Comuni toccati, ma anche per l’intero Cantone. Per tutte queste ragioni, confido in un voto coraggioso e proiettato nel futuro da parte dei Massagnesi.

Vota SI al FAIF, perché il viaggio in treno sia ancora sereno

Le Ferrovie, le cosiddette Ferrovie federali svizzere, le mitiche FFS, fanno indubbiamente parte dei simboli del nostro Paese. La loro storia, i loro cambiamenti hanno contribuito allo sviluppo del nostro Cantone, e anche a volte segnato, come quando da regia federale si sono trasformate in SA di proprietà della Confederazione.
Il prossimo 9 febbraio saremo chiamati a decidere nuovamente il destino delle FFS, o meglio – fatto raro a livello europeo – votare l’ampliamento delle loro infrastrutture.

A fronte di una domanda di trasporti pubblici svizzera in costante crescita è diventato urgente adeguare la capacità delle nostre rotaie. Infatti, un numero sempre maggiore di persone viaggia in treno e un volume sempre più importante di merci viene trasportato su rotaie. Entro il 2030 si prevede addirittura un incremento del 60 percento del traffico viaggiatori. Mentre il volume del traffico merci dovrebbe aumentare del 70 percento.

Anche il traffico merci transalpino è cresciuto sensibilmente: il volume delle merci trasportate su ferrovia è passato da 19,3 a 23,8 milioni di tonnellate all’anno. La forte sollecitazione dell’infrastruttura implica anche un aumento dei costi per la manutenzione di binari, gallerie e impianti. Inoltre, stando alle previsioni, con l’aumento demografico e di conseguenza della mobilità, la domanda di trasporti pubblici crescerà ulteriormente.
Come per ogni cosa, anche il trasporto pubblico ha un prezzo. In merito alle modalità di finanziamento, già nel 1992 il Popolo aveva approvato il Fondo per il finanziamento di progetti di infrastruttura dei trasporti pubblici (Fondo FTP), destinato tra l’altro alla costruzione di AlpTransit con le gallerie di base del Lötschberg e del San Gottardo. Poiché il Fondo FTP ha dato buoni risultati, il Consiglio federale e il Parlamento hanno deciso di garantire a lungo termine il finanziamento dell’intera infrastruttura ferroviaria creando un apposito fondo a tempo indeterminato, il cosiddetto Fondo per l’infrastruttura ferroviaria (FInFer). Il FInFer sostituirà il Fondo FTP. Per chi ama i dettagli, basti pensare che grazie al Fondo si potrà finanziare binari, ponti, gallerie, linee di contatto e altri impianti lungo diverse fasi, ampliando la capacità di trasporto merci e viaggiatori, conferendo maggiore stabilità e sicurezza d’esercizio.
L’ampliamento dell’infrastruttura sarà realizzato in fasi successive con progetti e misure per complessivamente 40 miliardi di franchi da realizzare entro il 2050 secondo un ordine di priorità prestabilito. Ogni fase di ampliamento deve essere approvata dal Parlamento. La prima di queste comprende misure per circa 6,4 miliardi, e sarà attuata entro il 2025.
La ferrovia è un pilastro dell’infrastruttura svizzera dei trasporti e in quanto tale indispensabile per l’economia, il turismo e la popolazione. Ormai, ogni giorno oltre 1,2 milioni di persone viaggiano in treno. Il traffico merci, dal canto suo, è aumentato del 25 per cento dal 1995 trasportando ogni giorno circa 260 000 tonnellate di merci, con relativo beneficio in termini di decongestionamento delle strade, anche se gli oppositori del progetto fingono di dimenticare quest’ultimo aspetto. Non a caso una pubblicità alla televisione di qualche anno fa recitava “Viaggio in treno, viaggio sereno!”. Fino a quando? Dipende dall’esito del voto del 9 febbraio.