Il Consiglio federale ha già deciso tramite ordinanza di voler esentare dal canone l’80% delle imprese soggette all’IVA. Non è sostenibile questa proposta che va a toccare un quinto delle aziende? «No e come USAM lo abbiamo detto subito. È fumo negli occhi, perché questa imposta è sbagliata, ingiusta e iniqua. Alzare la soglia attenua un po’ l’impatto, ma non risolve il problema di fondo. L’unica soluzione che per noi entrava in linea di conto era un’abolizione, che poteva anche essere graduale come aveva proposto la commissione dei trasporti e delle telecomunicazioni del Consiglio nazionale in una delle ipotesi di controprogetto. Agli Stati l’idea è invece stata respinta. Secondo i nostri calcoli, le aziende svizzere dovrebbero pagare ancora 80 milioni di franchi. Soldi che le aziende potrebbero investire altrove, ad esempio per la formazione o nella ricerca e sviluppo. Non possiamo pertanto ritenerci soddisfatti. L’obiettivo era l’abolizione del canone a carico delle aziende e quindi l’USAM, nonostante questa manovra, sosterrà l’iniziativa». Nel 2022 gli Stati hanno respinto la sua iniziativa parlamentare per esonerare tutte le PMI dal pagamento del canone. Per lei e per l’USAM è più importante escludere anche il 20% delle imprese rimanenti che dimezzare le entrate del canone per la SSR? «Le aziende non hanno orecchie, non hanno occhi, non guardano televisione, non ascoltano la radio, però i titolari delle stesse e i collaboratori