È ancora possibile essere gentili in un’epoca segnata dal populismo e dal sovranismo?

Intervento in occasione dell’Assemblea generale del Movimento mondiale della gentilezza  

Lugano, 4 ottobre 2019

 

Gentili signore e signori,

Preparando questo intervento mi sono chiesto se sono una persona gentile. Mi sono venuti in mente diversi aggettivi. Simpatico e socievole sì, ma gentile… Gentile non è il primo aggettivo che associo alla mia persona.

Assalito dal dubbio, e iniziando a temere che non fossi la persona giusta per portarvi questo saluto, ho chiesto un parere a chi mi conosce bene e ha l’inaudita fortuna di lavorare per me da anni. La sentenza è stata: “sei una persona dal carattere ruspante, spesso spigoloso, soprattutto esigente e complicato. Gentile quasi mai, salvo quando hai bisogno di un favore…”. Mi rispose con sarcasmo.

Dopo questa scoperta, avrei potuto chiudere qui il mio intervento, ringraziandovi per l’invito e per avermi dato la possibilità di scoprire il vostro movimento, il decalogo dei Piaceri della Gentilezza di GentleTUDE, che mi sono riletto ancora stamani, non dopo avervi confermato che penserò a voi e alla vostra missione di gentilezza il prossimo 13 novembre (Giornata mondiale della gentilezza). Augurandovi da ultimo di trascorrere ancora dei piacevoli momenti a Lugano.

Tuttavia, prima di andarmene avrei una domanda da porre a voi, esperte ed esperti di gentilezza: è possibile in tempi di sovranismo e di populismo essere gentili in politica?

Per chi non mi conosce, preciso che è dal lontano 1984 che mi occupo di politica. Ho iniziato dal livello comunale, sino a ricoprire dal 2011 la carica di Consigliere nazionale nel Parlamento svizzero. Dall’alto dei miei 35 anni di esperienza politica posso affermare che da oltre un ventennio circa, nelle istituzioni di questo Cantone, si assiste ad un inasprimento del dibattito politico.

Tante le ragioni, per le quali non voglio tediarvi, ma tra queste la principale cause della violenza, finora verbale, che caratterizza il dibattito pubblico è probabilmente la definitiva negazione del valore della complessità e della diversità quale elemento di spiegazione e giudizio di ciò che ci circonda.

Di fronte al dilagare di idee deboli e superficiali corrisponde, gioco forza, un linguaggio aggressivo, a tratti brutale, caratterizzato dalla negazione dell’altro e dell’altrui pensiero.

Chi invece avanza spiegazioni complesse, suffragate magari anche da dati, viene sbeffeggiato, sospettato di fare i giochi sporchi di non so quale gruppo d’interessi.

Sono anche un imprenditore a capo di una piccola-media realtà industriale che impiega 130 persone. Ogniqualvolta in un dibattito politico devo esporre le difficoltà dell’operare in un mercato economico ristretto, messo sotto pressione dalla concorrenza estera, la reazione che suscito nella controparte non è quasi mai una sana competizione di idee, bensì una strategia volta alla mia delegittimazione quale imprenditore responsabile, per venire quasi sempre accusato di sfruttamento di manodopera.

Ricordo poi che se all’inizio della mia carriera politico, mi presentavo ai dibattiti televisivi con tabelle e dati statistici, oggi arrivo oramai a mani vuote. Scomparsi i fatti, i dati, le proposte concrete legate a una visione del mondo e della realtà, rimangono solo i botta e risposta, le battute, le accuse, le semplificazioni e, sempre più spesso, il turpiloquio. Ogni argomentazione che provi ad addentrarsi in un tema riconoscendone le sfumature diviene “politichese”.

Vi è poi l’aggravante legata ai social. Il dibattito che sconfina nei media e soprattutto sui social vive di istantaneità, superficialità, anonimato, mancata assunzione di responsabilità di quello che si dice e del come. Ma vi è molto di più: l’apparente vicinanza creata dai social, ha azzerato le distanze tra istituzioni e popolo, tra i corpi intermedi e la maggior parte della cittadinanza riversando sui primi e senza filtro, insofferenza, rabbia, frustrazione.

Proprio nel mentre la modernità ci pone davanti a sfide gravi, dalla demografica, ai flussi migratori, senza ovviamente dimenticare l’ambiente, mi pare che l’aver perso i modi gentili per una comprensione più profonda di ciò che ci circonda costituisce un ostacolo importante al dialogo e al confronto di idee.

In fondo, se ho colto bene il fondamento della vostra missione, l’essere gentili con l’altro significa riconoscerlo come pari, al di là della diversità delle sue idee e del suo credo, per poi rispettarlo nella complessità delle sue convinzioni senza delegittimarlo. Per chi come me crede nella democrazia quale valore e non forma retorica, sarebbe quindi auspicabile che in questo cantone vi fosse una riscoperta e una difesa della complessità della realtà che ci circonda assieme a una parola, la gentilezza, merce sempre più rara nel linguaggio pubblico e dell’agire comune.

Da lì la mia domanda iniziale: come può un politico gentile sopravvivere in tempi di sovranismo e di populismo?

Ascolterò la vostra risposta. Per quel che mi riguarda, ricostruire la capacità di dialogare in politica passa anche dalle piccole grandi cose, e probabilmente passa e passerà anche dalla riscoperta di valori come il garbo e la gentilezza.

Vi ringrazio dell’attenzione.

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale

 

No all’iniziativa UDC per un’immigrazione moderata

Intervento al Consiglio nazionale, 16 settembre 2019

26’500 esattamente 20 anni fa, 66’300 nel mese di luglio di quest’anno: sto parlando dei frontalieri che giorno dopo giorno giungono dall’Italia – spesso uno per macchina – verso il Ticino. Si tratta una crescita di oltre il 150% mai vista prima che, ad esempio nella città di Mendrisio, ha portato il numero di lavoratori frontalieri a superare le forze lavoro indigene. Accompagnato da una crescita molto percepita del traffico pendolare e il conseguente aumento delle ore di colonna che quotidianamente congestionano i principali agglomerati e assi stradali ticinesi, ecco che il fenomeno non passa inosservato e preoccupa più di una minoranza. E diciamo anche subito non sarà facile, care colleghe e cari colleghi, per un Ticinese, non lasciarsi perlomeno tentare da un’iniziativa che parla di Begrenzung, di “limitazione”. Sì, perché la paura, senz’altro esagerata, è che senza una limitazione questo trend continui senza freni per i prossimi anni.

Permettetemi di cogliere questi pochi minuti per mettere l’accento su un tema che forse – di fronte alla pericolosa iniziativa di cui stiamo parlando – sembra passare in secondo piano. Per quanto mi riguarda non ho dubbi sulla posizione da adottare sull’iniziativa in discussione: quest’ultima mette in gioco conquiste importanti – mi riferisco agli accordi bilaterali – che negli ultimi decenni hanno conferito alla nostra nazione benefici riconosciuti e quantificabili in termini di benessere e posti di lavoro.

Accettare la proposta dell’UDC significherebbe mandare all’aria tutto e gettare via il bambino insieme all’acqua sporca. Ma su questo torno dopo.

Sarebbe però sbagliato ignorare completamente l’acqua sporca, e mi riferisco a quei problemi collaterali che soprattutto la libera circolazione delle persone causa. In molti documenti, studi e approfondimenti si evidenzia che, considerando la Svizzera nel suo insieme, i danni collaterali sono comunque inferiori rispetto ai benefici. Inoltre, regolarmente e forse comprensibilmente nell’ambito di una concitata campagna di votazione contro un testo come quello dell’Iniziativa per la limitazione, si tenta anche a mettere l’accento sui benefici piuttosto che sugli svantaggi.

Considerato e premesso che l’iniziativa oggetto di questo dibattito crea solo perdenti, è comunque da considerare che l’attuale politica europea pone alcune regioni e settori di fronte a problematiche che non vanno ignorate: il mercato del lavoro in Ticino, regione dalla quale provengo e in cui sono attivo con la mia azienda, confina direttamente ad un mercato del lavoro con 10 milioni di potenziali lavoratori. Anche considerando che la Lombardia è la più ricca e generosa regione italiana in termini di salario medio, e che il Ticino è la zona che registra i salari medi più bassi in Svizzera, tra le dure realtà resta una differenza importante: mediamente un lombardo guadagna meno della metà di un ticinese. Questo crea uno squilibrio, un divario, uno scompenso che nessun’altra frontiera svizzera conosce.

La pressione sul mercato del lavoro a Sud delle Alpi è forte, ciò che porta con sé opportunità per le imprese ma, più che in altre regioni, crea anche perdenti.

Si legge recentemente in una pubblicazione di economiesuisse che i bilaterali aumentano mediamente il reddito di ogni svizzero di 4’400 franchi all’anno, un risultato sicuramente possibile e condivisibile, che deve motivarci a contrastare iniziative come quella sulla limitazione. Ma attenzione perché il popolo è composto da cittadini che vivono in un territorio e in un contesto fortemente differenziato, in Svizzera più che altrove. E di queste differenze dobbiamo tenere conto. Ne deve tenere conto la Confederazione nel trattare la politica europea, nella definizione della politica infrastrutturale o nel mettere a disposizione gli strumenti e le misure di accompagnamento più incisive e meno burocratiche possibile. Ne devono tenere conto anche i cantoni, nell’ambito del controllo delle misure stesse, nella loro politica di formazione, nella sicurezza, nel dialogo con il territorio. E non da ultimo ne deve tenere conto il partenariato sociale.

Care e colleghi, complessivamente tutti approfittano degli accordi bilaterali e della libera circolazione delle persone. Questo ha portato al fatto che finora in quasi tutte le votazioni in cui il popolo è stato chiamato a confermare l’attuale politica europea, lo ha fatto con maggioranze confortevoli. Ma sul lungo termine sarebbe sbagliato sottovalutare il problema: le scelte degli Svizzeri non si basano sulle medie e tanto meno sulle statistiche.

La storia del nostro Paese fornisce molti esempi che ci indicano che se una minoranza – peraltro crescente – non riesce a tenere il passo, arrischiamo di bloccare anche le maggioranze, pur se vincenti. Giungere a quel punto significherebbe tornare alla casella zero nella politica europea, con tutte le conseguenze del caso.

Dunque, invito a votare No a questa iniziativa e a non buttare il prezioso bambino con l’acqua sporca. Ma attenzione: pur prezioso che sia, se il bambino trascorre troppo tempo nell’acqua sporca, prima o poi si ammalerà. E questo va evitato assolutamente.

Grazie per l’attenzione.

Per un congedo paternità di 10 giorni

Intervento davanti al Consiglio nazionale, 11 settembre 2019

 

Signor Consigliere federale

Care colleghe e cari colleghi,

 

Chi vi parla sino ad un paio d’anni fa era un convinto oppositore del congedo paternità. Condividevo la posizione odierna del Consiglio federale e ritenevo che occorresse privilegiare lo sviluppo di soluzioni individuali a livello di contratti collettivi o aziendali all’interno di un dialogo tra le parti: datori di lavoro e dipendenti.

Vi anticipo le conclusioni affermando che sosterrò il Controprogetto indiretto all’iniziativa popolare “Per un congedo di paternità ragionevole – a favore di tutta la famiglia”, che invece respingerò poiché a mio avviso va troppo lontano, anche se ha sicuramente avuto il merito di provocare un ampio dibattito su questo tema.

Come detto qualche anno fa avrei respinto entrambe.

Errare è umano. Non solo è lecito, ma è pure utile. Ci fa scoprire nuovi punti di vista, nuovi elementi della realtà che non avevamo considerato prima. Questo è il motivo per cui abbiamo il dovere, e non solo il diritto, di cambiare idea. 

Io l’ho fatto partendo dal mio osservatorio di imprenditore, dopo essermi anche confrontato con alcuni collaboratori e collaboratrici della mia azienda. Fino a un recente passato gli strumenti di conciliabilità fra vita familiare e lavorativa erano poco diffusi, almeno in Ticino. Nelle aziende, fatte salve alcune grandi organizzazioni sensibili al tema del welfare aziendale, il congedo paternità era uno strumento piuttosto raro. Veniva perlopiù accordato uno o due giorni per la nascita del figlio o al massimo cinque giorni come nel caso della metal-meccanica settore nella quale opera la mia azienda.

Oggi osservo come i piani di welfare aziendale stanno registrando una crescita dell’attenzione nei confronti dei neo-papà, che però il quadro giuridico attuale non incentiva. Gli ostacoli che le normative in vigore a volte oppongono alle iniziative di welfare aziendale sono fra l’altro state oggetto di un mio postulato presentato il giugno scorso, purtroppo preavvisato negativamente dal Consiglio federale.

Eppure si tratta di agevolazioni che non solo accolgono delle aspettative da parte delle proprie collaboratrici e collaboratori, ma che si traducono anche in benefici per l’azienda: un migliore equilibrio e benessere tra vita e lavoro, ha ricadute positive in termini di produttività individuale e collettiva, e incrementa l’attrattività dell’azienda nella ricerca di profili specializzati.

Finora ho sostenuto le misure messe sinora in atto dal Consiglio federale e da questo Parlamento nella promozione della creazione di nuovi posti di custodia di bambini. Tuttavia, questi incentivi non possono rimanere gli unici messi in campo dalla Confederazione negli ultimi 15 anni.

Significherebbe che anche il Consiglio federale – quando parla di conciliazione tra famiglia-lavoro – pensa quasi automaticamente e unicamente alla madre. Oggi sappiamo che il rapporto tra genitorialità e impiego non è solo e unicamente, perdonatemi l’espressione, “un discorso tra e per donne”.

In questo senso l’economia privata sta mutando velocemente. Sono sempre più numerose le organizzazioni sia sul piano privato-aziendale sia a livello pubblico che riconoscono dei benefit ai neo-padri all’interno di programmi di welfare aziendale.

L’introduzione di un congedo paternità generalizzato di 10 giorni, oltre a rispondere a una tendenza già in atto, estende questa misura a tutti i collaboratori sul territorio svizzero. Contribuisce anche a riconoscere che la maternità, per la quale viene già concesso da diversi anni un congedo, e la paternità di cui discutiamo oggi, generano abilità trasversali utili non solo per la sfera privata ma anche per quella lavorativa.

Conferire alla popolazione maschile un quadro legale entro il quale viene riconosciuto il suo ruolo della paternità nella cura della famiglia, significa in definitiva attribuirne non solo un valore economico ma anche un valore di società che caratterizza il ruolo dei padri oggi.

Per questi motivi, come già preannunciato all’inizio del mio intervento, sosterrò unicamente il Controprogetto indiretto all’iniziativa popolare per un congedo di paternità che ritengo un primo passo ragionevole in vista della futura discussione sul congedo parentale, soluzione che meglio risponde alle aspettative odierne.

Politiche innovative e crescita economica, senza paura

Intervento in occasione del Congresso cantonale PPD, Airolo, 25 agosto 2019

 

Gentili signore e signori,

Care e cari amici

le parole contano ma nella mia azione non si limitano a un mero esercizio di stile. Nel mio impegno politico, come nella mia azienda, ho sempre cercato di trasformare le parole in fatti.

Otto anni fa, davanti a voi, vi ho elencato il bilancio di 16 anni di lavoro in Gran Consiglio, abbinati alle mie esperienze e competenze di imprenditore.

Quattro anni dopo, nel 2015, vi ho chiesto di rinnovarmi la fiducia perché avevo diversi obiettivi importanti, tra i quali il completamento del tunnel del Gottardo e altri progetti infrastrutturali riguardanti il Cantone Ticino come la fermata a Biasca e alcune parti del tracciato ferroviario, penso in particolare alla circonvallazione di Bellinzona e soprattutto al completamento di Alptransit a sud di Lugano di cui mi sto ancora occupando e che richiedono delle risposte puntuali. Allo stesso modo le infrastrutture stradali: dalla copertura di Airolo, alla cui discussione ho partecipato sin dalla prima riunione, al potenziamento dell’autostrada A2 e al collegamento veloce del locarnese. Tutti temi che sono stati oggetto di numerosi interventi presso le autorità bernesi. Accanto a questi e altri dossiers posso anche citare quelli del futuro aeroporto di Lodrino e quello di Magadino.

Sul fronte dell’occupazione sono favorevole alla libera circolazione, essenziale per la nostra economia e non ho mai fatto mistero della mia avversione nei confronti del “primanostrismo” largamente diffuso presso molti politici del nostro Cantone. Atteggiamento che a mio parere preferisce additare cause esterne, anziché affrontare di petto le pecche e le fragilità di sistemi scolastici, formativi, fiscali e pianificatori in sofferenza o comunque non aggiornati che non consentono di affrontare con efficacia la competizione economica. Si cresce e si vince soprattutto grazie a competenze tecniche e linguistiche non con facili slogan.

Nel mio quotidiano lavoro di imprenditore, quando mi confronto con i collaboratori e gli apprendisti della mia azienda, li esorto a non abbassare mai la guardia, a non accontentarsi del primo risultato, ma di avere la curiosità e anche la caparbietà e la tenacia per mirare più in alto.

Allo stesso modo in politica dobbiamo cercare di migliorare le nostre condizioni sociali ed economiche senza aver paura. Contribuire con politiche innovative, orientate alla crescita delle competenze e al dinamismo del Paese è un esercizio lungo e faticoso, probabilmente meno pagante sul breve termine rispetto alla martellante propaganda domenicale.

Come politico punto al dialogo e al rispetto di tutti gli interlocutori dentro un processo di crescita orientato al FaRe a beneficio del nostro Cantone a livello nazionale e internazionale. Per contro sono meno interessato a giocare sulle emozioni della gente con facili stratagemmi, alla ricerca di consensi estesi, capitalizzando rapidamente picchi di gradimento altissimi dall’esercito dei selfie. I messaggi di pancia, elementari, urlati senza il contributo della riflessione sovvertono le regole basilari del confronto democratico che per me sono e rimangono il dialogo e il rispetto verso gli attori politici e gli elettori.

Sono proprio questi gli elementi caratterizzanti del nostro modo di fare politica, in cui io mi riconosco appieno, e di tutte quelle forze di centro con cui abbiamo stretto un’alleanza in vista delle elezioni federali con cui condividiamo, seppure nella diversità, questi valori fondanti della democrazia svizzera.

A chi ci ha dipinto come “vermi” voglio ricordare che siamo una Willensnation, cioè una comunità che trova il suo punto di forza nella volontà di vivere e operare insieme, di là dalle differenze di lingua e cultura, e religione. La nostra economia, la nostra piazza finanziaria è nata, cresciuta e ha prosperato grazie al lavoro dei nostri antenati, ma anche agli intensi scambi con i nostri vicini europei e non solo. E voglio ricordare che nel Ticino di un secolo e mezzo fa, quando il raccolto era scarso e calava sulle valli lo spettro della carestia, i nostri antenati salpavano per i mari per cercare lavoro e soldi da spedire a casa, con le medesime intenzioni di quei giovani e quelle famiglie che scappano dai loro Paesi per cercare un futuro migliore.

Ma voglio essere chiaro. Il diritto a rimanere da noi, o più in generale ad avere un’occupazione non è scontato. Deve essere guadagnato con la formazione e il duro lavoro ogni singolo giorno e questo vale per gli altri come per noi. Per chi ha voglia di fare ed è disposto a mettersi a disposizione per diventare una risorsa importante per la propria famiglia, per l’azienda e per la nostra comunità il posto c’è.

 

Care e cari amici,

Non vi prometto “lacrime, sudore e sangue”, ma nemmeno cedo alla tentazione di promettere soluzioni facili e universali. Il mio desiderio è semplicemente quello di continuare a lavorare per il nostro amato Cantone con i fatti, perché come diceva Alcide De Gasperi, “Politica vuol dire realizzare”.

Io sono pronto e motivato e vi chiedo quindi di rinnovarmi la vostra fiducia per un nuovo mandato in Consiglio nazionale.

 

Fabio Regazzi, Consigliere nazionale

Siate determinati e ambiziosi

Intervento del Consigliere nazionale Fabio Regazzi in occasione della consegna degli attestati federali di capacità e di partecipazione al progetto Integrazione rifugiati Login (formazione professionale nell’ambito dei trasporti pubblici)

 

– Fa stato il discorso orale –

 

Signore e signori

Care famiglie degli apprendisti

Care e cari quasi ex-apprendisti

Ringrazio in particolare la signora Sara Rossini per il privilegio e l’onore personale di questo invito a rivolgervi un breve saluto in occasione della consegna dei vostri attestati.

Quando nel 1992 terminai la mia formazione, non ero consapevole di quella che sarebbe stata la mia carriera professionale. A quei tempi, la formazione dei giovani avveniva in modo piuttosto intuitivo rispondendo perlopiù alle aspirazioni dei genitori. Vero anche che il mercato del lavoro dell’epoca era più semplice, meno competitivo e l’offerta formativa molto più limitata dell’odierna. Nipote di un nonno proprietario di una forgia, poi trasformata da mio padre nel secondo dopoguerra in una moderna azienda di roll-laden, sembravo predestinato sin dall’infanzia come suo successore e ciò a prescindere dalle mie personali aspirazioni. Mio padre Efrem aveva come voi intrapreso la formazione di apprendista nel 1944. Aveva poi costruito un’azienda florida aiutato anche dal boom economico degli anni ’50-’60 del secolo scorso. Per me aveva dunque tracciato una carriera professionale analoga alla sua. Eventualmente nella peggiore delle ipotesi potevo diventare contabile o amministratore, nella migliore economista aziendale. Mai delusione più grande fu per lui sapere che aspiravo a quella di avvocato.

Dopo una memorabile disputa in famiglia, mi iscrissi a Zurigo senza il suo benestare. Dall’alto, si fa per dire, dei miei 18 anni, non mi vedevo dietro a una scrivania a scartabellare conti e organigrammi. Scarso di manualità e di competenze tecniche, mi erano invece sempre piaciute le discussioni anche sanguinee nelle aule, soprattutto delle classi del collegio Papio, ciò che aveva per anni condizionato fortemente le mie note di condotta compresse sempre tra il 4 e il diplomatico 4,5.

Dieci anni dopo aver concluso la formazione di avvocato e notaio, fui tuttavia risucchiato dalla realtà imprenditoriale della ditta di famiglia e non senza rimpianti per la zona confort legata all’attività dello studio legale e notariale che lasciavo, accettai di riprenderne la direzione, oramai lanciata nella produzione di serramenti, facciate, protezione solare, porte garage, bucalettere e anche nel settore della verniciatura che oggi compongono a tutti gli effetti il Gruppo Regazzi.

Da allora si è aperto un nuovo capitolo della mia esistenza, e mai avrei pensato che questa nuova sfida professionale mi avrebbe cambiato la vita.

La ditta che dirigo comprende oggi 133 collaboratori tra cui 15 apprendisti: montatori di avvolgibili, disegnatori di metalcostruzioni, di logistica, commercio, metalcostruttori, montatore di facciate. Tra loro vi sono pure due giovani rifugiati, di cui uno aveva iniziato da noi con il primo programma di preapprendistato integrazione del settore industriale del Cantone.

Siamo quindi a pieno titolo un’azienda formatrice e ne siamo fieri. Crediamo fortemente nella formazione dei giovani non solo per un senso di responsabilità sociale nei confronti del nostro territorio, ma soprattutto perché lo consideriamo un investimento per la nostra economia. Se ci preoccupiamo di investire nella formazione dei nostri giovani oggi e di offrire loro interessanti possibilità di formazione continua è perché vogliamo avere sufficienti specialisti per il domani. I giovani apportano inoltre in azienda curiosità, nuovi impulsi e stimoli, e sono dunque sinonimo di valore aggiunto già durante il loro percorso di tirocinio.

Per voi che vi apprestate a ricevere l’attestato invece è il futuro che si apre. In questa serata di festa, non posso pensare a un messaggio migliore da rivolgervi: sappiate che il futuro di questo Cantone, di questo Paese, vi appartiene. So che tra voi ci sono anche dei ragazzi con un trascorso migratorio che seguono il programma di integrazione professionale: sappiate che pure gli antenati di questa regione, più di 100 anni fa, avevano intrapreso il percorso inverso al vostro, e avevano lasciato questa terra per ragioni economiche, trovare lavoro e nuove speranze altrove. Sono diventati spazzacamini, venditori di caldarroste, cercatori d’oro, cioccolatai, agricoltori, operai… ma anche architetti famosi.

Se le vostre famiglie non hanno molti soldi, voglio ricordarvi che in questo Cantone tante persone, compresi i miei genitori – hanno cominciato con molto poco. Ma con una buona formazione, una solida educazione e soprattutto il duro lavoro potete soltanto guardare con ottimismo al vostro futuro e dare una risposta con la vostra esperienza a chi semina il timore che presto o tardi saremo tutti disoccupati a causa dei frontalieri.

E se provenite da altre tradizioni o etnie, sappiate che anche la diversità nelle origini e nella religione è una parte importante della tradizione elvetica. Avete diritto ad essere esattamente chi siete.

Ma voglio essere chiaro. Questo diritto non vi è stato regalato. Deve essere guadagnato ogni singolo giorno. Il diritto a un lavoro non è scontato. Da ora, nel vostro nuovo impiego, dovete prepararvi a far valere le vostre competenze: dovete essere informati, preparati e impegnati come cittadini a dare il vostro contributo. Significa ricevere la migliore istruzione, abbracciare la migliore formazione possibile, ma anche impegnarvi nell’opportunità lavorativa che avete o avrete, in modo da diventare una risorsa importante per l’azienda, supportare la vostra famiglia, essere una forza positiva per la nostra comunità.

Quando incontrate degli ostacoli – e ve lo garantisco, li incontrerete – e pensate di mollare tutto, voglio che ricordiate ciò su cui io e la mia ditta investiamo: il potere della formazione e della riqualifica professionale. Siate dunque concentrati, determinati e ambiziosi. Rendetevi forti con una buona formazione, esprimetela e usatela per costruire il vostro futuro e quello di questo Cantone.

 Sappiate che vi faccio il tifo e lavorerò sia come imprenditore sia come politico per sostenervi e per sostenere la formazione professionale e l’occupazione nel nostro Paese.

Vi auguro per concludere, buon tutto e un pizzico di fortuna nella vostra nuova carriera professionale.

 

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale, presidente AITI

22 agosto 2019

 

 

La festa nazionale del Primo di Agosto è ancora attuale, oppure necessita di cambiamenti dovuti ai tempi?

Costa dell’Albera, 20 luglio 2019

 

Stimato Giancarlo Maretti, infaticabile organizzatore dell’evento

Stimati oratori,

Autorità religiosa

Care e cari concittadini,

 

è per me sempre un grande piacere esprimermi da questo suggestivo balcone che dà sulla valle Morobbia. Desidero pertanto ringraziare Giancarlo Maretti per l’invito, il suo entusiasmo e la sua perfetta organizzazione dell’evento.

Da quando sono diventato Consigliere nazionale i festeggiamenti del Primo di Agosto sono un’occasione privilegiata per riflettere sui valori fondanti del nostro Paese in un’ottica contemporanea.

Chiedersi se la festa nazionale è ancora attuale, oppure necessita di cambiamenti dovuti ai tempi, è un pò come rimettere in discussione tutta una serie di simboli svizzeri: ad esempio se il cioccolato dev’essere fabbricato ancora con il cacao, oppure adeguarlo alle nuove tendenze della moda gastronomica; se l’orologio a cucù deve sostituire il simpatico pennuto con un orpello per non urtare le sensibilità degli ambienti animalisti; se Heidi non andrebbe ricollocata a New York, località certamente più trendy e modaiola per una giovane influencer nazionale della sconosciuta Maienfeld, e se anziché i gerani sui nostri chalet non si dovrebbe annaffiare i bonsai, nel nome della oramai globalizzazione anche degli arbusti.

Cambiamenti in alcuni di questi simboli peraltro già in atto, penso al cioccolato senza zucchero, senza grassi o vegano che personalmente mi intristisce.

Comincierei con il dire che ogni Stato moderno, le cui frontiere non siano state disegnate a tavolino da altre nazioni, come è capitato per alcuni Stati dell’Africa, ha una sua festa nazionale:

  • gli Stati Uniti festeggiano il 4 luglio, il giorno dell’Indipendenza che commemora l’adozione della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’Americail 4 luglio 1776, con la quale le Tredici colonie si distaccarono dal Regno di Gran Bretagna.
  • La festa nazionale francese del 14 luglio è stata istituita dal 1880 per commemorare un’altra festa, quella della Federazionedel 1790, giorno dell’unità nazionale.
  • La festa nazionale della Repubblica Italianaricorre il 25 aprile ed è simbolo della lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze armate alleate ed anche dalle forze partigiane.

A differenza di questi atti fondanti quello svizzero è però il frutto di una costruzione simbolica posteriore. La data del 1291 corrisponde invero alla stipula di diversi Patti federali, poi dimenticati sino al XVIII secolo. A favore della riscoperta del 1291 contribuì la tendenza di quel periodo a preferire quale momento della nascita della Confederazione una fondazione sancita da un atto giuridico piuttosto che una congiura rivoluzionaria. La celebrazione annuale venne introdotta solo nel 1899, quando il Consiglio federale invitò i cantoni a far suonare le campane la sera del Primo agosto, non da ultimo su insistenza degli Svizzeri all’estero, che volevano avere il loro Quattordici Luglio. Ulteriori elementi fondamentali della nostra festa nazionale divennero i falò e i discorsi ufficiali, cui si aggiunsero i lampioncini e in misura sempre maggiore i fuochi d’artificio. Prima era un giorno feriale come tanti e solo dal 1993, e a seguito dell’immancabile votazione popolare, l’83,8% dei votanti, ha decretato l’introduzione della festività del Primo agosto in tutta la Svizzera.

Tornando alla domanda posta dal nostro moderatore: la festa nazionale del Primo di Agosto è ancora attuale, oppure necessita di cambiamenti dovuti ai tempi?

Il dilemma non è da poco. Si ha tra le mani – con la festa del Primo di Agosto – quello che forse è il prodotto più riconoscibile per gli oltre 6 milioni di residenti in Svizzera, che non ha bisogno di promozioni, pubblicità o testimonial pagati, di cui si vendono migliaia di pezzi (penso ai fuochi d’artificio) e per i quali non serve altro per mantenere certi livelli, basta non variare registro. Un prodotto o brand del genere è il sogno di qualunque ufficio marketing.

Poi arriva la politica e qualche buontempone, come noi oggi, e le cose si complicano: ci si chiede se non ammodernare i miti, i simboli nazionali, rivisitarli in chiave contemporanea, rivederne le origini, attibuire altri valori, responsabilità… Eppoi cosa rimane?

Nella migliore delle ipotesi, si introduce qualche accorgimento tecnico: inviamo i nostri auguri per sms, via social, prepariamo dei video con croci svizzere ad effetto, rinnoviamo il nostro parco gadget, aggiungiamo qualche elemento etnico tanto per rafforzare la vocazione internazionale del nostro Paese

Nelle peggiori, togliamo la croce dalla bandiera, aggiungiamo ritmo al Salmo svizzero, ne stravolgiamo le parole perché creativo le ritiene non abbastanza moderne.

 

In realtà quando l’Inno nazionale così come la Festa del Primo di agosto hanno un significato simbolico. Ma non solo: Il Salmo rappresenta il nostro Paese a tutti gli effetti, come il nome “Svizzera”, come la bandiera a croce bianca su sfondo rosso, come la Festa del primo di Agosto. Le categoria bello, brutto, moderno e vecchio non si applicano ai simboli. I simboli servono per richiamare alla mente dei concetti, un passato storico comune, dei valori condivisi, e non per appagare il gusto di qualche illuminato mosso da criteri estetici pur sempre soggettivi e individuali. Non si suona il Salmo Svizzero per ascoltare della buona musica, ma per far presente a chi ci ascolta che qualcuno sta rappresentando la nostra Patria, il suo popolo, le sue istituzioni. Così come non si festeggia il Primo di Agosto come se fosse il Rabadan, peraltro altro simbolo a modo suo.

 

Ogni tanto alcune nazioni cambiano la bandiera e così persino il nome, e magari anche la Festa nazionale. Per esempio l’Italia, quando è diventata una Repubblica, ha tolto lo stemma sabaudo dalla bandiera e ha modificato la propria denominazione ufficiale da “Regno d’Italia” a “Repubblica Italiana” nel 1946.  Sempre nel secondo dopoguerra ha pure fissato il 25 aprile la festa nazionale della Repubblica Italiana, simbolo della lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze armate alleate ed anche dalle forze partigiane durante la seconda guerra mondiale  contro il governo fascista e l’occupazione nazista.

Quindi, ancora una volta, questi cambiamenti di denominazione, date e festività si fanno per motivi estetici o per rimanere al passo con i tempi. Si fanno per rispecchiare radicali cambiamenti nella struttura stessa della nazione.

Così come sono contrario all’idea di dare nuovo slancio all’inno del 1841, perché melodia e testo del cantico svizzero, costituiscono un’unica entità che conserva ancor oggi intatta la propria identità, non capisco le ragioni di doveri rivedere il Primo di Agosto.

Attraverso la festa nazionale, fondata su una serie di ricostruzioni a posteriori come nel caso dei Patti federali, si possono ricostruire l’identità e la memoria pubblica di una nazione e le sue trasformazioni nel corso del tempo. Nella celebrazione la Svizzera racconta se stessa, e plasma il suo carattere identitario. È significativo come la Festa del Primo di agosto abbia comunque uno stretto rapporto con il clima politico-culturale che percorre la nostra società nel succedersi delle sue differenti congiunture storiche e nel cumularsi e susseguirsi delle generazioni.

Rivedere quindi il “nostro”  Primo di Agosto, dovrebbe essere il frutto di una trasformazione culturale e sociale che contribuisce a modificare la nostra memoria collettiva e i nostri assunti identitari, che non può essere decisa a tavolino.

A noi politici il compito semmai di mostrare nei fatti e nelle parole di circostanza espresse in occasione del Primo di Agosto, quanto il lavoro sul terreno di un patriottismo fondato sui valori elvetici della capacità del compromesso, del rispetto della minoranze, dell’indipendenza negoziata rispetto all’esterno siano importanti per la vita collettiva e per la qualità di una democrazia, e quanto possano contribuirvi la memoria pubblica, i simboli e i riti della politica, se presi sul serio.

Quindi, care amiche e cari amici il Primo di agosto non ha perso smalto anche in un contesto mutato negli anni. Anzi, è appunto in un’epoca di cambiamenti che dobbiamo mantenere lo spirito e il corpo delle nostre tradizioni. Per questo dobbiamo mantenere in nostro inno e la nostra Festa nazionale. Le tradizioni di oggi sono state innovazioni di ieri: inventiamo semmai tradizioni future ma continuiamo a onorare quelle del passato.

Eccovi cari amici la mia risposta. Adesso potete dare la vostra.

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale

 

Vita e impresa: la partecipazione femminile e maschile al lavoro

Intervento all’Assemblea generale ordinaria AITI

Locarno, Teatro, 27 maggio 2019

 

Signora Antonella Clerici, nostra ospite d’onore: benvenuta tra noi!

Signora Marina Carobbio, Prima cittadina svizzera, nonché consigliere nazionale

Signor Christian Vitta, Consigliere di Stato e Presidente del Governo ticinese

Cari colleghi alle Camere federali: Fabio Abate, Rocco Cattaneo, Giovanni Merlini e Marco Romano

Gentili signore, egregi signori,

È per me un piacere oltre che un onore personale, darvi il benvenuto a questa 57esima assemblea ordinaria dell’Associazione industrie ticinesi.

Noi non viviamo in un’epoca di cambiamento ma in un cambio d’epoca”, scrive il Prof. Jan Rotmans[1] dando voce a una sensazione che avvertiamo ogni giorno.

Eppure la storia ci dice che l’uomo e le organizzazioni economiche e sociali cui egli dà vita, si sono già trovati più volte di fronte a questi momenti di cambiamento e che spesso alcune “minoranze creative”, proprio in queste occasioni hanno generato paradigmi, riflessioni e modelli innovativi.

È quello che è accaduto e sta accadendo in questi anni anche in Ticino, senza che ce ne rendiamo conto. Mentre i mass media ci inondavano di messaggi contrastanti e spesso negativi sulla nostra realtà economica e industriale, mentre la politica in alcuni episodi non ha dato il meglio di sé, mentre in altri paesi stanno prevalendo ideologie ostili soprattutto alla diversità, alcune persone, invero non poche, e le loro imprese, stavano già percorrendo nuove strade per raggiungere altri obiettivi.

È a queste imprese, alle donne e agli uomini che con competenza e passione le animano, che è dedicata questa Assemblea, nella certezza che soprattutto ascoltando le loro storie sia possibile recuperare alcune chiavi di lettura e soluzioni che questo cambiamento epocale ci esorta a sviluppare.

Parleremo quindi di voi e del capitale umano che compone le vostre aziende.

Per capire il perché dell’oggi dobbiamo però fare un passo indietro di qualche decennio.

 

I gloriosi anni ’60: la casalinga e l’imprenditore

Correvano gli anni ’60, quelli del boom economico. Ma per le donne invece del progresso regnava la segregazione domestica, che era molto maggiore rispetto a un secolo prima, quando l’economia agricola poggiava anche sul contributo delle donne che affiancavano gli uomini nelle fatiche dei campi.

Agli inizi del Novecento in Ticino, il settore industriale registrava ancora una forte crescita dell’occupazione femminile, che raggiunse il 40% della popolazione residente nel 1920, per toccare il 50% nel 1926.[2] Una proporzione che la letteratura storica colloca persino superiore ai dati svizzeri.[3] Dopo la seconda guerra mondiale, con l’avvento della crescita economica, si rafforzò la suddivisione dei ruoli che scalzò la manodopera femminile dal mercato del lavoro. Per loro il tasso di attività (definizione dell’epoca) scese al di sotto del 30% già agli inizi degli anni ’50 e toccò il suo punto più basso nella storia del Ticino agli inizi degli anni ’60 con un 28% di donne lavoratrici.[4]

Erano gli anni in cui la forte pressione sociale esercitata sulle donne le induceva ad abbandonare studi e lavoro per sposarsi.

Fu in quel contesto che tra il 72% che componeva l’esercito delle casalinghe per definizione professionalmente “inattive”, vi era Elena, nata Reggiori, che nel 1961 convolò a nozze con Efrem Regazzi. Un brillante imprenditore del locarnese, fortemente impegnato in quel periodo a trasformare la rustica forgia ereditata dal padre Roberto in una moderna industria, da dove più tardi uscirono le persiane avvolgibili, considerate ancor oggi il prodotto di punta dell’azienda.

Il 22 giugno 1962, data che per una strana congiunzione astrale coincide con la fondazione di AITI, nessuno del personale ostetrico dell’Ospedale Santa Chiara, che dista a qualche centinaio di metri da qui, avvertì l’assenza di Efrem Regazzi dalla sala parto, dove nacque da lì a poco il suo primogenito, il piccolo Fabio, ossia chi vi parla… A quei tempi, il parto era considerato una faccenda prettamente femminile dalla quale l’uomo era escluso: e così fu anche per Efrem e credo ne sia tutt’oggi ancora sollevato.

Erano gli anni per cui il lavoro rimaneva un momento di passaggio nel ciclo di vita della donna-madre. I decenni in cui le donne uscivano dall’amministrazione pubblica, dall’insegnamento, dalla produzione industriale al momento del matrimonio per “responsabilità familiari”. Oppure licenziate alla nascita del primo figlio. Mia madre rientrava nella prima delle categorie quindi evitò quella che oggi consideriamo a tutti gli effetti una violazione della Legge federale sul lavoro.

Ripensando ai miei genitori, l’una considerata dalle statistiche “inattiva” perché casalinga e madre, l’altro invece rubricato come “attivo” perché imprenditore, non posso esimermi dal riconoscere a mia madre almeno la metà dei successi imprenditoriali di mio padre, non tanto perché l’accompagnasse in azienda – ai quei tempi sarebbe stato impensabile – ma perché occupandosi di noi figli, gli ha assicurato tranquillità, serenità nel suo lavoro, e pure dimostrato capacità e competenze imprenditoriali diverse, gestendo per decenni una famiglia di quattro figli tra cui l’incorreggibile giamburrasca che ero.

 

57 anni dopo: rivoluzione industriale 4.0 e il difficile cambio culturale

Interrompo la narrativa famigliare, e per parlare dell’oggi mi affido ancora a dati e cifre, che hanno il pregio di essere incontrovertibili. E cosa leggiamo?

Vediamo che la figura della casalinga degli anni ’60 è stata oggi in gran parte soppiantata dalla donna con un impiego. In tutti i paesi europei la presenza delle lavoratrici è aumentata di molto, ed è simile a quella degli uomini sino a quando raggiungono i 30 anni d’età, dopodiché, complice l’arrivo dei figli, diminuisce e resta sempre inferiore a quella maschile. Questa differenza tende però a ridursi con il passare del tempo. Rispetto al 2000 le donne interrompono meno sovente la propria attività professionale e quando lo fanno ritornano più spesso al lavoro.[5]

Questa situazione – che sulla carta può apparire ideale – in realtà non soddisfa gran parte delle persone interessate. I dati dei sottoccupati in Ticino, ossia di coloro che hanno un lavoro e che vorrebbero lavorare di più, sono raddoppiati negli ultimi 10 anni: erano un lavoratore su dieci nel 2015.[6] Tra loro nei due terzi dei casi troviamo le donne.

Se a questa fotografia affianchiamo quella della differenza salariale tra generi (dato mediano per l’intera economia nazionale) vediamo che tra uomo e donna in Svizzera sussiste ancora un divario di ca. 800 franchi mensili.[7]

È un dato che ci interpella direttamente come imprenditori perché spesso viene letto come la risultanza di una discriminazione di genere. Sappiamo però che questa differenza è perlopiù frutto di una diversità nelle caratteristiche professionali tra i due sessi, determinate appunto dal fatto che una donna, come ricordato prima, cessa o riduce la sua esperienza lavorativa alla nascita del primo figlio, si forma generalmente in ambiti come quelli dell’educazione e della cura che registrano medie retributive inferiori alle professioni tecniche, e/o più difficilmente accede a posizioni dirigenziali.

Tutti fattori che sottolineano l’importanza di sostenere un cambiamento culturale già in parte in corso, per il quale noi esponenti del mondo industriale cantonale possiamo ancora contribuire fortemente per aprire anche i settori più refrattari ai talenti femminili, tema appunto della discussione che seguirà.

 

Cosa fanno le imprese che fanno impresa?

È infatti dimostrato come le aziende con buone pratiche in materia di diversità di genere godono anche di migliori indici di sostenibilità finanziaria. La letteratura ci dice infatti che l’equilibrio all’interno del capitale umano passa attraverso la composizione di gruppi misti. Lo dimostra anche una ricerca dello scorso anno del Fondo monetairio internazionale[8] che evidenzia come la diversità apporta valore di per sé, e che le donne sono portatrici di competenze e attitudini complementari a quelle maschili. È però la combinazione di esse – quelle femminili con quelle maschili – a produrre maggiore efficienza, produttività e innovazione.

Anche in Ticino si conferma l’emergere di nuovi modelli di business, in grado di superare le contraddizioni del modello socio-economico precedente, a partire da una riconciliazione tra obiettivi economici e benessere sociale.

Una caratteristica comune di queste aziende capitanate dalle “minoranze creative” di cui dicevo in entrata, è la loro determinazione nel rispondere a quanto sempre più la società chiede: la promozione di un maggiore equilibrio tra vita e lavoro che queste aziende perseguono sotto il cappello del welfare aziendale.[9]

 

A tale proposito la rivoluzione tecnologica ci viene in aiuto: il lavoro 4.0 impone una preparazione sempre più ampia nelle cosiddette materie STEM (science, technology, engineering and mathematics), fattore critico per le donne che sono, al momento, sottorappresentate in queste discipline. Al tempo stesso prevede criteri di flessibilità, ad esempio di orari e spazi, che invece vanno incontro alle necessità delle lavoratrici, e un’attitudine al lavoro di squadra che spesso caratterizza le competenze femminili.

Questo per dire anche che, informando di più e meglio le ragazze sulle opportunità professionali e di carriera offerte dal ramo industriale sin dalla formazione, è possibile spezzare gli stereotipi riguardo una preclusione del nostro settore industriale nei confronti delle lavoratrici femminili.

 

AITI e la sensibilizzazione verso la diversità

Da quest’anno AITI è partner istituzionale, assieme ad altri tre attori, la Camera di commercio del Cantone Ticino, Equi-lab e Pro Familia della Svizzera italiana, con il compito di sensibilizzare il mondo industriale al grande tema della gestione equilibrata della vita privata e professionale. Si tratta di un capitolo delle misure sociali approvate lo scorso anno accanto al pacchetto fiscale, che comprende l’implementazione di misure a sostegno di un maggiore equilibrio famiglia-lavoro. Restiamo convinti che questo modello di nuovo partenariato territoriale sia la chiave di volta per valorizzare il talento femminile a tutti livelli aziendali.

Per concludere un ultimo pensiero lo rivolgo alla casalinga e all’imprenditore degli anni ’60: carpire alcune trame del passato che li hanno visti protagonisti, mi ha aiutato a comprendere come noi imprenditori possiamo essere i protagonisti di un importante cambiamento culturale. La partecipazione femminile al mercato del lavoro, dipende quindi anche dal nostro contributo, nonché dal nostro gusto di “costruire”.  E per compiere questa grande impresa non possiamo privarci della creatività, del modo di essere, delle visioni e delle peculiarità che animano l’altra metà del cielo. Ma anche di ognuno noi, che costantemente, tra gli inevitabili alti e bassi, cerca di dare un senso e una direzione al proprio lavoro, coltivando per sé e per gli altri un futuro migliore. La sfida che ci accompagna quotidianamente nella nostra attività di imprenditore o di collaboratrice e collaboratore è cercare di promuovere ciò che unisce e non ciò che divide, ciò che produce un valore comune e non il perseguimento autoreferenziale di singoli obiettivi. È la continua ricerca di quel pezzo di bene comune, enorme e delicato nel contempo, che è possibile raggiungere solo quando la partecipazione femminile e maschile nel lavoro sono ben armonizzate e diventano collaborazione fattiva, intelligenza collettiva nel produrre quell’energia tipica dei contesti in cui elementi eterogenei ma complementari si incontrano sapientemente.

Con queste parole conclusive, vi ringrazio dell’attenzione e auguro buona Assemblea!

 

Fabio Regazzi, Presidente AITI, consigliere nazionale

 

[1] https://www.janrotmans.nl/en/

[2] Lucia Bordoni, La donna operaia all’inizio del Novecento, Dadò Editore, 1993.

[3] Ibid., p. 25.

[4] A partire da quel momento le lavoratrici risaliranno lentamente e con difficoltà la china dell’occupazione. Nel 1970 il tasso di attività femminile era ancora pari al 34%. Dati elaborati e forniti dall’Ufficio di statistica Ustat, Bellinzona.

[5] https://www3.ti.ch/DFE/DR/USTAT/allegati/volume/le_cifre_della_parità_2018.pdf (p. 14)

[6] https://www3.ti.ch/DFE/DR/USTAT/allegati/articolo/2285dss_2016-2_4.pdf

[7] Dato mediano per l’intera economia = 6830 fr. per gli uomini, a fronte di 6011fr. per le donne https://www3.ti.ch/DFE/DR/USTAT/allegati/volume/le_cifre_della_parità_2018.pdf

[8] IMF Staff Discussion Note, “Economic Gains from Gender Inclusion: New Mechanisms, New Evidence”, Ostry, Alvarez, Espinoza, Papageorgiou, ottobre 2018

[9]  Una ricerca condotta in Svizzera nel 2016 ha rilevato che la percentuale dei giovani dipendenti che mettono al primo posto l’importanza della conciliabilità tra lavoro e famiglia nella loro carriera professionale si situa al 61%.

https://www.handelszeitung.ch/blogs/kompass/so-anspruchsvoll-sind-schweizer-berufseinsteiger-1207270#

 

Il decorso storico dello sviluppo industriale in Ticino e le sue prospettive

Intervento del Presidente dell’Associazione Industrie ticinesi all’Assemblea generale ordinaria dei delegati della CATEF

Carissimo Presidente,

carissima Segretaria,

cari ospiti,

sono molto lieto di poter intervenire in occasione dei vostri odierni lavori assembleari, per sottolineare la stima e la fruttuosa collaborazione che unisce l’Associazione industrie ticinesi che presiedo con la CATEF, importante attore del mondo immobiliare cantonale, ma anche ribadire la profonda amicizia che mi lega da decenni al vostro Presidente Gianluigi Piazzini, di cui invidio da sempre il linguaggio vivace e le metafore colorite.

La lettura dei suoi editoriali sulla rivista di Economia Fondiaria sono per me un must, un appuntamento irrinunciabile per rinfrescarmi il delizioso repertorio da lui snocciolato, un ilare antidoto contro le ultime castronerie dei soliti ambientalisti per definizione del tutto privi di buon senso.

In veste di consigliere nazionale, non è certo necessaria una puntualizzazione per riconoscere la mia vicinanza al settore immobiliare, colonna portante della nostra economia, e quindi alla vostra associazione.

Dal mio osservatorio bernese, numerosi sono i temi che ci accomunano, per i quali ho sempre trovato nel vostro Presidente, disponibilità, condivisione e appoggio. Non da ultimo di Gigio ho sempre apprezzato lo spirito di sintesi che coglie all’istante il problema. Una battaglia tra le tante è la campagna del referendum contro la revisione della legge federale sulla pianificazione territoriale (LPT). Purtroppo il responso delle urne del 3 marzo 2013 ci è stato chiaramente sfavorevole.  Ma anche contro l’iniziativa sulle residenze secondarie del 2012 il nostro sodalizio ha avuto poca fortuna. Ci tengo comunque a ribadire che se abbiamo avuto poco seguito su questi temi, altri, come la riforma fiscale, ha registrato maggiori successi.

Il tema della relazione odierna è di quelli che potrebbe farvi piombare in profonda catalessi. Il pericolo invero è reale dal momento che ci situiamo alla fine di una lunga e pesante settimana lavorativa e stando all’ordine del giorno costituisco il vostro ultimo sbarramento all’agognato aperitivo…

Cercerò quindi di affrontare il tema dello sviluppo industriale di questo Cantone partendo dalle ragioni che ne hanno determinato un decollo relativamente tardo, soprattutto se paragonato alla Svizzera.

Ritrovaremo tra queste cause sostanzialmente le stesse che continuano a penalizzarci oggi, e sono:

  1. l’esiguo mercato interno
  2. gli ostacoli creati dalla difficoltà dei trasporti
  3. e dal confine politico con I’ltalia.

Se si osserva quello che era il panorama economico industriale (artigianale) dell’Ottocento ticinese, soprattutto negli anni dell’isolamento precedenti alla realizzazione del traforo deI San Gottardo (1882), non ci si può stupire del fatto che il Ticino assistette pressoché da spettatore agli avvenimenti economici originati dalla rivoluzione industriaIe del 1800.

L’assenza quindi di stimoli reali in grado di originare, ad esempio, la meccanizzazione delle imprese artigianali, fece in modo che il Ticino risultasse assente nel fenomeno di espansione economica che, sostenuto dall’esportazione, fece le sue prime apparizioni in altre regioni svizzere già nel corso della prima meta del XIX secolo.

Dal profilo dell’insediamento attorno alla metà dell’Ottocento si potevano osservare soltanto sporadici e discontinui sintomi di sviluppo, circoscritti a limitati settori quali, ad esempio, quelli del tabacco e della filatura situati soprattutto nel basso Mendrisiotto. Il Ticino economico dell’Ottocento presentava anche qualche mulino, alcuni pastifici, concerie e minuscole officine meccaniche. Tutto qui. Più al nord, una crescita significante caratterizzò invece, e per lungo tempo, l’attività dell’industria del granito.

Per tutto l’Ottocento le attività economiche cantonali vissero periodi di stagnazione tale da non riuscire nemmeno a dare sostentamento a tutta la popolazione. Ne è la prova la lunga tradizione d’emigrazione che dovette affrontare il nostro Cantone, ben descritta in alcune opere letterarie del Novecento ticinese. Erano i tempi in cui su 10 svizzeri costretti ad emigrare nel corso dell’Ottocento, uno era ticinese; un dato significativo se si tiene conto del fatto che la popolazione ticinese di allora, se rapportata a quella nazionale, corrispondeva a circa il 4%.

1882-1914: la svolta

La svolta, anche se attutita dall’enorme ritardo accumulato nei confronti del resto del Paese, si verificò con la realizzazione del traforo del San Gottardo del 1882. Ancora una volta, mi verrebbe da dire, i Confederati, soprattutto svizzeri-tedeschi, ci vennero in soccorso. E non sarà l’ultima… L’allacciamento diretto, regolare e continuo con il Nord, permise la creazione di nuove a

ttività industriali che, affiancate alle esistenti, trovarono una loro ragione d’essere.

Si trattò, per larga parte, di fenomeni insediativi finanziati da capitali svizzero-tedeschi, favoriti dalla numerosa manodopera e dalle abbondanti fonti energetiche (l’acqua!) presenti in Ticino.

Il cambiamento provocato dal potenziamento delle trasversali alpine, impresse notevole sviluppo all’industria estrattiva della pietra e a quelle delle costruzioni ma, quel che più conta, fece propagare in Ticino nuove speranze per un recupero graduale delle potenzialità economiche.

Eccezionale fu lo sviluppo dei rami abbigliamento, metallurgia e alimentare.

Per limitarmi all’industria, nel 1903 nasce la fabbrica di cioccolato Cima Norma a Dangio-Torre in Valle di Blenio. Nel 1908 prendono vita le Officine del Gottardo a Bodio che nel giro di dieci anni, dal 1906 al 1916, sono protagoniste del quadruplicamento del numero degli stranieri domiciliati nel piccolo Comune della Bassa Leventina. Qualche anno prima nel 1905 a Giubiasco nasce anche la Linoleum SA. Correva l’anno 1900 quando Fritz Wullschleger, avviò il suo commercio di materiali edili, cui aggiunse svariati materiali usati nella costruzione, fatto che permise un rapido sviluppo dell’attività aziendale. Tra le aziende metallurgiche si segnala la Tenconi SA di Airolo, nata in concomitanza proprio con la realizzazione del tunnel ferroviario del San Gottardo ma anche le Ferriere Cattaneo di Giubiasco.

A dare lo sperato scossone a quelle che sono oggi le basi della moderna struttura economica ticinese furono il primo e ancora di più il secondo dopoguerra del Novecento, tanto che da 148 fabbriche del 1901 si passò a 714 del 1964. Salvo leggeri regressi constatati dopo lo scoppio della prima e della seconda guerra mondiale, anche l’aumento della manodopera risultò sempre costante. Nel 1900 nel settore industriale ticinese si contavano 9’700 operai, nel 1964 si arrivò a 20’900.

Nel periodo che corre dal 1950 al1963 furano quattro i distretti che registrarono un aumento importante del numero di fabbriche: Lugano ebbe un incremento del 72%, Mendrisio del 48%, Bellinzona del 38%, Locarno del 30%. La maggior parte delle fabbriche, i due terzi del totale, era localizzata nei due distretti del Sottoceneri, mentre il 71% dei Comuni del distretto di Mendrisio contava almeno una fabbrica.

 

1960-1980: esplosione degli impieghi

Dal secondo dopo guerra importante fu l’inversione di tendenza prodotta dal mercato del lavoro ticinese. Mentre durante tutto l’Ottocento ed i primi 40 anni del secolo scorso gran parte dei lavoratori era stata costretta ad emigrare, dopo la seconda guerra mondiale il Ticino diventa una meta ambita, non solo per i lavoratori stranieri, che cercano le loro occasioni di lavoro, ma anche per i residenti. L’espansione di un elevatissimo numero di piccole aziende, fra le quali mi piace annoverare anche la Regazzi, è stata favorita, in gran parte, dalla sicurezza di poter disporre sempre di sufficiente manodopera estera (in maggior parte frontalieri-pendolari).

Se questo, da un lato, ha stimolato la crescita industriale sotto il profilo quantitativo, d’altro canto ha però contribuito, almeno all’inizio, a frenare il processo di razionalizzazione e meccanizzazione delle nostre fabbriche.

 

1980-Oggi: riconversione industriale

La riconversione industriale, attuata in gran parte negli anni ’70 e ’80, ha provveduto comunque a riequilibrare parte degli antichi scompensi. Quella che stiamo vivendo oggi, sta correggendone altri: tra questi mi pare fondamentale poter riequilibrare anche la partecipazione delle donne sul mercato del lavoro, oggi comunque inferiore di quella maschile e con aspirazioni a poter crescere, tema che fra l’altro sarà al centro dell’assemblea AITI di lunedì prossimo.

A tale proposito la rivoluzione tecnologica ci viene in aiuto: se da un lato il lavoro 4.0 impone una preparazione sempre più ampia nelle cosiddette materie STEM (science, technology, engineering and mathematics), fattore critico per le donne che sono, al momento, sottorappresentate in queste discipline. Al tempo stesso prevede criteri di flessibilità, ad esempio di orari e spazi, che invece vanno incontro alle necessità delle lavoratrici, e un’attitudine al lavoro di squadra che spesso caratterizza le competenze femminili.

Questo per dire che il cambiamento in atto amplierà – o quanto meno lo spero – le opportunità professionali e di carriera offerte dal ramo industriale anche all’altra metà del cielo, spezzando antichi stereotipi riguardo una preclusione del nostro settore industriale nei confronti delle lavoratrici femminili.

Siamo un Cantone che fà da ponte tra due delle aree economiche più robuste e dinamiche d’Europa: la Lombardia a sud (con il polo di Milano) e la regione di Zurigo a Nord. Il Ticino, istituzionalmente ben integrato nella Confederazione elvetica, appartiene alla cultura italiana ed è rivolto economicamente sia a nord che a sud.

Negli ultimi anni le oltre 200 industrie dell’AITI esportano più dell’80%, impiegano 19’000 collaboratori, registrano 19 miliardi di fatturato e formano 300 apprendisti ogni anno, concorrendo a generare il 20% del PIL cantonale. Tra i settori che esportano di più figura la metalmeccanica, il tessile e l’abbigliamento, la chimica e la farmaceutica, le materie plastiche e quello delle macchine e dell’elettronica.

Con queste cifre e presupposti credo che il settore industriale cantonale ha tutte le carte in regola per guardare al futuro con ottimismo. Bisogna essere onesti e ammettere che le nostre condizioni quadro sono migliori di Paesi a noi vicini, anche se sicuramente in molti ambiti si dovrebbe fare di più (penso a quello fiscale ma non solo).

Ciò detto è la politica a non voler fare la sua parte. A volte, si adottano misure poco efficaci solo per mostrare ai cittadini che si sta facendo qualcosa, che spesso si rivelano contrarie al diritto superiore generando anche un dannoso aumento della burocrazia (emblematica in tal senso la famosa tassa di collegamento che abbiamo combattuto). Avverto, in generale, poca ragionevolezza; stiamo perdendo la capacità delle passate generazioni di affrontare i temi con misura e un sano buon senso. La capacità di trovare soluzioni concrete dopo discussioni e concessioni reciproche è un elemento di forza della nostra politica. Ecco perché sarebbe auspicabile che in Parlamento sedessero più imprenditori poiché portano un contributo fondamentale alle decisioni politiche.

Grazie dell’invito e buon lavoro a tutti.

 

Post scriptum: per vostra informazione mi ricandido alle prossime elezioni federali del prossimo autunno, nel caso voleste veder riconfermata la presenza di un imprenditore in Parlamento…

 

Fabio Regazzi

Presidente AITI, consigliere nazionale

 

Venerdì 24 maggio 2019

Bellinzona, Auditorium Banca Stato

Presentazione Compasso, portale per l’integrazione professionale

Lugano, Hotel Pestalozzi, 21 febbraio 2019

 

Signor Martin Kaiser, presidente dell’associazione Compasso

Signora Fenina Erpf, direttrice di Compasso

Signora Monica Maestri, capo dell’ufficio dell’assicurazione invalidità

Signor Roberto Dotti, direttore della SUVA Bellinzona

Gentili ospiti, cari rappresentanti delle imprese ticinesi,

 

a nome dell’Unione Svizzera degli imprenditori vi saluto con piacere per questa “prima” di Compasso a sud delle alpi.

Compasso è un’associazione nata 10 anni fa sotto l’egida dell’USI ed è gestita con grande passione e competenza dal Presidente Martin Kaiser, responsabile del dossier delle assicurazioni sociali presso l’USI.

L’integrazione o la reintegrazione professionale è un tema che tocca tutti e riguarda uno degli aspetti più delicati del mercato del lavoro, poiché implica l’interazione tra imprese, persone colpite da malattia o infortuni, medici e uffici che si occupano delle assicurazioni sociali.

La sfida sta nel mettere in rete di tutti questi attori. Questo, lo vedrete, è anche la strategia e la missione – vincente – di Compasso. Anche perché, come potete immaginare, l’integrazione o reintegrazione professionale è lungi dell’essere un processo semplice.

Reintegrare va innanzitutto a beneficio del collaboratore stesso, che non perde in questo modo il contatto con il posto di lavoro e con la realtà quotidiana. Un processo di guarigione spesso è velocizzato se il collaboratore può, nel limite delle sue possibilità, ritornare in azienda in modo graduale e avere così una giornata di nuovo strutturata. È nell’interesse anche dello Stato, dunque della collettività, la quale non sarà chiamata a prendersi a carico di persone in uno stato invalidante, o lo sarà solo parzialmente dal momento che la collaboratrice o il collaboratore potrà comunque continuare a dare il proprio contributo.

Non da ultimo è anche nell’interesse delle imprese che non perdono know how e competenze che spesso sono tra i fattori più difficili da reperire, in particolare in certi settori.

Favorire questa situazione win win è nell’interesse ma anche nella responsabilità di tutti: anche delle imprese. Per questa ragione l’USI – associazione padronale svizzera – si impegna fortemente a favore degli strumenti di Compasso. L’Associazione è conosciuta nella Svizzera interna e nella Svizzera francese ma non ancora da noi. Sono contento che da oggi sia attiva anche in Ticino offrendo le sue competenze soprattutto alle PMI, le quali – più delle grandi organizzazioni – possono soffrire per l’assenza di una loro collaboratrice o collaboratore. Gli strumenti a disposizione delle imprese sono semplici e intuitivi e vertono soprattutto a migliorare le conoscenze delle aziende in un campo complesso come quello della assicurazioni sociali.

In questo ordine di idee, mi permetto di ricordare un’altra iniziativa di successo, svoltasi qualche giorno fa (ndr. 19 febbraio 2019) che vede il coinvolgimento diretto dei nostri partner della CC-Ti  deell’Ufficio AI del Cantone, qui rappresentato dalla signora Monica Maestri. Questa manifestazione, lanciata 7 anni fa, valorizza ogni anno il lato umano di quelle aziende attive in Ticino che facilitano il reinserimento lavorativo di persone lese nella loro salute.

Questo anche per dire che il mondo delle imprese ticinesi è molto sensibile al tema del reinserimento dei propri collaboratori ed è disponibile a collaborare con lo Stato nella misura in cui le pratiche siano semplici e non onerose. In altre parole: con il minor impatto burocratico possibile!

A livello politico i risultati di questo parternariato potranno avere nel medio lungo termine anche un tangibile effetto finanziario, non fosse altro perché potrebbero contenere il forte indebitamento dell’assicurazione invalidità (attorno ai 10 miliardi di franchi!).

Non mi dilungo oltre: ringrazio Martin Kaiser per il suo eccezionale impegno a favore di Compasso e dell’Usi – di cui è considerato l’eminenza grigia nell’ambito delle assicurazione sociali – e la direttrice Fenina Erpf per aver fatto in modo che Compasso trovi una sua sede anche al sud delle Alpi.

 

Vi ringrazio dell’attenzione.

 

Fabio Regazzi

Consigliere nazionale

 

 

 

“Il Ticino è industria: un’Agenda per la crescita dell’economia cantonale”

Relazione all’Assemblea generale ordinaria AITI

 

Egregio Signor Consigliere federale Ignazio Cassis

Signor Consigliere di Stato Christian Vitta

Signor Consigliere di Stato Paolo Beltraminelli

Presidenti e Direttori delle associazioni economiche

Gentili Ospiti

Care e cari Associati

Ringrazio innanzitutto l’assemblea dei soci di AITI che mi ha appena rieletto per un secondo triennio alla Presidenza dell’Associazione industrie ticinesi. Grazie per la fiducia! Sono fiero di essere alla testa di una gloriosa associazione indipendente e dinamica che rappresenta di uno dei settori più importanti dell’economia cantonale.

Vorrei ringraziare il Consigliere federale Ignazio Cassis per avere accettato volentieri l’invito a partecipare alla nostra assemblea annuale. Caro Ignazio la tua presenza qui oggi a Lugano ci onora particolarmente. Sono sicuro – e lo stai già dimostrando concretamente – che la tua presenza in Consiglio federale rappresenta un valore aggiunto non solo per la Svizzera italiana ma anche per il resto della Svizzera. Sei a capo ora di un Dipartimento – gli Affari esteri – molto importante per il nostro paese e per la nostra economia. Noi tutti confidiamo nelle tue indubbie capacità e viviamo con piacere la passione che metti in quello che fai. Una parte del successo della nostra economia dipende anche dalle buone politiche messe in atto dalla Confederazione. Gli imprenditori ne sono consapevoli.

Crediamo anche che la partecipazione dell’economia alla costruzione del benessere collettivo sia nell’interesse generale di tutta la nostra società. Sappi pertanto che gli imprenditori che si battono per un’economia sana e lungimirante saranno sempre a fianco di una politica altrettanto costruttiva che guarda al bene generale del Paese.

Prima di affrontare i temi centrali della mia relazione, mi preme ricordare che questo fine settimana ha luogo un’importante votazione cantonale sul pacchetto fiscale e sociale, che invito tutti a sostenere. Chi non si è ancora espresso per corrispondenza non faccia mancare il proprio voto!

Si tratta infatti di un passo necessario per permettere al Ticino di rientrare nella media nazionale a livello fiscale. Purtroppo il nostro Cantone è scivolato nelle ultime posizioni della competitività fiscale in Svizzera e se non invertiremo la rotta, con l’abbandono dei regimi fiscali speciali a livello cantonale rischiamo di perdere buoni contribuenti che priviligieranno inevitabilmente altri Cantoni o altre nazioni.

La conseguenza sarà un appesantimento della fiscalità generale a carico di chi rimane sul territorio, dunque principalmente le piccole e medie imprese e il ceto medio.

Non si tratta affatto di un regalo ai ricchi come è stato definito impropriamente. Il pacchetto fiscale è il risultato di un patto di paese fra aziende, cittadini e Stato. Il miglioramento della fiscalità sulla sostanza delle persone fisiche e sul capitale delle persone giuridiche è nell’interesse di tutti i contribuenti. Il supporto agli investimenti in aziende innovative risponde all’obiettivo di sostenere sempre più la creazione di posti di lavoro qualificati sul territorio. D’altra parte, con l’entrata in vigore di diverse misure sociali, interamente finanziate dalle aziende, rispondiamo alle esigenze concrete di molte famiglie ticinesi che vogliono meglio gestire la conciliabilità fra lavoro e famiglia. Un’operazione “win win” che non svuota affatto le casse pubbliche, bensì consolida il gettito fiscale e permette allo Stato di continuare a offrire alla collettività servizi pubblici di buon livello.

È per me un piacere potervi dare il benvenuto a questa 56ma Assemblea AITI. Filo conduttore della mia relazione è l’agenda che il mondo economico, le istituzioni e la politica e i cittadini devono mettere in atto per costruire il Ticino del futuro, quale parte integrante della Svizzera ma anche una regione economica importante a livello europeo e internazionale.

La mia sarà una descrizione dell’Agenda per l’industria e la crescita dell’economia cantonale che incentrerò su quattro temi, inevitabilmente legati tra di loro.

  1. L’industria nella trasformazione moderna
  2. Il ruolo degli imprenditori e dei lavoratori
  3. Un nuovo patto fra le parti sociali
  4. I temi che devono essere al centro dell’agenda politica

 

  1. L’industria nella trasformazione moderna

Viviamo un’epoca nella quale alle imprese e agli imprenditori viene richiesto di soddisfare numerose esigenze, ma non dimentichiamoci che lo scopo primario di ogni impresa è rimasto immutato nei secoli: fare profitto.

Il guadagno è infatti linfa essenziale di ogni azienda ed è la premessa per realizzare altri importanti obbiettivi: investimenti, creazione e mantenimento dei posti di lavoro, utilizzo delle nuove tecnologie, ricerca nell’ambito dei prodotti e dei processi produttivi, espansione verso nuovi mercati, gettito fiscale con il quale lo Stato eroga servizi essenziali a favore della collettività.

Di fronte all’ondata di populismo e di ipocrisia di chi considera il profitto come una sorta di delitto, vorrei ricordare Olof Palme, un socialista riformista, che diceva “Bisogna combattere la povertà non la ricchezza”. Parole di grande saggezza che sembrano però molto lontane dal pensiero di molti esponenti della sinistra nostrana tutt’oggi ancorati a schemi di lotta di classe di stampo marxista.

L’industria è entrata in una fase di profonde trasformazioni strutturali, legate prima di tutto alla globalizzazione e ai processi di digitalizzazione. Il progresso tecnologico detta le scelte economiche ma anche quelle politiche e sociali.

La storia delle nostre imprese è preziosa. Da essa deriva la loro capacità moderna d’innovare e trovare una collocazione adeguata nei mercati.

La storia è fatta di saperi tramandati da una generazione all’altra, di intuizioni che sono il frutto di competenze ma anche della capacità di guardare oltre il proprio orizzonte locale e nazionale. Nell’impresa dobbiamo dunque fare tesoro della storia, ma soprattutto come base di partenza e non quale vincolo per lo sviluppo stesso dell’azienda.

D’altra parte non possiamo affrontare la globalizzazione acriticamente. Se si ha però l’onestà di andare a leggere i dati e le situazioni si vedrà che la globalizzazione ha permesso di ridurre le disparità e sta facendo crescere economicamente continenti e nazioni rimaste in passato nel gruppo dei paesi poveri. Probabilmente però abbiamo davvero bisogno di gestire meglio la globalizzazione, per quanto possibile, creando il giusto mix di competitività, mercati e frontiere aperte, sostenendo le fasce più deboli della popolazione e rafforzando anche le loro competenze professionali.

Nella nostra società v’è chi pone le imprese in contrapposizione ai lavoratori e alla popolazione. In una realtà fatta quasi integralmente da piccole e medie aziende questa idea è completamente sbagliata, oltre che controproducente.

Aziende, lavoratori e cittadini sono tutti dalla stessa parte e tocca a ognuno di loro saper governare la globalizzazione. L’industria dell’era moderna è dunque quel luogo privilegiato dove si fa impresa, dove si innova, dove le persone fanno squadra, dove si anticipano i tempi e le tendenze che nuovi prodotti e processi produttivi andranno a creare. Ma oggi effettivamente l’azienda non è più solo quell’entità che dà un lavoro e un salario; è un attore sociale a pieno titolo e anche da questo punto di vista l’azienda è guardata e giudicata. Le collaboratrici e i collaboratori sono al centro del funzionamento dell’impresa. Non è tanto per dirlo ma perché le competenze delle persone diventano sempre più importanti e quelle aziende che sanno valorizzare queste competenze sanno anche imporsi rispetto alla concorrenza.

 

  1. Il ruolo degli imprenditori e dei lavoratori

“Se avessi chiesto ai miei clienti cosa avessero voluto, mi avrebbero risposto un cavallo più veloce”. Così si esprimeva l’imprenditore americano Henry Ford prima della fine del Novecento. Mentre Antoine de Saint-Exupery, famoso scrittore e aviatore francese diceva che “se vuoi costruire una nave, non radunare uomini solo per raccogliere il legno e distribuire i compiti, ma insegna loro la nostalgia del mare ampio e infinito”.

L’imprenditore ha l’obiettivo di far crescere la propria azienda e di trasmetterla nelle migliori condizioni alle future generazioni. Egli esprime dei valori che derivano sicuramente dalla proprietà e che sono coniugati nel lungo termine. L’imprenditore sa che il successo non è una vincita alla lotteria, immediata quanto effimera.

Egli non riversa la sua soddisfazione nel soddisfacimento contingente bensì nella crescita giorno dopo giorno della forza della propria azienda. Egli sa ascoltare il cliente e gli fornisce il bene o il servizio che richiede, tuttavia con la propria interpretazione del risultato.

L’imprenditore è il capitano di una squadra e come tale deve comportarsi. Sa mostrare la via e i mezzi per percorrerla ma anche essere ricettivo ai cambiamenti e al parere dei propri collaboratori. Oggi le imprese sono definite da reti di decisori; l’imprenditore è infine solo nelle decisioni ma non è solo nella loro determinazione e nella loro realizzazione. L’imprenditore è colui che sa vestire lo scopo e gli obiettivi dell’impresa con la sua visione del mondo, dei mercati e dei competitori. L’imprenditore ha un sogno e di esso deve fare partecipi i suoi collaboratori.

E’ possibile questo nel contesto di trasformazioni descritto al punto precedente? Si è possibile, è ancora possibile, perché la passione per la propria azienda e il proprio lavoro non può ancora – e aggiungo io fortunatamente – essere sostituita da un robot o da una macchina super intelligente. Certo, l’intelligenza artificiale darà ai robot capacità umane e forse noi umani potremmo un giorno fonderci con le macchine. Una prospettiva che può spaventare e che se del caso andrà governata. Nessuno sa dire con precisione dove ci porterà questa rivoluzione digitale, ma quello che è certo è che il cammino è tracciato e che lo sviluppo tecnologico non si fermerà.

La responsabilità sociale delle aziende da parte sua assegna un ruolo accresciuto alle collaboratrici e ai collaboratori delle imprese. Un buon clima di lavoro rafforza l’esercizio di espressione delle competenze delle persone. Il personale qualificato e i talenti, bene sempre più ricercato dalle imprese, sono attirati e mantenuti da aziende che sono capaci di avere una accresciuta sensibilità anche sociale e non più solo economica. Attenzione tuttavia a non voler cadere nella tentazione di regolare eccessivamente questi comportamenti virtuosi tramite leggi, lasciando invece tale compito alla responsabilità delle aziende stesse in un autentico spirito liberale.

 

3) Un nuovo patto fra le parti sociali

In Svizzera la rappresentanza delle parti sociali vive una situazione molto diversificata. In molte imprese esiste un rapporto diretto fra l’azienda e i lavoratori senza intermediazione e le cose funzionano senza particolari problemi e a piena soddisfazione di tutti. In altri contesti invece le parti sociali si sono affidate a contratti collettivi di lavoro, che non regolano solo gli aspetti salariali bensì molto di più.

Non possiamo non notare che il mondo del lavoro in Svizzera è percorso da tensioni crescenti.

Da un lato certamente vi possono essere motivi oggettivi dettati dal comportamento delle aziende che devono pur fare fronte alla competitività e alla globalizzazione con le armi a disposizione. Dall’altro lato notiamo però che una parte del sindacato assume un ruolo sempre più politico.

L’opinione pubblica viene istigata a considerare l’imprenditore come una sorta di criminale senza scrupoli; le distinzioni fra la buona imprenditoria (la gran parte) e la cattiva imprenditoria (la netta minoranza) sono sussurrate appena se non negate da chi cavalca una visione negativa dell’azienda.

In simili condizioni diventa difficile promuovere il dialogo. Eppure sarebbe più logico considerare imprenditori, aziende e lavoratori sulla medesima barca nel mare della globalizzazione. Non vince solo uno o l’altro: qui vincono o perdono tutti.

Giustamente, lo abbiamo già detto, all’impresa si chiede di avere anche un ruolo sociale. Ma anche ai lavoratori e a chi a volte li rappresenta ci permettiamo di chiedere qualcosa: comprendere le ragioni dell’impresa. Non ci può essere futuro in un mondo globalizzato senza entrare nel merito della flessibilità.

Alle imprese si chiede d’introdurre tutele crescenti dei lavoratori, ma in un mercato dove si deve soddisfare una produzione sempre più personalizzata non si può restare ancorati alle leggi e alle regole del passato. Flessibilità è per i sindacati un termine quasi tabù, per le aziende è invece un’esigenza imprescindibile.

Siamo e saremo sempre più una società digitale e interconnessa dove il lavoro sta conoscendo profonde trasformazioni. Il rifiuto di entrare in materia sulla flessibilità è un atteggiamento perdente che non solo non porterà alcun beneficio alle lavoratrici e ai lavoratori, ma che si rivelerà addirittura controproducente.

I sindacati ne prendano atto e abbadonino la visione della lotta di classe e dell’antagonismo verso le imprese. Colpire tutti per sanzionare (giustamente) gli abusi è un atteggiamento miope e poco lungimirante: la classica vittoria di Pirro.

 

4) I temi al centro dell’agenda politica ed economica

Al primo posto fra i temi che devono fare parte dell’agenda politica ed economica si pone l’innovazione. Essa è compito prima di tutto delle imprese. L’innovazione necessita di un ambiente favorevole e predisposto ad essa. Le aziende più abili nell’innovare sono quelle che le riservano un ruolo centrale nella strategia aziendale. Il compito degli imprenditori è dunque quello di cogliere per tempo questa necessità e di adoperarsi affinché tutta l’azienda sia un ambiente ricettivo all’innovazione.

Un altro fattore di successo della Svizzera è la cooperazione fra aziende e istituti accademici. Ne abbiamo un esempio in Ticino in particolare con la Supsi che è una scuola molto ricettiva all’innovazione e che lavora a stretto contatto con molte imprese industriali ticinesi per sviluppare progetti operativi promettenti a livello svizzero e internazionale. Questa soluzione della collaborazione fra aziende e scuole deve essere ulteriormente rafforzata.

Ma anche lo Stato ha un ruolo a sostegno dell’innovazione. Prima di tutto sostiene la ricerca fondamentale a livello universitario e la ricerca applicata nelle scuole universitarie professionali. Qui si tratta semmai di favorire ulteriormente la rapida trasmissione alle aziende dei risultati delle ricerche. Lo Stato ha pure il ruolo di sostenere tutti quegli enti sul territorio nazionale che hanno appunto il compito di trasferire le tecnologie e il sapere alle imprese. Ancora oggi circa la metà delle aziende svizzere ignora l’esistenza di Innosuisse, l’Agenzia svizzera per la promozione dell’innovazione, già denominata CTI (Commissione per la tecnologia e l’innovazione).

Dobbiamo tutti promuovere maggiormente la conoscenza di questi importanti gremi a sostegno dell’innovazione nelle aziende.

Non meno importante dell’innovazione è anche il tema della digitalizzazione. Anche questo è prima di tutto un compito delle imprese. Attraverso la digitalizzazione si creano nuovi modelli di business perché essa permette di ottimizzare i processi produttivi lungo tutta la catena di creazione del valore e soprattutto risponde alla domanda di produzione personalizzata, anche sulla scala più piccola delle PMI elvetiche sempre più rivolte ai mercati internazionali.

Il compito dello Stato è quello di favorire i processi aziendali di digitalizzazione. Due essenzialmente gli obiettivi: costituire un’infrastruttura informatica leader a livello mondiale, in quanto lo scambio di una mole di dati sempre maggiore a velocità sempre più elevate è la chiave del successo per la piena implementazione delle nuove tecnologie.

E creare altrettanto rapidamente le condizioni quadro giuridiche per quanto concerne la protezione dei dati, allo scopo di fare della Svizzera un luogo privilegiato nel mondo dello sviluppo delle nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione.

Un terzo tema centrale dell’Agenda politica ed economica è quello della formazione. La Svizzera, come sappiamo tutti, conosce un sistema tradizionale della formazione professionale duale che rappresenta ancora oggi la struttura portante di moltissime imprese svizzere. Se la Svizzera è un paese campione dell’innovazione nel mondo lo deve anche al fatto di avere sviluppato una formazione scolastica di base, una formazione professionale a livello secondario e terziario e una formazione accademica di ottimo livello. Occorre consolidare questa situazione aprendo tuttavia maggiormente la formazione ai processi di apprendimento dell’innovazione e della digitalizzazione. Qualche preoccupazione a questo proposito sorge. In Ticino assistiamo a continue polemiche politiche sull’evoluzione della scolarità obbligatoria che non lasciano presagire nulla di buono. Nell’ambito della formazione professionale scontiamo un decennale squilibrio fra formazioni più gettonate e formazioni che ogni anno presentano diversi posti di apprendistato liberi. Anche la suddivisione fra i sessi delle scelte professionali resta solidamente immutata a poche professioni.

Inoltre, le formazioni di livello terzario, quelle che portano all’ottenimento dei diplomi federali delle diverse professioni sono ancora troppo poco conosciute in Ticino.

Se la formazione svizzera vuole continuare a primeggiare nel mondo deve rapidamente adeguarsi alle esigenze formative dettate dalle nuove tecnologie. Anche per quanto concerne la formazione continua perché sempre più adulti sono confrontati alla necessità di aggiornare le proprie conoscenze professionali. La scuola oramai da tempo non ha più termine con il conseguimento di un attestato di capacità professionale, con un diploma federale o con una laurea. La scuola ci accompagna oramai durante tutte le fasi della vita.

Un quarto e ultimo tema che vorrei affrontare, ma ce ne sarebbero molti altri, è quello dell’accesso ai mercati, approfittando naturalmente anche della gradita presenza del nostro Ministro degli affari esteri. Come sappiamo e sovente ripetiamo, siamo un paese che guadagna 1 franco su 2 all’estero. Per le aziende svizzere la possibilità di accedere ai mercati esteri è fondamentale, così come lo è per le numerose aziende svizzere che nel tempo si sono internazionalizzate e producono pure all’estero.

La Svizzera ha sviluppato negli anni una rete capillare di accordi di libero scambio con una quarantina di paesi essenziali per la nostra economia.

La Svizzera è pure un paese che vede crescere l’importanza di mercati quali gli Stati Uniti, l’area asiatica e l’America del sud, senza dimenticare alcuni paesi dell’Est europeo. Ma l’Unione europea continua a restare il nostro principale partner politico e commerciale. Attendiamo di sentire dalle parole del Consigliere federale Ignazio Cassis il suo pensiero sull’impostazione della politica europea del Consiglio federale. Finalmente, e lo dico con sincero sollievo, il popolo svizzero sarà chiamato entro pochi anni a esprimersi sul quesito decisivo.

L’Unione democratica di centro dopo molte titubanze, si è infine decisa a chiedere in modo chiaro alle cittadine e ai cittadini svizzeri se vogliono mantenere oppure abbandonare il sistema degli accordi bilaterali che regolano le relazioni far la Svizzera e l’Unione europea. Per noi imprenditori la risposta è chiara, perché gli accordi bilaterali hanno portato più vantaggi che svantaggi, anche all’economia e alla popolazione ticinese nonostante i molti pareri contrari, tuttavia mai suffragati dalla realtà delle cifre.

Dal Consiglio federale anche le imprese ticinesi si attendono pertanto ogni sforzo tangibile e intangibile per mantenere l’apparato degli accordi bilaterali.

Gli imprenditori svizzeri e stranieri che investono in Svizzera hanno bisogno di stabilità. Quella stabilità tipicamente elvetica – delle norme giuridiche, politica, economica e monetaria e non ultimo sociale – che è un fattore d’attrazione per gli investimenti esteri nel nostro paese.

Al Consiglio federale gli imprenditori ticinesi chiedono una politica estera e una politica economica esterna moderne e orientate ai nuovi paradigmi di crescita economica e sociale a livello mondiale: tutela degli interessi economici elvetici nel mondo; sviluppo delle relazioni economiche e politiche anche al di fuori dell’Europa verso le nuove economie emergenti; garanzia dell’approvvigionamento energetico del paese; sostegno ai processi d’innovazione anche in un’ottica di collaborazione a livello internazionale fra imprese e fra istituzioni accademiche.

Tutto questo mantenendo naturalmente al centro dell’attenzione le nostre relazioni con l’Unione europea. Non esistono alternative credibili agli accordi bilaterali.

Diffidiamo dagli apprendisti stregoni e da chi preconizza un’autarchia della Svizzera, che farebbe scomparire in men che non si dica quanto di buono il nostro paese ha costruito nei secoli e nei decenni e che ha fatto la nostra fortuna. Dietro il “Made in Switzerland” non c’è chiusura, non c’è protezionismo. C’è invece il successo di un piccolo paese che è una delle potenze economiche del mondo, non per disgrazia altrui bensì per capacità proprie.

Gli imprenditori sono abituati a fare impresa con le regole a loro disposizione. Ma ciò non significa che si sia disposti ad accettare di tutto. Il vento della congiuntura volge al bello in questo 2018 anche se gli strascichi delle crisi economiche degli ultimi anni e del rafforzamento del franco svizzero non ci hanno abbandonato. Il contributo dell’industria nell’economia elvetica è importante e tutti devono adoperarsi per rafforzare la base produttiva nel nostro paese.

Se abbiamo superato tutti i momenti difficili dopo l’avvento degli accordi bilaterali Svizzera-UE lo dobbiamo a molti fattori, ma una buona parte del merito va riconosciuta agli imprenditori. Ma anche a uno splendido paese, la Svizzera, che continua a rappresentare nel mondo un grande laboratorio di esperienze, di convivenza fra religioni e culture differenti, di capacità professionali e innovative straordinarie. Signore e signori, questa è la Svizzera che vogliamo per cui adoperiamoci tutti affinché tale rimanga.

Buon lavoro, buoni affari e grazie dell’attenzione.

 

Fabio Regazzi, Presidente AITI