Articoli

No all’iniziativa UDC per un’immigrazione moderata

Intervento al Consiglio nazionale, 16 settembre 2019

26’500 esattamente 20 anni fa, 66’300 nel mese di luglio di quest’anno: sto parlando dei frontalieri che giorno dopo giorno giungono dall’Italia – spesso uno per macchina – verso il Ticino. Si tratta una crescita di oltre il 150% mai vista prima che, ad esempio nella città di Mendrisio, ha portato il numero di lavoratori frontalieri a superare le forze lavoro indigene. Accompagnato da una crescita molto percepita del traffico pendolare e il conseguente aumento delle ore di colonna che quotidianamente congestionano i principali agglomerati e assi stradali ticinesi, ecco che il fenomeno non passa inosservato e preoccupa più di una minoranza. E diciamo anche subito non sarà facile, care colleghe e cari colleghi, per un Ticinese, non lasciarsi perlomeno tentare da un’iniziativa che parla di Begrenzung, di “limitazione”. Sì, perché la paura, senz’altro esagerata, è che senza una limitazione questo trend continui senza freni per i prossimi anni.

Permettetemi di cogliere questi pochi minuti per mettere l’accento su un tema che forse – di fronte alla pericolosa iniziativa di cui stiamo parlando – sembra passare in secondo piano. Per quanto mi riguarda non ho dubbi sulla posizione da adottare sull’iniziativa in discussione: quest’ultima mette in gioco conquiste importanti – mi riferisco agli accordi bilaterali – che negli ultimi decenni hanno conferito alla nostra nazione benefici riconosciuti e quantificabili in termini di benessere e posti di lavoro.

Accettare la proposta dell’UDC significherebbe mandare all’aria tutto e gettare via il bambino insieme all’acqua sporca. Ma su questo torno dopo.

Sarebbe però sbagliato ignorare completamente l’acqua sporca, e mi riferisco a quei problemi collaterali che soprattutto la libera circolazione delle persone causa. In molti documenti, studi e approfondimenti si evidenzia che, considerando la Svizzera nel suo insieme, i danni collaterali sono comunque inferiori rispetto ai benefici. Inoltre, regolarmente e forse comprensibilmente nell’ambito di una concitata campagna di votazione contro un testo come quello dell’Iniziativa per la limitazione, si tenta anche a mettere l’accento sui benefici piuttosto che sugli svantaggi.

Considerato e premesso che l’iniziativa oggetto di questo dibattito crea solo perdenti, è comunque da considerare che l’attuale politica europea pone alcune regioni e settori di fronte a problematiche che non vanno ignorate: il mercato del lavoro in Ticino, regione dalla quale provengo e in cui sono attivo con la mia azienda, confina direttamente ad un mercato del lavoro con 10 milioni di potenziali lavoratori. Anche considerando che la Lombardia è la più ricca e generosa regione italiana in termini di salario medio, e che il Ticino è la zona che registra i salari medi più bassi in Svizzera, tra le dure realtà resta una differenza importante: mediamente un lombardo guadagna meno della metà di un ticinese. Questo crea uno squilibrio, un divario, uno scompenso che nessun’altra frontiera svizzera conosce.

La pressione sul mercato del lavoro a Sud delle Alpi è forte, ciò che porta con sé opportunità per le imprese ma, più che in altre regioni, crea anche perdenti.

Si legge recentemente in una pubblicazione di economiesuisse che i bilaterali aumentano mediamente il reddito di ogni svizzero di 4’400 franchi all’anno, un risultato sicuramente possibile e condivisibile, che deve motivarci a contrastare iniziative come quella sulla limitazione. Ma attenzione perché il popolo è composto da cittadini che vivono in un territorio e in un contesto fortemente differenziato, in Svizzera più che altrove. E di queste differenze dobbiamo tenere conto. Ne deve tenere conto la Confederazione nel trattare la politica europea, nella definizione della politica infrastrutturale o nel mettere a disposizione gli strumenti e le misure di accompagnamento più incisive e meno burocratiche possibile. Ne devono tenere conto anche i cantoni, nell’ambito del controllo delle misure stesse, nella loro politica di formazione, nella sicurezza, nel dialogo con il territorio. E non da ultimo ne deve tenere conto il partenariato sociale.

Care e colleghi, complessivamente tutti approfittano degli accordi bilaterali e della libera circolazione delle persone. Questo ha portato al fatto che finora in quasi tutte le votazioni in cui il popolo è stato chiamato a confermare l’attuale politica europea, lo ha fatto con maggioranze confortevoli. Ma sul lungo termine sarebbe sbagliato sottovalutare il problema: le scelte degli Svizzeri non si basano sulle medie e tanto meno sulle statistiche.

La storia del nostro Paese fornisce molti esempi che ci indicano che se una minoranza – peraltro crescente – non riesce a tenere il passo, arrischiamo di bloccare anche le maggioranze, pur se vincenti. Giungere a quel punto significherebbe tornare alla casella zero nella politica europea, con tutte le conseguenze del caso.

Dunque, invito a votare No a questa iniziativa e a non buttare il prezioso bambino con l’acqua sporca. Ma attenzione: pur prezioso che sia, se il bambino trascorre troppo tempo nell’acqua sporca, prima o poi si ammalerà. E questo va evitato assolutamente.

Grazie per l’attenzione.

Domanda – Nuovo divieto di guida in Italia di automobili aziendali svizzere. Un’altra decisione discriminatoria nei confronti della Svizzera?

Testo:
Con la conversione in legge del decreto sicurezza (113/2018), in Italia diventa vietato ai loro residenti guidare un’auto immatricolata in Svizzera. Ciò penalizza in particolare le PMI ticinesi che rischiano il sequestro del veicolo assegnato a un loro collaboratore, e pesanti multe. Anche stavolta siamo di fronte a una decisione presa unilateralmente.