Nel corso dell’ultima sessione, il Consiglio degli Stati ha accolto la mia mozione che chiede di creare una base legale per consentire ai Cantoni di procedere con la regolazione dei lupi in caso di superamento di una soglia numerica definita. Si tratta, a ben guardare, di una decisione che rappresenta una svolta: non solo per il contenuto concreto del provvedimento, ma anche per il cambio di approccio che essa sottende.
Per anni, il dibattito attorno alla presenza del lupo sul territorio svizzero è stato caratterizzato da una forte polarizzazione. Da un lato, la legittima esigenza di tutelare una specie protetta e simbolicamente importante per la biodiversità; dall’altro, le crescenti preoccupazioni del mondo agricolo e alpestre, confrontato con predazioni sempre più frequenti e con un senso di insicurezza diffuso nelle regioni periferiche.
In questo contesto, l’approvazione della mozione segna un momento di presa di coscienza politica.
Il Consiglio degli Stati ha riconosciuto che la situazione è cambiata: la presenza del lupo non è più episodica, ma strutturale. E, proprio per questo motivo, anche gli strumenti di gestione devono evolvere.
Il risultato raggiunto è sorprendente per diversi motivi. In primo luogo, per il sostegno dello stesso Consiglio federale che ne raccomandava l’accoglimento ma anche per l’ampiezza del consenso raccolto (nessun voto contrario), che dimostra come la necessità di intervenire sia ormai condivisa ben oltre gli schieramenti tradizionali. In secondo luogo, per il segnale chiaro che viene inviato: la protezione della fauna non può prescindere da una gestione attiva e pragmatica, capace di conciliare gli obiettivi ecologici con la sostenibilità delle attività umane.
Per il Ticino, questa decisione assume un significato ancora più concreto. Le regioni di montagna e le aziende agricole locali sono tra le più esposte agli effetti della presenza del lupo. Dare agli enti competenti strumenti più flessibili e tempestivi per intervenire significa riconoscere la realtà vissuta quotidianamente da allevatori e comunità locali.
È importante sottolineare che non si tratta di un “fuoco libero”, né di un passo indietro nella tutela della biodiversità. Al contrario, si tratta di un tentativo di trovare un equilibrio più maturo e realistico, fondato sull’esperienza accumulata negli ultimi anni. Una gestione efficace del lupo passa anche dalla capacità di prevenire conflitti e di intervenire quando questi diventano insostenibili.
Questa decisione, se confermata dal Consiglio nazionale, aprirà dunque una nuova fase. Sarà in ogni caso fondamentale tradurre gli indirizzi politici in misure concrete, chiare e applicabili, evitando lungaggini burocratiche e garantendo una reale efficacia sul terreno. Allo stesso tempo, sarà essenziale mantenere un dialogo aperto tra tutti gli attori coinvolti: istituzioni, mondo agricolo, esperti e organizzazioni ambientaliste.
Il voto del Consiglio degli Stati non chiude il dibattito, ma lo rilancia su basi nuove. È un segnale a superare contrapposizioni ideologiche e a lavorare per una gestione del territorio che sia equilibrata e rispettosa delle diverse esigenze. In definitiva, siamo di fronte a un cambio di paradigma: dalla gestione passiva alla responsabilità attiva. Una sfida complessa, ma necessaria, che occorre affrontare con pragmatismo e senso della realtà.