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È ancora possibile essere gentili in un’epoca segnata dal populismo e dal sovranismo?

Intervento in occasione dell’Assemblea generale del Movimento mondiale della gentilezza  

Lugano, 4 ottobre 2019

 

Gentili signore e signori,

Preparando questo intervento mi sono chiesto se sono una persona gentile. Mi sono venuti in mente diversi aggettivi. Simpatico e socievole sì, ma gentile… Gentile non è il primo aggettivo che associo alla mia persona.

Assalito dal dubbio, e iniziando a temere che non fossi la persona giusta per portarvi questo saluto, ho chiesto un parere a chi mi conosce bene e ha l’inaudita fortuna di lavorare per me da anni. La sentenza è stata: “sei una persona dal carattere ruspante, spesso spigoloso, soprattutto esigente e complicato. Gentile quasi mai, salvo quando hai bisogno di un favore…”. Mi rispose con sarcasmo.

Dopo questa scoperta, avrei potuto chiudere qui il mio intervento, ringraziandovi per l’invito e per avermi dato la possibilità di scoprire il vostro movimento, il decalogo dei Piaceri della Gentilezza di GentleTUDE, che mi sono riletto ancora stamani, non dopo avervi confermato che penserò a voi e alla vostra missione di gentilezza il prossimo 13 novembre (Giornata mondiale della gentilezza). Augurandovi da ultimo di trascorrere ancora dei piacevoli momenti a Lugano.

Tuttavia, prima di andarmene avrei una domanda da porre a voi, esperte ed esperti di gentilezza: è possibile in tempi di sovranismo e di populismo essere gentili in politica?

Per chi non mi conosce, preciso che è dal lontano 1984 che mi occupo di politica. Ho iniziato dal livello comunale, sino a ricoprire dal 2011 la carica di Consigliere nazionale nel Parlamento svizzero. Dall’alto dei miei 35 anni di esperienza politica posso affermare che da oltre un ventennio circa, nelle istituzioni di questo Cantone, si assiste ad un inasprimento del dibattito politico.

Tante le ragioni, per le quali non voglio tediarvi, ma tra queste la principale cause della violenza, finora verbale, che caratterizza il dibattito pubblico è probabilmente la definitiva negazione del valore della complessità e della diversità quale elemento di spiegazione e giudizio di ciò che ci circonda.

Di fronte al dilagare di idee deboli e superficiali corrisponde, gioco forza, un linguaggio aggressivo, a tratti brutale, caratterizzato dalla negazione dell’altro e dell’altrui pensiero.

Chi invece avanza spiegazioni complesse, suffragate magari anche da dati, viene sbeffeggiato, sospettato di fare i giochi sporchi di non so quale gruppo d’interessi.

Sono anche un imprenditore a capo di una piccola-media realtà industriale che impiega 130 persone. Ogniqualvolta in un dibattito politico devo esporre le difficoltà dell’operare in un mercato economico ristretto, messo sotto pressione dalla concorrenza estera, la reazione che suscito nella controparte non è quasi mai una sana competizione di idee, bensì una strategia volta alla mia delegittimazione quale imprenditore responsabile, per venire quasi sempre accusato di sfruttamento di manodopera.

Ricordo poi che se all’inizio della mia carriera politico, mi presentavo ai dibattiti televisivi con tabelle e dati statistici, oggi arrivo oramai a mani vuote. Scomparsi i fatti, i dati, le proposte concrete legate a una visione del mondo e della realtà, rimangono solo i botta e risposta, le battute, le accuse, le semplificazioni e, sempre più spesso, il turpiloquio. Ogni argomentazione che provi ad addentrarsi in un tema riconoscendone le sfumature diviene “politichese”.

Vi è poi l’aggravante legata ai social. Il dibattito che sconfina nei media e soprattutto sui social vive di istantaneità, superficialità, anonimato, mancata assunzione di responsabilità di quello che si dice e del come. Ma vi è molto di più: l’apparente vicinanza creata dai social, ha azzerato le distanze tra istituzioni e popolo, tra i corpi intermedi e la maggior parte della cittadinanza riversando sui primi e senza filtro, insofferenza, rabbia, frustrazione.

Proprio nel mentre la modernità ci pone davanti a sfide gravi, dalla demografica, ai flussi migratori, senza ovviamente dimenticare l’ambiente, mi pare che l’aver perso i modi gentili per una comprensione più profonda di ciò che ci circonda costituisce un ostacolo importante al dialogo e al confronto di idee.

In fondo, se ho colto bene il fondamento della vostra missione, l’essere gentili con l’altro significa riconoscerlo come pari, al di là della diversità delle sue idee e del suo credo, per poi rispettarlo nella complessità delle sue convinzioni senza delegittimarlo. Per chi come me crede nella democrazia quale valore e non forma retorica, sarebbe quindi auspicabile che in questo cantone vi fosse una riscoperta e una difesa della complessità della realtà che ci circonda assieme a una parola, la gentilezza, merce sempre più rara nel linguaggio pubblico e dell’agire comune.

Da lì la mia domanda iniziale: come può un politico gentile sopravvivere in tempi di sovranismo e di populismo?

Ascolterò la vostra risposta. Per quel che mi riguarda, ricostruire la capacità di dialogare in politica passa anche dalle piccole grandi cose, e probabilmente passa e passerà anche dalla riscoperta di valori come il garbo e la gentilezza.

Vi ringrazio dell’attenzione.

Fabio Regazzi,

Consigliere nazionale